08/12/2011
L'Artiglio del Falco Cap.12
Cap : 12
La luce che si accese negli occhi di Marta nell’istante in cui Campos ci riapparve era quella di chi sente d’essere tornato a casa. Il sollievo e la sicurezza che ti restituisce ciò che conosci e al quale appartieni palpitava ora dai suoi occhi, ed io sentivo quasi freddo. Ero silenzioso mentre con lo sguardo vagavo in quel panorama che vedevo attraverso il vetro della mercedes mentre ci riportava a casa. Molti pensieri vagavano nella mente e tutti intorno alla figura di Lubna, sentivo quasi freddo, un freddo interiore si era impadronito dello spirito che sentivo senza cuore. Il petto mi doleva ancora nelle carni ma dentro era assente, il mio spirito era con Lubna soltanto la materia era con me, insieme alla mia mente. Ero al fianco di Lubna, per sostenerla nella sua lotta, per infondergli il cuore forte e coraggioso di cui aveva bisogno, ero con lei vicino a Piccolo Falco e con la materia ero a Campos e con la mente al Popolo, il cuore era con lei, io mi sentivo soltanto uno che sta costruendo il suo esercito di cani. – Marta, io te e Hanga dobbiamo parlare! Gli dissi. – Anche Carlos vuole essere della partita. – Non voglio coinvolgerlo in un progetto che appartiene soltanto a me! – Questo lo sa, ma vuole comunque esserci, - Potrebbe diventare pericoloso, sarà meglio prima parlare con lui che con voi; tu chiama Hanga e digli che stasera andiamo a trovare Julian. Marta lo guardò freddamente negli occhi, ora dava ordini anche a lei?, uno sguardo gelido vi lesse, era come essere ancora di fronte a quel guerriero, quello che aveva visto lacerarsi le carni per un qualcosa che ancora non era definito, il tono con cui parlava era quello di un uomo freddo spietato e determinato, sentì un brivido freddo nelle ossa, era la prima volta che si rivolgeva a lei con il tono di comando dettato dall’essere consapevole delle sue azioni e dell’appoggio di un intero popolo che ora doveva essere armato istruito e reso efficace, perché gli dei prima organizzano e poi restano a gurdare il resto lo devi fare tu. Una cosa lei cono0sceva di quell’uomo, nulla proferiva che non fosse concretizzabile realizzabile, e questo ora la spevanteva un poco, perché ignorava esattamente quale disegno avesse in mente e cosa fosse disposto a fare per renderlo reale. Strinse la mano a Carlos che li aspettava con la macchina e gli si sedette accanto, lo guardò come per capire attraverso i suoi occhi, il suo progetto, ora tutti erano a conoscenza di chi fossero gli altri e del perché fossero lì in quel momento in quel luogo in questo tempo. Sapeva in cosa potesse essergli amico quell’uomo, voleva capire però se lo avesse capito lui stesso, usava il potere che gli era stato donato, vedere lontano attraverso i velami della materia, e dopo poche parole si trovarono a camminare nello stesso scenario, - Terra fertile la vostra, da curare e far lievitare, da mani esperte, che sanno quello che fanno ed il perché. Gli disse Carlos, Alberto sorrise, quell’uomo aveva ben chiaro nella mente in cosa potesse essergli amico quell’uomo, ognuno è un dono per gli altri. – Ecco; questo manca nella nostra terra, ma da voi è possibile solo imparare per questo vorrei il tuo appoggio nel portare i nostri ragazzi nella vostra scuola. I loro occhi vedranno e capiranno, le loro mani saranno esperte e sapranno quello che fanno, poi torneranno e continueranno quello che qui hanno conosciuto nella loro terra per la loro terra, lasciando il loro posto da voi ad altri che dovranno vedere capire imparare, e quando anche loro lasceranno il posto ad altri, i primi saranno già ad insegnare nella loro terra. – Ci vorrà molto tempo prima che ciò avvenga Alberto, - Mi piacerebbe che Falchetto vivesse una vita felice in una terra libera dove poter vivere in armonia con gli altri e non costretto a regole e spazzi che non vuole vivere, se nessuno comincia a costruire quando mai verrà edificato il tempio?. Non guardarmi strano Carlos è solo una metafora, ma, non è importante il tempio in se, lo è cosa si và a fare nel tempio. – Maestro io gongolo nel udire il suo dire. E si misero a ridere entrambi. Era la prima che rideva da quando il suo sguardo non fù piu in grado di percepire la figura di Lubna che svaniva lontana risucchiandogli il cuore. Come il contadino che sparge il seme nel campo Loco Vendaval s’adoperava in questo, sapeva che molto tempo sarebbe passato prima di vederne il germogliare, la mente era limpida ed il cuore che ora gli mancava l’avrebbe aiutato ad essere spietato nel conseguimento del suo intento, il potere che gli era stato concesso ora lo portava ad essere un uomo senza cuore ed un uomo senza cuore era quello che adesso serviva alla causa, non c’era spazio per i sentimenti ne per l’empatia ne per la pietà ne per l’amore, doveva e voleva infondere la voglia di vivere in una terra libera e difenderla con tutti i mezzi anche con la violenza e l’assassinio, il potere gli aveva messo nelle mani la vita di molti uomini, la morte di molti amici, la sofferenza di un popolo intero, per inseguire un sogno che era stato sepolto molti anni addietro, sepolto dalla tormenta in un canalone a zig zag che s’arrampicava sulla montagna. Poggiarono le valige su di un tavolo e si guardarono intorno, la locanda era deserta e silenziosa, Alfonso taciturno e serioso, le sue orecchie non udivano la voce dei suoi figli, ed il cuore non percepiva il calore della sua casa, dov'è la mia famiglia?, incontrò lo sguardo di Alberto e forse per la prima volta sentì di non amarlo, lui era arrivato e i suoi figli erano andati via, lui era lì, ma loro no, carezzò con la mano il bancone e si diresse alle scale, si chiuse in camera e si distese sul letto, fissò le travi di legno del soffitto cercando in quei disegni geometrici d’incroci tra tavole e travi il calore evaporato della sua famiglia, Raula, Lubna, Raul, Piccolo Falco, Alberto Righeira, ecco; ora sapeva cos’era quella luce strana che s’accendeva di tanto in tanto negli occhi di Raula, quel vuoto che ogni tanto s’impadroniva di lei, quando i suoi occhi fissavano senza vedere lo stesso disegno geometrico che ora catturava i suoi... ora sapeva. Lo sentì parlare al telefono e prendere accordi, lo sentì scendere le scale ed uscire, sentì d’essere contento di restare da solo dentro la locanda, scese e nella penombra delle imposte chiuse camminava lentamente tra i tavoli a gambe all’aria e le sedie impilate, la cucina coperta dai teli, le bottiglie protette dalla polvere, ricordava ogni gesto con cui Lubna s’era adoperata per tenere tutto al coperto e una grande tristezza sentiva salirgli in cuore. Ma Raul aveva seguito il suo amore oltre l’oceano, lo stesso aveva fatto Lubna, rimasta oltre la sponda per il suo amore, Alberto aveva attraversato il mare lasciando oltre il suo cuore, amor che al cor gentil ratto s’apprende... Raula aveva fatto altrettanto, ora toccava a lui essere pari al loro amore. – Ho molti cuccioli di cane da far crescere Hanga, e tu conosci molti che possono farlo. – Quando i cuccioli crescono fuori dal loro ambiente naturale imbastardiscono. – Se si lasciano da soli! E io soli non li lascio. – Bisognerà trovare chi li vuole cosa non semplice, ogni branco appartiene alla propria razza. – Ma normalmente il capo branco uno è e lui comanda, se lui vuole quello è, ed i cuccioli tra loro fanno immediatamente amicizia! – Per farlo però, deve avere un motivo, Quale?. – Istruire e far crescere in base alle capacità del cane usandolo ed affinando il suo dono, si troverà ad avere a disposizione un cane che segue bene una traccia, un altro che sente prima degli altri la preda, un terzo che sia pronto a morire per difenderlo, un altro che non esita a passare attraverso le fiamme, uno che obbedisce al comando, un altro che non uccide se non lo ordina, l’ultimo, che conosce il modo di passare sopra e sotto gli ostacoli. – A che razza appartengono questi cuccioli così dotati? – Sitting Dog li chiamiamo. Cani Seduti, non sprecano una stilla d’energia se non è necessario ed anche se ci sono, non riesci a vederli fino a quando non t’accorgi d’essere circondato, e sono sempre sette. – Io li prendo! disse Marta. Hanga la guardò come chi non è d’accordo. - Non sia precipitosa, negl’impegni e negli affari bisogna ponderare molto bene l’offerta e l’acquirente, valutare i rischi che la scelta farà correre, i profitti che tale rischi porteranno, e non ultimo il perché lo si vuole. – E chi le dice che io non l’abbia già fatto!, Hangarfood ora cambiò espressione, quella donna era riuscita a metterlo nel sacco, era molto in gamba, sapeva ciò che voleva e come ottenerlo, fredda cinica spietata al punto giusto, e con un grande maestro che gl’insegnasse le magie del dominante sarebbe risultata letale per gli avversari. – Sarà Carlos a ricevere i primi sette, intervenne, spiazzando i due, lui gli offre un altro tipo d’addestramento, gl’insegna a nutrire il branco. – E cosa ne ricava? Chiese Hangarfood. – Molta, moltissima terra coltivata, pascoli e bisonti. Per te Marta, un rifugio sicuro, potenza e potere. A te Hanga, una Nazione da edificare, dico materialmente, mattone su mattone. La sua voce era priva di vita, gelida come la lama di un pugnale, penetrava l’udito conficcandosi nella mente, esalava qualcosa di pauroso, i suoi occhi, inespressivi, come quelli di uno squalo sul punto di mordere. Raderemo al suolo l’intera nazione pellerossa, toglieremo ogni briciola del cemento Wasichu, ogni strada verrà cancellata, divideremo la nazione in sette regioni ed ognuna edificherà la propria capitale le proprie città e sarà il popolo a decidere come, in base ai propri principi alle proprie usanze al suo stile di vita. Questo popolo ha bisogno d’essere istruito nella guerra contro i Wasichu, ma solo i cani lo difenderanno con le armi, gli altri lo difenderanno istruendosi divenendo, uomini d’affari, avvocati, industriali, imprenditori, ricercatori, tecnici, sarà insomma un popolo indipendente, che sostiene da solo la nazione, allo stesso modo e con le stesse armi che ogni nazione possiede e resta viva e indipendente. Non le pare un buon motivo?. Hangarfood si alzò lentamente dalla poltrona dietro la scrivania del suo ufficio, raggiunse la grande porta finestra che s’affacciava sul parco nell’imbrunire, la fronte era corrucciata e gli occhi una fessura, le mani si erano congiunte dietro la schiena e il respiro era lento e profondo, quell’uomo gli stava offrendo qualcosa d’insospettato, una nazione, una nazione indipendente da costruire nel cuore degli Stati Uniti D'america, una follia che avrebbe cosparso di sangue quella terra che ne era gia lorda!. Si alzò – Vado da Julian. Hanga si voltò verso di lui e già gli dava la schiena, lo vide tirarsi dietro la porta senza voltarsi, di personaggi duri determinati spietati ne aveva conosciuti a dozzine e sempre se ne era servito, il suo impero era basato su questi uomini tenuti al laccio e usati, si rese conto che ache lui aveva i suoi cani e se ne serviva, ne aveva in ogni angolo del mondo, nulla che potesse procurare potere gli era sconosciuto, e sapeva come usare questo potere che si era conquistato. Quest’uomo era strano, molto più strano di quelli che usava, tutti, indistintamente cercavano potere e ricchezza, cos’altro è importante da doverci rischiare la vita?, Anche il più misero servo desidera in fondo a se stesso d’essere il re dei servi, questo no! – Sarebbe meglio ucciderlo!. Lui e Marta si guardarono, - Probabilmente si! Accondiscese Marta è pericoloso per noi e per i nemici nostri, diventerà una caccia all'uomo, era già a conoscenza dell’attentato dell’E.T.A. ai treni, come poteva non lo so, eppure non ha battuto ciglio collegandomi ai terroristi, anzi, come vedi cerca di renderci suoi amici, ha bisogno d’alleati potenti e inafferrabili e li stà cercando in noi, - Trovandoli?, Marta s’accese una sigaretta e lo raggiunse, lo guardò negli occhi, - Trovandoci! Non è venuto qui a caso, sa cosa cerca e sa come trovarlo, ma non capisco cosa vuole lui!, i due continuarono a guardarsi negli occhi cercando l’uno nell’altra risposte che affioravano confusamente, - Quell’uomo è pericoloso per tutto il sistema, gli disse in un sussurro Hangarfood, ho paura che prima o poi ci costringa a decidere da che parte stare, - Ma noi non vivremo in eterno e le guerre portano sempre buoni frutti alla fine di esse, potremmo usufruire nel frattempo di ciò che lui stesso ci ha messo a disposizione. I suoi cani! – Io e lei Marta dobbiamo assolutamente unire i nostri cervelli, potremmo addirittura essere in grado di salire al governo di questo paese, ecco cosa mi preoccupa in quell’uomo; spalanca prospettive inimmaginabili e saranno molti quelli che lo seguiranno. Faremo meglio a ucciderlo piuttosto che spalleggiarlo. – Potremmo appoggiare la sua causa restando nell’ombra, usando i suoi canali, sviluppando nuove e insospettabili fonti dalle quali scalare poi il potere vero, - Il collegamento con i media che fino ad ora mi mancava… venga Marta sediamoci più comodamente e apriamo la nostra mente a queste prospettive, diventare il premier del governo spagnolo non mi dispiacerebbe affatto, vediamo cosa siamo capaci di partorire insieme. Julian dormiva quando entrai nella sua stanza, lo guardavo attraverso la tenda ossigeno che lo proteggeva dal mondo esterno, avevo volutamente lasciato soli i due, dovevano parlarsi capirsi scoprirsi allearsi per divenire utili, Julian era un pezzo del mio cuore che ora era assente, sapevo che potevo aiutarlo e lo stavo facendo, percepivo le sue paure le sue angosce la sua rassegnazione mortale e quando ero riuscito ad accendere dentro quel ghiaccio la fiamma del volere mi ero sentito felice. I suoi occhi si aprirono quasi avesse percepito la mia presenza nel sonno, mi guardò ed entrai, vidi un fremito sulle sue labbra, - Sono sempre io, anche se in questo momento sono diverso, sono sempre io, non sei tu quello che deve temermi. Ebbe quasi un sorriso quando riuscì comunque a riconoscermi, il suo sguardo in principio confuso ora tornava limpido e felice, mi sedetti accanto a lui e gli presi la mano, - Ti ho raccontato storie felici fino ad ora, ma tu conosci cos’è il dolore e credo che se ti racconto una triste tristissima vicenda tu capirai il mio dolore. Mc.Claude e Luisio studiavano le tabelle di lavoro, ognuno faceva quello per cui era utile e per quei due utile era la situazione che si profilava alla fine di una stagione indimenticabile che li avrebbe portati all’incontro con la storia, i loro nomi potevano essere incisi sulla pietra nera della storia, indelebili. - Questa è praticamente una corsa infinita per noi. Commentò Mc.Claude riguardando il calendario stagionale; Avevamo cannibalizato tutte le competizioni a cui avevamo partecipato ed ora eravamo nel mirino di tutte le concorrenti, che non erano rimaste a guardare impunemente ma si erano organizzate potenziate per poter tornare sul trono, quasi offese dall’usurpazione dei poveri. In più c’erano due appuntamenti fondamentali nella storia di ogni calciatore e di ogni tecnico; il primo, luminosissimo, era la sfida intercontinentale contro la squadra Uruguagia dell’Indipendiente a Tokyo, il trofeo che incorona i Campioni del Mondo di Club poi quando tutto era finito, questa storia qua poteva diventare immortale come una leggenda. I Campionati del Mondo di Calcio per Nazioni e il F.C. Campos 1885, era l’unico club al mondo ad avere, convocati in Nazionale, tutti i suoi effettivi, tutti i loro 18 ragazzi erano in quei ventidue posti a disposizione e tutti noi ci sentivamo sulla rampa di lancio, avevamo nel nostro futuro la possibilità storica d’essere eterni, e per diventarlo c’era bisogno dunque di una preparazione specifica, mirata ad esprimere il meglio nelle occasioni più importanti. Mc.Claude e Luisio avevano la nostra stessa possibilità di far parte di quella eternità storico calcistica che mai nessuno aveva avuto a disposizione, qui si parrà la tua nobilitade disse qualcuno quasi al cominciar dell’erta. Controllavano e modificavano le curve di rendimento dei singoli in base al carico di lavoro assegnatogli, la banca dati cui Luisio accedeva, gli permetteva di conoscere in dettaglio le varie fasi biochimiche che s’intervallavano nel rendimento del singolo durante l’arco della stagione, sapeva esattamente per mezzo dell’analisi dei bioritmi chi, in quel periodo, era al massimo dell’efficienza e chi, al contrario, accusava una fase calante, il suo intento era di far combaciare il massimo della forma collettiva in corrispondenza degli appuntamenti cruciali, per portarci poi, all’appuntamento con la storia, nelle condizioni migliori per affrontarla e scriverla. Sentivamo di vivere un momento cruciale della nostra esistenza atletica, era per noi, un momento unico, irripetibile, perché nello sport ciò che hai a disposizione oggi può non ripresentarsi mai più e noi, i ragazzi del Campos, avevamo tra le mani quello che nessuno prima aveva mai avuto, l’opportunità di scrivere i nostri nomi nel libro della storia del calcio mondiale e per farlo dovevamo esserne capaci. L’intera Terra di Campos era in fibrillazione, non si parlava di altro, tra gli amici nei bar, in famiglia nelle case, da finestra a finestra nei vicoli, lavorando la terra nei campi, La Terra di Campos poteva imprimere il suo nome a tutto il mondo, il peso e l’onore di tutta questa responsabilità ricadeva sulle spalle di diciotto ragazzi e di una piccola società che tre anni prima, nessuno sapeva esistesse. Ora i giornalisti le TV gl’inviati di testate straniere avevano preso in ostaggio la piccola cittadina, sbattendo costantemente il mostro in prima pagina, diciotto ragazzi, che si guardavano intorno increduli, diciotto ragazzi che vedevano crescere il loro valore commerciale al di sopra di ogni sogno, al di sopra di ogni più timida speranza, i giornali le TV, snocciolavano cifre da capogiro offerte a quel tal o tal altro giocatore, dall’Italia dalla Spagna dalla Germania Inghilterra tutti erano a caccia, cercando di smembrare il mostro, di dividere, frantumare quella macchina mangia trofei, dividi et impera. A Lomes: vent'anni, avevano offerto, la villa naturalmente con piscina, la Ferrari e sette milioni di Euro a stagione, tutti gli altri chi piu chi meno erano sullo stesso livello, per Antinas era in atto una vera e propria asta, cifre da capogiro per portarlo a casa, quasi lo stesso accadeva a De Fuente e a Fimenta, per Righeira era lo scandalo, fino a dieci milioni di Euro a stagione. Io la mia battaglia l’ho già vinta. La pressione su di noi era imponente, ne eravamo quasi affossati, sarebbe bastato che il primo accettasse le lusinghe per scatenare una reazione a catena, in questo la situazione era pericolosissima, dei ragazzi appena ventenni messi di fronte a quelle cifre spaventose come possono resistere, un bambino lasciato da solo con il barattolo di cioccolata aperto sul tavolo infilerà il dito dentro?. Non solo Marta e Carlos, percepivano questa pressione, ancor più era il popolo dei nostri tifosi ad esserne affossato, Campos sul tetto del mondo! Quando uno di noi passava davanti ad un gruppo di persone questi restavano a guardare quasi increduli che un ragazzo potesse donargli cosi tanto orgoglio da spingerli ad amarlo e sentire quasi dolore al pensiero che da un momento all’altro potesse svanire come un sogno al risveglio. Carlos Rodes e Marta; il loro compito era di navigare in questo tempestoso mare evitando gli scogli che s’ascondevano appena sotto il pelo dell’acqua. Mc.Claude era una roccia inamovibile, un riferimento irrinunciabile per tutti noi, il centro gravitazionale, il suo telefono era diventato incandescente, non c’era club che non lo chiamasse, procuratore che non lo cercasse, veniva costantemente strattonato a destra e sinistra tutto il mondo calcistico cercava di portarlo sulla propria panchina, la sua vittoria era totale incontrovertibile ma lui la sua battaglia non l’aveva ancora vinta, se avessimo perso lui, tutto si sarebbe frantumato e disperso nelle quattro direzioni del mondo. Lui era lì curvo sopra le schede tecniche, sopra l’alchimie tattiche che la sua mente inventava, esplorava, sperimentava, doveva stravolgere il suo sistema, lo sentiva nelle viscere, era il momento in cui il maestro, il Migliore, doveva vincere K.O. l’incontro. Il suo sistema doveva renderlo duttile atletico fluido, e con Luisio dargli potenza velocità resistenza ed esplosione, ecco il segreto del Campos F.C. 1885, ecco il disegno degli Dei realtà, ecco il mosaico di Marta completato, eccoli lì quei diciotto ragazzi alla base del monte Olimpo. Carlos si prese sottobraccio Enriche e se lo portò in disparte, - Ho preso alla lettera le tue parole riguardo a portare da noi alcuni ragazzi di Righeira, sei ancora della stessa opinione, insegnare loro a trattare la terra? – Certamente, rispose tranquillo, Papà e Mamma sarebbero felici di tirarli su e io da quando stiamo volando non atterro più sopra i nostri campi. – Sette sono e tutti orfani, li facciamo venire da noi e ce ne prendiamo cura, allo stesso modo degli altri sette di Padre Marcilo, - Quanti anni hanno, - Intorno ai sette otto anni e parlano discretamente la lingua, - OK, dirò a Mamma e Papà di preparare il posto per loro. Rose mise nelle mani di Ted i sette nomi che lei aveva scelto, Ted lesse e fece un gran sospiro, guardò intensamente gli occhi della sorella, ma non disse nulla, il primo passo era compiuto, le prossime liste le avrebbe compilate lui, i cani pastori erano di Rose, i Sitting Dog suoi, i lupi erano di Righeira!. Il campo dall’alto appariva quasi arido, soltanto pochi e spogli cespugli erano sparsi a macchia di leopardo sul suo terreno, per quanto scrutasse il terreno dall’alto non li vedeva e la sua vista era acuta, sorrise soddisfatto Ted , perché sapeva che c’erano, ora voleva vedere se erano in grado di batterlo, s’acquattò dietro un cespuglio, era incredibile, nonostante la stazza imponente della sua corporatura divenne quasi invisibile per cui letale. Una bestia di quelle dimensioni che ti salta addosso all’improvviso: Sei Morto!. Non li vedeva ma li sentiva, sapevano che era lì a caccia, uno per uno erano morti, ma sette contro uno avevano possibilità d’essere loro a mangiare. Ted li voleva, erano i sette migliori, scelti ad uno ad uno per caratteristiche e uniti in branco, uno per ogni tribù, li voleva ed era andato a prenderseli, lo studio del territorio era fondamentale, la minima modifica in esso significava la preda, trovare tracce era alchimia da cacciatore, nascondersi e muoversi accerchiare l’avversario, attirarlo in trappola, costringerlo a sentirsi braccato, ucciderlo, era alchimia da Sitting Dog. Doveva prenderli ad uno ad uno affinché fossero suoi, se non riusciva e veniva battuto avrebbe perso una Penna d’aquila. Il sole picchiava ancora e il restare immobile sotto di esso era sfiancante, aveva trovato una traccia utile e la stava seguendo, ma ad un tratto si bloccò, troppo evidente per il suo istinto, lasciata a bella posta, per farmi entrare... sono tutti davanti a me aperti a corna di bue... davanti a me ed io sono nel mezzo, no cari miei, adesso ti ho puntato credo di sapere dove sei e ti taglio fuori, cominciò ad addentrarsi nella tenaglia puntando nord ovest, per poi piegare decisamente ad ovest ed impedire il rientro dell’estremità nel branco lasciando da solo il cane contro il lupo, lo prese ed uscì all’esterno. Era passata mezza giornata ed ancora ne aveva sei da prendere, ora doveva trovare una tana ed appostarsi, prima o poi sarebbe stata occupata. Quel tipo era letale, due volte vicino alla sconfitta e due volte vincente, dovevano studiare un piano d’attacco diverso e forse più rischioso, erano stati loro a caccia fino ad ora, provarono a farsi prede, due esche e quattro in caccia, farlo scivolare tra le due linee e poi l’attacco simultaneo in sei, ma Ted andò incontro alle due esche, non sulle loro tracce, le anticipò e caddero nella sua trappola, ora gli altri quattro erano nei guai, la notte che arrivava, portando con se l’oscurità dava un notevole vantaggio al lupo in caccia e Ted nessuna fretta aveva di chiudere la partita, cercava nell’oscurità di stanarli ad uno ad uno, vide una delle tane che si era riempita, poi una gobba nuova sul sentiero, un penultimo che gli si avventò contro da un nascondiglio non più tale e poi si eresse in piedi, - Tu sei stato l’ultimo, disse a qualcuno alle sue spalle, poi lentamente si girò e vide il cucciolo di cane eretto alle sue spalle che incoccava la freccia nel piccolo arco. Tu Arikara sei stato l’ultimo per cui ti sei guadagnato d’essere il capo branco. Il trillo di vittoria con la lingua e gli altri gli erano intorno, la gerarchia era stata guadagnata con onore sul campo. Piccolo Falco si stava divertendo un mondo, era immerso nel paradiso e se lo godeva a pancia piena, Nonno Orso aveva trovato il nipotino tanto atteso e si godeva questa ricchezza che il grande spirito gli aveva concesso in così tarda età, ora aveva tutto il tempo che voleva per dedicarsi completamente a lui, Uomo libero nel petto della terra. Lubna e Rose salutarono il pulmino dei ragazzi guidato da Raul all’aeroporto, dall’altra parte del mare li aspettavano Padre Marcilo, e Alberto, a Campos una famiglia e fratelli. Erano un pò tristi e malinconici e spaesati naturalmente, quando arrivarono a destinazione, poi lo videro e gli andarono incontro, belli freschi puliti, ometti orgogliosi d’essere stati scelti, li salutò un lingua e in spagnolo presentando loro Padre Marcilo, al quale loro avrebbero risposto in tutto, sapendo bene con chi ne avrebbe parlato. Lubna vedeva la notte incupire il cielo e le vette delle montagne diventare scuri ciclopi, Falchetto era da qualche parte lassù, sulla testa dei ciclopi così come gli disse ridendo, e da lassù vedo lontano, Nonno Orso ha trovato delle bacche dolcissime e mi ha insegnato a fare il fuoco, ma fa così caldo nella tenda che sudiamo in continuazione. Lubna sapeva condivideva, nulla di male poteva accadergli anzi solo il bene poteva arrivare, aveva visto il marito morto appeso ad un palo, aveva visto Falchetto sorridere invece di piangere, sapeva che dopo il dolore la cura è l'amore, lo sapeva perché dentro di lei una nuova vita s’accendeva, Loco Vendaval era il primo e Piccolo Falco il secondo, è la visione ad essere importante non chi l’ha avuta, nessuno dei due infatti era determinante ma solo strumento di un qualcosa che vuole e pote ciò che vole!, ecco che qualcosa cominciava a lievitare in fondo al suo cuore, quel seme che al suo uomo aveva concesso di piantargli nel cuore, la consapevolezza dell’impermanenza e della temporaneità, ecco: le parole con cui gli parlò! Ho poco tempo a disposizione per tutto ciò che devo fare, che voglio fare, io sono l’artiglio del falco io agisco non penso, scelgo soltanto come farlo e il tempo che mi rimane per farlo, poi sarò solo erba sui colli e chissà cos’altro, magari un vento caldo o un tramonto… . I suoi occhi guardarono la valle e poi su verso le vette, era un bel posto per vivere, istintivamente si coprì con ambe le mani il ventre a riscaldare la vita e sorrise. Durante la preghiera della mattina notavo troupe di giornalisti con gli obbiettivi puntati verso di me, mi seguivano anche mentre cercavo di correre lungo la strada della stazione, il dolore ai pettorali era intenso e costante molto tempo sarebbe passato, ma se non c’è dolore non c’è sensibilità ed allora è un bene non un male, ed io insistevo, si mettevano dentro le jeep e mi precedevano costringendomi a volte a correre nella polvere sollevata dalle loro ruote, quelle immagini facevano mio malgrado il giro delle trasmissioni televisive rendendo di pubblico dominio il mio evidente infortunio, - Righeira è fermo al palo! Dieci milioni di euro a stagione ed è costretto ai box? Cosa succede? e ignorandone la causa si costruivano castelli di carta, assediandomi e assediando Luisio e Mc.Claude, tutti volevano sapere e a tutti dovevamo rispondere; indicemmo allora una conferenza stampa decidendo di comune accordo per un serio strappo muscolare ai pettorali era troppo evidente che non potevo muovere le braccia, con sessanta giorni di fermo poi un graduale rientro, praticamente mezza stagione e un grosso punto interrogativo per il proseguo. Roco Valente sussultò sulla poltrona alla notizia e quasi immediato il telefono lo coinvolse in un turbine di domande e d’interlocutori il vespaio era stato scosso, tutti volevano sapere quello che nessuno in se conosceva, solo pochi e fidati sapevano e conoscevano; - Marta venne immediatamente coinvolta nell’uragano, Carlos come al solito era evaporato in altri lidi, aveva negli occhi Pascoli Bisonti Campi coltivati e cittadine che nascevano e portavano benessere e ricchezza come a Campos, era il presidente si! Ma Marta era più in gamba nel fare e nel dire e si trovò immediatamente a suo agio in quella tempesta, tenendo testa a personaggi di grande spessore, con diplomazia e cortesia ma con una fermezza incrollabile. Hangarfood si era trovato l’erede e occupava un posto in piena luce, Quella donna, chiuse le imposte su tutto e tutti, aprendo solo alla moneta dell’esclusiva, il Campos era una miniera, di danaro e ancor piu di risonanza mediatica, nella quale da qualche tempo il nome Hangarfood cominciava a ripetersi. Era una situazione insostenibile, intollerabile, alla quale nessuno dei ragazzi era abituato, l’unico momento privato lo avevamo dentro la saletta delle tattiche, finché qualcuno non sfondò il vetro della finestra per mettere il suo occhio tecnologico all’interno, scatenando la furibonda reazione di Ramon, che quasi venne alle mani con il responsabile; a quel punto pensammo di andare via, trovare un posto lontano dove lavorare seriamente senza essere disturbati, ma in qualunque posto fossimo andati ci avrebbero seguiti e scoperti allora tanto valeva restare, far buon viso a cattivo gioco, decidemmo comunque di far chiudere l’impianto al pubblico e proseguire la preparazione a porte chiuse. Luisio aveva, nel frattempo, ultimato le tabelle di preparazione personalizzate ed, incredibile, la soluzione venne proprio dalla differente impostazione di lavoro dei singoli, frantumando il gruppo, in specifiche tabelle individuali, alcuni si trovarono ad allenarsi in palestra con i pesi, altri in piscina altri ancora lontano dal campo a far fiato, altri sul campo d’atletica gli ultimi sul prato da calcio, ognuno dei gruppetti con il suo preciso, studiato, lavoro quotidiano da svolgere, tutto era mirato a convogliare l’apice della forma del gruppo in un periodo specifico, in corrispondenza delle gare fondamentali della stagione, un lavoro certosino estenuante che aveva impegnato Luisio e Mc.Claude giorno e notte ed ora la loro scommessa con la storia era sul tavolo, noi dovevamo soltanto impostare il lavoro secondo le direttive e crederci fino alla morte ed io sentivo quasi freddo, dovevo guarire e alla svelta anche, Luisio sapeva ciò di cui avevo bisogno, si fidava di quel Roy Anderson che mi ero portato dietro, si fidava di me che mi curavo ed in silenzio, lontano adesso, dagli occhi degli altri facevo il mio. Per incontrarli mi arrampicai di notte fino alla chiesa diroccata, perlustrai molto meticolosamente il territorio come un lupo che controlli il suo e nessuno oltre coloro che dovevano esserci c’erano; si accorsero di me soltanto quando uscii allo scoperto tra i ruderi del muro essendomi infiltrato tra le loro fila come un serpente, qualcuno tra loro rimase sorpreso altri no ed era con loro che avevo chiesto di parlare. Marta si era mossa ed ora toccava a me muovere, presero due cucciolate appena svezzate con una pigna al posto del cuore. Il loro attentato era riuscito e molti innocenti erano morti, molto sangue aveva lasciato sul suolo di Spagna. Sapevano di essere braccati e che avrebbero perduto alcuni, diversi soldati, ora potevano trovare rifornimenti da istruire e usare e a loro volta università in cui crescere e diventare cani. Ted era il reclutatore della sua tribù altri come lui lo erano nella loro, e Rose colei che sceglieva i pastori, portandoli nella sua scuola, imparando loro a leggere scrivere e sognare che un giorno sarebbero diventati il popolo, Lubna era con lei, gli piaceva essere maestra di così tanti pulcini, portati dall’asilo alle elementari per poi essere pronti allo studio finale, sentiva in loro la voglia d’avere una scuola vera, delle aule vere, qualcosa che potesse definirsi veramente materialmente scuola e poterla toccare con mano, una sede nella loro terra dove poter imparare e svolgere con profitto ciò che avevano appreso e il sogno dell’università era quasi diventato realtà. Rose a capo della delegazione indigena aveva da poco presentato la petizione popolare con cui tutte le tribù indigene avevano espresso il loro volere riguardo alla costruzione dell’edificio che avrebbe aperto nuovi orizzonti per i loro figli, il responsabile governativo delle riserve indigene era rimasto di stucco davanti alla quantità di firme che sottoscrivevano il volere del popolo, una quantità abnorme che non poteva più essere ignorata, rischiando una sommossa popolare, nazionale da parte di tutte le tribù, in realtà quell’università rappresenta il volere nazionale, il simbolo dell’unione di tutte le tribù pellerossa, il sole nascente di un popolo, la ruota di medicina del popolo degli uomini, all’interno di cui sarebbe tornato a vivere il loro sogno il vero sogno americano, la libertà e non la sua illusione, forse valeva la pena di assumersene i rischi. Rose Raul Lubna Ted e tutti gli altri aspettavano il responso, l’autorizzazione governativa a costruire, erano decisi a costruire comunque, correndo i rischi che tale scelta avrebbe portato con se, me se rischi c’erano da correre, anche da parte dei Wasichu ce ne erano ed era questo che ora si stava discutendo intorno al tavolo degl’invasori; - Questa volta signori siamo con le spalle al muro, credo che se non accondiscendiamo il loro desiderio, ci ritroveremo a dover fronteggiare sulle strade il loro volere. – Sono solo quattro gatti, straccioni ignoranti e morti di fame, per non parlare degli alcolizzati che sono la maggioranza, cosa dovremmo fronteggiare? – Il diritto! Questo dovremmo fronteggiare, e quando si parla del diritto allo studio, si scatena sempre un grosso vespaio. – Non sono mica gli alcolisti a dover essere fronteggiati, ma mamme nonne fanciulli ragazzi padri tutti coloro che inneggiano giustamente al diritto a dover essere fronteggiati e se la mettiamo così anch’io mi sento di scendere in piazza per difendere il diritto di mio figlio ad avere una scuola, chi può negarmelo e con quali mezzi. – Siamo in America! Siamo in un paese libero e il diritto è alla base della nostra costituzione. – Non è soltanto questione di diritto, ma anche un grosso affare secondo me, il progetto che ci è stato sottoposto è grandioso, encomiabile e richiederà molto tempo e molte forze umane per essere portato a termine, e molti molti molti dollari una montagna, questo significa lavoro per la comunità per la collettività, significa anche per noi portare a casa soldi e vivere tranquilli, - Significa anche togliere dalle strade ubriaconi, per lo meno isolarli e dare una possibilità agli altri di far qualcosa di meglio nella loro vita. – Questo infatti è il punto. Intervenne Bruce Manion, l’appena insediato governatore degli stati pellerossa; Tra vent’anni questi alzeranno la testa, saranno istruiti preparati e soprattutto si sentiranno indipendenti e quando un tizio legge studia impara s’istruisce, comincia sempre a generare idee e questo popolo, vi ricordo!, non è nostro amico! Ricordo anche che da qui al mississippi era tutto loro e noi lo abbiamo preso con la forza, non dico con l’inganno, ma conosco il pensiero di molti di voi in proposito. Non è che ci stiamo per far crescere un nido di serpenti in pancia? Mi chiedo a chi è venuta questa idea? Fino ad ora ci erano arrivate modeste richieste in fatto di scuole aule insegnanti e sovvenzioni, poi come un fulmine a ciel sereno un progetto enorme ci è stato presentato, da parte di chi? Dalla signorina Rose? Non era lei che fino ad ora si era preoccupata più per i gessetti e i banchi della sua aula, che non per un edificio dove tenere insieme quattro classi? Ora da che parte spunta fuori questo progetto e perché chi occupava questa poltrona che ora stò occupando è stato barbaramente ucciso?. Lui aveva già bocciato il progetto, ora ci viene riproposto tale e quale a prima, condito certo e supportato da una quantità di firme imbarazzanti per noi, qualche rischio lo affronteremo, ma io sento puzza di bruciato e credo e certo sono che faremmo molto meglio a parlarne con chi è sopra di noi, voglio sentire la loro opinione su questa patata bollente che ora gli metto tra le mani, Ponzio Pilato insegna e la storia raccontata lo scagiona siamo noi forse in situazione diversa dalla sua?… I carichi di lavoro, come regola Mc.Claude, erano spaventosi quasi crudeli, avremmo dovuto sputar sangue e concentrarci allo spasimo per portare a termine positivamente quel programma, avevamo bisogno di tutto quello che dentro di noi esisteva per arrivare fino alle stelle. Soltanto gli ultimi dieci giorni di lavoro prevedevano la presenza contemporanea degli effettivi nello stesso posto, venivano a trovarmi alla fine del loro quando da ore ero solo in piscina, parlavamo poco in quel periodo, stava maturando in noi una volontà di riuscirci minata dalle sirene dei miliardi e dalla platea che molte illustri società ci spalancavano davanti e questo ci rendeva poco loquaci, sentivo il loro orgoglio d’essermi compagni, di avermi conosciuto, mi erano intorno quando correvo nei boschi sostenendomi donandomi la loro amicizia, e io sentivo quasi freddo ma stavo guarendo, Luisio mi curava, io usavo il mio potere su di me, ci vorrà del tempo ancora. Alla squadra serviva una concentrazione assoluta ed una dedizione spaventosa, maniacale per riuscire, si doveva soprattutto credere in se stessi e mettersi dannatamente alla prova. Spiazzammo i giornalisti che mai i loro occhi avevano visto cose del genere, - Qui si stà riscrivendo il capitolo calcio mormoravano, ed erano impreparati a questo trovandosi costretti a correre a destra e a sinistra, costantemente alla rincorsa del tale o talaltro, a fare servizi su di un singolo invece che sul gruppo sull’insieme e questo alla lunga non pagava, perché in realtà dai loro montaggi nulla si capiva, le testate cominciavano a richiamarli, visto anche che l’interesse prima suscitato cominciava lentamente ma inesorabilmente a scemare perché altri nomi cominciarono ad essere oggetto delle prime pagine, alcuni soldati dell’E.T.A. erano stati catturati dalle forza dell’ordine e l’opinione pubblica che ancora piangeva i suoi morti aveva sete di giustizia, noi avevamo contribuito ad allentare un poco la pressione ma ora non eravamo piu indispensabili alla fine allentarono la morsa intorno a noi lasciando che la tranquillità tornasse nelle nostre menti ed era ora, non eravamo molto loquaci tra di noi, ma di qualcosa dovevamo discutere, nei nostri occhi Mc.Claude leggeva qualcosa di stonato sapeva che stava per affrontare un altro scoglio, forse il più duro il più ostico, esisteva ancora l’umiltà che ci aveva contraddistinto? La stessa che ci aveva portato ai piedi del monte? Righeira; aveva aperto quella porta in loro? La consapevolezza d’essere esattamente quello che si è e battersi per tenerlo vivo. I miliardi che ci venivano sventolati sotto il naso erano una minaccia reale allo spirito di squadra che ci aveva sempre unito, il dio danaro può indurre in tentazione anche un santo, e di santi nella squadra non ce ne erano, ognuno era libero di decidere il suo futuro come meglio credeva e questo era il tempo di decidere, l’occasione era fin troppo ghiotta e la tentazione forte, rinunciare ai miliardi per restare uniti in cambio di pochi spiccioli, chi poteva accettare una situazione del genere, chi avrebbe mai rinunciato alle grandi società, alle grandi metropoli, alle grandi platee, per cosa?, un Sogno?. Era questo il momento del successo e allora, chi poteva rinunciare alla fama alla ricchezza, chi tra loro poteva rinunciare ad avere un esistenza privilegiata? Mc.Claude sapeva chi e non era il solo, era quello appeso ad un palo con le carni lacerate, era il pellerossa era Alberto Righeira Loco Vendaval, già! Loco Vendaval: Strano uomo quel tipo, a lui bastava sdraiarsi su di un prato e fissare le stelle del cielo notturno per essere felice, danzare intorno ad un fuoco nella notte buia ed essere felice, prendere per mano suo figlio e passeggiare nel bosco a braccetto con Lubna e sentirsi felice, passare le ore a pescare ed arrostire il pesce sulla brace di un fuoco sulle rive di un fiume nell’aperta campagna a contatto con la natura e sentirsi realizzato, lui così era, un pellerossa lui questo era, lui questo faceva, non aspettava, viveva la sua felicità, allora era felice anche quando stava per morire?. Lui, in tutta questa bolgia, era immerso nella sua totale concentrazione nel suo immutevole disegno, doveva guarire e continuare a costruire, non esisteva altro, perché altro già era nelle sue mani e quando hai tutto ciò che ti necessita, cos'altro puoi aggiungere, cos’altro vale la pena d’inseguire se non vivere la tua felicità. Si espresse in un giudizio sull’ingaggio che aveva ricevuto dicendo che: - In fondo quando ho mangiato una bistecca e della verdura, la mia pancia è piena ne ho bisogno di miliardi per farlo, perché già lo faccio senza una lira, l’unica cosa che voglio è sentirmi vero e qui lo sono cos’altro potrei aggiungere. Cerco d'imparare dagli altri quello che ignoro, la tua realtà, il tuo stile di vita, il modo che hai di vire il mondo, nel mondo, ecco di questo ho bisogno, non di miliardi ma di sapere chi sei e per cosa vivi per cosa ti batti quali sono i tuoi principi e i tuoi diritti e i doveri, che cosa sei disposto a fare per ottenerli e difenderli, insomma io voglio conoscerti e conoscendoti migliorare insieme, prendendo ciò che c'è di buono in te e in me, ecco casa mi è necessario. La platea aveva ascoltato le parole di quel campione, parole che di falso e d’ipocrisia nulla avevano, ma risuonavano di coraggio dedizione legati a equilibrio e saggezza, sapeva dire ciò che aveva nel cuore e non mentiva, questo arrivava a tutti coloro che sapevano ascoltarlo, il progetto dell’università che lui sponsorizzava era il suo biglietto da visita per tutti gli studenti del mondo, di tutti coloro che vogliono sapere conoscere e poter scegliere, Libertà. Era tempo di tornare a parlare tra noi, Mc.Claude lo capì, alla fine di una giornata di lavoro ci trovammo tutti insieme nello spogliatoio, cosa rara in quel periodo, Rui Lomes fu il primo ad esprimersi in proposito eravamo amici e gli amici tra loro parlano, ed era ora che lo si facesse, che si guardasse dentro il proprio cuore che si sviscerassero i propri pensieri i propri sogni, Mc.Claude capì, lui era al di sopra degli altri, sapeva che soltanto noi avremmo potuto decidere ed era bene che lo facessimo ora, prima di frantumare tutto e coprirci di vergogna invece che di gloria, uscì e chiuse la porta. Dunque Lomes EL MATADOR cominciò: il presidente Rosso Nero stava costruendo ponti d’oro per portarlo a Milano, lui confidò il suo interesse. Tutti, indistintamente, avevano in mano proposte concrete, ed era il momento di dare risposte a chi offriva, la stagione era alle porte e la pressione su ognuno di noi all’apice della sua consistenza. Era tempo di prendere il toro per le corna, sperando nel contempo di non prenderlo per le palle. Situazione difficile delicata, quando venne il mio turno, cercai le parole da dire ai compagni e cominciai sapendo che aspettavano le mie parole, volevano sentire da colui che si era quasi ucciso per un qualcosa che a loro sfuggiva ancora, ma che nei loro cuori aveva trovato alloggio, sapevo come far leva sul loro orgoglio sulla loro dignità sui loro sogni, il grande spirito mi aveva offerto incontri che io ero stato in grado di vedere ed ora di comprendere e capire donandomi ora forza per spiegare agli altri. Quando in Italia ero uno dei più richiesti, mi capitò di vedere in un campo d'atletica, attiguo al nostro una ragazza che si stava allenando al lancio del giavellotto; continuava imperterrita a ripetere gli stessi movimenti gli stessi esercizi e gli stessi lanci. Vi dico che, erano ore che si stava allenando in perfetta solitudine, ed i miei occhi di tanto in tanto seguivano quella ragazza che continuava ad allenarsi da sola la vedevo contare i passi per determinare la rincorsa, mimare il movimento la dinamica del lancio, la vedevo sudare massaggiarsi il braccio stringere i denti e continuare quel lavoro solitario e snervante, c’incontrammo al cancello quando il sole era già tramontato, io stavo salendo sul mio Mercedes cabrio, ragazzi credete, una favola! Lei, con la sua pesante borsa a tracolla; si dirigeva verso la sua piccola e un pò vecchiotta utilitaria, mi riconobbe, la mia faccia era conosciuta a quel tempo e ci fermammo un attimo a parlare. Sapete quanto guadagnava quella ragazza per allenarsi otto ore al giorno? Nulla! Niente, non prendeva un soldo, anzi era per pura cortesia che gli addetti all’impianto gli concedessero lo spazio ed il tempo per allenarsi. Allora perché lo fai, gli chiesi, - Perché ho la possibilità di andare e voglio andare alle olimpiadi e magari vincere anche la medaglia d’oro mi rispose, - Lodevole, e ti pagheranno dopo aver conquistato un oro olimpico, insistetti, - No! Non credo, in questo sport non si guadagna nulla o quasi, ma ci pensi... continuò, vincere un oro alle olimpiadi! Sentire le note dell'inno che salgono in cielo per me, è il mio sogno, il traguardo di una vita la ricompensa a tutti i sacrifici fatti per arrivarci, e poi succeda quello che deve succedere ma guarderò quella medaglia e sentirò che è mia, che ne sono stata capace. Mentre parlava i suoi occhi brillavano di un umile determinazione che le fiamme del volere avevano incendiato, non scorderò mai quello sguardo e spero e prego che il suo sogno si avveri ma se così non fosse io so che ha dato tutto quello che aveva, ma uno solo vince!. Ora noi abbiamo la possibilità di tagliare quel traguardo con la stessa umile determinazione di un atleta olimpico perché in questo momento siamo esattamente come lei, ci alleniamo dall’alba al tramonto e guadagniamo poco e niente in confronto agli altri, ma ora siamo qui a parlare di miliardi di case di automobili di successo di fama, invece dovremmo pensare a portare a casa un traguardo storico, unico, qualcosa che nessuno potrà mai più toglierci, che resterà nel nostro cuore nel nostro orgoglio e che ci farà gonfiare il petto, perché lo avremmo ottenuto con l’umiltà, con lo stesso spirito olimpico del dilettante e questa sarà la nostra medaglia olimpica, quella che guarderemo con gli occhi di chi è stato capace di conquistarla, altro che miliardi. Quelle emozioni non si comprano si vincono e sono condite di sacrificio, di sudore, di ore ed ore d’allenamento di volontà e determinazione e valgono una penna d’aquila sul mio copricapo perché quello non si compra si costruisce penna dopo penna, ma ognuno di voi scelga in cuor suo, i resto qui a sudare a rompermi la schiena a ripetere per ore gli stessi movimenti e se mi capita, voglio vincere la mia medaglia d’oro, voglio vedere se io LOCO VENDAVAL ne sono Capace. Troco Guilerce mi si affiancò dicendomi - È così che si parla Cazzo!, da te volevo sentire proprio questo e tu proprio questo hai detto, poi la sua voce risuonò forte e motivata, - Anch’io voglio diventare campione del mondo e se vado via quella partita non la posso giocare, io invece voglio esserci e ci sarò per Dio. Siamo noi la squadra Campione d’Europa ed abbiamo la possibilità di diventare Campioni del Mondo, gli altri, che aspettino pure, io ho altro da fare. Devo far crescere la mia creatura. Dicendo quest’ultima parola mi guardò dritto negli occhi, forse stava cominciando a capire cos’era quel seme che mi si era piantato nel cuore, quel seme stava germogliando, gli occhi gelidi di Antinas mi fissavano e le sue labbra mormoravano la frase, Campioni del Mondo... CAMPIONI DEL MONDO CAZZO !!!! esclamò subito dopo, quasi con rabbia. Si guardarono tra loro quei diciotto ragazzi e compresero che quella stagione, tutto sarebbe stato possibile, anche riuscire a far parte della storia!. George Florens era da un pò che stava seduto nella sua auto parcheggiata di rimpetto all’entrata del Indian Campos Club, voleva curiosare in giro e vedere che tipo di soggetti frequentassero quel Club per farsi un idea sul come la sua idea avesse fondamenta, e rimase perplesso quando notò che chiunque entrasse portasse con se i figli, poi vide quella donna di colore, la riconobbe all’istante, al suo fianco Rose, e dietro di loro Ted Tocca il Cielo, un pò attardato e quasi rincorrendo il gruppo vide Raul, è tempo di mettere il naso in casa loro si disse, si accese una sigaretta e si diede il tempo. Era il venti agosto e a Campos la presentazione ufficiale della squadra era l’evento; Raul e Lubna non l’avrebbero persa per nulla al mondo, volevano vedere la faccia di Alfonso quando apriva le porte alla squadra, l’onore di farlo era per il primo Campos Club della storia, ed il tavolo su cui venne istituito era quello da dove il Presidente, Carlos Rodes avrebbe parlato. Collegandosi al sito della TV. TLC avrebbero vissuto l’evento; nel frattempo sullo schermo di 40 pollici al plasma scorrevano le immagini dei singoli, scorci d’azioni, emozioni di successi, coreografie inni trofei interviste, e quando apparve il volto di Loco Vendaval quasi un grido di piacere scosse il momento, Florens era dentro da alcuni minuti e si era soffermato a scrutare l’ambiente, Vessilli appesi ai muri insieme ai poster conditi di quelle suppellettili tipicamente pellerossa, esattamente ciò che doveva essere, un Club di una squadra dove gli appassionati si riunivano e cercavano di coinvolgere nella loro passione i propri figli e quanti ce ne erano, era zeppo di gente e di figli rumorosi e allegri che si pappavano i dolciumi messi a loro disposizione e portata, il vociare era allegro e rumoroso con urletti di piacere quando le immagini che passavano sullo schermo davano il brivido al loro cuore, si ritrovò di fronte a Ted il più alto tra gli altri, - Mai pensato di giocare a Football gli chiese cordialmente, - Troppe vite sulla coscienza, rispose ridendo – Considerando la sua mole forse ha ragione, è molto frequentato qui a quanto vedo, - E se pensa che sono appena due anni che è in piedi! Come mai è venuto a farci visita, piace anche a lei il calcio?, - Al Soccer preferisco il Football, ma ho conosciuto Alberto Righeira insieme alla moglie e a sua sorella Rose e mi è venuta la curiosità, ho sentito dire che Righeira è un grande nel suo – Non ce n’è per nessuno! Intervenne un tipo cui l’accenno a Righeira non era sfuggito, è il più grande peccato sia infortunato in questo momento, - Cosa gli è capitato? – Strappo ai pettorali disse secco. – Ted ebbe un sussulto di stizza che non sfuggì a Florens che colse la palla al balzo, - Ultimamente da queste parti i pettorali sono all'apice degl'infortuni. E lasciò li la frase c’è qualche evento particolare oggi? Chiese a Ted cambiando completamente argomento, - A questo le rispondo io Sceriffo, permette? mi chiamo Raul sono il cognato di questo dinosauro, il marito di Rose; oggi da noi c’è la presentazione della squadra. - Da voi? – Io sono anche il cognato di Righeira e la locanda dove stanno per celebrare l’evento è della mia famiglia, io sono nato e cresciuto a Campos e posso dirle che sono il presidente del Indian Campos Club e come tale le do il benvenuto tra noi, le forze dell’ordine e gli uomini che le compongono ci fanno onore se ci vengono a far visita e ancor più onore se ne fanno parte. – Sono lusingato di tale accoglienza ma questa è solo una visita di cortesia, ne ho sentito parlare e sono venuto a vedere. – Esattamente quello che un cittadino s’aspetta che lei faccia. Quasi improvvisamente il vociare s’attenuò e sullo schermo apparvero le immagini di un intervista ad Alberto Righeira che non era nelle vesti del campione, ma si trattava di un intervista rilasciata durante una trasmissione culturale curata da un certo Hasrick, che George Florens nel suo privato, seguiva di tanto in tanto, questo Hasrick trattava argomenti di suo interesse, ed interesse c’era da parte di tutti nella sala, tutti infatti volevano ascoltare le sue parole, anche i ragazzi. Riteneva Hsrick un ottimo conduttore preparato serio, un professionista della cultura e vedere seduto di fronte a lui Alberto Righeira attrasse la sua attenzione. Parlavano di cose diverse dal calcio dallo sport messo in ombra dal rispetto di filosofie di stili di vita di approcci alla vita di culture diverse di religioni diverse, di sogni e fatti, progetti e scambi e d’incalpestabili diritti umani, udì parlare dell’università. l’intervista era vecchia e quando Hasrick gli chiese quale fosse il suo nome tribale scaturito dall’Hambleceya, ricerca della visione, lui rispose Colui che Cerca. Se fondamenta cercava ne aveva trovate. – Tornerò a trovarvi, adesso devo proprio andare gli disse come se fosse la cosa più semplice del mondo, magari piu in là, quando ci saranno partite importanti verrò a vedere se questo vostro campione cattura il mio interesse. Strinse le loro mani con decisione ed uscì, Ted degluttì amaro, tutto voleva tranne che quel tipo s’interessasse di Righeira, e l’accenno ai pettorali non lasciava dubbi su quale interesse avesse. Osservava senza staccare gli occhi da quel mosaico di nomi e fatti che ingombravano le pagine del suo taccuino il nome di Righeira. Il posacenere era colmo la bottiglia a metà ed il caffè terminato, le ore della notte le più cupe, difatti quando la notte arriva la mente carica di domande continua a tormentare e se non si hanno risposte ma dubbi difficile è riposare il corpo. Ora aveva un volto a quel nome, ma nessuna risposta, aveva ricercato con successo in internet l’intervista di Hasrick e ascoltato con attenzione ciò che Righeira diceva e come lo diceva, la data in cui la trasmisero era antecedente all’assassinio per cui era già a conoscenza del progetto università, visto che ne parlava ed anche in modo dettagliato ed in se ammirevole e coinvolgente, ma questo lo mise in un cassetto, doveva solo analizzare le cose e collegarle tra loro in modo che avessero un filo conduttore e la trama del tessuto di questo filo cominciava ad essere più consistente. Fuori ombra di dubbio che esisteva un legame profondo tra lui, gl'indigeni, Campos e l’università, poteva legare tra loro i nomi ma ciò che gli sfuggiva ancora era il motivo o se si preferisce il movente, ciò che scatena l’atto e per questo lo giustifica in parte, alibi, ed era la prima cosa che andò a cercare, era in quella terra quando accade, le date dei voli di entrata e uscita confermavano la sua presenza e per cui la possibilità, il legame con gli esponenti dell’MDI concreti e incontrovertibili, ma nessuna prova di paragone aveva nelle carte dell’assassinio nessun elemento con cui metterlo a confronto, anche se era sicuro che quel dna che possedeva appartenesse a Colui che Cerca ormai, come gli aveva detto Naso Schiacciato, morto e che appartenesse adesso a Loco Vendaval che al contrario era ben vivo, ma per provarlo doveva procurasene un campione autentico e insindacabile, ma quell’uomo era dall’altra parte dell’oceano e per il momento irraggiungibile, sapeva soltanto che sarebbe tornato, nel frattempo doveva e poteva mettere insieme altri tasselli di quel mosaico intrecciato di nomi luoghi e intenti. Ben pochi agenti aveva a disposizione e ancor meno erano gl’indigeni che era riuscito a portare dalla sua parte ma sapeva che poteva contare invece su una certa quantità di persone che si erano dissociate dal mondo tribale sposando il ventesimo secolo e i suoi frutti, ed era di quelle che aveva intenzione di servirsi per addentrarsi in un mondo dove più di una volta si era sentito estraneo per cui indesiderato e ostacolato. Integralisti e separatisti una contrapposizione perenne tra due punti di vista nati dallo stesso ceppo ma nessuno di loro era stato risparmiato dai fucili dei soldati, per i soldati infatti un pellerossa era tale come lo è per altri un ebreo un negro, non ci sono differenze, appartengono alla stessa famiglia vanno sterminati. Coda Chiazzata sventolò la bandiera degli stati uniti davanti alla bocca dei fucili di quell’esercito stesso che aveva donato alla sua tribù la bandiera d’appartenenza allo stato americano e venne trucidato insieme alla sua piccola inerte indifesa semplice tribù indigena, Sand Creek, poi arrivò addirittura il disonore di Wounded Knee, vittorie colme di vergogna che ancora non erano state dimenticate e quell’università poteva rappresentarle come parte indissolubile della storia edificata sull’eccidio gratuito, razziale. Un focolaio di risentimento un inno alla libertà, una pietra miliare al ricordo, per non dimenticare e cominciare a ricostruire quel sogno mai estinto. Doveva muoversi, darsi da fare per capire e anticipare le mosse di un avversario che nell’ombra si stava riorganizzando contro i nemici e nella luce già camminava. Contattò i suoi informatori stimolandoli ad insinuarsi tra le fila avversarie e riferire qualsiasi cosa potesse rivelarsi utile ad unire quei tasselli che nella sua mente avevano preso forma, prima o poi Barton si sarebbe fatto sentire e lui ancora non aveva novità di rilievo da esporgli, il che significava un inasprimento ulteriore tra i loro rapporti che già erano al punto di rottura. La prima svolta arrivò dalla lettura delle notizie estere riguardo all’attentato con cui l’ETA aveva insanguinato il suolo di Spagna, i terroristi o almeno alcuni dei soldati erano stati catturati, provenivano tutti dalle terre basche e questo accese il suo intuito, terre basche, Campos era al centro di quelle terre, Raul, Lubna, erano figli di quelle terre, Righeira aveva addirittura rinnegato la cittadinanza Italiana per sposare quella Basca, Rose, Ted, si erano legati con il sangue a quei personaggi e poi Hangarfood, L’ETA e L’MDI! Rabbrividì a quel pensiero, sapeva di aver fatto centro, ma una cosa è sapere un’altra è dimostrare e Barton era stato chiaro voleva prove non errate supposizioni. Si sentì improvvisamente piccolo, non adatto allo scenario che si andava profilando, lui era un poliziotto, si occupava di risse, violenze, omicidi, rapine furti truffe, il suo indagare era sui fatti, sulle prove e non supposizioni, ora quello che si trovava ad indagare era al di fuori della sua portata. Non aveva mezzi ne tecnologia ne supporto di uomini, era solo con un pugno d’agenti di fronte ad uno scenario di terrorismo e rivolta armata. Certo poteva rappresentare per lui l’occasione di cambiare il suo destino, l’occasione di poter dimostrare il suo valore ed essere reintegrato. Stare lì non gli piaceva, non era il suo posto ed era proprio per questo che Barton lo aveva spedito in quella riserva, gli aveva pestato i calli e questo era il risultato. Per rientrare nelle sue grazie doveva assolutamente portargli l’assassino e se non riusciva chissà dove lo avrebbe sbattuto quel maledetto questa volta. L’inizio delle gare ufficiali, mai fu più ombroso, solo alcuni elementi erano in uno stato di forma appena accettabile, gli altri stentavano enormemente, la squadra soffriva spasmodicamente in quello stato, tutto il nostro gioco era basato su degli equilibri di squadra su posizioni e movimenti senza palla e bastava poco per far crollare tutto il castello di possesso palla che era la nostra arma micidiale, sopravvivevamo grazie esclusivamente ai colpi dei singoli, altalenandoci in risultati utili e sconfitte, in quelle prime dieci partite, tutto sembrava evaporato. Persino Mc.Claude sembrava in bambola, mai in campo la stessa formazione, mai che riuscissimo a ripetere un risultato positivo e la fossa era disorientata. Sapevo con certezza che questo serviva a far giocare tutti, a rodarli temperarli, farli carburare in modo che al momento opportuno tutti saremo stati al massimo del rendimento, ora dovevamo soffrire e Cristo... stavamo soffrendo veramente, navigando intorno alla metà bassa della classifica , mentre avevamo rischiato l’eliminazione dalla coppa del re da parte del Villareal, vincemmo infatti la partita di ritorno per uno, segnò Garcia con un gran tiro da fuori e ci salvammo. Seguivo le partite dapprima in tribuna accanto al presidente, poi cominciai a frequentare la curva est nel mezzo degli Ultrà, dove Olivares, Maurice, Manuel, Filipe, davano il loro contributo a non farci affossare, non ero ancora in grado d’affrontare le gare, mi allenavo con il gruppo, facevo tutto quello che gli altri facevano ma non le partite neppure quelle tra di noi, sentivo dolore al petto quando correvo e non riuscivo a calciare senza sentire i morsi del dolore appena aprivo le braccia, per gli addetti ai lavori ero diventato un caso, lo ero anche per Roco Valente ma mi difese a spada tratta, - Voi siete pazzi! Io Righeira me lo porto anche solo come spettatore... eccome se lo faccio, ci deve essere è un suo dovere esserci, e io c’ero! Anche se non potevo dare il mio contributo come atleta lo facevo come uomo, la mia presenza era divenuta essenziale, il rispetto nei miei confronti era percepibile anche all’esterno del gruppo Campos, sapevano che sarei tornato e sapevano che adesso ero diverso, anche Mc.Claude se ne rendeva conto ed insieme a Luisio stava facendo quello che mai per nessun altro aveva fatto, ore ed ore di sedute atletiche solo per me, io Lui e Luisio, ore giorni settimane, di allenamento mirato capillare estenuante anche se per il momento privo di risultati, ma la macchina era allenata, temprata, concentrata e letale, lo vedeva nei muscoli, lo leggeva negli occhi, lo percepiva nella concentrazione totale, miglioravo, miglioravo, miglioravo e miglioravo ancora, ero quasi pronto e sentivo quasi freddo, un freddo nell’anima, che senza calore umano mi portava ad agire. Padre Marcilo mi procurava platee dove la mia voce poteva essere udita, Hangarfood incontri dove il progetto poteva essere spalleggiato, Marta uomini dove i miei cuccioli potevano trovare casa, poi c'era... Israele, Cambogia, Congo, Rodesia, Iran, Afganistan, Pakistan, Irlanda, Russia, Stati Uniti, Arabia, Cina, Iraq, dove vi era un conflitto, dove vi era un progetto armato, dove vi era resistenza, dove vi erano lupi che potevano far crescere i miei cuccioli, dove vi era un qualsiasi campo d’addestramento io c'ero, questo quel freddo nell’anima mi consentiva di fare, per questo era tempo che quell’uomo fosse senza cuore, perché se il minimo calore avesse scaldato il mio cuore non lo avrei potuto permettere tutto questo, e questa luce Mc.Claude aveva letto nel mio sguardo e nonostante questo... stava facendo per me ciò che per nessun altro aveva mai fatto. Con Ted era un continuo ciattare, tante cose si stavano mettendo in moto, ed era il mio generale, quello che in mia assenza assumeva il ruolo predominante sulla scena, soltanto a lui confidavo che sentivo freddo ed era partecipe con me dello stesso gelo che aveva afferrato anche il suo cuore, Rose era il libro su cui scrivevo soltanto lei poteva intuire a pieno il mio progetto, talmente coinvolta che mi sembrava udire l’eco delle mie parole nella sua bocca, poi c’era Alfonso che era riuscito a gettare il cuore oltre l’ostacolo e collaborava con Carlos affinché tutti i ragazzi che arrivavano trovassero ciò per cui avevano attraversato il mare, Raul era il nostro paracolpi, l’Indian Campos Club di cui era il presidente era lo specchio per le allodole, organizzava riunioni, dibattiti, assemblee, tramite lui e il Club il popolo poteva parlare, misurarsi esprimere il proprio punto di vista, le proprie speranze, i dubbi, le paure i sogni, ed era tramite lui e il club, che io parlavo a loro potevo ascoltarli capire, ognuno dei personaggi coinvolti era parte del progetto senza il quale il popolo avrebbe continuato a morire perché ognuno è un dono per gli altri e in ultimo c’era Lubna colei che custodiva il mio cuore, questo era per me il suo nome pellerossa, lo avevo lasciato a lei, senza di lei quel cuore sarebbe un ghiaccio senza alcun calore, soltanto lei custodiva il segreto che scaldava l’anima mia, nei suoi occhi leggevo l’amore, la voglia di vivere felice, la volontà di ricercare la felicità, la serenità il senso stesso della vita era guardando i suoi occhi scuri e profondi come un mistero che percepivo la vita, scatenava in me la voglia d’essere vivo la voglia ed il desiderio d’amare e d’essere amato la voglia di aver bisogno, il contatto con le sue mani era una sinfonia di percezioni che spalancava orizzonti d’amore, le sue labbra morbide carnose erano il fiore che sbocciava quando il sole sorgeva, il suo corpo agile forte sinuoso era la culla della vita era con lei che ogni sera nella tenda, quando il vapore saturava l’aria, quando le preghiere salivano vere come il fumo della pipa sacra all’orecchio del Grande Spirito, che il mio spirito vi si congiungeva e sentivo e sentiva il battito del mio del suo cuore, e sentivo e sentiva l’odore della mia della sua pelle sulla mia sulla sua pelle, lei era la mia sposa, la mia donna, il mio futuro il presente il passato era tutto ciò che alla fine di tutto quanto avrei avuto per me per lei per noi lei era Lubna la madre. La Coppa dei Campioni, aveva appena passato l’andata del primo girone ed eravamo in corsa, con un pareggio una sconfitta ed una vittoria che soltanto una perla di Antinas ci aveva regalato. La squadra fino a quel momento era un disastro annunciato e preveduto, ma cristo un solo puntpo in due partite era una miseria, Mc.Claude lo sapeva, noi lo sapevamo i tifosi anche, come noi avevano fede in Mc.Claude, eravamo i campioni di Spagna occupavamo il trono d’europa. Ricordo... Antinas che mette il pallone sul vertice dell’area di rigore avversaria, avevamo sputato sangue per tenerli ed eravamo con la lingua di fuori, tutto fuorché la sconfitta, a quel momento avevamo un solo punto, ultimi, lo guardavo mentre prendeva il tempo, pregavo come tutta la fossa che la mettesse dentro, tre passi Ice Man, i suoi occhi erano inespressivi, cinque in barriera, Lomes sgomitava, Filos in agguato Coimbra Garcia Antares a ridosso del portiere De Fuente accanto alla palla, Fimenta al limite dell’area. Tre passi Ice Man esterno destro a girare sul primo palo palla nel sette. La fossa ruggì rabbiosa al gol! Eravamo ancora in corsa. Il volto di Mc.Claude era lo specchio della squadra, teso preoccupato e sollevato dalla prodezza che ci consentiva di restare e continuare, ora il campionato, la coppa del Re e poi il girone di ritorno. Grande sofferenza per tutti e tutti l’affrontavano, in questo stava accadendo che tutti i componenti di quella fantastica squadra maturavano insieme come i frutti di un albero, una crescita individuale personale collettiva e non solo come squadra, ma come atleti che stanno raggiungendo il pieno maturamento psichico e fisico, ognuno è un dono per gli altri e noi eravamo un dono per quel popolo così ed allo stesso modo in cui loro lo erano per noi. Ero pronto, quella sera nella tenda, mentre sudavo, meditavo, insieme a tutti i cuccioli che erano arrivati, sette, uno per ogni tribù, alzai la pipa sopra la testa per ringraziare lo spirito, scoprii che il dolore era cessato, strinsi il pugno nella mano e vi appoggiai la bocca, chiusi forte gli occhi e pensai a loro ai miei cuccioli, ero pronto, questo è il momento Hoka Hei. Mc.Claude s’accorse immediatamente che qualcosa era finalmente cambiato, correvo e le braccia spingevano, guardò Luisio e sorrisero, ora poteva cominciare la seconda parte del programma, il natale si avvicinava e la sosta avrebbe consentito tempo, oro colato per il metodo Mc.Claude, era durante quei dieci giorni che il Crudele ci seppelliva sotto i carichi di lavoro, avremmo avuto le gambe di marmo ed ogni muscolo del corpo indolenzito alla ripresa delle gare, avremmo sofferto e tanto per poi carburare e far sentire le note di quel gioco spumeggiante e irritente che i nostri avevano battezzato tiki taka, quello che ci aveva consentito d’essere primi, quello che Mc.Claude aveva inseguito per una vita intera senza trovarlo ed ora solo quando tutto sembrava finito gli era fiorito in mano in modo inaspettato e inatteso proprio come un dono. A due dalla seconda, quattro punti dalla prima, bastava il secondo posto per passare il turno e avremmo affrontato le dirette rivali nelle ultime due gare era decisivo non perdere contatto nella prima di ritorno, quello era l’appuntamento che non dovevamo fallire, uscire sconfitti significava essere fuori all’ottanta per cento. Arrivò il natale e mentre tutti erano in pausa, Mc.Claude come al solito ci mise sotto torchio, otto giorni d'allenamento durissimi, cominciati all’alba e finiti ben oltre il tramonto, con il freddo che bruciava i polmoni, la neve che ostacolava la nostra corsa ed un vento tagliente gelido che arrivava da nord e ci tagliava la faccia, eravamo tutti li tutti presenti e tutti pronti a sostenere la scommessa che se di uno lo era ormai di tutti. Quando alla fine dell’allenamento entrammo esausti nella sauna e ci guardammo negli occhi, in tutti brillava viva la fiamma della determinazione. Il metodo Mc.Claude ci avrebbe appesantito le gambe ulteriormente per poi sbocciare in un energia sfavillante che ci avrebbe donato quella marcia in più rispetto agli altri, perlomeno questo era il programma, nella realtà questo non accadeva anzi, restammo piantati sulle gambe ben oltre quello che pensavamo, ci qualificammo per i quarti di Coppa del Re grazie a due pareggi, Zero a Zero in casa nostra Uno a Uno in casa del Celta Vigo, i punti di svantaggio dalla vetta della classifica divennero tredici, alla fine del girone di qualificazione al secondo turno in Coppa Campioni ci qualificammo grazie alla sconfitta che lo Standard Liegi rimediò nell’ultima partita finendo ad un punto dietro noi che la pareggiammo. Il miracolo Campos sembrava terminato evaporato almeno questa era la sentenza che i giornalisti davano: Nulla è rimasto della grande squadra che ha incantato l’Europa per tre anni, ed anche la Nazionale Iberica dovrà tenerne conto, trenta giorni mancano all’appuntamento di Tokyo e; viste le condizioni, servirebbe un ulteriore miracolo. Cinque mesi e cominceranno i mondiali, Roco Valente ha poco tempo per rivedere le sue scelte e rifondare la sua Nazionale. - Ci stanno sparando addosso Mc.Claude, lasciali sparare Luisio, la squadra a retto bene questo periodo micidiale, non è crollata e questo è il primo segnale confortante, i ragazzi hanno fiducia in quello che hanno fatto, ed i frutti arriveranno, ormai è solo questione di tempo. Sembrava piu darsi coraggio che guardare la realtà, - Ci sono riscontri nei tuoi tabulati? - Ne avremmo dovuti avere, ma non c’è nessun segno di miglioramento tutto rimane piatto. Mc.Claude si guardò stancamente in giro, l’impianto era sceso nella penombra della sera, ed il prato era un manto bianco di brina, dal rubinetto dell’acqua colavano due grosse stalattiti di ghiaccio e respirando, il freddo faceva ancora male nei polmoni, - L'inverno sembra non finire quest’anno, pensò ad alta voce, Luisio si guardò in giro ed annuì, - Già ! Non ricordo un inverno così lungo e rigido, poi i suoi occhi s’illuminarono, - Ecco cos’è! Il freddo, è il freddo Mc.Claude, ma sicuro, come ho fatto a non pensarci, - Cosa c’entra il freddo Luisio? - Cosa C'entra? Il nostro programma si è basato sul clima delle ultime due stagioni, anche il telegiornale ha sottolineato che la temperatura è ben al di sotto della media stagionale degli ultimi anni, è per questo che siamo in ritardo, il nostro spunto è sempre arrivato puntuale con la primavera e la primavera è in ritardo come noi, - Allora Luisio non ci resta che fare la Danza del Sole, - Bè Mc.Claude posso chiedere a Righeira se si presta, scoppiarono a ridere ma Luisio aveva fatto centro. Due settimane dopo, la primavera cominciava a farsi sentire, la brina era sparita ed il rubinetto dell’acqua non si ghiacciava più ed anche le bestemmie di Ramon in proposito era cessate. Come un fiore che sboccia al primo, caldo raggio di sole, lo spunto, che era assente, tornava e la fioritura era completa come il lievitare di una torta nel forno, la forma saliva contemporaneamente in tutti gli effettivi e nelle ultime tre partite... Tremate, Tremate, Le Streghe Son Tornate, la Fossa urlava lo slogan femminista dopo la convincente vittoria due a zero inflitta ai campioni Greci dell’Olimpyacos. Tremate, Tremate, Le Streghe Son Tornate, L’Hugo Rodes faceva sentire la sua voce, mai ci aveva abbandonato Olivares, Filipe e gli altri sempre ci avevano sostenuto ed incitato ora dalle loro gole tuonava la voce della riscossa, il digiuno di vittorie accumulato scatenò un appetito famelico in loro ed in noi, sospinti adesso da uno stato di forma che cresceva giorno dopo giorno. Mc.Claude e Luisio avevano messo sul piatto tutto ciò che avevano e la loro scommessa non poteva piu essere ritirata, ne rifiutata, era li sul piatto come una carta di piombo. Accumulammo altre due vittorie ed una grande consapevolezza di noi, prima di presentarci all’appuntamento con il mondo! Tokyo, l’Indipendiente, La Coppa Intercontinentale. - Dove stiamo andando Alberto? – Dietro quel monte laggiù, Alfonso. Lui aguzzò lo sguardo e vide il monte in lontananza, - D’accordo, ma facciamo una pausa, sono due ore che camminiamo. Alberto sorrise, era cosi carico d’energia che non si rendeva conto delle distanze percorse e del tempo impiegato, non così Alfonso che aveva trotterellato dietro di lui fin da quando erano usciti dal paese ed ora aveva le gambe legnose e i piedi in fiamme, anche Ti Tocco con il Naso aveva la lingua a penzoloni ma non demordeva, gli piaceva quando quello strano tipo dall’odore così piacevole, partiva per la tangente e s’inoltrava per chilometri tra i monti, zingara con uno zingaro immersi nella natura, era talmente contenta che a volte aveva perfino ululato. Lui si guardò intorno, - Si facciamo una pausa, ma non qui! scelse un posto al riparo dall’aria, accese un minuscolo fuoco coperto da grandi sassi e si sedette, - Non toglierti le scarpe o non te le rimetti più, suggerì ad Alfonso bloccandone gl’intenti, dallo zaino estrasse quello che si erano portati per mangiare e bere, anche se Alberto sapeva dove trovare acqua, parlottavano tra loro ma era come se un vetro li separasse, - Dov’è che stiamo andando?, - Voglio farti vedere una cosa che stà dietro quel monte, - E cosa c’è dietro quel monte che dobbiamo superare, - C’è Macigno! – Tu lo hai trovato?, e perché non hai avvisato Carlos?, avrebbe mandato una squadra a prenderlo!, Loco Vendaval non rispondeva ma guardava Alfonso negli occhi e Alfonso capì! – Sei stato tu! Perché lo hai fatto! – Me lo ha chiesto! – A sì, lui è venuto da te e ti ha detto testuali parole?, - Non proprio come intendi tu, ma un essere è veramente in prigione quando è costretto a stare in un posto contro la sua volontà e lui vuole stare dove stà adesso, ora vieni con me e ti farò conoscere da quel toro e allora forse se sarai sensibile al tuo cuore lo conoscerai a tua volta poi deciderete voi se essere amici o nemici. – Alfonso ricordò quelle parole che si scambiarono sul balcone la sera quando quel ragazzo era arrivato a Campos, ricordava quella specie di promessa, un giorno ti farò conoscere da quel toro, possibile mai che quest’uomo mantenesse veramente tutte le promesse che pronunciava, oppure non diceva mai ciò che non avrebbe potuto essere?, si sdraiò sull’erba e guardò il cielo alto sopra di lui, pensò a Lubna, a Piccolo Falco, a Raul. Quanti Ragazzi erano passati nella vita di Lubna, alcuni rapidi come fulmini nel cielo, altri piu intensi ma poi essiccati come erba al sole, tante volte si era chiesto il perché era sempre stata Lubna a troncare, ora cominciava a capire che quello che stava aspettando era lui, e non poteva essere che un uomo come quello, che ora era sdraiato al suo fianco e con una pagliuzza in bocca guardava il cielo quasi dimenticatosi di ciò che pochi mesi prima aveva compiuto, ecco cosa gli serviva e cosa aspettava Lubna, Alberto Righeira chi Altri! Con questo è difficile annoiarsi, sempre cose nuove ti fa conoscere ed in un certo senso vivere e comprendere, ma lo fa con allegria e voglia di condividere con gli altri, si sta bene accanto a lui. Cominciò a sorridere poi scoppio in una risata, - Stai forse ridendo di me Uomo? Gli disse Alberto sorridendo a sua volta, - In un certo senso si! Ma ora andiamo a conoscere quel toro. Il vetro di ghiaccio si era sciolto come neve al sole. – Riesci a vederlo?, avevano appena superato la cresta del monte quando Alberto s’acquattò a pelo d’erba, e Alfonso lo imitò veloce, - Riesco a vedere cosa? – Macigno!, - Vedo solo steli d’erba! - Gli alberelli laggiù, vicino alla pozza d’acqua, - Alfonso guardò nella direzione e intravide in lontananza un qualcosa che somigliasse alla descrizione, - Si li vedo, allora? – Nascosto dietro di loro! – Alfonso cercò di focalizzare meglio ma non vedendo nulla prese allora il binocolo dallo zaino e vi traguardò, ci mise qualche attimo poi vide un qualcosa di grigio muoversi attraverso i rami, Alberto s’accorse che ora vedeva, - Come gli elefanti in Africa, stessa tattica, stesso risultato, ora osservalo, cerca di capire se lui è felice, - E come faccio non sono mica un veterinario, - Allora sentilo, ascoltalo, osservalo, è mite, si muove lento tranquillo sereno, non ha recinti ne qualcuno lo bracca e lo costringe alla stalla, non è un trofeo da esporre in una vetrina, ma un fratello minore che vuole vivere la sua felicità, ecco: questo è il dono che la grande madre Terra ci ha fatto, tramite il loro sacrificio il popolo sopravvive, per noi il bisonte rappresenta il popolo, la madre, il nutrimento la casa, ossia tutte le cose buone del mondo, non danaro, investimento, lucro e guadagno, significa sacrificare solo quello che è necessario e rendergli onore facendo in modo che il suo dono sia per intero, nulla si scarta, neppure le ossa, tutto serve perché tutto ti è stato donato, devi solo capire l’uso che puoi farne. Ecco: lui ora è libero anche d’accoppiarsi e magari procreare e magari moltiplicare il suo numero e per quale motivo se non essere un dono per sopravvivere, ma un dono da rispettare come se si trattasse di un fratello, non per farci il tiro a bersaglio e prendere soltanto il suo mantello e la sua lingua, queste sono cose che non onorano l’uomo ne tantomeno il dono che il Grande Spirito con il mio fratello minore mi ha fatto, sono cose da Wasichu. – Alfonso staccò gli occhi dagli oculari, non vedeva più nulla tantomeno gli alberelli, Come cavolo ha fatto questo a vederlo addirittura dietro i rami? Si voltò con l’espressione di chi ha una pregunta da fare, Alberto ghignava come chi sa già le domande che l’altro si pone, - è una questione di cosa vuoi osservare Alfonso: mai sentito parlare del terzo occhio? E non quello dove non batte mai il sole!, ma quello dei monaci tibetani, ecco una cosa del genere, uso quello che serve nel momento che serve, come tu hai usato uno strumento per vedere lontano, io lo posso fare senza strumenti e posso vedere solo le forme, solo il calore, solo la luce o tutte e tre le cose insieme, posso sentire l’odore, percepire il battito del cuore, e perfino le scariche elettriche del cervello, io sono uno sciamano Alfonso, io sono un guerriero, io sono... non fingo d’essere. – E Lubna non poteva che trovare te!, I loro occhi si trovarono – In questo Alfonso l’onore è tutto il mio. – Ora cosa facciamo? – Ora andiamo a trovare un amico, un mio fratello. – Speriamo bene, mormorò a se stesso un intimidito Alfonso. Alberto si alzò e lentamente cominciò a scendere il pendio, Alfonso imitava ogni sua mossa cercando per quanto possibile di rimanere nella sua ombra, ti Tocco con il Naso, saltellava felice intorno ai due uomini, correndo un poco in direzione di Macigno per poi fare veloce retromarcia e tornare sui suoi passi, Macigno allora uscì allo scoperto, la testa alta fiero le corna in bella vista e la coda che sferzava l’aria, Alfonso pensò d’essere giunto alla fine dei suoi gloriosi giorni, alzò gli occhi al cielo raccomando l’anima sua al suo prezioso Dio. Alberto proseguiva l’avanzata, lenta morbida flessuosa sinuosa elegante plastica era un susseguirsi di movenze come in una danza, Alfonso vide per la prima volta e ripensò ad una preghiera che gli aveva recitato una volta; con passo sacro cammina, con alito sacro parla, con vista sacra vede, - Fratello sono tornato a trovarti, avvicinati vieni a sentire il dono che ti ho portato, prese dalle tasche le carote, li spaccò in due e li porse braccia tese in avanti a Macigno, gigantesco maestoso, enorme e bellissimo, mi senti, senti il bene che ti voglio, perché sento come vuoi vivere, senti il profumo del dono che ti ho portato fratello mio, mi senti? Cominciò allora a recitare una invocazione ripetendola per quattro volte, le parole non le aveva pronunciate nessuno erano sue e nessuno poteva capirle perché soltanto chi è nato con l’armonia riusciva ad ascoltarle, quell’armonia che è innata e che l’uomo invece non possedendola deve imparare. – Alfonso era titubante, la paura gli serrava il cuore cosi tanto che non respirava più, Ma quella montagna di muscoli e corna era così mansueto mentre si avvicinava al dono che quell’uomo aveva con se, da lasciarlo stupefatto, lo vide mangiare dalle sue mani, farsi carezzare il naso la fronte tra gli occhi, toccare le corna, farsi grattare l’ascella anteriore, vedeva quella cagnolina correre e abbaiare tra le sue possenti zampe, annusare i suoi zoccoli unghiati, senza arecargli alcun fastidio, allora il cuor suo cominciò a capire e comprendere la verità che quel ragazzo gli aveva espresso, il modo che ognuno di noi ha nel rapportarsi con gli altri che sfocia in un conflitto o in una amicizia. Restò a distanza ma non tale da poter sfuggire alla sua carica se ve ne fosse stata, Macigno lo guardava e forse si chiedeva il perché quell’uomo restasse distante pur essendo così vicino, grugnì in modo gutturale e fece un passo nella sua direzione, Alberto lo guardò e gli fece cenno di non muoversi e di non guardarlo negli occhi, lo sentì avvicinarsi, talmente vicino da percepirne l’odore, sentiva il respiro del toro e il suo gutturale esprimersi, poi lo vide tornare indietro e allontanarsi, attraversò il ruscello e come se fosse vento cominciare a correre oltre il pendio del monte. Il tempo sembrava essersi fermato, a Campos neppure le mosche osavano ronzare. Nello spogliatoio, ognuno di noi era chiuso nel silenzio dei propri pensieri, seduti sulle panche a spalla a spalla, eppure distanti, immersi nella propria, personale concentrazione, ognuno di noi innalzava la propria silenziosa preghiera al suo Dio, ripercorrevo tutti gli attimi della vita, tutti gli episodi che mi avevano portato ad essere lì adesso! Le grida degli amici, in quel campo polveroso sopra il monte a due passi da casa, l’esclusione dalla squadra di quartiere, la vendetta che il Grande Spirito mi aveva concesso, il provino superato che mi spalancava le porte della serie A, l’esordio, il primo gol, i successi, la notorietà, la stupidità dell’età, l’infortunio, il voltafaccia, la morte di mia madre, i Sioux, Orso in Piedi, il Campos, Lubna, Piccolo Falco. Il profondo silenzio dello spogliatoio, il respiro degli altri, il battito dei loro cuori, lo scorrere impetuoso del loro sangue nelle vene, bussarono alla porta è tempo!. È tempo pensai, sollevammo il capo e ci guardammo negli occhi, battei le mani, le sfregai tra loro e le passai sulle gambe sugli stinchi sulle cosce, reclinai la testa all’indietro occhi chiusi e mani incrociate sul petto respirai, profondamente e lentamente, l’odore dell’olio canforato riempiva l’ambiente, é tempo. Il cerchio, la preghiera, l’invocazione, è tempo. A spalla a spalla con i nostri avversari, i loro sguardi ostili, minacciosi, le nostre mascelle serrate, i muscoli contratti, la luce del sole in fondo al tunnel ed il fragore degli spalti gremiti. La Coppa Intercontinentale sfavillava di riflessi dorati, esposta al centro del campo, le squadre sfilarono lente l’una di fronte l’altra stringendosi la mano, lo scambio dei gagliardetti la scelta della sorte lo schieramento, è tempo. La lotta si accese all’istante, Mc.Claude ci aveva istruiti, i contrasti furono immediati, duri, secchi, l’Indipendiente impostò la gara sul lato fisico, basandosi sull'aggressività dei singoli sicura di aver ragione d’avversari tanto giovani. Cercò d’intimorirci affondando i teakle in modo ruvido deciso, ma impostavano il loro gioco sul estro dei singoli, lasciando che l’inventiva personale trovasse sbocchi letali nelle nostre fila, cercando di saltarci nell’uno contro uno. Si trovarono di fronte ad un organizzazione di gioco inattesa, con scalature e raddoppi rapidi precisi e puntuali, saltavano l’uomo cercando di verticalizzare la loro azione e si trovavano nella morsa di altri due che li costringevano ad allargare orizzontalmente il gioco facendogli perdere velocità e penetrazione. Come al solito li costringevamo a tornare sui propri passi e ricominciare l’azione daccapo, si trovavano quasi sempre in possesso palla e questo l’indusse a sottovalutarci non pensando, invece, che quello era il nostro gioco, che su quello Mc.Claude aveva costruito la nostra battaglia, farli correre, farli crescere, esaltarli, indurli ad osare ad aggredirci a sottovalutare le nostre frecce letali che l’arco stava incoccando per conficcarle, non appena mostravano il fianco, nascondendo loro il nostro Tiki Taka. Il loro Mister aveva i capelli bianchi soffici come neve ed il volto marcato abbronzato dal sole, si era maturato sui campi di tutto il mondo e fiutò la trappola, cominciò a sbracciarsi a richiamare i suoi ad un più attento movimento tattico, si sgolava cercando di far indietreggiare il baricentro della sua squadra che si era pericolosamente spostato troppo in avanti. Non appena De Fuente ebbe lo spazio per imbastire l'azione ci aprimmo a ventaglio infilandoci con gli esterni lungo le fasce mentre Fimenta e Lomes andavano in profondità, in un attimo sette dei nostri erano nella loro metà campo contro cinque dei loro, Tiki Taka e la palla non la vedevano piu, De Fuente esterno per Garcia ancora al centro per l’avanzato Fimenta e tocco di prima a far correre sul fondo Filos, controllo e cross al centro la testa di Lomes, sfiorò la palla aerea ma non riuscì a colpirla, entrai sul lato opposto in scivolata e riuscii a colpire il pallone indirizzandolo sul primo palo, il portiere rispose con un tuffo e deviò la palla sul fondo. Sentii le urla del loro mister che, inferocito, imbeccava i suoi con bestiali sproloqui, il pericolo corso e l’atteggiamento furioso del loro mister l’indusse ad un atteggiamento tattico meno spavaldo ed inasprirono il contatto fisico. Lomes, come al solito, si batteva come un toro e fu il primo a subire la durezza dei loro interventi restando a terra per alcuni minuti con la caviglia dolorante, ma non era il solo a prendere botte tutti eravamo sottoposti ad un vero randellamento, picchiavano sapientemente, soprattutto sul piede d’appoggio, e scalciavano violentemente quando la contesa della palla finiva in una mischia. Mc.Claude vide una luce strana nei miei occhi, ed un ringhio a denti stretti tra le labbra, ne ebbe quasi timore, ciò che ero aveva preso il sopravvento, stanco d’essere malmenato cominciai a restituire i colpi subiti, uno di loro mi venne sotto ringhiando sulla mia faccia, appoggiammo le nostre fronti una contro l’altra e l’arbitro ci venne a dividere, l’altro m’insultò in spagnolo dandomi del finocchio, io gli risposi nella stessa lingua definendolo sterco di vacca, un altro intervenne alle spalle spintonandomi, mi girai e lo spintonai a mia volta facendolo cadere e andandogli vicino gli ringhiai sulla faccia, si scatenò una mezza rissa dove volarono minacce e spintoni un altro cercò di spintonarmi ma fui più lesto l'evitai, Guilerce, Lomes, Garcia, Medenta e Lorcia mostrarono i loro muscoli e la loro determinazione, gli animi si placarono ma ce le promettemmo lo stesso. Su calcio d’angolo entrai in contatto stretto con i difensori che mi avevano invitato al centro dell’area chiamandomi con la mano, senza il minimo timore mi ci buttai in quella mischia: quando la palla si alzò nel cross, nessuno la cercò, i colpi volarono proibiti e duri, con una gomitata alle costole stesi in terra quello sterco di vacca che mi aveva definito finocchio, rimasi a guardarlo negli occhi mentre la smorfia di dolore segnava il suo volto, fu vendicato da un compagno poco dopo, ero riuscito a sfuggire sulla fascia e fui scalciato da tergo in modo brutale e doloroso, ma non appena il tipo rientrò in possesso palla, Guilerce gli entrò a piedi uniti sugli stinchi facendolo volare in aria. Antares era quello che invece soffriva più degli altri la pesantezza fisica del suo avversario, non riusciva proprio a tenerlo fisicamente, ne veniva sempre sbilanciato in ogni contatto fisico, costringendo me e Guilerce agli straordinari per andare a chiudere, dall’altra parte Filos non riusciva proprio ad andare via al suo diretto, ne veniva superato e chiuso, costretto poi a rincorrerlo lungo la fascia nella nostra zona difensiva, dove Medenta scarpinava senza più ritegno e strano, nessuno andava a ringhiargli sulla faccia. Il passaggio di Fimenta era esattamente a metà strada tra me e quello Sterco di Vacca sudaticcio e puzzolente, ringhiammo mentre ci avventavamo sulla palla che scendeva a metà strada tra di noi, non la guardai non era lei che cercavo, presi il tempo e la mira calciammo contemporaneamente, le nostre caviglie cozzarono rumorosamente tra loro e cademmo entrambi a terra in preda ad un dolore fortissimo, rimasi piegato su me stesso con la faccia nell’erba e la caviglia stretta tra le mani, mi sembrava che il piede si fosse staccato dalla gamba, talmente acuto era il dolore che non mi permetteva di parlare... ma così come rapidamente era arrivato, rapidamente passò... permettendomi di rimettermi in piedi, Sterco di Vacca che fino a quel momento aveva fatto sentire i tacchetti delle sue scarpe a tutti, era a terra esattamente come il suo nome meritava, la sua caviglia si era gonfiata immediatamente assumendo il caratteristico colore pesto della frattura, era uno dei picchiatori più duri della loro squadra, un vero killer un bastardo e vederlo a terra con la caviglia in pezzi, fece calmare gli altri, perché Io Loco Vendaval invece, ero in piedi ed indenne e soprattutto pronto a darne ancora. Dalle tribune si sollevò l’inno del Campos ed il mio nomignolo vene scandito ripetutamente, molti occhi erano incollati alla Tv, milioni di occhi. La fine del primo tempo era prossima e gli animi, dopo quella sostituzione forzata, si erano placati, avevamo dimostrato di poter picchiare al loro stesso modo e cavarcela, in questo non ci erano superiori e non ci avevano spaventato, anzi avevamo risposto colpo su colpo con il coltello tra i denti ed eravamo addirittura andati alla loro caccia, eravamo una squadraccia, potevamo comunque giocarcela, anche sotto il profilo fisico oltre che sotto quello tecnico tattico. Ora, che ce le eravamo date di santa ragione, non restava che giocare al calcio. Mc.Claude non disse una parola su quanto accaduto in campo, conosceva i nostri avversari li aveva studiati, sapeva che avrebbero cercato d’intimorirci e mirato alle nostre caviglie, ma sapeva che erano dure forgiate da lui e avrebbero resistito e restituito i colpi, decise soltanto di sostituire Filos con Enriche sulla fascia destra e Antares con Coimbra sulla sinistra dietro di me, non cambiava nulla nel nostro schieramento tattico, soltanto che, Coimbra era più fisico di Antares ed a contatto con l’avversario molto più ostico da sbilanciare, mentre Enriche era migliore di Filos, nell’uno contro uno, anche se sensibilmente meno rapido, ma riuscendo a saltar l'uomo più spesso avrebbe procurato piu spazio per la manovra di De Fuente. Ora che la rissa era terminata la partita cominciò a decollare, il Tiki Taka che i nostri avevano battezzato, quello che Mc.Claude aveva insistentemente inseguito per una vita fioriva come margherite in un campo, dagli spalti l’urlo del Campos cominciò a scendere come una valanga dalla montagna, travolgendo tutto donandoci quell’esaltazione che divenne inferno per gli avversari, gli scambi cominciarono ad essere rapidi e determinati a costruire gioco per trovare il gol, dopo quindici venti minuti di fasi alterne dove nessuna delle due compagini riusciva a superare l’altra, cominciammo ad averne ragione, il pallino del gioco piano piano si spostò dalla nostra parte, e; cominciò quella serie fittissima di passaggi che i nostri sostenitori, giunti in gran numero, conoscevano bene, quella serie ininterrotta di passaggi di prima precisi ed efficaci era capace di far saltare i nervi a chiunque, esaltandoci Tiki Taka, Tiki Taka gridavano dagli spalti e cominciarono a giocare secondo i nostri dettami, cominciarono ad aggredire il portatore di palla in pressing per riprendersi il pallone che non riuscivano più a vedere, solo che la nostra abilità ci consisteva di cambiare il portatore di palla ad una velocità doppia del loro pressing, così si trovarono presto a correre dietro al pallone in una sorta di torello ininterrotto, mentre noi mulinavamo gioco cercando il varco per offendere, spostando il gioco da destra a sinistra in avanti e indietro con un ritmo sempre blando ma ininterrotto ed una estrema padronanza del gioco, sette minuti consecutivi con il pallone in nostro possesso una lezione di calcio che in quei sette minuti i nostri dagli spalti sottolineavano con degli Olè, denigratori ed irritanti, De Fuente, Fimenta, Antinas, cominciarono a brillare come stelle luminosissime in un cielo notturno, la loro classe cristallina stava diventando spumeggiante attimo dopo attimo, Coimbra dietro di me mi garantiva la copertura ed i miei affondi veloci erano divenuti cattivi cominciavo a demolire il loro fianco sinistro, mentre sull’altro lato le iniziative di Enriche stavano facendo impazzire i loro esterni sinistri che ricorrevano sempre più frequentemente al fallo per averne ragione, al centro Lomes era un ariete indomabile, a quindici minuti dalla fine il nostro si era trasformato in un vero e proprio assedio. Antinas Coimbra Garcia Fimenta Lomes erano andati alla conclusione senza riuscire a metterla dentro, il loro tecnico era stravolto, la sua voce ormai roca dal tanto urlare rispecchiava lo stato d’animo interiore, stava perdendo il campionato del mondo, scattai ancora rapidissimo sulla fascia, per andare a prendere il lancio calibrato di De Fuente, inseguito dal difensore, una volata senza fiato per arrivare primo sulla palla, riuscii a controllarla un attimo prima che uscisse, ma la morsa dei due difensori si chiuse sulle mie gambe facendomi cadere, mi rialzai per battere la punizione, mi resi conto che il mio avversario diretto era con la lingua di fuori, cotto, completamente cotto, era ancora piegato in due e le mani stringevano i fianchi mentre respirava a bocca aperta, anche altri avversari erano nella stessa condizione, mentre vedevo i miei che si muovevano come se avessero appena cominciato a giocare. Le alchimie d'allenamento di Luisio erano sotto lo sguardo del mondo calcistico, era il momento di farli uscire di chiamarli a giocare lontano dalla loro area, dovevamo cambiare tattica, rallentare le nostre azioni ed illuderli di aver vuotato il nostro serbatoio, uno sguardo d’intesa con Mc.Claude e poco dopo ecco l’ordine, lui aveva il dono di leggere le partite dalla panchina come nessun altro poteva soltanto sperare o minimamente pensare di poter fare, con fare concitato altamente scenografico c’invitava ad indietreggiare, indicando di coprire maggiormente la nostra difesa, fù allora che il mio sguardo si posò su di un gruppo, seduto nella tribuna d’onore, riconobbi Marta impossibile non farlo, il biondo dei suoi capelli riluceva con riflessi d’oro nel sole, Rodes gli era accanto con Hangarfood ed un esile figura la suo fianco, JULIAN, era lì! Stava rischiando ma voleva esserci costasse quello che costasse, voleva con tutto se stesso essere presente e c’era, una dimostrazione di forza di volere e di volontà straordinaria in un corpo ancora troppo fragile, ma la strada era imboccata e la sua volontà di guarire forte molto forte. I nostri ritmi calarono lentamente e le nostre folate offensive divennero meno rapide e brillanti, quasi casuali, mantenendo comunque un preciso studiato possesso palla, sviluppando però l’azione in senso orizzontale e frequentemente dando palla indietro, come se stessimo facendo melina per far passare il tempo e raggiungere i supplementari, sia io sul lato sinistro che Enriche sul lato destro giocavamo spalle alla loro porta, restando in posizione anche quando venivamo sollecitati dall’azione, stuzzicando la loro attitudine offensiva a salire con gli esterni. Garcia venne richiamato per far posto a Lois, dalle spiccate doti difensive, esaurendo i cambi a disposizione e dando così l’impressione di volerci chiudere e sperare nei supplementari per poi i rigori, a quel punto il loro Mister giocò le sue carte inserendo due uomini freschi al posto degli esausti centrocampisti laterali, che vennero presi in consegna da Coimbra e Lois, la trappola si era chiusa, la loro freschezza infatti l’indusse a salire sulle fasce dando un notevole contributo all’azione offensiva che noi ostacolavamo con un parvenza d’incerta convinzione, ma facendo questo si portavano al traino i loro corrispettivi laterali difensivi ormai sfiniti, salirono fino a centrocampo, soltanto Lomes era rimasto in zona d’attacco e non appena Fimenta entrò in possesso di palla, gli si propose andandogli incontro, Fimenta l’invitò allo scambio nel cerchio di centrocampo, Lomes gli rimandò palla indietro proponendosi per lo scatto sulla destra fu un attimo, i due centrali abboccarono alla finta seguendolo ed immediato partì il veloce fendente che in profondità sulla sinistra entrava nello spazio vuoto creato magistralmente da Lomes, nella zona morta quella in cui nessuno vuole stare. L’arco ha scoccato la sua freccia letale Mc.Claude si alzò in piedi sentendo dentro di se la scossa della premonizione, l’accelerazione che imprimetti ai piedi stracciò via l’erba da sotto i tacchetti lasciando il loro esterno destro sul posto, con la corsia sinistra completamente libera, volai sopra l’erba, esprimendo tutta la velocità di cui ero capace, 10,70 nei cento piani, andando a prendere il pallone, con il sinistro l’accarezzai e con l’esterno destro lo controllai accentrandomi leggermente, uno dei due centrali cercava disperatamente di recuperare la posizione ma ero in netto vantaggio, con la punta del piede destro controllai ancora la palla entrando nell'area leggermente decentrato, il portiere uscì cercando di chiudermi lo specchio mentre il centrale rientrava alle sue spalle per chiudere lo specchio della porta, in piena corsa uncinai, con il destro, il pallone fermandolo, il portiere andò giù ed anche il difensore andò giù alle sue spalle come figurine che cadono una dopo l’altra e mentre, spinto dalla forza d’inerzia, stavo cadendo in avanti anch’io, con una torsione del piede schiaffeggiai la palla di collo destro, che sfiorò i piedi del portiere a terra e s'infilò nella porta vuota. La mia posizione era proprio sotto la tribuna centrale, si vide distintamente il movimento di Lomes e lo scambio di palla tra lui e Fimenta, la lacerazione del loro fianco sinistro e poi l’apertura contemporanea al mio scatto, impressionante per accelerazione e velocità, allora una specie di rantolo cominciò ad uscire dalla bocca di Julian e più mi avvicinavo alla palla più cresceva nella sua gola, poi il controllo, il doppio cambio di direzione e l’ultimo spunto dentro l’area, Hangarfood lo guardò, senza credere ai suoi occhi, Julian era… in piedi! il suo rantolo per lui era voce del cielo, tornava ad essere, un urlo strozzato ripetuto e strozzato ancora mentre i suoi occhi verdi brillavano luminosi di una felicità mai provata le braccia tese con forza in avanti cercarono l’immediato contatto con il corpo del padre, che non aveva visto nulla, soltanto il proprio figlio dapprima rantolare, alzarsi in piedi ed alla fine abbracciarsi a lui con gli occhi finalmente vivi. La sua vita, la vita di Julian quella che da anni non era stato più capace di vedere, gli occhi gli si allagarono di lacrime mentre le braccia del figlio si stringevano intorno al suo collo. Sentii l’urlo della folla che accompagnava il mio scatto in un crescendo man mano che riducevo la distanza dalla palla, appena ne entrai in possesso caddi come in una bolla di silenzio, sentivo soltanto il cuore che batteva forte ed il respiro che s’interruppe in una specie d’apnea finché non vidi gli avversari, che sorpresi dal mio stop, cadevano a terra sbilanciati, prima uno poi l’altro mi sentii sbilanciare da una forza che non potevo contrastare ma prima che perdessi l’equilibrio un ultimo guizzo mi consentì di colpire la palla ed indirizzarla nella porta, non vidi il momento in cui attraversò la linea bianca, impedito dai corpi distesi a terra del portiere e del difensore, sentii soltanto un urlo dirompente percuotere l’aria, mi rialzai e vidi la palla rimbalzare stancamente nella porta, allora una strana euforia s’impadronì di me le gambe correvano veloci verso il nulla le braccia si alzarono al cielo e dalla gola un urlo di felicità eruppe, sentii che molte mani mi afferravano senza riuscire a fermarmi poi caddi in terra e venni sopraffatto da molti corpi esultanti, sentivo le grida di gioia dei miei compagni ma erano stranamente lontane, avevo le orecchie ovattate e lo sguardo appannato, mi ero stracciato il cuore per andare a prendere quella gloria che era dietro quella porta e l’avevo scardinata, ma ora tutta la forza era esaurita, non riuscivo più a camminare ero come vuoto da ogni energia, mi mancava il fiato poi improvvisamente tutto si riaccese vedevo le bandiere sventolare e sentivo l’urlo della folla, l’arbitro ci venne a richiamare, mancava ancora un pò alla fine e dovevamo lottare ancora, mi accorsi che non riuscivo più a correre, mi mancava il respiro avevo il cuore in gola che batteva così forte come se volesse esplodere, passarono alcuni momenti, forse dei minuti e quello stato di trans non mi abbandonava. La storia era troppo imponente tutta quella gloria era troppo devastante, l’avevo cercata inseguita ed ora mi si era spalancata davanti, con tutto il suo peso ora dovevo meritarmela questa penna d’aquila difenderla!, Dovevo reagire! Sentivo che dovevo reagire, Hoka Hei! Provai a correre dietro alla palla ma questa era troppo veloce per me, ma non mollai e provai ancora ed ancora, sentii nel vento Lubna, finalmente le gambe cominciarono a farsi meno pesanti il respiro tornava ed il cuore scese di nuovo al suo posto, sudavo copiosamente ma sentivo che ero tornato in me ed anche gli avversari che cercavano nell’ultimo respiro il gol dei supplementari, ero tornato e stavo lottando con una nuova penna d’aquila sul copricapo fino ad intercettare un pallone e calciarlo il più lontano possibile, Lomes lo rincorre lo cattura lo difende come solo lui sa fare, El Matador, gli vado incontro per offrirgli l’appoggio necessario a tenr palla e in quel momento l’arbitro fischiò la fine. Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, eravamo Campioni del Mondo. Le mani di Antinas afferrarono la coppa e con un urlo liberatorio l’alzò al cielo, la Coppa Intercontinentale dei Campioni del Mondo brillava sotto i riflessi del sole alta nel cielo tra le mani di Antinas, ce la passammo di mano in mano facendo il giro d’onore sotto gli spalti che si riversavano verso di noi, incontrai gli occhi scintillanti di Mc.Claude, inumiditi da felici gocce di luce l’abbraccio fù immenso forte e prolungato, Campioni del Mondo mi ringhiò in faccia, le bandiere al vento e le sciarpe che roteavano riempiendo lo stadio dei colori giallo blu, con il cuore gonfio d’orgoglio scendemmo negli spogliatoi e lasciammo che la gioia ci travolgesse. Fiumi di Champagne si riversarono sopra le nostre teste inzuppando chiunque si trovasse a tiro, esausto, intriso di liquido appiccicoso ed amarognolo mi abbandonai alla panca, la coppa appoggiata sul tavolo al centro dello spogliatoio era il totem della tribù, continuavo a fissarla come ipnotizzato dai suoi riflessi, sono Campione del Mondo mi dissi; quel ragazzino che dava calci ad un pallone nel campetto polveroso sul monte vicino a casa è diventato Campione del Mondo! Ci sono riuscito e questo nessuno mai me lo toglierà. Una strana malinconia mi salì in cuore, era come aver superato gli esami ed aver preso la laurea, ero felice ma cosciente che la scuola era terminata e si sarebbe perduto il contatto con quella realtà, con i compagni, tutto ora si trasformava mutava, evolveva, la gloria, la notorietà, eravamo in piena luce i riflettori puntavano noi e nessun altro poteva essere così bello, gli Dei erano Felici.. Li guardavo mentre ridevano e scherzavano euforici, mentre si tiravano secchiate d’acqua o si rincorrevano si abbracciavano e saltavano insieme cantando gl’inni dei supporter, chissà quanti di loro sarebbero restati, quanti di loro avrebbero resistito alle lusinghe delle sirene, quanti di loro sarebbero diventati come Pino, Giorgio, Golia. Un corteo festante e rumoroso ci scortò fino all'aeroporto, si tornava a casa, Alfonso mi aveva raccontato quello che era accaduto a Campos, la terza guerra mondiale era esplosa improvvisa al fischio finale, una cosa indescrivibile, era stato costretto a chiudere la locanda a serrare tutte le imposte ed a sottrarsi alla folla che voleva complimentarsi con lui per me, - Ad un certo punto ho avuto quasi paura. L’aeroporto di Madrid era preso in ostaggio da migliaia e migliaia di tifosi, ci mettemmo in fila sulla scaletta dell’aereo ed Antinas sollevò la coppa, un boato assordante si sollevò dalla folla che la polizia non riusciva a contenere spintonata dall’immane massa di tifosi che volevano toccarla, non eravamo il Real e neppure il Barça, assuefatti in qualche modo a tale gloria, eravamo per tutti i Ragazzi del Campos F.C. 1885 eravamo i ragazzi di Spagna, i giovani figli che ogni tifoso custodisce nel cuore, tre cordoni di poliziotti servirono per creare l’esiguo corridoio tra la folla ed il pullman, a Campos, la roccaforte dei nostri tifosi, ci attendeva l’apoteosi; ci fermarono ci tirarono giù ad uno ad uno e a braccia ci portarono fin alla piazza vecchia, Ero sulle spalle di Olivares, chi altri! Alzammo la Coppa Intercontinentale e la folla esplose come in una tempesta, le braccia tese verso il trofeo mi fecero pensare, non so perché, al vitello d’oro di mosé, ma questo era soltanto il simbolo, l’emblema di una grande vittoria, la più prestigiosa di cui un Club potesse fregiarsi, scacciai sdegnato quel pensiero, non si vive di sola fede, è indispensabile si, ma anche Gesù, faceva riposare i suoi discepoli. Fu proprio in mezzo al nostro pubblico, mentre i cori salivano al cielo e riempivano l’aria della valle che si saturava d’allegria che cominciai a rendermi conto dell’impresa storica portata a termine, da sopra il palco vedevo la gente sommersa dalle bandiere, un mare di bandiere, che come le onde carezzano il corpo sdraiato su di una riva sabbiosa cullando i pensieri labili e vaporosi, così, carezzavano i nostri sogni, colorandoli di luci e bagliori, Campioni del Mondo, noi!, noi i ragazzi del Campos, avevamo donato al nostro popolo il massimo di quello che potevamo donargli e ogni singolo che cantava saltellando ubriaco di felicita nella piazza vecchia, si sentiva Campione del Mondo! Quale altra impresa sportiva può coinvolgere in modo così totale un intero popolo, quale medaglia olimpica può dare ad un intero popolo questo fregio, nessuna impresa individuale può riempire il cuore di un emozione così forte, così vera, così palpabilmente reale, solo un gruppo che coinvolge un intero popolo può riuscire in questo e allora si ! Tutti noi, perché insieme lo abbiamo cercato voluto sostenuto, siamo Campioni del Mondo. Lubna era una maschera di pietra, talmente tesa che uno spillo non avrebbe potuto conficcarsi nella sua pelle, Raul era statua di marmo bloccato inespressivamente con lo sguardo alla TV, il Club stracolmo di gente, traboccante di facce dipinte di giallo blu, ogni ragazzo ogni fanciullo portava sul viso le pitture di guerra del Campos, George Florens rimase senza parole davanti a quella folla che ingombrava la strada all’entrata dell’Indian Campos Club. In città da giorni non si parlava d’altro e l’appuntamento con la Coppa del Mondo era l’argomento, il Superball richiamava la stessa folla di sostenitori intorno ai loro Club, ma George era comunque scettico in proposito all’importanza del Football e il Soccer come lo chiamava lui, ma ora doveva ricredersi per quello che vedeva e per come questo avvenimento stava venendo vissuto in quella riserva. Si fece largo e a stento s’inoltrò tra tutta quella gente, un cordone di uomini impediva l’entrata al Club ormai saturo di persone addentranvisi era quasi impossibile, una muraglia umana fitta come un cespuglio di rovi impediva a chicchessia di perforare quel muro, la sera calava lentamente ma ogni angolo della città pupulava di gente, chiunque fosse in grado di trasmettere l’evento si ritrovava con il locale completamente esaurito, mantenere l’ordine pubblico in una situazione come quella era impossibile per quel pugno d’uomini che aveva a disposizione, per questo si era rivolto personalmente ai suoi alleati ed anche a Ted chiedendogli di aiutarlo a mantenere una situazione vivibile in città, l’aiuto degli Akicita si stava dimostrando efficace, era grazie a loro che l’afflusso dei tifosi nel Club era impedito e George rimase sorpreso dal rispetto che tutti portavano a quegli uomini che davanti all’entrata facevano muro, a stento riuscì a guadagnare l’entrata gli Akicita lo riconobbero e l’invitarono ad entrare, all’interno la situazione era incredibile, la gente era stretta come in una scatola di sardine, il volume dell’audio al massimo eppure a stento riusciva ad essere percepibile al suo orecchio, tutti gridavano trasportati da un eccitazione che montava sempre di più man mano che l’inizio della gara s’avvicinava esplodendo di tanto in tanto al grido di Loco Vendaval, e in quei momenti tutto vibrava anche le pareti, le sedie erano state tolte per permettere il massimo della capienza e la sala pur grande divenne sempre piu piccola, soltanto davanti allo schermo due donne stavano sedute, Rose, con la pancia che era ben visibile ed il dono che portava al suo interno quasi maturo, Lubna, che non mostrava ancora chiaramente che in lei il dono cresceva, bloccato nelle sue gambe aveva un piccolo diavolo euforico, vestito da indiano come a carnevale, ma era autentico, con l’argento vivo addosso, lo tratteneva a stento ma il suo volto era di pietra e gli occhi fissi allo schermo, tra le due donne alle loro spalle Raul in piedi aveva la stessa identica espressione della sorella, George s’accorse che non riusciva a staccare gli occhi da Lubna, quella donna era bellissima e la sua bellezza magnetica, soltanto l’arrivo di Ted che s’intromise nella sua vista lo distolse, un sorriso forzato era quello che gli mostrava, la tensione nel suo volto era palpabile, Loco Vendaval poteva essere proiettato all’apice della popolarità portando con lui il suo progetto alla stessa altezza, Ted era tesissimo e George se ne rese conto quando le loro mani si strinsero, la forza che sentiva in quella stretta era nervosa ed eccitata, - Questo è un momento importante per noi e sono felice che lei sia venuto a viverlo insieme a noi. – Che sia importante è evidente vista la gente che è qui dentro e fuori, spero per voi che tutto vada per il verso giusto, le parole cessarono di colpo le telecamere inquadrarono il sottopassaggio dove i contendenti si stavano raggruppando, la figura di Righeira venne inquadrata ed immediato esplose un grido d’incitamento, per trasformarsi immediato in un trillio di lingue prolungato. La gara era dura e gli scontri fisici estremi, George dapprima scettico ora appariva più coinvolto, lo scontro fisico, il superamento muscolare dell’avversario era cosa che a lui piaceva e vedere che se le stavano dando di santa ragione lo catturava, non era certo il Football ma era comunque interessante, gomitate calci addirittura pugni e quando la fronte di Righeira si appoggiò su quella dell’avversario, quando vide il ringhio feroce rabbioso con cui lo stava minacciando, attirò ancor di piu il suo interesse, - Spaccagli la faccia, ringhiò Ted al suo fianco, in piena trans agonistica, la rissa che si stava scatenando in campo fomentava gli animi di quella gente, vide Lubna schizzare in piedi e con il pugno teso allo schermo gridare qualcosa d’indicibile per una donna, Raul era inviperito e sosteneva con la sua voce l’incitamento ai colpi proibiti, - Spaccagli le gambe a quello stronzo, un primo piano del volto di Righeira gli diede l’esatta dimensione di ciò che in quell’uomo s’incendiava, i denti serrati tra loro erano visibili in quel ringhio animalesco, gli occhi erano colmi di un odio assassino, - Adesso lo sbrana gridò Lubna convinta di ciò che diceva, e le immagini non tardarono a dargli ragione, quell’uomo si era gettato nello scontro fisico con tutto il suo ardore con tutta la sua rabbia agonistica e senza remore cercava l’avversario, era a caccia e lo si percepiva, George ne era attirato, era sempre al centro della mischia e menava come un fabbro, quando il pallone uscì e gli uomini si allargarono ve ne erano due in terra e tra loro Loco Vendaval in piedi che li guardava dall’alto in basso, si era gustato tutta la scena quelli che l’invitavano al centro dell’area e lui che vi si gettò, poi una mischia furibonda come nel Football e due avversari rimasero ai suoi piedi, poi ancora quando la palla scendeva a candela tra loro due lo vide cercare l’uomo e non la palla, l’intuì perché lui stesso avrebbe fatto lo stesso, l’impatto tra le caviglie fù devastante, ammutolì l’intera città, poi al grido di Loco Vendaval quello si rialzò indenne e il suo avversario uscì con la caviglia spaccata, - Per Dio mormorò, ma è fatto di cemento armato quello? – Quello è il nostro guerriero, quello è Loco Vendaval il pellerossa, gli gridò una voce alle sue spalle, Carica d’esaltazione che divenne immediatamente amplificata dagli altri, Loco Vendaval, Loco Vendaval, il rombo di quel nome divenne assordante, ora certo sapeva chi era quell'uomo, chi rappresentava e cosa rappresentava, i ragazzi i fanciulli non avevano occhi che per lui e lui era lì, nel mezzo della battaglia e si stava coprendo di gloria era lì al di sopra degli altri, al di sopra di tutto il popolo, era esattamente quello che si ergeva al di sopra degli altri e che racchiudeva in lui i poteri della ruota di medicina, quello che le donne incoraggiavano con trilli di lingua dal monte quello che gli altri guerrieri seguivano fino alla morte, perché era bello morire insieme a lui e quella donna bellissima era la sua, George cominciò ad ammirarlo a sentirne lo spessore, a percepirne l’importanza, e rimase senza fiato quando piazzò lo scatto con cui polverizzava la porta che lo separava della storia, un urlo crescente di desiderio di vittoria saliva in gola a tutti mentre Loco Vendaval si precipitava sulla palla la raggiungeva la controllava entrava in area mandava in terra l’ultimo ostacolo e spingeva la palla oltre la porta, anche George si sentì la scossa nel cuore e la sua pelle farsi d’oca, poi l’esplosione disumana delle gole della folla al Gol, anche lui gridò, anche lui. Lubna lo vedeva attraverso il velame della commozione che offuscava i suoi occhi, si era abbracciata con tutta la forza a Raul nel momento del Gol e Raul quasi gli spezzò la schiena nell’impeto ma nessuno dei due mollò la stretta, si gridavano impazziti ad un centimetro dalle rispettive facce, impazziti e Piccolo Falco faceva salti di gioia intorno a loro, gridava con tutta la voce che aveva e saltava e gridava e rideva e correva... lo vedeva attraverso il velame della commozione, si era spento, sopraffatto dalla fatica dall’emozione dalla gloria si era spento e lei l’invocava di riprendersi di continuare a lottare per portare nel suo cuore qualcosa che non avrebbe dimenticato più, l’invocava con tutto il suo cuore e Alberto Righeira parve ascoltare riappropriarsi delle sue forze e combattere. Poi tutto fu follia intorno a loro ed il frutto che dal corpo e dall’emozione si nutre continuava a crescere.
La luce dell’alba rischiarava il cielo ad est ed il sole sorgeva dietro all’orizzonte incendiando il cielo con i suoi raggi dorati, la strada piatta, dritta come una spada, tagliava in due i verdi campi agricoli della terra di Campos, i miei piedi la percorrevano leggeri, alternandosi con la loro cadenza costante, ritmica, gli occhi fissi verso l’orizzonte, verso il sole, che lentamente, si staccava dalla terra con un ultimo flaccido incandescente legaccio, divenendo una palla di fuoco gialla nel limpido cielo blu, non era più una corsa la mia, ma una leggera danza incontro al sole, mi sorpresi a cantare, danzavo correvo e cantavo con le braccia levate al cielo e lo spirito libero. Danza Sciamano, corri uomo canta e gioisci, perché in te vi è la felicità, l’armonia, la gioia delle cose semplici delle cose autentiche, perché in te c’è l’amore per l’autenticità delle cose che ti circondano, allora uomo canta, corri e gioisci e tu Sciamano innalza la tua preghiera di ringraziamento per la felicità del popolo. Anche Naso, sembrava percepire il mio canto, correva, scodinzolava e abbaiava felice tutt’intorno. Eravamo lì, seduti l’uno al fianco dell’altro, era proprio come pensavo, Laureati che non scorderanno mai i loro compagni di classe. Ora dovevamo fare i conti con quello che eravamo, i conti in tutti i sensi - Ora dobbiamo onorare quello che abbiamo conquistato, perché da oggi tutti vorranno battere i Campioni del Mondo e statene certi ci proveranno in tutte le maniere, per questo, ora, dobbiamo sacrificarci ancora di più, allenarci meticolosamente ed essere determinati nel conseguire l’obiettivo, andiamo ad allenarci ragazzi e metteteci quel cuore consapevole di voi stessi perché tutti vorranno vedere davvero se siete diventati uomini. Mc.Claude sapeva che da ora alla fine della stagione, ogni partita era una conferma di ciò che eravamo, ogni avversario sperava in cuor suo di batterci e qualcuno ci sarebbe anche riuscito, ma a nessuno avremo consentito d’umiliarci, per far questo dovevamo essere pronti a soffrire a non abbassare mai la guardia, il nostro nemico era l’appagamento la mancanza di determinazione, il rilassamento psicologico, il nostro nemico eravamo noi stessi. Bisognava lavorare in quel senso e bisognava lavorare sodo, a tutti può accadere di essere primi, una volta nella vita, ma i veri campioni si ripetono. La scalata al terzo titolo, l’ennesima Coppa del Re, la Champions League, questo era quello che avevamo di fronte, quello per cui dovevamo batterci per l’onore e l’orgoglio nostro e dei tifosi. Tredici vittorie consecutive tra Coppa del re, Champions e Liga, diciotto elementi impegnati costantemente, un Turn Over costante che ci consentiva di tenere alta la concentrazione e la forma fisica di tutto il gruppo, la convocazione in massa nelle due Nazionali ne era la conferma, nessuno in Spagna a livello individuale ci era superiore e probabilmente anche a livello mondiale. Trentenne, ormai ero il vecchio, Antinas mi si avvicina, mi guarda negli occhi con quello sguardo che hanno solo i serial killer giaccio puro, - Questa oggi Mettila Tu! Mi porse la fascia con lo scudo e l’emblema di Campos, Un Albero! E non poteva essere altrimenti. Io la guardai mentre penzolava dalla sua mano – Ti ringrazio Marcos, ma il capitano di questa squadra sei tu non io, sei tu difatti che tendi l’arco, io sono soltanto la tua freccia, gli richiusi il suo pugno a stringersi sulla sua fascia. La preparazione atletica la costanza la determinazione ne faceva il nucleo inscindibile della Nazionale Espanica, se la lista dei ventidue venisse occupata da quei diciotto nomi, forse in pochi avrebbero avuto a che dire, tutti gli altri dovevano lottare per gli ultimi quattro posti a disposizione. Ora tutti erano nel panico, quindici incontri quindici vittorie record eguagliato Barça, Real Madrid, Valencia, tutte nei tre punti, la nostra rincorsa al titolo era terminata, ora se la giocavamo anche noi, quartultima giornata, vincemmo ancora e per l’ennesima volta la Coppa del Re ed il Manchester ci aspettava, per il trono europeo la finale di Champions. Dodici punti cento per cento su quattro gare! I cannibali azzannano il titolo, La Plaza era uno spasso a leggerne gli articoli L’ultimo appuntamento stagionale, dopo ci sarebbe stato spazio esclusivamente per la Nazionale ed i Campionati del Mondo di Calcio per Nazioni. Rose completò il tempo ed il suo frutto piangeva di vita tra le sue braccia e gli occhi inondati di felicità di Raul, nonno Alfonso voleva ad ogni costo chiudere tutto e partire ci volle tutta la volontà di Raul, tutte le parole che Rose poteva dire, tutto l’amore di Lubna per farlo desistere, - Perché tra qualche mese dovresti chiudere di nuovo tutto e ripartire, allora fai un solo viaggio, magari insieme a mio marito, mi manca e vogliamo fargli una sorpresa per questo serve che rimani lì…– Alfonso era salito su di una nuvola e continuava il suo viaggio, offriva a tutti, erano sere che succedeva, - Alfonso, gli dissi; non mi pare comunque il caso di dilapidare tutto ciò che possiedi, vuoi forse far dormire i tuoi nipoti sul marciapiede? Questa sera consenti a me di rovinarmi, offro a tutti io. – A è così, Hai una riserva di soldi che non passa per la cassa? - Certo che no! Ma in questo modo almeno non sarai solo quando i tuoi figli ti malmeneranno. Ormai non potevo più servire ai tavoli, ognuno di quegli uomini me lo impediva, anche se a volte a sorpresa la cena la servivo io. Tanto tempo avevamo passato a parlare e mi mancava come io mancavo a lei, contavo i giorni che restavano e facevamo il conto sui tempi, ci sarei stato, questa volta si sarei stato con lei ed i nostri sogni volavano altri nel cielo come il volo di un aquila ed io avevo fretta d’essere con lei, non avevo tempo, prima vinco prima parto non si scherza più si va dritti alla meta, in quello sguardo riflesso dallo specchio leggevo l’anima mia e vidi un lupo in caccia. Ero al penultimo round e avevo fretta, Madrid ospitava la finale e per noi era quasi come giocare in casa, non che tra noi e i Madrileni corresse buon sangue, visto che in primis, il Real non era riuscito ad arrivare alla finale nel suo stadio noi si, visto anche che non riuscivano a vincere più nulla e questo da quando eravamo arrivati alla ribalta del calcio spagnolo ed europeo, ma era forse per quell’aureola dilettantistica che circondava la nostra società e noi giocatori che in fondo, riuscivamo a catturare la loro simpatia e stima, fanciulli adolescenti ragazzi, era bello per loro vedere che esistevamo, gli scaldava il cuore. Anche la straordinaria striscia positiva nella quale avevamo vinto tutto quello che c’era da vincere, destava invidia da una parte ma anche ammirazione e rispetto per questa squadra che era composta solo da ragazzi Spagnoli di nascita ed uno tra loro, che lo era diventato, da non sottovalutare c’era il discorso Nazionale, che coinvolgeva non solo i Madrileni ma tutta la penisola Iberica, perché il nostro apporto cambiò le cose ed eravamo qualificati al mondiale, quegli uomini ora vestivano la maglia del Campos e si stavano giocando a Madrid il trono d’europa, tutti noi vestivamo anche la maglia della nazionale dunque eravamo la Nazionale mista di quel paese, di quel popolo dal sangue caliente che mai si era fregiato del titolo più prestigioso in campo mondiale, ecco: loro non si sentivano e non potevano negarci il loro supporto, il loro stesso cuore lo pretendeva e quando entrammo in campo, gli spalti esplosero in una festa di fuochi artificiali, di coriandoli e stelle filanti che a migliaia piovevano dalle gradinate come l’eruzione di un vulcano, un colpo d’occhio che ci lasciava senza parole per molti interminabili secondi la nevicata di coriandoli e stelle filanti calò ininterrotta sul terreno di gioco e sulle teste dei tifosi in un gioco spettacolare di mille colori, ci vollero diversi minuti per pulire il terreno e consentire alle squadre di schierarsi. La mia attenzione fu richiamata dal trillo delle lingue provenienti da un settore dello stadio, era il trillo di guerra Sioux, alzai lo sguardo verso il loro striscione: Campos Club, Sioux Indian Reserve. Rimasi di sasso, mai fu così gradita la sorpresa, alzai il pugno verso di loro e il trillo di guerra si alzò nuovamente, avevo la pelle d’oca perché tra loro riconoscevo i volti dei miei amici, Corre Veloce, Volpe Zoppa, Segue la Traccia, Lupo che Salta, ed altri ancora, accidenti a loro quando ci si mettevano Lubna e gli altri sapevano organizzarmi delle vere sorprese, li amavo!. Il Manchester voleva prendersi la sua coppa e la rivincita, per quella lezione che gli avevamo inflitto tra le mura di casa loro ed ancora non digerita. Cominciò la gara con il piede sull’acceleratore, noi volevamo la nostra coppa e rispondemmo immediatamente con la stessa arma, la partita decollò su dei ritmi altissimi, sostenuti dalla classe indiscussa di campioni che affollavano le due compagini, uno scontro a viso aperto dove la tecnica individuale era espressa ai massimi livelli mondiali, noi eravamo la Nazionale di Spagna inutile nascondersi, il Manchester era, senz’altro, la rappresentativa del resto del mondo, ma era Spagna Inghilterra, tra le sue fila si annoveravano i componenti delle Nazionali europee e sud americane, il loro presidente aveva assemblato una vera e propria corazzata, che lo aveva portato a conquistare il titolo, La coppa, La Supercoppa, tutto quello che in Inghilterra poteva essere conquistato, copiando esattamente il nostro curriculum stagionale, ma noi eravamo i Campioni Del MONDO e i detentori della Coppa Dei Campioni, la finale della Champions non poteva essere altro che il confronto tra le due compagini migliori, ed ora se la stavano giocando a viso aperto, esprimendo un grande calcio offensivo fatto di velocità e tocchi di prima. Noi i Campioni d’Europa in carica, i freschi Campioni del Mondo, i Campioni di Spagna, i detentori della Coppa del re, della Supercoppa Iberica della Supercoppa Europea, Noi, volevamo anche quel trofeo, nessuno poteva vantare un simile palmares, nessuno aveva conquistato tanti trofei in una sola stagione, nessuno, neanche il Manchester, ed in campo lo stavamo dimostrando, la nostra azione cominciava ad aver ragione sulla loro, il nostro possesso palla era superiore al loro ed eravamo superiori anche nel movimento senza palla, riuscivamo a mantenere la squadra corta ed agile, rapida nell’agire in attacco ed in ripiegamento come se fossimo un solo corpo, come il pistone di un motore, tutti avanti tutti dietro in un movimento incessante, Tiki Taka gridava lo stadio, ed era lì sotto i loro occhi, un esempio di collaborazione e amalgama sostenuto da una forma atletica straordinariamente brillante, Mc.Claude e Luisio stavano vincendo la loro scommessa, tutto ci riusciva con una semplicità imbarazzante. Riuscimmo a tenergli testa e il Santiago Bernabeu era sommerso dagli Olè, mantenendo il possesso di palla per cinque minuti consecutivi, cercando ostinatamente la soluzione per arrivare al tiro, senza fronzoli, senza leziosità solo con l’intento di far male ed in questo Righeira ci stava mettendo cattiveria, Mc.Claude non lo aveva mai visto così, ma ora Righeira gli aveva donato il potere di vedere e capire e lui lo vide, quell’uomo oggi era cattivo, e quell’atleta straordinario! Soltanto la loro bravura c’impedì il gol, la partita era straordinariamente bella, degna della finale Europea. Il pubblico si spellava le mani in applausi incessanti, giocate elettrizzanti e straordinarie prodezze dei portieri, era in estasi si sgolava in un costante incitamento sonoro, emozioni contrapposte si consumavano sugli spalti, i ventidue si stavano affrontando a viso aperto, cercando di superarsi a vicenda con l'espressione migliore che il calcio possa esprimere, la classe, la velocità, la precisione, la grinta, la determinazione. Per sessanta minuti le due squadre si fronteggiarono senza esclusione di colpi e se da una parte, il loro portiere, parava tutto quello che volava vicino i suoi pali, dall’altra il nostro Araldo, si era esibito in alcuni interventi strepitosi, era grazie a loro che il risultato non riusciva a sbloccarsi. Ora la loro azione cominciava ad essere meno efficace meno brillante, i loro affondi si mostravano meno rapidi e meno sostenuti dagli esterni, che si stavano spremendo per contenere gli affondi che io dal lato sinistro praticavo e dall’altro lato Filos sosteneva, i loro scambi meno precisi e qualche errore di posizione cominciò ad emergere nelle loro giocate. De Fuente e Fimenta orchestravano le folate offensive con tagli e penetrazioni verticali che sconvolgevano il loro assetto difensivo, Antinas usciva a testa alta dall’area e dai suoi piedi aperture straordinarie costringevano gli avversari a correre a perdifiato, cominciammo così a prendere a poco a poco il pallino del gioco in mano, spinti dall’incessante sostegno del pubblico e da quella tenuta atletica straordinaria che Luisio e Mc.Claude avevano inventato sperimentato messa in pratica, somigliavamo ad un dieci cilindri turbocompresso, che stava erogando tutta la sua potenza. Cominciarono a perder campo di fronte alla nostra pressione, il loro centrocampo era in difficoltà nell'arginare i nostri affondi e riuscivamo ad arrivare in zona tiro con più frequenza e pericolosità, il Gol era nell’aria lo si percepiva ed il pubblico lo chiamava a gran voce, la nostra supremazia ora, era evidente, stavamo dominando la partita e proprio il sudore spremuto negli allenamenti cui il Crudele ci sottoponeva ora ci stava ripagando, il fondo atletico che avevamo nei serbatoi ci consentiva di schiacciarli e proprio sotto quel profilo, loro, stavano perdendo la compattezza, cominciarono a sfilacciarsi ad allungarsi, stentavano a recuperare e a ripartire, sembrava non potesse accadere eppure riuscimmo ad alzare ancor di più il nostro ritmo avevo fretta, Voglio telefonà a Lubna, mo li metto KO e la chiamo. Quando la pressione divenne insostenibile ed il loro schianto inevitabile, Loco Vendaval andò a prendersi tanta gloria davanti al mondo, cominciò a demolire il loro fianco sinistro ed allora un settore del pubblico si alzò in piedi e cominciò a gridare ESPANA, ESPANA, il grido era cominciato dal settore dei nostri supporter, Olivares Filipe Maurice Manuel erano al centro del loro mondo, quello che sognavano quando da ragazzi fondarono i supporter, ognuno è un dono per gli altri. Quell’ESPANA gridato con il cuore cominciò a contagiare tutto lo stadio, non eravamo più solo il Campos ed il sangue non mente, in molti s'unirono a quel grido ESPANA; ESPANA, finché non si udiva che un solo unico immenso rimbombante ESPANA, ESPANA, ESPANA, in quel cuore pulsante, frastuono da brividi, da pelle d’oca, Fimenta mi fa correre sulla fascia, e tanta gloria al cuor s’aggiunse, io corro veloce, come il lampo, feroce di una cattiveria che voleva fare male, affianco e supero in velocità i due laterali difensivi mentre Lomes scattava nel centro chiamando a se gli altri due e portandoli verso il secondo palo aprendomi la strada verso il fondo, Mc.Claude in piedi, corsa devastante cross al volo senza guardare, verso la testa di Lomes, sapevo che sarebbe andato esattamente lì, perché quello è EL MATADOR, dove avrei messo la palla ed il Matador staccandosi da terra con un balzo, li brucia sul tempo anticipandoli tutti e andando incontro alla palla con la fronte ne intercetta la traiettoria gonfiando la rete in un Gol da Campioni del Mondo, lo stadio Santiago Bernabeu di Madrid Esplose come l’urlo di Lomes. Mentre Antinas sollevava al cielo l’ennesima Coppa, quello stadio era immerso in un mare di bandiere Spagnole ed il grido ESPANA ESPANA sembrava non terminare più. Portammo a casa la Coppa accendendo un’altra festa l’ennesima, un’altra occasione per stare insieme alla gente, in allegria, mangiando la carne che s’abbrustoliva sulle griglie, sedendoci alle innumerevoli tavolate sparse in tutti i vicoli di Campos, bevendo del buon vino ridendo e scherzando, ascoltando le storie di Campos che tornavano alla luce dalla memoria dei vecchi che ascoltavo con vivida attenzione e stimolavo in ricordi e leggende con domande pertinenti e reminescenti, a Campos qualcosa di sacro era passato, lo sentivo e se sacro non era... importante si, quelle antiche mura cingevano un energia che non era sfuggita loro e ristagnava. Ted, Rose già conoscevano Campos, ma gli altri amici giunti da Rapid City no, conoscevano quello che gli avevano raccontato Ted e Rose quando vennero! Rimasero sorpresi dall’atmosfera che regnava nella cittadina e poi nel Paese Vecchio, si aspettavano una cittadina moderna in stile occidentale soprattutto credevano di trovare una cultura occidentale, si trovarono di fronte una realtà ben diversa, fatta di cordialità di cortesia di rispetto di voglia di vivere insieme di condividere la vita con gli altri, era una vera tribù, solo che abitava in case di pietra e non in circolari tende fatte di pelle di bisonte, ma la mentalità, la cultura, non mente, i loro capanni tra i campi erano circolari e non quadrati, fatti di rami e tronchi in stile di vita s’armonizzavano con il loro, certo Rapid City era una città moderna, per di più americana, ma la cultura che regnava nei nativi, quella tipica pellerossa, si rispecchiava in un certo senso, con i suoi pro ed i suoi contro, in Campos. Videro i Ragazzi che vivevano da noi, che andavano a scuola, studiavano si applicavano e s’interessavano di Agraria, perché vivevano con i contadini ed era una grande università, per questo erano lì, non per altro. Il frutto di quelle terre a fine raccolto era tutto venduto, mai una sola noce restava in fondo al sacco, la gente voleva pure quella. Quei diciotto ragazzi avevano fatto in modo che Campos fosse conosciuto e lo fecero nel modo più bello, mettendoci il cuore presentandolo alla gente per ciò che era, un posto dove si vive bene. A loro volta portarono notizie fresche, tra gl’indigeni era gradito quello che si stava facendo per i bambini, avevano donato i loro figli per un futuro migliore, in una terra libera dove un uomo non è altro che un filamento della vita, non essendo stato lui a tesserne la trama, ed il rango che stavo acquisendo tra gli Akicita era di considerevole attenzione. Avevo Trent’anni ormai ed ero uno dei Sioux, ero però ciò che di Orso in Piedi resterà, ero un uomo di medicina e quindi un uomo sacro un Wichasha Wakan. Stavolta avevamo veramente pochissimo tempo, il raduno della Nazionale già bussava alle porte e noi dovevamo affrontare l’ennesimo impegno, calarci ancora nella mentalità dell’atleta Colui che tutto deve ancora dimostrare. Arrivano le Olimpiadi. Dimenticare, per quanto possibile, i trionfi e ricominciare come se tutto fosse ancora da compiere, difatti la storia ancora deve essere scritta. Hangarfood volle invitarci tutti nella sua villa, sapeva che la partenza per l’Italia era imminente saremmo andati a giocarci il mondiale quasi tutti, tredici di quei diciotto sarebbero stati l’orgoglio delle terre di Campos, che se Campioni del mondo, il mercato sarebbe esploso intorno a tutti i cittadini di Campos, spalancando orizzonti leggendari. Hangarfood e Marta stavano lavorando da mesi al loro progetto, avevano puntato l’obiettivo e potevano raggiungerlo, Marta mi confidò ciò che aveva in mente, - Portare Hangarfood, ad essere il ministro degli affari esteri del governo spagnolo! Mi vennero i brividi, quell’uomo già era ministro degli affari esteri in un cero modo, fosse stato italiano si sarebbe chiamato Totò Riina, - Hangarfood ha trovato una grande mente in te, gli dissi, ed anche io. Sarò utile a te, sarai utile a me, il Grande Spirito ci ha consentito di conoscerci, allora usiamo questo dono che ci ha fatto. Julian non voleva correre il rischio che partissimo senza essere passati prima da lui, ora il legame di Hangarfood con la società si era consolidato, grazie a Julian che stravedeva per noi coinvolgendo felicemente il padre nella sua passione. Avremmo avuto tempo per parlare delle nostre cose ora stavamo godendoci la serata, in allegria, con festa, felici di essere tutti insieme nello stesso posto, echi di risate divertite rimbalzavano tra le mura della casa poi Hangarfood attirò su di se l’attenzione, - Prima di cominciare a mangiare ho da dirvi una cosa, nessuno di voi pensi a ciò che può accadere dopo i mondiali, vada come vada restate con la mente serena, sappiate che nessuno potrà offrirvi di più di quanto non possa io... A chiunque pensasse di offrire piu di lui, sono sicuro, lui farà a quel tipo, un offerta che non può rifiutare. - Per cui non pensate a contratti ed ingaggi, Io offro il DOPPIO per tutti. Spostò lo sguardo serio su ognuno di noi e aggiunse, - E non pensate che stia scherzando! Pensate piuttosto a giocare bene e tenere alto il nome delle terre di Campos perché tramite quello che riuscirete a combinare in Italia il nome di questa terra sarà conosciuto in tutto il mondo ed io ho i mezzi per portare il frutto di qui dappertutto, parlo di soldi, di soldi per tutti, per tuo padre per tua madre i tuoi figli e soprattutto per chi lavora e per chi farà lavorare gli altri, soldi che resteranno qui a noi a Campos: ed il vostro nome portate in alto, perché tanto onore vi arrecherà tanta stima ovunque andiate, ma tutto questo viene dopo, ora dovete pensare alla patria, "Euzkadi ta azkatasuna" Patria Basca e Libertà, disse convinto, e a portarci quel dannato titolo che pare voglia costantemente evitarci. Prima di prendere qualsiasi decisione, parlatene con me, ora state sereni mangiate e bevete, Julian in questo momento stà riposando ma ha preparato una torta in vostro onore e vorrebbe tagliarla insieme a voi. La voce di Julian era roca, si percepiva lo sforzo che faceva per parlare ma riusciva, guardai Hangarfood ed era come se volasse, ad occhi chiusi ascoltava la voce di suo figlio: - Vi vedo giocare sento il cuore battere questo mi fa sentire vivo. Deglutì la voce gli aveva raschiato la gola, ma il suo viso era felice, felice di poterci avere tutt’intorno a lui felice di riuscire a parlarci. Hangarfood l’aiutò a tagliare la torta, il viso di Julian traspariva di un emozione intensa, seduto con il volto rivolto al battimani di tutti quanti, ed io ero con la testa china ed il pugno sul cuore, poi non poté piu restare e lo portò via, con gli occhi m’invitò ad accompagnarli e mentre riportavamo Julian nella sua stanza... - Mi giungono notizie poco serene per quanto riguarda la sua, Ops mi scusi, la vostra università, - Già sembra che le autorità siano un poco restie a concederci i permessi necessari, ma ci stiamo battendo bene per ottenerli. - Mi è giunta anche voce che nonostante siano stati costretti, forza maggiore a sostituire il loro assessore, le cose non siano cambiate molto. - Cambiano le persone ma le cose sembrano non mutare, anche se adesso questo nuovo assessore pare meglio disposto. Sembra che una certa apertura verso i nostri diritti ci sia stata. – Forse a lui gli è indigesto l’acciaio, specialmente quello affilato Righeira. I suoi occhi mi fissarono un istante soltanto, vi lessi un segnale d’intesa. Avevo di fronte un maestro che questi mezzi usava quotidianamente in tutto il mondo per convincere ed aprire porte e chiudere tombe. - Bè un palmo e mezzo di lama affilata credo sia indigesta a molte persone, anche se in realtà dieci centimetri della stessa sono sufficienti anche per il migliore degli uomini. Sorrise, non era certo a lui che potevo andare a cantar storie, non era sicuro al cento per cento ma ciò che Marta aveva raccontato aveva messo in luce ciò che potevo. - Con certi personaggi questo tipo di pasto ha la sua efficacia, continuò a dirmi senza guardarmi, ma la sua voce era diversa, ed anche la luce intorno a lui, con altri bisogna usare altri digestivi nei quali io sono specializzato e visto che lei mai chiede ma propone, ed è cosa che io apprezzo in un uomo, lasci che muova alcune pedine, sa Righeira lei mi ha detto che ognuno deve fare ciò che è capace di fare ed essere fecondo nel suo tempo, per cui lei continui a prendere a calci palloni di cuoio come sa ben fare e continui a far sentire la sua voce, molte orecchie importanti sono tese ad ascoltare e propense a dialogare, ma lasci a me il compito di prendere a calci palloni gonfiati e a far sentire la mia voce dove ha peso, che io so come fare e bene. Marta mi dice che siamo della stessa pasta, tutti e due siamo ministri degli affari esteri e credo che Marta non si sbagli. - In queste cose mai Hangarfood, per questo la curo l’istruisco la faccio crescere e accrescere il dono che è in lei. Ora i suoi occhi mi fissavano seri e letali esattamente come i miei - Accetto il suo intervento, Qualsiasi contributo venga per la causa è bene. Patria Indigena e Libertà! Gli dissi, e lui intese il mio parlare strano. Italia Campionati Del Mondo di Calcio per Nazioni: Genova, stadio Marassi, Argentina, Belgio, Spagna, Svezia, tre partite secche le prime due passano le altre tornano a casa, non ci sono appelli. - Rui: questa città mi piace, arrampicata sopra i monti e tutta in faccia la mare, è proprio bella, - Si! sono d’accordo con te, proprio una bella città però fa un caldo opprimente, - Bè Se hai così caldo andiamo in una spiaggia e facciamoci il bagno che ne dici, - Dico che va bene andiamo. Ci tuffammo nell’acqua fresca del mare fino a che non ci vennero le labbra blu, poi ci stendemmo al sole ad asciugarci e a parlare, con Rui più che con gli altri, riuscivo a trovare sempre un argomento nuovo su cui conversare, parlavamo poco di calcio, ci piaceva parlare di computer di programmi di apparecchiature elettroniche poi cambiavamo argomento come se niente fosse trovandoci a parlare di ristoranti di cucina, del futuro del passato, mi faceva partecipe dei suoi sogni dei suoi progetti dei suoi amori, aveva avuto diverse storie ma nessuna donna era riuscita a coinvolgerlo totalmente, gli piaceva il cinema e leggere romanzi, si fece serio e mi confidò di aver cominciato a scrivere un suo romanzo, lo spronai a descrivermene la trama: è la storia di un uomo che proviene da una famiglia molto ricca e si appassiona nella ricerca di manoscritti antichi, soprattutto copie uniche, questo lo porta a fare scoperte ad avventurarsi in luoghi dimenticati dal mondo a trovarsi a trattare con persone senza scrupoli, finche non gli capita d’imbattersi in strane lettere, lettere antichissime, scritte in una lingua che nessuno è in grado di tradurre correttamente e s’interruppe. - Poi? L’incalzai. - E poi non lo so, non l’ho mica finito di scrivere!. È il giorno dell’esordio, ci tocca l’Argentina. Mi guardai con Lomes, noi saremmo state le due punte del 4.4.2 con cui Roco Valente aveva impostato la gara, Lorcia tra i pali, Antinas, De Fuente, Fimenta, la spina dorsale, sei undicesimi, ma una strana atmosfera regnava nello spogliatoio, mi sentivo tranquillo, teso e concentrato al punto giusto, negli occhi dei compagni notavo un espressione stranamente vaga disorientata, mentre a spalla a spalla con gli avversari percorrevamo il tunnel soltanto Io, Antinas, Lorcia e Lomes rispondevamo allo sguardo degli Argentini, gli altri evitavano d’incrociare il loro sguardo con quello degli avversari. Le note dell’inno di Spagna salirono in cielo e gonfiarono il mio petto, sentii una gelida determinazione impossessarsi di me, mi accadeva sempre quando vestivo quella maglia, ma l’argentina ci mise sotto, impartendoci una bruciante lezione, noi tutti gli demmo una mano, sembrava la prima volta che giocavamo insieme, lenti, impacciati, mollicci, senza nerbo ne idee, rischiammo una vera goleada, Lorcia fermò l’argentina sul due a zero. Rientrammo nel nostro albergo a testa china, nessuno aveva osato fiatare, il più mero silenzio era sceso su di noi, eravamo coscienti della figuraccia ed anche mentre stavamo cenando nessuno riusciva a parlare tutti mangiavano con gli occhi fissi al piatto. Roco Valente fu fustigato e crocefisso in sala stampa dai giornalisti, accusato di aver sbagliato tutto, dalla scelta della tattica alla scelta della formazione, dopo cena ci ritrovammo ad affrontare l’accaduto, tutti stretti in una saletta a confrontarci, si parlava di tattica di formazione d’approccio alla gara di reparti di fiducia negli schemi dell’inserimento dei nuovi che potevano aver squilibrato l’assetto tattico, tutte cose giuste sacrosante di cui dovevamo parlarne discutere e correggere. Tre giorni d’allenamento nei quali provammo ogni tipo di situazione tattica, il gruppo era saldo e la fiducia era tornata in seno alla squadra e con essa la consueta allegria, persa la prima eravamo obbligati a vincere. L’Argentina e la Svezia a tre punti, Belgio e Spagna a zero, due partite e tutto sarebbe finito, ma forse poteva finire già oggi. La Svezia, ancora il 4-4-2, ed ancora una squadra senza ne capo ne coda, uno a zero alla fine del primo tempo. Lo spettro dell’eliminazione che aleggiava nello spogliatoio aveva preso il cuore di tutti, perché non si vedeva come risolvere la situazione. M’alzai, m’avvicinai alla lavagna e cancellai con la mano tutto quello che vi era segnato, gli occhi di Roco Valente mi guardarono interrogativamente. - A questo punto basta, dissi, la voce aveva un tono calmo ma deciso, è inutile insistere non è un problema di chi gioca o di come stiamo in campo, il problema è solo nella nostra testa, queste maglie che abbiamo indosso sono di piombo. Ci troviamo di fronte ad avversari che abbiamo già incontrato nelle squadre di tutta Europa e li abbiamo legnati duramente! Questo è il punto?, Queste maglie pesano? Come mai non abbiamo paura d’affrontare e mettere sotto il Milan, Il Manchester, Il Real Madrid, La Juve Il Barcellona eppure non sono forse delle Nazionali quelle? Sono soltanto mascherate dalle maglie ma sono ancor più forti delle rispettive nazionali, Guardate soltanto cos’è l'attacco del Real, Bè, una Nazionale se lo sogna la notte un attacco come quello, eppure noi lo abbiamo affrontato ripetutamente e battuto, già: ma lì non avevamo la responsabilità di questa maglia. Bè io vi dico che lì non avevamo l’ONORE d’indossare questa maglia e di rappresentare la Spagna, allora togliamoci questa maglia così pesante ed indossiamo quella del Campos e vediamo se questa paura che ci attanaglia il cuore svanisce, perché è questo il punto noi abbiamo PAURA! Abbiamo le ginocchia tremolanti come gelatina e gli occhi bassi come un sottomesso: adesso basta, adesso via tattiche schemi e altre boiate, andiamo in campo e giochiamo al calcio e se avete un cuore nel petto seguitemi, oppure se vi manca il coraggio, restate seduti dove siete, qui non c’è più tempo per far nulla. Io vado a giocare al calcio e chi vuole venga con me, ADESSO ! Presi d’infilata la porta ed uscii, seguito immediatamente da Lorcia Guilerce Lomes Antinas e Medenta. Roco Valente fece le due sostituzioni interpretando a dovere le mie parole e tra la sorpresa generale, ci mettemmo al centro del campo con le braccia incrociate sul petto ed aspettammo che arrivassero gli altri e gli avversari, che ci trovarono in campo schierati e determinati come leonesse a caccia, i nostri capirono che era tempo di gettare la maschera e baciare la storia, se ne erano capaci, dire agli avversari che la partita non era per nulla terminata anzi, per quanto ci riguardava adesso cominciavano i nostri Campionati del Mondo. Lomes aveva la furia negli occhi e come un toro inferocito correva lungo tutto il fronte offensivo, io lo sostenevo nella sua azione con tutto il veleno che avevo accumulato, Guilerce, Medenta e Antinas erano saliti fin alla tre quarti comprimendo la squadra ed il gioco in venti metri, ora serviva che tutto il resto del gruppo ci seguisse, Gui, sradicò la palla dai piedi di un avversario ed immediatamente si propose in avanti, Lomes si preparò allo scatto in profondità, Gui mi diede palla e io lanciai Lomes, da solo contro due avversari, s’ingobbì nella corsa sgomitando e lottando per conquistare la palla, sapevo che l’avrebbe inseguita fin in capo al mondo e lo seguii, veloce e pronto a sostenerlo, era preso in una morsa ma difendeva il pallone con i denti, riuscì a voltarsi e dare la palla indietro, non stetti a pensare su cosa fare, benché pressato caricai il destro e calciai, la palla passò a due dita dal palo. Senza star li a rammaricarsi rientrammo a centrocampo e immediatamente ripartimmo all’assalto del portatore palla avversario, con un impeto ed una determinazione che lo sorprese, gli chiudemmo lo spazio e fu costretto al passaggio indietro, mi lanciai sulla palla a tutta velocità e per poco non riuscii ad artigliarla prima del portiere che con un calcione la mandò in tribuna, con ampi gesti chiamavo gli altri avanti alla lotta al pressing, coadiuvato da Lomes, battei il fallo laterale e Rui mi ridiede palla, non c’era con chi altro scambiare, chinai la testa e affrontai da solo gli avversari, deciso a vender cara la pelle, ero attorniato da un nugolo d’avversari ma non riuscivano a prendermi comunque, danzavo con la palla tra i piedi nascondendola alle loro gambe, mi girai su di essa la spostai con la suola e con il tacco feci un tunnel liberatorio, scartai in mezzo a due di loro e prima che potessero intervenire cercai Lomes, gli appoggiai la palla e lui tirò subito in porta, la mano aperta del portiere intercettò la palla deviandola in calcio d’angolo. Antinas fece cinquanta metri di corsa per andare a batterlo, salirono anche Medenta e Gui che prese per la maglia Fimenta trascinandoselo dietro, il cross la respinta, Tinigno riesce a prender palla fuori area e ridarla ad Antinas che finta il cross al centro ed appoggia palla ancora fuori area sui piedi di Fimenta mentre tutti uscivano dall’area, cercavano il fuorigioco, mi blocco e faccio un rapido dietro front, Fimenta intuisce e finalmente dai suoi piedi esce la palla d’oro, scavalca tutti in diagonale e la fa calare proprio sul mio sinistro, carico tutto ed esplodo la rabbia, l’impatto con la palla ha un rumore sordo letale, il guanto del portiere si squarcia nel contatto con quella palla di cannone ferma davanti la porta, un nugolo di persone s'avventa sul pallone pericolosamente inerte a due passi dalla porta vuota, i tacchetti spianati del terzino in scivolata lacerano il calzettone rosso ma non possono impedire alla scarpa di Lomes di spingere la palla in rete, senza esultare ci buttiamo nella porta per catturare la palla e portarla a centrocampo, si accende un parapiglia di spintoni e schiaffi e gente che cade, ma la palla è nelle mani di Gui che come un regbista corre veloce verso il dischetto e ce la schiaccia. Tutti ci gridammo addosso, avevamo riaperto la qualificazione ora tutto era nelle nostre mani. - Bisognava rischiare d’esser eliminati per sbloccare la squadra Righeira? - Direi proprio di si! Considerando i fatti. Ma ci siamo sbloccati, portando a casa una vittoria che rimette tutto in gioco, ora ci siamo anche noi. - Ed era ora aggiungiamo noi, alla fine del primo tempo stavamo già preparando le valige, - Bè non eravate i soli ad essere sincero, ma non poteva finire in quel modo, il problema lo avevamo nella testa, il gol di Lomes ha cancellato la sudditanza psicologica che ci fermava, - Poi ci ha pensato lei con i suoi due gol a mettere le cose a posto, - Si è vero ma direi anche che è stata tutta la squadra a rimettere le cose a posto, io ho soltanto finalizzato il lavoro di tutti. Con il Belgio tre a zero, ancora Lomes Righeira Righeira passaggio del turno in compagnia di: Brasile, Inghilterra e Rep. Ceka, un girone d’inferno. Affrontammo il Brasile concentrati e tesi al punto giusto ma ne uscimmo sconfitti per due a uno, riuscii a segnare soltanto nel finale, una grande partita, soltanto che loro ci avevano battuto e nessuno poteva criticare la nostra gara contro di loro. Inghilterra e Rep. Ceka pareggiarono, cosa che noi gradimmo, contro gl’inglesi disputammo una gara superba la loro tattica esaltava la nostra e mi trovai nelle migliori condizioni per volare sulla corsia di sinistra, fui devastante, segnai il primo gol, procurai il rigore del raddoppio per Antinas. l’Inghilterra ridusse lo svantaggio, ma nel loro forcing finale lasciarono lo spazio per un contropiede fulminante, arrivai in area con il vento sotto le scarpe dopo un accelerazione di quaranta metri e sull’uscita del portiere diedi la palla a Lomes al mio fianco, tre a uno. I Ceki persero con il Brasile e tutto poteva ancora accadere nell’ultima partita, faticammo sette camice e mezza per aver ragione della compagine Ceka, una squadra tosta chiusa ermeticamente e irta di spine come una fratta di rovi, De Fuente trovò la chiave triangolando rapido con Lomes che lo servì splendidamente con un colpo di tacco spalancandogli la porta, eravamo negli ottavi. Inni di gloria cominciavano a levarsi in patria, contro la Francia, trovammo il gol dopo appena un minuto e trenta, Fimenta fa correre Garcia sulla destra che dalla tre quarti alza un cross verso l’interno dell’area, la palla vola alta e lunga, scende lontano dal portiere, alla sua destra, il terzino sbaglia il tempo e ne viene superato, appostato alle sue spalle, metto giù la palla con il petto e di piatto sinistro buco il portiere. Partita in discesa, ora è la Francia che deve trovare la forza di ribaltare il risultato, non gli concedemmo nulla, assolutamente nulla, soltanto su calci da fermo riuscivano a farsi parare i tiri da Lorcia. La sera del giorno dopo sapevamo di dover affrontare i padroni di casa nel loro stadio per i quarti di finale. Gran brutta gatta da pelare, - Faranno del tutto per portarli in semifinale, State attenti all’arbitro, codice rosso ha in questi casi. Mi disse Mc.Claude al telefono, cercando poi d’istruirmi su dove e come poterli affondare. Nei miei confronti l’atteggiamento era finalmente cambiato, i giornali le tv ed i stessi tifosi parlavano di me, Loco Vendaval, descrivendomi come il miglior attaccante al mondo e quello per cui l’uomo si batteva era ancor più rispettabile, le gesta dell’atleta mettevano in luce l’uomo. La sala stampa era sempre gremita mentre discutevo di calcio con loro e parlavo con loro anche dopo la conferenza trovando e scegliendo orecchie e penne adatte alle parole, che sapevo indirizzare. Ero sotto i riflettori e mi stavo coprendo di gloria, anche George seguiva con attenzione quello che combinavo e da qualche tempo quello che dicevo, come lo dicevo e per chi, nel mosaico che la sua mente assemblava il filo conduttore sembrava chiaro ed aveva un nome, Alberto Righeira. Aveva chiamato Barton pregandolo d’inviargli il mio dossier, se esisteva. Esisteva... anche scarno ma non troppo esisteva e George lo aveva letto riletto, digitalizzato, passato ai raggi X, sapeva quando ero arrivato la prima volta, quando ero ritornato quanto mi ero fermato dove avevo vissuto, sapeva ma non poteva dimostrare che ciò che intuiva ancora intorno a me fosse come diceva lui, certo era che quell’uomo l’attirava, era saldo, sincero, vero, autentico e soprattutto era ciò che a lui piaceva, uno duro. Lo stadio Olimpico di Roma era colmo di tifosi Italiani, Le bandiere tricolori sventolavano in alto riempendo gli spalti, la serata era calda afosa, l’aria ti si appiccicava addosso come una seconda pelle. La temperatura durante la giornata si era mantenuta sempre oltre i trentaquattro gradi il tasso d'umidità era incredibilmente alto, quello che ogni atleta odia, si sudava anche stando fermi, era l’ultima partita che lo stadio Olimpico ospitava prima della finale, nove giorni di tempo per tirarlo a lucido in attesa dell’atto finale. L’atmosfera era surriscaldata quanto l’aria ed esplose al momento dell’entrata in campo delle squadre, un tempestio di bandiere tricolori si sollevò sopra le teste dei tifosi ed un urlo impetuoso si riversava in campo. ITALIA, ITALIA, le bandiere della Spagna erano ben poca cosa in mezzo a quel turbinio tricolore, le loro voci di sostegno ci giungevano appena percettibili sovrastate dal tuono imperioso della folla Italica, salirono in alto le note dell’inno Spagnolo e l’ascoltammo con la mano sul cuore, l'inno Italiano venne cantato da tutto lo stadio e rimbombava nelle nostre orecchie. Il pubblico stava dando la sua mano il suo incitamento con tutto il cuore e la voce di cui era capace. Formammo il cerchio nella nostra metà campo, sottolineato da una pioggia di fischi, incuranti di ciò restammo uniti ed attendemmo che l’arbitro ci chiamasse, sapevamo che sarebbe stata dura, come sempre quando s'incontra la squadra di casa ma questo aiutava a tener alta la concentrazione e la voglia di far bene, cominciammo con un classico 4-4-2 speculare al loro, prudente quanto il loro, ci studiavamo senza scomporci restando abbottonati quanto più possibile, anche un solo passo falso poteva risultare determinante in quell’atmosfera. Cinque dieci minuti di tamburellamento poi la partita cominciò a decollare, i ritmi cominciarono a crescere e le azioni divennero più determinate più mirate a far male, provavano a salire per chiuderci ma qualcosa in loro non funzionava a dovere, mancavano soprattutto di brillantezza pur restando pericolosi specialmente con i due estrosi esterni d’attacco. Li conoscevamo bene li avevamo incontrati proprio in questo stadio e ad uno di loro ricordavo di aver dato la mia maglia e quando vennero da noi, c’era stato un accenno di saluto nel sottopassaggio prima di entrare in campo, ancora conservavo la maglia di quel capitano. Ma il loro centrocampo era lento tenevano un attimo di troppo la palla risultando prevedibili, riuscivamo a chiudere gli spazi e la loro manovra s’inceppava, il nostro possesso palla, al contrario, era veloce e brillante, non era il Tiki Taka di Mc.Claude ma gli somigliava, le gambe erano sciolte veloci rispondevano pronte ad ogni sollecitazione, i nostri movimenti sicuri decisi scattanti con grande movimento senza palla. Mi voltai verso la panchina ed un certo senso di rammarico mi prese non vedendo la sagoma di Claude e Luisio, Cristo, quei due se la meritavano quanto noi. L’immaginai seduti davanti alla TV, con il cuore gonfio d’orgoglio per quello che avevano costruito. Provammo ad affondare un paio di colpi in velocità e ci rendemmo immediatamente conto di correre al doppio della loro velocità, l’afa bollente di quella serata d’estate era il loro nemico gli stava tagliando le gambe stavano andando in apnea. La durissima e specifica preparazione atletica, cui Mc.Claude e Luisio ci avevano sottoposto e che noi avevamo sposato sofferto e portato a termine ora, era diventata la nostra arma, nei nostri muscoli c’era energia e rapidità, nella nostra mente lucidità e velocità di pensiero. Quando vedemmo che in ogni circostanza si avvicinavano alla panchina per dissetarsi, spingemmo sull’acceleratore alzando improvvisamente il ritmo e li attaccammo con tutto l’organico, un attacco aspro inaspettato, potente prolungato ed irresistibile, stentavano ad arginare la nostra azione portata con veemenza a pieno organico in ogni zona del campo, al trentesimo Lomes sfuggì di prepotenza al suo marcatore, scrollandoselo di dosso, immediatamente ci allargammo sulle fasce aprendoli al colpo di De Fuente libero da marcatura e con il solo compito di mettere Lomes in porta, lancio perfetto, scelta di tempo ottima, destro al volo in area e palla nel sacco. L’olimpico ammutolito, il sogno di un popolo in frantumi e quello di un altro che volava alto nel cielo, uno solo vince; tutti dietro a contenere la loro reazione, più disperata che efficace, zero ad uno, si và negli spogliatoi. - Li abbiamo in pugno disse Roco Valente, ora dovranno salire per venire a prenderci, l’unica cosa: attenzione ai falli, perché li cercheranno, sono la squadra di casa, inutile dirvi altro. Vennero avanti, cercando in tutti i modi di passare, usando anche tutti i sotterfugi per far fischiare l’arbitro, e lui fischiava tutto o quasi a loro favore, dovevamo tenerci la palla il più a lungo possibile per impedirlo, ma ora stavano veramente dando tutto quello che avevano. Il Mister rispose ai loro cambi inserendo Prima Antares per Almao, poi Filos per Cortila infine Garcia per Fiutre, la squadra si mosse istintivamente senza pensarci, Lorcia, Medenta Antinas Guilerce, Garcia De Fuente Antares, Filos Fimenta Righeira, Lomes. Eravamo STORIA, storia; fu del tutto automatico trovarci con la nostra formazione in campo e schierarci secondo il nostro modulo classico, 3-3-3-1 il Campos ora vestiva la maglia della Nazionale e tutto il nostro popolo era in piedi. Anche Lubna, Raul, Ted, Rose, George si erano alzati dalle sedie nel Club, qualcosa di unico scorreva dallo schermo a loro, quei ragazzi era ognuno di loro, emanava da quel gruppo un messaggio che solo lo sport può trasmettere. Si trovarono di fronte tre linee difensive che si conoscevano a memoria e che avevano conquistato tutto quello che si poteva, tutto ciò che era conquistabile, i loro nomi erano ripetuti da tutti i telecronisti, in tutto il mondo, in tutte le lingue, ogni ascoltatore sapeva che quei ragazzi erano una sola squadra ed ora un solo popolo. Cominciammo a gestire il possesso palla nel modo a noi più congeniale Tiki Taka, Tiki Taka e a salire sulle fasce, le loro energie non erano sufficienti per contenerci, cominciarono ad arretrare sotto la nostra spinta che diventava sempre più incisiva, cinica, determinata, Garcia ed Antares si sovrapponevano sulle fasce a Filos da un lato e a me dall’altro e fu in uno di questi scambi che mi trovai nelle condizioni di stringere verso il centro dalla trequarti affiancando Lomes in uno spazio sufficiente a raccoglierne la sponda, entrare in area e sull’uscita del portiere scavalcarlo con un colpo di cucchiaio, zero a due, mancavano dieci minuti alla fine, loro erano vuoti avremmo potuto infierire, erano talmente svuotati psicologicamente che non riuscivano più a correre, rallentammo rispettandoli e controllandoli fino alla fine ed il pubblico dell’olimpico fu generosissimo, si alzarono tutti in piedi e cominciarono ad applaudirli ed a gridare il nome Italia Italia per tutti i cinque minuti che restavano, un prolungato segno tangibile di un grandissimo amore che strappò le lacrime a molti di loro. Milano semifinale, Spagna Argentina, Napoli semifinale Brasile Germania. Le vincenti se la vedono tra loro all’Olimpico di Roma. L’argentina non s’arrese all’evidenza di una superiorità fisica collettiva, continuavano a venire avanti, anche sul Due a Zero, Lomes, Filos. Lacerammo i veli della ragione spingendo il popolo iberico alla pazzia, giorni e notti magiche allagarono tutta la Spagna inondando il lago del cuore fino a farlo tracimare, i cuori erano sospinti da un alito di follia ed i pensieri volavano pazzi nel cielo, milioni di cuori battevano emozionati, milioni di gole gridavano i nostri nomi mentre miliardi d’occhi piangevano di gioia. Se non ci si riusciva ora, quand’altro mai potrebbe accadere ed eravamo noi, i ragazzi del Football Club Campos 1885, il piu antico Club di Spagna ad incendiare quel sogno, proprio noi. Il Brasile ebbe ragione della Germania. Se volevamo vincere il titolo, quello che mai era stato alzato nel cielo iberico, che mai mani spagnole avevano accarezzato, dovevamo farlo battendo la squadra più titolata del mondo il BRASILE! Ce lo aspettavamo ma il nostro cuore rimbalzò comunque in terra, quelli ci avevano già battuto, non avevano solo vinto, ci avevano battuto. La Spagna intera, stava vivendo il momento, con il cuore in gola, i più alti esponenti del governo Spagnolo ed il Re erano presenti in tribuna d’onore ed attendevano trepidanti, con i cuori squassati da mille emozioni ed una sola vivida speranza comune. l’ingresso in campo delle squadre. Nei giorni che precedevano la finale, una processione infinita di esponenti politici, d’autorità governative, si era presentata nel nostro raduno, eravamo consci dell’impresa che potevamo compiere, il peso di questa responsabilità era opprimente.- Arrivare in finale è di per se un traguardo che ci riempie d’onore, Vincerla e laurearsi Campioni del Mondo, sarebbe un regalo che il popolo Spagnolo non dimenticherebbe mai. Il Re fece una pausa mentre i suoi occhi scrutavano il volto di ognuno di noi: - Il popolo vi chiede di mettercela tutta, un giudizio unanime definisce la Nazionale che abbiamo di fronte come la più forte del mondo, meglio così aggiungo io! Molto meglio così, almeno nessuno avrà nulla da ridire in caso di vittoria. Il popolo di Spagna vi chiede la stessa cosa che alcuni ragazzi vi scrissero su di uno striscione, Pone en mis Entranas un Battir Alegros, tutti aspettano questo, fate quello che sapete fare, in bocca al lupo. Rivedemmo centinaia di volte la nostra partita contro di loro, persa per due a uno, in quell’occasione avevamo giocato al meglio delle nostre possibilità ed avevamo perso, stavamo cercando, nel rivederla ed analizzarla il perché di quella sconfitta, nessun motivo apparente veniva a galla, solo che loro avevano vinto. Le note degl’inni nazionali salivano in cielo mentre il nostro cuore palpitava, l’intera nazione di Spagna era piombata in apprensivo silenzio, neppure il latrato di un cane osava infrangere questa muta tensione. Pronti?, Via! L’adrenalina si riverso a fiumi nei cuori, spargendo apprensione nell’anima, molte ore avevo passato al telefono con Mc.Claude, parlando di loro discutendo sul come sul perché ci avevano battuto, cercando nelle sue alchimie di trovare la possibilità, la chiave, il momento. Anche lui aveva rivisto ripetutamente la gara, sapeva che avremmo potuto farcela, intuiva che non avevano battuto la sua squadra ma quella di Valente, avrebbe fatto scelte diverse lui, proposto diversa tattica lui, soprattutto uomini diversi lui, ma lui non c’era e questo era stato l’errore. Apprensione nel momento di subire, esaltazione nell’attacco. Nella tribuna d’onore dove il re, il primo ministro e tutti gli esponenti politici della nostra nazione, sedevano come su di un fachirico sedile, poco piu in là Carlos Rodes, Marta, Luisio, Ramon e Mc.Claude sedevano sulle pagine del libro della storia ancora chiuso. Al loro schema illogico di fantasia intuito giocate e classe, rispondevamo con un classico 4-4-2 d’indubbio valore tecnico ed atletico, la loro fantasia e l'immenso tasso tecnico li portava ripetutamente in zona tiro, Lorcia si era espresso al meglio del suo potenziale già in due occasioni dando fiducia al resto della squadra, il nostro calcio più manovrato non dava i stessi risultati, ci consentiva d’avvicinarci alla loro area, ma non ci rendeva pericolosi, loro ci aggredivano sulle fasce con due velocisti che salivano dalla difesa in sovrapposizione dei centrocampisti laterali e soffrivamo le loro incursioni, al contrario non riuscivamo a ripartire in velocità, li davanti ci mancavano gli uomini che sempre avevamo portato al rimorchio e Mc.Claude rimaneva inespressivo, non così, mormorava ma nessuno percepiva le sue parole. Stavamo trovandoci spesso in inferiorità numerica a centrocampo, questo era il nocciolo, il loro saper creare ad arte la supremazia nella zona nevralgica del campo, lui guardava la panchina ma non vedeva quella luce di saper leggere il momento e gli uomini che restavano in panca invece che in campo. Perso il centrocampo era difficile costruire una manovra d’attacco, Fimenta e De Fuente erano costantemente presi in mezzo attorniati dai centrocampisti, nessuno li copriva, nessuno s’alternava, le due linee si contorcevano si sfaldavano venendo superate da giocate magistrali e quei due rimanevano senza la palla e non riuscivano a trovare uomini liberi per ripartire. Soltanto Lomes al centro e Righeira a sinistra, poi solo Lomes, Righeira si dannava l’anima nel rincorrere nella sua metà campo gli esterni che vi s’inoltravano, cominciarono a chiuderci in una morsa, consentendoci soltanto una attenta difesa, ma stavamo perdendo la partita, da quei piedi poteva partire il qualsiasi momento il pallone d’oro, quello con le ali, irresistibile incontrollabile, quello che non ti aspetti, quello del gol al trentatreesimo. Azione in velocità sul fondo cross al centro sponda di testa all’indietro colpo di tacco al volo e tiro di prima intenzione, prima che la palla toccasse terra. Tre tocchi d’alta classe di maestria e magia 1 a 0. Rientrammo negli spogliatoi senza parlare, consapevoli di riuscire ad opporci, ma di non riuscire ad attaccarli e di subire il loro fantasioso gioco. Roco Valente ne era cosciente quanto noi, cercava di spronarci, di sollecitare il nostro orgoglio, ma stavamo dando tutto quello che avevamo e loro ci erano superiori, Roco Valente lo lesse nei nostri occhi, lesse che in questo modo avremmo perso, - L’orgoglio ed il cuore non basta Mister o ci organizziamo al meglio oppure ci massacrano non appena mettiamo il naso fuori dall’area. Le mie parole erano calme e realistiche e lo sapeva, hanno troppo spazio a disposizione, perché dietro di me trovano uno soltanto, perché dietro a Filos trovano uno soltanto. Perché De Fuente e Fimenta giocano spalla a spalla e non uno dietro l’altro, perché tra le due file s’inseriscono indisturbati e questo non è cosa buona. - Cosa facciamo allora Righeira, - Loro trovano troppo spazio giocabile tra le nostre due linee stiamo facendo esattamente quello che loro sognavano e vanno in costante supremazia a centrocampo, dando respiro al loro genio e questo non è cosa buona per noi ma per loro. Dobbiamo mettere qualcuno lì in mezzo, dobbiamo costringerli a frammentare il loro gioco, a renderlo meno fluido meno armonioso arioso, insomma mettere un bastone tra le loro ruote, oppure saremo solo la polvere che loro alzano. - Stai pensando al gioco di Mc.Claude? - Si! Sto pensando proprio al gioco di Mc.Claude e guardando bene le cose mi pare che non abbiamo altro da fare, sono un poco stanchi e sicuri di averci fermato, ma se gli concediamo ancora un gol a noi resterà solo tanta forza che non abbiamo usato per cui era inutile averla, siamo in grado di sorprenderli e fargli male. Prese atto delle mie parole, guardò la lavagna e provò a disegnare uno schema simile a quello suggerito, poi: - Proviamo ancora a tenere questo assetto, probabilmente loro caleranno e potremmo aggredirli ed in questo caso il 4-4-2 è migliore, ma se le cose vanno male ce la giocheremo con il modulo di Claude. Lui rimase inconturbabile quando vide che nessun cambio in nessun caso era stato fatto, parlottò con Luisio che scosse la testa. La loro pressione aumentò spingendoci ancor più intorno al nostro portiere in una difesa ad oltranza ormai disperata, lo stop per consentire l’ingresso dei medici mi consentì d’avvicinarmi alla panchina, pochi istanti poche parole, - Giocare in questo modo non serve a nulla, oltre a perdere la partita stiamo perdendo anche l’onore di averla giocata: "è meglio morire nudi da guerrieri che vivere ben vestiti e con un cuore d’acqua nel petto". Li guardi si muovono poco corrono poco, ma è la palla che corre, si stanno fermando sono stanchi, proviamoci adesso. Nella voce non c’era arroganza ma desiderio di battermi, anche Roco Valente era stanco di subire, anche lui voleva giocarsela con onore e ci trovammo a condividere lo stesso desiderio, i suoi occhi cercarono e trovarono quelli di Lui quegli occhi che avevano letto esattamente lo stesso disegno dei miei, - OK d’accordo giochiamoci tutto quello che abbiamo, l'ordine fu immediato, - Garcia, Antares, Filos andatevi a scaldare, Il suo pugno si strinse sul suo maestoso petto, Hoka Hei si disse. cinque minuti ancora e Cortila, Tinigno, Fiutre uscirono, cambiammo pelle come un camaleonte LA CHIAVE, il disegno degli Dei, il 3-3-3-1 le linee di Mc.Claude, il Campo degli Dei. Ci posizionammo automaticamente, chiudendo ogni varco, saturando ogni centimetro di campo disorientando gli avversari, andandogli a mordere le caviglie a togliergli il respiro a soffocarli inseguirli braccarli e riprenderci il pallone, non riuscivano più a trovare gli spazi concessi fino ad un istante prima, la loro fluidità ne risentì immediatamente, ora erano costretti a manovrare ma con lentezza e in spazzi angusti, ora dovevano correre, la palla non correva si stoppava e con lei ferma la profondità del loro gioco evaporò e non capirono cosa stava accadendo. Il loro centrocampo superava la prima linea di tre trovandosi di fronte inaspettatamente altri tre centrocampisti con alle spalle altri tre difensori e tanta gente che rientrava infiltrandosi tra le loro fila chiudendo la porta ai loro passaggi raddoppiando costantemente la marcatura, da dove spunta fuori tutta questa gente in quanti stanno giocando sono sicuramente più di undici forse tredici se non addirittura quindici. Il pressing di Antares ebbe successo, c’impadronimmo della palla e la nostra ragnatela di passaggi sbocciò come un fiore al sole, Tiki Taka, cosa succede, non era samba, chi è che ha cambiato disco? Che combinano questi ridateci la palla. Si trovarono in una situazione nuova e ne furono sorpresi la palla era nostra e non riuscivano a prenderla, ora sapevamo cosa fare, farli correre, correre fino a scoppiare, ora sapevamo ora lo stavamo facendo. Mc.Claude era in piedi, non si era reso conto, ma era in piedi davanti al mondo, le telecamere lo braccarono e l’immortalarono. De Fuente imbecca Antares fa salire Guilerce ed Antinas si scambiano la palla e la fanno girare con Fimenta e De Fuente al centro, vengono attaccati in massa proprio come volevano, la palla viaggia all’indietro Antinas aspetta, palla al piede, la testa alta, aspetta, aspetta di vederli salire, si gira verso Lorcia li richiama su di lui, si sposta a destra portando palla, li fa salire fino a centrocampo e quelli salgono fiduciosi di prendergli palla salgono ignari della freccia mortale che il capitano ha incoccato, passi felpati ed occhi d’assassino, lancia in profondità, senza attendere ulteriormente, sulla sinistra, la corsia ha una breccia e li il pallona passa ed è bello spingere sull’acceleratore al massimo della velocità senza nessuno che ti ostacoli, tutta la mia accelerazione, la corsa la palla immediato il passaggio, preciso, velenoso, Lomes sapeva dove e quando ed era lì per il pareggio. Tutto esplose intorno a noi, tutto esplose, come scintille dalla bocca di un vulcano nel cielo notturno, tutta la Spagna esplose in un urlo, milioni di braccia si alzarono al cielo come quelle di Lomes che correva impazzito, milioni di persone riunite nelle piazze s’abbracciarono, tutto ricominciava, la speranza la paura l’angoscia l’esultanza, i freni erano mollati ed ora ci giocavamo la finale, Il titolo mondiale fino in fondo, fino all’ultima stilla d’energia che ci scorreva dentro, la squadra opponeva al Brasile tutta la sua intensità, tutto il suo vigore, Luisio era su di una stella tronfio del suo lavoro, con tutta la nostra umiltà e tutta la fame di vincere, la palla girava veloce tra le nostra fila Tiki Taka, Carlos era a bocca aperta sperava pregava invocava a gran voce come mai gli era accaduto, Marta lo guardava amava quell’uomo che finalmente eruttava dal cuore tutta la sua passione, mentre gli avversari apparivano disorientati da quella nuova organizzazione, le cose erano cambiate, i nostri scambi erano veloci precisi, gli uomini si muovevano automaticamente, le posizioni mandate a memoria per anni, ora esprimevano il loro massimo rendimento la loro massima potenza, Mc.Claude era in piedi davanti al mondo sapeva cosa stava accadendo ed anche lui gridava tutta la sua voglia di vincere. ESPANA, ESPANA, ESPANA il timido incitamento cominciò a salire forte nel cielo, Olivares Maurice Filipe Manuel, usavano tutti i decibel che possedevano pompandoci il sangue nelle vene, il Brasile quel fantastico Brasile era in difficoltà, non riusciva più ad impostare, veniva rincorso accerchiato pressato chiuso ed attaccato senza tregua, sostenuti da una forma atletica che ora diventava effervescente perché stavamo vuotando il serbatoio, tutta quella forza che avevamo dovevamo usarla, altrimenti perché possederla. Riuscivamo a muoverci più velocemente di loro, rientrare e proporci con l’intero organico, come un orchestra che trova l’ispirazione e segue, intera esaltandolo il filo conduttore. ESPANA ESPANA ESPANA, ora l’incitamento saliva più convinto e potente dagli spalti, nelle piazze nelle cantine locande case dell’intera nazione. I loro attaccanti non trovavano più lo spazio per affondare, ne per controllare palla senza essere immediatamente accerchiati, soltanto la loro immensa classe gli permetteva di rispondere alla nostra grande intensità, volavo con la palla tra i piedi saltando l’uomo, affondando sulla fascia costringendo la loro difesa ad un lavoro estenuante per corrermi dietro, non mollavamo più una palla, trasformando ogni azione in un assalto aspro cinico collettivo alla loro porta, costringendoli a correre, correre e correre fino a scoppiare, ESPANA ESPANA ESPANA l’incitamento ora divenne costante saliva dalle tribune come il rombo del tuono caricandoci di un energia esplosiva, il loro cedimento fisico arrivò a dieci minuti dalla fine, prima ci furono dieci minuti esaltanti, dove riuscimmo a chiuderli, erano alle corde, il Brasile le stava prendendo, eravamo dappertutto, quando tentavano una sortita erano inseguiti braccati dall’intero organico che ripiegava su se stesso come una molla e ripartiva velenoso come un cobra, la loro dignità gl’impedì di subire, raccolsero le loro ultime energie ed il loro orgoglio, uscirono per giocare, con un ultima grande fiammata. Salirono verso la nostra porta cercando il gol, trovarono il muro di Medenta prima e l’intuito di Antinas che aveva visto tutto prima che accadesse, anticipo sull'esterno e palla immediata a De Fuente, apertura sulla destra e Filos salta l’uomo, s’invola sulla destra resiste al tentativo di fallo e crossa alto in orizzontale lungo la linea dell’area, la palla viaggia alta troppo alta per tutti, un groviglio d’uomini che si strattona che spinge che la cerca e tutti cercano Lomes smemorandosi di me, arrivo come il vento perché la sento, la sento nell'aria come un falco la preda, gli sono addosso e salto, pianto il sinistro in terra e vado sù!, sono mille mani a sollevarmi da terra, Espana ESPANA ESPANA è un popolo intero a spingermi più in alto di tutti fino ad arrivare dove gli dei desideravano, fino a scalare il cielo, la torsione del busto una frustata con il collo e la fronte impatta la palla, il guanto aperto del portiere la può soltanto sfiorare, la rete si gonfia. L’urlo esce roco dalla gola, feroce e libero, il dito puntato al cielo mentre corro, corro impazzito fino a trovare le braccia di Roco Valente, ed i corpi vibranti di tutti gli altri in una piramide umana che urla grida piange ed esulta. Tutto il vulcano che dentro ogni singolo individuo covava, esplode in un simultaneo boato di milioni di bocche. Nelle piazze è l’inferno e il paradiso, milioni di braccia vibrano al cielo si stringono ai corpi di persone mai conosciute prima, bocche che si baciano occhi che piangono, ma non è finita. La disperazione è dipinta sul volto avversario, che cerca di porre rimedio in un modo qualsiasi, non importa quale, non ci sono più schemi ne tattiche ne tempo, si gioca per il gol e tutto quello che uno ha, lo tira fuori! Si gioca con angoscia con paura si punta la rete e si tira sperando di non morire. In scivolata Antinas artiglia la palla, ancora lui è un Dio, con un movimento del bacino sbilancia l’avversario ed esce a testa alta dall’area, gli occhi sgranati freddi pungenti dell’assassino, vede e trova De Fuente, ancora lui, è una gemma splendente, si allarga a destra facendo scudo al pallone ed è immediato il suo colpo di tacco smarcante per Fimenta, ancora lui, L’eccellenza, lascia che la palla gli scorri tra le gambe sbilanciando l’avversario con due finti passi e lo salta, open de door, pronto Lomes parte ingobbendosi sul centrodestra giochiamo a memoria e Mc.Claude è nuovamente in piedi lui sa, lui conosce, lui lo ha inventato, così aprite la porta a Righeira, solo in questo mo l'aprite allora visto che lo sapete fatelo. Lomes si porta dietro i centrali aprendo al cacciatore il fianco sinistro del bisonte, che io vedo ed è il sacro bianco bisonte della storia. Fimenta incocca la freccia mortale, Collo interno destro e la palla vola profonda perfetta nel corridoio, corro, corro una corsa cieca folle, sparando tutto quello che c'é in me, aggredendo e divorando la distanza. Il centrale è in ritardo con il petto controllo la palla portandola in area di rigore, sono solo, alzo la testa e vedo l’angoscia nel bianco degli occhi del bisonte che mi corre incontro disperato, colpisco sotto la palla, che si alza e lo scavalca, rimbalza oltre la linea e si spenge nella rete. Cado in ginocchio perché non ho più energie per combattere l’emozione che mi scoppia dentro, Lomes mi raggiunge, mi abbraccia mi scuote grida impazzito, mentre tutto esplode intorno a me. Impossibile è, fermare la marea di una tempesta di cuori colmi d’amore, milioni di braccia s’alzarono, milioni di gole gridarono, a vederlo è un mare variopinto tempestato di occhi che brillano come diademi lucenti con voce tonante. Il portellone dell’aereo si apre, Antinas solleva nel cielo di Spagna la Coppa dei Campioni del Mondo e tutto esplode intorno a noi. Quando terminò e finalmente rientrammo a Campos, li trovammo tutti lì, non so quanta gente ci fosse, Tutto il nostro Popolo era lì per dirci Ti Amo. La fossa era colma straripante traboccante d’amore, un amore così forte così vero che lacerò il mio povero cuore, le due gigantesche braccia iniziavano dalla tribuna d’onore percorrevano tutto il cerchio dello stadio e s’incontravano nella tribuna opposta.
" UN ABBRACCIO GRANDE COSI, PER UN AMORE IMMENSO ! "
Nella sala degli spogliatoi attendevamo che la nostra cerimonia iniziasse, Tirati a lucido nei nuovi vestiti grigio perla, che Marta aveva fatto confezionare per l’occasione, eravamo belli come il sole, Carlos Rodes ci aveva appena parlato tutto ciò che poteva dire lo disse, anche Marta aveva usato tutte le sue parole, ora nel silenzio dell'attesa, Mc.Claude, Il Crudele, guardava gli occhi di ognuno di noi scrutandoci ad uno ad uno; - Mai un giorno avrei potuto sognare d'incontrarvi ed avere addirittura l'onore d'allenarvi. Non ho parole per descrivere ciò che sento dentro perché mai tanto orgoglio ha riempito il mio cuore, mai tanta stima ho sentito verso altre persone, voi avete portato il mio cuore nell’universo e i vostri diciotto nomi scalderanno il cuore della mia vecchiaia Ragazzi miei, ci strinse la mano ad uno ad uno. A vederli, In mezzo al campo in un tripudio di bandiere, ad ascoltare la fossa che innalzava al cielo i loro nomi, erano Bellissimi, quei diciotto ragazzi avevano donato al loro popolo tutto quello che potevano, andando oltre ciò che si poteva soltanto immaginare. Nella piazza vecchia, se ci passi adesso, trovi due grandi lapidi scolpite a rilievo, in una ci sono raffigurati diciotto giovani ragazzi con la maglia del Campos F.C. 1885, campione del mondo per sei volte; nell’altra gli stessi diciotto ragazzi che indossano la maglia della nazionale Spagnola Campione Del Mondo per due volte. Non sono realistiche le figure dei ragazzi perché nessuno di loro supera in altezza gli altri, ma i loro nomi sono incisi nel marmo ed una scritta unisce i diciotto nomi tra le due lapidi.
LA STORIA E’ PASSATA DA QUI.
Lasciando nei nostri cuori un allegro battito d’ali.
00:28 Scritto da: roy-40 in romanzi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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06/11/2011
L'Artiglio del Falco Cap.11
Cap : 11
Era il momento che attendevo, quello in cui l'atleta è in ferie e lascia posto all'uomo, tornare nella riserva indiana finalmente!, il mio stato d’animo era leggero e felice, buone notizie erano giunte alle mie orecchie, tutto era positivo e finalmente potevo cominciare ad usare la mia notorietà per lo scopo che mi ero prefisso; non che in realtà non avessi cominciato, ma c’era ancora molto da fare e quel molto doveva cominciare ad essere fatto, Orso in Piedi mi aspettava. C’era molto da costruire, ma fondamentale irrimandabile era l’unione del popolo e non solo il popolo Oglala ma di tutta la nazione pellerossa, doveva essere come il Campos, un unico forte e coraggioso popolo, unito nel volere, unito nel progetto, unito per il futuro, un Popolo, una Nazione, un Destino. Per fare ciò dovevo trovare chi credesse che fosse possibile e fosse necessario realizzarlo e fatto questo, portarlo al mio fianco per combattere insieme e combattere a volte significa amche morire. Dovevo superare lo scetticismo che molti di questo e quel popolo avevano nei miei confronti, non conoscendomi ed ignorando ciò che nel mio cuore ardeva. Orso in Piedi mi aveva preparato a questo ed ero consapevole delle difficoltà che avrei incontrato, ma solo unendo il popolo si crea la nazione e questo era ancora tutto da fare; mille fazioni dividevano l’unione, mille capi, mille tribù, una miriade di bande, questo doveva essere scardinato per poter intraprendere il cammino verso una nazione unita sotto lo stesso cielo con lo stesso proposito per il risultato comune di nazione pellerossa indipendente. In questo senso avevo già fatto molto, complice ignara era la squadra che con le sue imprese contribuiva a mettermi in piena luce dandomi la possibilità di far sentire la mia voce oltre i confini del luogo dove vivevo facendo leva di ciò che per i sportivi ero, un fuoriclasse, un atleta straordinario, un campione e un uomo. Usavo anche la minima occasione che mi si presentava per parlare e far conoscere il nostro progetto, ma la sera quando restavo da solo con i miei pensieri mi sentivo come quello che cerca di svuotare un fiume in piena con le mani, per impedire che straripi. Ted era in trepidazione e non aspettava che me per andare avanti nel suo progetto, quell’uomo mi si era legato come un fratello e non agiva mai se non mi aveva al suo fianco, sapendo di poter contare sulla mia saggezza e soprattutto sul mio cuore spietato, molte volte negli ultimi mesi ci eravamo attardati a ciattare. Quel cuore tumultuoso e colmo d’odio per tutto ciò che riguardava le autorità Wasichu, esplodeva d’impazienza quando gli consigliavo di temporeggiare, che il nostro tempo non era ancora giunto e di tenere al guinzaglio i cani, ma continuare ad armare la loro mano ad addestrarli tenendoli magri e famelici - Arriverà il momento in cui ci scaglieremo contro di loro con tutto il nostro odio e la faremo finita una volta per sempre!, ci riprenderemo ciò che ci appartiene e fonderemo la nostra nazione proprio nel cuore di quello che credono essere un loro territorio. - Presto, facciamo presto, mi rispondeva, i nostri cani sono pronti e non aspettano che il segnale. - Non è ancora tempo Ted! Questo è ancora il tempo delle parole, la violenza è l'ultima risorsa, l'ultima estrema risorsa possibile e non prima che invano anche l'ultima parola sia stata pronunciata, allora, solo allora non resta altro da fare. Teniamo nascosti i nostri canili nell’ombra e costruiamo la nostra nazione prima, quando il suo cuore palpiterà di uomini coraggiosi e determinati allora punteremo i piedi riprendendoci quello che ci appartiene. Raul e Rose aspettavano noi per celebrare il matrimonio secondo il rito pellerossa che, altro non sarebbe stato, se non l’entrata della coppia nella loro tenda, da quel momento erano marito e moglie come Me e Lubna. Quando arrivai all’aeroporto, la trovai lì, mi fissava con quelle nere pupille pungenti come spilli annegate in qul lago di giaccio celeste. - Marta?. - Io stavolta vengo con voi, disse decisa. I suoi occhi erano fissi nei miei, due punti di spillo spettrali e indagatori frugavano in me alla ricerca di risposte che non erano riusciti a trovare, ma si ostinavano a cercare e ora vi leggevo la volontà di capire di comprendere, di sapere, voleva parlare con me e la presi sottobraccio accompagnandola all’imbarco, parlammo un pò delle mie cose, io non andavo in ferie, e delle sue intenzioni, neppure lei andava in ferie!. - Ora conoscerai altri come me e comprenderai il perché esistiamo e quello che vogliamo. Lo sguardo di Lubna era puntato nella mia schiena lo sentivo pungermi la nuca come la punta di un coltello affilato, questo non se lo aspettava e la cosa non gli piaceva affatto, vederlo tutto preso da Marta, vederli che parlavano che si guardavano, vedere la sua mano toccare la sua spalla, no la cosa non gli piaceva affatto. Quando ci sedemmo il suo sguardo m’ignorava volutamente, teneva il broncio e si ostinava a guardare in altra direzione, avevo già capito tutto, ma una gatta arrabbiata graffia e morde senza pietà, dovevo andarci delicato. -Ehi, donna, sei la cosa più bella che i miei occhi abbiano mai visto ed il mio cuore abbia mai sentito. gli sussurai queste parole all'orecchio e si voltò verso di me dicendomi seria, - Ma le tue attenzioni hanno però cercato un’altra donna! - Mai nessuna donna potrà soltanto sfiorare il mio cuore al di fuori di te. - Ma quella non vuole sfiorare il tuo cuore, vuole mangiarti in un boccone e tu lo sai!. - No Luba sei prevenuta, questa volta sei in errore verso di lei, sono altre le cose che vuole, non me! E in quelle, solo in quelle... verso di lei sono disponibile. - E quali sarebbero queste cose? - Conoscere il motivo per cui sono quello che sono e quello per cui persevero. - Bene Uomo, quando gli avrai spiegato questi motivi... fermati lì o il tuo scalpo adornerà l’entrata della mia tenda, Claro? - Limpido come un cielo stellato Luba!. Deglutii amaro, dai suoi occhi capivo che non scherzava affatto. La vista delle cime delle Black Hills, era come una voce che mi chiamava, come un qualcosa a cui appartenevo in modo inscindibile. Quella, sentivo, era la mia terra, tra quelle creste proiettate verso il cielo come pietrificate grida di battaglia, vi era il mio futuro e non poteva essere altrimenti, così come lo era stato per Orso in Piedi. Il mio spirito vibrava di nuova energia, tra poco i miei occhi avrebbero riabbracciato Orso e le mie orecchie ascoltato la grande saggezza dell’uomo dai lunghi capelli grigi. Ted era stato scrupoloso nell’organizzare il soggiorno per tutti noi, le sue poderose braccia mi accolsero in un abbraccio forte e soffocante, l’allegria lo rendeva loquace mentre raggiungevamo la solita pensione di Rapid City, poi ci perdemmo per le vie della città come allegri turisti in gita, mai mi sarei aspettato d'essere additato d’essere riconosciuto in un paese così lontano, distante dalla mia realtà, eppure : la gente mi fermava chiedendomi autografi e facendosi delle foto con me e io sorridevo, la fama conquistata in Europa aveva oltrepassato l’oceano e il progetto dell’università legava il mio nome a quella città e a quel popolo. I giornali ne avevano parlato e spalleggiato schierandosi in favore della costruzione dell'università, il progetto poteva decollare da un momento all’altro e l’appoggio di Hangarfood, che muoveva le sue pedine, stava divenendo determinante. Rose ne era spalleggiata sorretta e la sua lotta per il diritto, indirizzata verso persone potenti, influenti, ora aveva molto più peso. Tutto il mondo è paese, se conosci le persone giuste e sei appoggiato da potenti personaggi, le porte non rimangono chiuse troppo a lungo e Hanga sapeva come, conosceva chi, ed usava ciò che necessario era per aprirle. Ora necessario, non era usare violenza per far rispettare i propri diritti, anche se i cani si muovevano nell’ombra pronti e letali. L’indagine sulla morte efferata del precedente personaggio, era in secca, senza più nessuna traccia da seguire, ne la parvenza d’un movente materiale ed anche se la firma era chiara: le indagini nulla poterono rivelare, molti personaggi tra cui Ted, erano stati sottoposti a lunghi interrogatori senza che questi approdassero ad un fatto concreto ad una prova che potesse definirsi tale, la scientifica nulla aveva trovato su cui far perno, solo un fantasma poteva entrare ed uscire senza lasciare la minima traccia o indizio, solo un fantasma avrebbe potuto. Il fatto però, ammorbidì un poco la riluttanza degli uomini governativi al progetto, ne colpisci uno ne istruisci cento ed ora la comparsa sulla scena di un personaggio potente influente e necessario come Hangarfood, imprimette un improvvisa accelerazione alla prassi burocratica. Rapid City era in fermento, il progetto dell’università, avrebbero garantito lavoro alla collettività indigena residente e ciò che più stimolava il loro interesse era il motivo portante del progetto, la struttura sulla quale si sarebbe poggiata la loro filosofia di vita, con la possibilità di averla a portata di mano e usarla per essere utile, sarebbe finalmente stato possibile tramandarla farla crescere e conoscere, farla vivere nuovamente invece di lasciarla morire, fare in modo che la propria storia, di popolo, di nazione non andasse perduta ed anzi nutrita, coltivata in modo che loro stessi e i loro figli e i figli dei loro figli potessero essere messi nelle condizioni di conoscere approfonditamente cos’era ciò che il loro popolo gli aveva lasciato in eredità, ciò che era stato, il come e perché era approdato in quelle terre, come aveva sviluppato il proprio concetto di vita di nazione di popolo, il perché del suo rapportarsi alla terra e del come. Una grande scuola in cui tutta l’essenza del proprio popolo potesse continuare a vivere e vivendo generare e costruire la propria indipendente nazione. Grazie ad Hanga, con il suo intervento il costo della materia prima si riduceva del 30% portando quasi a zero la spesa per il trasporto, con un simile alleato la struttura poteva prendere forma ad una velocità incredibile, non appena fossero arrivati i permessi l’ossatura portante della struttura sarebbe cresciuta rapidamente, tutto era pronto, tutti erano pronti e fremevano d’iniziare. Inevitabile che il mio nome e quello del Campos, di conseguenza vi fossero legati, la televisione e le nostre imprese sportive completarono l’opera, fino a spingere alcuni a fondare il Pine Ridge Campos Club Indian Reserve. In breve tempo molti soci si erano inscritti e sostenevano il Club, ormai quasi pronti ad organizzare trasferte Europee per venire a vederci e sostenerci. La voce, che sarei arrivato in città serpeggiava da giorni ed ora si stava spargendo a macchia d’olio. Fu inevitabile essere ospiti del Club, le persone si stringevano intorno a me, mentre firmavamo il libro dei soci, fu una faticaccia tener testa a tutti ma ne valeva la pena, la gente mi amava per quello che rappresentavo, in me vedevano il materializzarsi dei propri sogni delle proprie possibilità, il sogno di chi può emergere, con il sacrificio con il duro lavoro e la volontà di farcela, io ne ero lo specchio ed il fatto di mantenermi umano distante dagli atteggiamenti da divo, rendeva ancor più fattibile il realizzarsi di una possibilità. Noi del campos eravamo una legenda vivente, eravamo i campioni d’Europa, la nazionale di Spagna e restavamo autentici, disponibili allegri cordiali, esattamente come un amico che s’incontra al bar la sera. Quando le nostre famiglie s’allontanarono e la porta fu chiusa: Ted fece quello che non mi aspettavo. Mi accompagnò sul piccolo palco e mi disse; - Parla al popolo a cui appartieni, questi sono tutti i Guerrieri che da tutte le tribù si stanno stringendo intorno alla nazione per difenderla anche con la loro vita, questi sono i Cani di tutte le tribù pellerossa che vogliono essere liberate, fai sentire loro che Questo Popolo può continuare a vivere, e si allontanò mettendosi in prima fila. Quando li vidi tutti davanti a me, quando lessi nei loro occhi la voglia d’ascoltare, quando capii che erano lì per ascoltare il mio cuore e non le mie parole perché non credevano in me, per loro io ero un estraneo, uno che secondo alcuni di loro voleva solo fare soldi con le cose degli indiani. Non credevano in me, ma ascoltarono il cuore di chi era stato scelto per essere istruito dallo sciamano e se Orso in Piedi in persona mi voleva al suo fianco, loro dovevano ascoltarmi, poi avrebbero deciso ognuno per proprio conto e qualcosa, ruppe gli argini del mio spirito, ora dovevo cominciare ciò per cui io sono e per la prima volta parlai veramente e senza veli al popolo a cui appartenevo, lasciando libero il cuore e ciò che vi era custodito. Le parole erano quelle che ogni guerriero voleva sentire, non era, Alberto Righeira il campione, che parlava: ma Colui che Cerca, il discepolo di Orso in Piedi, il Cane dello Sciamano Oglala. Fomentavo i cuori alla lotta contro l’oppressore, alla riconquista del territorio, al riprendersi l’anima della nazione a far battere il suo cuore coraggioso e tornare liberi in una terra libera in una nazione libera, un popolo, una nazione, un destino. - Ed il nostro sangue che la bagnerà, si mescolerà a quello degli altri guerrieri che lo hanno versato per lei e sarà come un fiume che s’ingrosserà e strariperà nel petto di tutti i nostri figli. Nessuno inneggiò alle mie parole, nessuno liberò il suo trillo di guerra, ma nel silenzio assoluto tutti quegli occhi ardevano, tutti i cuori erano incendiati dal fuoco della rivoluzione. Mi sentii un guerrigliero, ma ero un cane nella tana dei cani, un guerriero tra i guerrieri e alcune penne vennero posate accanto ai miei mocassini, Penne, Pugnali, Pallottole e gocce di sangue. Uno di loro mi si fermò davanti e guardandomi dritto negli occhi disse; - Se qualcuno esorta a cadere in battaglia difronte ai nemici e dopo questi discorsi abbandona il suo posto, dimostrando di avere paura, rende tutti codardi con i fatti, piu che impavidi con le parole. In tali situazioni è consigliere persuasivo chi per primo intraprende le azioni che ha consigliato di compiere. Si voltò dandomi le spalle e si mischiò agli altri. La mattina successiva una fila di cinque Land Rover ci aspettavano per farci inoltrare nel territorio della riserva indiana, erano tutti elettrizzati all’idea, e quando il corteo si mosse, urletti d’eccitazione uscirono dai vari abitacoli, destinazione lo spaccio di Bernam a Wounded Knee. Ci arrampicammo per il fianco delle montagne passando il Fair Burn, l’Hot Spring, lo Whaite River, arrivando infine allo spaccio di Bernam, sostammo e ci rinfrancammo dagli scossoni continui della pista dissestata, poi proseguimmo per Smith Wick percorremmo L’Oglala Whitclay fino a Pine Ridge. All’ufficio postale Manderson vi era il campo base dove avremmo trascorso il nostro soggiorno, 14 km più avanti si trovava la valle di Wounded Knee. Chiacchierando trascorse quasi l’intera notte, ma con Ted, avevamo molte cose da dirci e raccontarci, sapeva che sarei andato da Orso ed il nostro tempo per stare insieme era sempre breve, per questo non mi stupii quando, subito dopo l’alba, lo vidi arrivare tirando dietro il suo cavallo e Colui a cui piacciono i sigari il mio, questa volta mi avrebbe accompagnato per tutto il tragitto, fino alla tenda di Orso in Piedi. La terra ci chiamava le Black Hills erano un richiamo irresistibile per il mio spirito. Salutai Lubna Alfonso e Piccolo Falco dandogli appuntamento al campo estivo di Lupo che Salta. Marta ci seguiva con lo sguardo incredulo mentre quasi completamente nudi e cavalcando a pelo, ci addentravamo nell’antico terreno di caccia Sioux sentivo gli occhi di Lubna fissi nella mia schiena e altre pupille pungenti che scrutavano il mio andare. Il caldo era asfissiante, ed il vento sollevava la polvere in colonne roteanti, soltanto sulle sponde del fiume la vegetazione riusciva a resistere alla calura mantenendo un pallido colore verdastro. L’orizzonte tremolava nell’escursione termica del terreno arso dal sole, procedevamo lenti per non affaticare i cavalli e quando il sole si avvicinava allo zenit, cercavamo un riparo ombreggiato sulle sponde del Powder. Amavo quella zona, sperduta e lontana da ogni contaminazione di presenza umana, ascoltavo il fiume che qui scorreva lento, più a nord le sue acque erano tumultuose nella ripida discesa dai monti Big Horn che lontani e scuri: aspettavano pazienti il nostro arrivo. Lassù, nell’ombra dei suoi boschi Orso in Piedi aveva piantato la sua solitaria tenda estiva, strano destino quello di Orso, uomo d’estrema importanza per l’intera comunità, rispettato e onorato da tutti gl’indigeni della riserva eppure: costantemente solo, eremita nella sua terra, alla ricerca del suo mondo perduto. I suoi occhi avevano visto quello che soltanto i libri raccontano, le sue mani avevano toccato e guarito il corpo dei guerrieri feriti nelle battaglie per la resistenza e mai si era arreso ad essere rinchiuso in un fazzoletto di arida terra, circondato dai fucili dei Wasichu. L’ultimo Guerriero Sioux ancora in vita, ma lui la sua battaglia, la sua guerra l’aveva vinta era libero. Ormai nessuno più lo cercava, per imprigionarlo, poteva muoversi libero come un uccello nella terra dei suoi avi senza che nessuno osasse impedirglielo, ma che vittoria era, la vittoria di un singolo è nulla di fronte alla sconfitta di un popolo, ricordavo le sue parole, - C’è tanto che posso e devo insegnare, perché il mio sapere è per gli uomini, presto sarò erba sui colli e questo, tutto questo, andrà perduto ed il mio popolo morirà, tutto il potere che mi è stato donato non sarà servito a nulla, perché era un grande potere, così potente, che io non ho saputo usarlo. Osservavo Ted disteso sulla sabbia a sonnecchiare all’ombra della calura, osservavo il suo profilo i suoi lunghi capelli neri la possanza del suo fisico, Sioux purosangue, neanche lui si era arreso. Quanti ce ne erano ancora, che, come lui, tenevano nascosto dentro il petto un cuore da guerriero, rividi gli occhi dei Cani tutti stretti sotto il palco, echeggiava nelle mie orecchie il tumulto dei loro cuori e la verità nelle ultime parole di quell’uomo. Qualsiasi cosa arrivi per questa causa ben venga pensai, questo popolo non è ancora sconfitto e qualsiasi fuoco, alimenterà il loro spirito, farà in modo che il potere di Orso non sia perduto, il cerchio della nazione deve essere ricostruito, dobbiamo recuperare tutti i suoi frammenti, sparsi ormai ai quattro poteri del mondo e ricongiungerli, l’università è il centro gravitazionale di questo cerchio, sarà grazie a lei, grazie all’attrazione che eserciterà sui giovani che loro torneranno! Si! i guerrieri torneranno e questa volta non saranno da soli. Il loro carisma di uomini con le penne non è perduto, anzi, in ogni parte della terra i loro nomi sono ricordati, la loro saggezza è viva ed attuale, come il sole che scalda, No! altri si uniranno a noi, ognuno che sposa la nostra filosofia sarà guerriero al nostro fianco perché combatterà per la morbida terra e difenderà la grande madre che tutto subisce. Verso sera il caldo era meno opprimente anche se il tasso d’umidità continuava ad essere alto e a farci sudare, riprendemmo il sentiero che risaliva il fiume, Ted mi parlava di come il popolo si fosse schierato compatto durante le manifestazioni di protesta - A tratti sembrava un vero esercito, tutti si davano un gran da fare nell’inneggiare ed innalzare le proteste, ognuno di loro sapeva esattamente quello che stava facendo e perché, è entusiasmante veder crescere giorno dopo giorno il popolo e vederlo combattere per quella che chiamiamo la nostra creatura. - Perché la nostra creatura Ted ? - Dal primo giorno in cui sono apparsi i primi progetti ad ognuno di noi è sembrato come tirar su il proprio figlio, un giorno un tizio in un bar disse: - Non ho tempo per fermarmi a giocare a carte con voi, vado ad iscrivermi al club che devo tirar sù la mia creatura. Da quel giorno ognuno rispondeva con le stesse parole, così per tutti quella è diventata la nostra creatura, - Vorrei conoscerlo quel tizio Ted, ha centrato esattamente il senso di quello che dovrebbe essere. Mi raccontò ancora dei fatti salienti del giorno della manifestazione, di come gli Akicita fossero tutt’intorno alla grande massa inneggiante e li tenesse schierati ed in ordine, - Una vera dimostrazione d’organizzazione e d’efficienza. È stato come un tuffo nel passato peccato che tu mancavi, ma alla prossima non mancherai lo sento. - Ho molto da costruire Ted, ognuno di noi faccia quello che deve, io devo essere lontano per fare, solo dopo, quando sarò riuscito a far sentire la nostra parola al mondo, tornerò per restare e combattere al vostro fianco. Lasciammo il Powder e ci dirigemmo verso il Tounge, stavamo facendo un largo giro intorno alle montagne per raggiungere il Sentiero Bozeman alla cui sommità avremmo trovato il rialzo dove sorgeva il Forte Phill Kearney, avremmo passato la notte nella conca, al di là del monte dove scattò l'agguato della battaglia dei Cento uccisi, il massacro dei soldati di Fetterman. La cappa d’umidità non cedeva, anche nel pieno della notte non si riusciva a respirare, il cielo era coperto da uno strato uniforme di nuvole nere ma la pioggia non sarebbe riuscita a cadere ed il giorno che veniva sarebbe stato ancor più afoso. Avevo tentato invano di prender sonno ma il sudore che continuava ad uscire dal mio corpo che sembrava non trovare pace me lo impediva, i capelli mi si erano appiccicati sulla faccia, vi passai in mezzo le dita per tirarli indietro raccogliendoli in una coda, mi tirai su, a sedere sulla coperta, era chiaro che non avrei dormito. L’aria era ferma immobile ristagnante, pesante era anche il silenzio che incombeva nella conca. Ted al contrario riusciva a dormire, mi versai dell’acqua sulla testa per ricavarne sollievo ma anche quella si era intiepidita, m’incamminai allora sul fianco del monte, volevo raggiungerne la sommità sperando che lassù si muovesse un poco d’aria, mi sedetti su di un masso sporgente ed accesi la mia pipa dal cannello corto, non c’era un alito di vento, guardai verso il bivacco dove Ted dormiva e poi dall’altro lato del monte, dove una volta vi era eretto il Forte. Vidi che da li si dominava completamente lo scenario della battaglia e forse proprio da quel punto Cavallo Pazzo aveva studiato le mosse dei soldati e messo a punto l’agguato mortale in cui li fecero cadere. Ripensai a quello che avevo letto in proposito ed a ciò che Orso mi aveva raccontato, quello che i suoi occhi avevano visto: Cavallo Pazzo che faceva l’esca e attirava al suo inseguimento tutti quei sciocchi che volevano ucciderlo, li beffeggiava ignorando con il coraggio i proiettili che fischiavano tutt’intorno a lui senza che potessero colpire. Grande era la sua medicina, grande il suo coraggio immenso il suo odio, li portò oltre il monte fin dentro la trappola e li massacrarono, gli ultimi superstiti all’agguato si erano rifugiati sulla sommità del monte, nel estremo inutile tentativo di uscirne vivi, l’ultimo atto deve essersi svolto esattamente qui! dove mi trovo adesso, probabilmente accanto a questa pietra qualcuno di quei soldati ci ha lasciato la vita e lo scalpo. Ad ovest l’eco di un tuono lontano mi distolse da quei pensieri, era come se mi chiamasse, gli esseri del tuono i Wakinyan, sentivo il loro eco rimbombarmi nelle orecchie, l’orizzonte lontano, al di là delle montagne, s'illuminava dei lampi di un temporale. Il figlio del lampo e del tuono veniva a trovarmi, ma questa volta non mi sentivo minacciato, anzi il mio cuore era contento. Mi sedetti sulla terra incrociando le gambe con le palme delle mani rivolte al cielo e assunsi la posizione del fiore di loto, cara ai praticanti di Yoga, quasi con un movimento involontario il mio corpo aveva assunto tale posizione, respirai profondamente e fu come entrare in una nuova dimensione, di percezione ed armonia complete, avvertivo il pulsare del cosmo sentendomene parte, avevo gli occhi chiusi eppure, vedevo chiaramente, ero seduto eppure, mi muovevo, sapevo cosa stava succedendo e non ne ebbi paura ne sorpresa era solo Grande Medicina. Orso me ne aveva parlato, ed anzi, si era stupito che ancora non mi fosse riuscito, non ebbi bisogno di voltarmi, mi vidi, il fiore di loto sbocciato sul monte, ed intorno a me l’universo, come se fossi sospeso sopra il mio corpo, ero riuscito ad uscirne consciamente, non si trattava più di un sogno di una visione o di un viaggio, ne ero uscito, ed ora sapevo che non mi era più impedito farlo e sapevo come rientrare. Andavo incontro alle nubi temporalesche sapendo chi avrei trovato. Il suo pensiero di pace, di lealtà, sincerità e purezza d'intenti, la sua autenticità nello spirito ed il desiderio d’essere d’aiuto, l’assoluto puro odio verso l'inganno, un uomo di pace trasformato dall’inganno in un guerriero di morte. Se soltanto l’uomo fosse leale con se stesso, se solo ascoltasse la sua profonda conoscenza del cosmo, se avesse concezione della sua vera origine, di cosa è e di cosa potrebbe essere, riuscirebbe a sopportare il peso dell’immensa felicità? Oppure, credendosi onnipotente, farebbe ancor peggio, cadendo ancora nell’inganno di un potere sulla materia effimero ed impermanente?. Come posso aiutare la mia gente, come posso. La tempesta è svanita, il figlio del lampo e del tuono lascia queste riflessioni al mio cuore, è tempo di tornare. Orso in Piedi scrutava l’orizzonte e la sua mente era lontana, quasi nudo sul ciglio del burrone, in piedi con la sua figura stagliata nel cupo cielo notturno senza stelle. I lunghi capelli grigi, sciolti, sfioravano quasi l’erba, la cenere soffocava gli ultimi bagliori rossastri delle braci di un fuoco sacro, ascoltava il brontolio di un temporale lontano, ad ovest l’orizzonte mostrava il profilo delle montagne illuminate dalla luce intermittente dei lampi, con le braccia allargate e le palme delle mani rivolte al cielo scuro, Orso intonava il suo canto sacro allo spirito OTI SABA HEI HEI, OTI SABA. Prima d'inoltrarmi nel bosco Ted prese in consegna il mio cavallo e si separò da me, nessuno poteva raggiungere la tenda sacra di Orso in Piedi se non ne era stato invitato. Al contrario io dovevo andare, Orso non m’invitava, mi ordinava di farlo. Ci dammo appuntamento al campo estivo di Lupo che Salta. Raggiunsi l’esiguo passaggio sul ciglio del burrone, ricordavo la paura che mi strinse il cuore la prima volta che mi ci avventurai, ora scendevo sicuro appoggiando i piedi nell’esigua fenditura della roccia, il potere era potente in me, raggiunsi lo sperone di roccia che sporgeva nel vuoto abisso nascondendo alla vista il sentiero che si apriva oltre. Proprio in quel punto ebbi il primo contatto visivo con il falco, ne seguirono altri ed ora ero quasi riuscito a capirne i misteri, non mi era chiaro il significato frammentario di alcuni concetti che si erano accesi nella mia mente durante il contatto, soltanto Orso poteva decifrarne la sostanza e rendermeli più compressibili. Lo vidi, in piedi, immobile a metà del sentiero, mi stava aspettando, non poteva sapere quando sarei arrivato, ma era lì, puntuale ad aspettarmi, mi sorrise ed alzò la mano salutandomi, ci stringemmo gli avambracci con le mani in segno di grande fratellanza e percorremmo gli ultimi metri del sentiero fianco a fianco. Davanti alla tenda la brace del fuoco era ancora viva, e bastò poco a ravvivarne la fiamma per cuocere qualcosa da mangiare, estrassi dalla sacca che portavo, i doni per lui, tabacco da masticare, caffè, zucchero, ed erbe raccolte durante il cammino, ed alcuni sigari all’anisette, in cambio mi fece dono del suo antico arco e delle sue frecce. - I miei occhi non possono più aiutarmi e le mie braccia non riescono da molto tempo a tenderne la corda, è bene che sia tu ad usarlo, è un buon arco ti sarà utile, un gesto semplice cordiale. Capivo cosa intendesse con quel gesto semplice, lentamente mi stava passando le consegne, ed una certa tristezza s’accumulò nel mio cuore, sentivo come lui che il nostro tempo insieme si stava concludendo. Passammo il resto della giornata chiacchierando e raccontandoci episodi ed aneddoti ridendo e a volte prendendoci un pò in giro come fanno due vecchi amici. Orso era dotato di un umorismo letale, non c’era fretta di parlare delle cose dello spirito, lo avremmo fatto quando le circostanze lo ritenevano opportuno: il punto debole dei bianchi è sempre stato la pazienza! il voler tutto e subito. Orso mi aveva insegnato ad assaporare l’attesa, aspettare il momento, sentire quando il tempo era pronto, anche questo modo di vivere era ormai parte della mia esistenza, lo avevo messo in pratica durante la caccia, aspettando che la preda fosse al posto giusto nel momento giusto per donarsi, solo allora scoccavo la mia freccia centrando il bersaglio donando la morte onorevole e istantanea al mio fratello minore, onorandolo nel suo sacrificio con un canto di morte silenzioso e privo di sofferenza. Una sera Orso mi chiese perché preferissi usare l’arco e frecce invece che il fucile: - Il fucile offre molti vantaggi, come quello di colpire da molto lontano, ma il suo canto echeggia tra i monti diffondendo un messaggio di morte rumoroso, mi disturba!. La freccia ha il vantaggio di avere un canto di morte silenzioso, ed i miei fratelli minori meritano di avere una morte onorevole e silenziosa. Fu durante la notte, mentre facevamo il bagno di sudore purificante nella tenda sudatoria che Orso volle saper quello che lo spirito mi aveva detto... non mi sorprese il fatto che lui sapesse quello che mi era accaduto, non sapevo ancora come facesse, ma erano veramente poche e poco importanti le cose che gli sfuggivano. Gli feci un racconto dettagliato e colorito, come nel nostro costume, delle cose accadute, ascoltò attentissimo come sempre ed alla fine del racconto ne era particolarmente soddisfatto; - Vedo con piacere che cominci a padroneggiare il tuo potere e tutto ciò che hai imparato ha portato frutto, per questo quando lo spirito ti ha chiamato, sei stato tu ad andare da lui, pensaci, era stato sempre lo spirito a venire da te, ma ora hai raggiunto la tua autenticità e lo spirito ti concede di rivolgerti direttamente a lui, questo onore che ti è stato concesso, lo è stato dato a pochissimi altri uomini, meno di quanti ne può contare la mia mano, ora incominci a percepire, anche se non chiaramente, non del tutto, devi soltanto meditare e riflettere su quello che resta nella tua mente dopo che ti ha parlato, per il momento non tutto rimane e cosi deve essere, troppe cose tutte insieme creerebbero solo confusione. Sento che il mio compito con te è quasi giunto al termine, sarà un altro e molto più saggio di me ad istruirti, ascoltalo perché le sue parole sono autentiche, farà con te come tu farai con tuo figlio Piccolo Falco, fidati di lui "Nessuna madre, alla quale il figlio ha chiesto un dolce, metterà nelle sue mani un serpente", non credi?. I giorni insieme correvano veloci, Orso si prodigava nell’insegnamento di mistiche pratiche, antiche quanto l’esistenza stessa degli sciamani, eredità lasciatagli dai suoi avi, ed ora lui lasciava a me tale eredità, affinché potessi lasciarla ad altri e non andasse perduta. Il mio impegno nell’apprendere era totale, venivo immerso nel suo sapere nel suo conoscere come una spugna nell’acqua, giorno dopo giorno accrescevo il mio potere, la mia stabilità psichica, il mio controllo su di esso, le nove esperienze cui Orso mi sottoponeva accrescevano in me la convinzione che l’armonia con l’universo esiste già dentro di noi soltanto che non sappiamo riconoscerla, il nostro spirito possiede l’eredita degli arcani segreti del cosmo ne conosce i concetti fondamentali più di quanto noi possiamo intuire, perché le nostre intuizioni si fondano proprio sulla conoscenza interiore che abbiamo ereditato ma che la materialità della nostra esistenza non ci concede di ricordare, fermi come siamo su punti inscindibili d’unicità dell’esistenza e della resurrezione dopo l’avvento di un entità che prende su di se le nostre colpe, come al solito cerchiamo di scaricare su altri i nostri fallimenti quotidiani sperando poi di farla franca e guadagnarci la vita eterna per poter alla fine riuscire a fregare di nuovo qualcuno, mentre inganniamo soltanto noi stessi. Ma se così fosse, perché allora il ricordo di tante vite passate riaffiora nella mia mente, perché conosco l’esser donna e madre, perché conosco il dolore delle doglie e quell’innamoramento infinito nel partorire il proprio figlio o l’esser albero, perché conosco il volo dell’uccello e le unghie della tigre, conosco il sapore del sangue e del fango, perché conosco la vita del rapace animale notturno e della preda che corre veloce nella luce del sole, perché mi son familiari luoghi sconosciuti, o voci o suoni od odori, ma perché, se il nostro spirito è eterno, deve vivere soltanto una vita, il resto dell’eternità che fa?, come lo passa il tempo, ma se l’eterno, in quanto tale, non ha avuto inizio e non avrà fine, qualcosa per ammazzare il tempo bisognerà pur inventarsela, allora perché non vite su vite, esperienze su esperienze, il giocare con la materia, con gli stati d’animo, accrescere la conoscenza in ogni forma di vita accrescendo il proprio spirito. Orso m’immergeva nel suo conoscere come una spugna nell’acqua aprendo porte che la mia mente neppure sapeva di avere, donandomi un potere così grande e forte da non sapere come e in cosa usarlo, esattamente come era capitato a lui ed anche in questo m’istruiva, affinché non sciupassi tutta questa conoscenza e non ripetessi i suoi stessi errori nell’usare questo potere che è per le cose buone che avevo in mente di compiere che era per ciò che m’accingevo ad iniziare, - Altre prove ti aspettano in questa terra e saranno dure prove. Dovrai dare prova di coraggio e determinazione. Il mio spirito sarà con te quando t’innalzerai al di sopra del popolo. Raccogli il tuo coraggio uomo e spero che questo sia sufficiente. Non disse altro lasciandomi perplesso sulle sue ultime parole, ma conoscendolo sapevo che ciò che aveva appena detto sarebbe stato. L’accampamento estivo di Lupo che Salta, distava poche miglia dalla zona dove sarebbe sorto l’edificio dell’università, arrivai di notte sulla cresta del monte che sovrastava la piana dove il campo era immerso nel sonno e i fuochi quasi spenti. Avevo camminato con la mente occupata a riflettere sui più svariati argomenti, per due interi giorni. Non mi ero reso conto d’essere giunto al campo se non quando lo vidi sotto di me, ma insoddisfatto dei miei pensamenti, non lo raggiunsi, mi distesi invece nell’erba alta e fissai il limpido cielo scuro della notte, miliardi di stelle brillavano nello spazio, il mio sguardo si perdeva nell’immenso mentre la mente continuava a contorcersi nei pensieri, hei non perderti la luna per guardare le stelle, un passo alla volta, un passo alla volta. Sentii i passi distinti di quattro persone, che stavano risalendo il fianco del monte, borbottavo tra loro in una lingua che non conoscevo, incuriosito spostai gli steli d’erba e li vidi : indossavano uno strano abbigliamento, e le loro teste rasate riflettevano la luce argentea della luna. Monaci buddisti, i loro lineamenti ed il particolare abbigliamento non lasciavano dubbi. Erano in visita e non mi sorpresi piu di tanto della loro presenza, molte cose della loro dottrina convergevano in quella della filosofia di vita pellerossa, per poi inevitabilmente allontanarsene. Orso mi ripeteva spesso: - Noi abbiamo la nostra verità e altri popoli hanno la loro, così come il contadino sparge il seme non tutto in solo punto, anche il Grande Spirito ha sparso un pò qui ed un pò li, la sua verità, in modo che così anche ciò che per la nostra cultura rimane ostico, per altre culture risulta limpido ed efficace. Una sola persona, un solo popolo non può comprendere tutto, le barriere culturali e le proprie personali esperienze limitano oltremodo il comprendere ciò che non ne fa parte. Diffida sempre da chi sostiene di conoscere la verità, in verità lui non conosce altro che la sua piccola porzione di verità perché ciò che non possiamo vedere e non possiamo comprendere pur esistendo ci rimane del tutto ignoto. I quattro monaci superarono la mia posizione e si sedettero più in là, quasi in cima al monte, mi alzai lentamente per non spaventarli con la mia presenza improvvisa e inaspettata, alzai la mano in segno di saluto e risposero congiungendo le mani ed inchinando il capo, mi avvicinai a loro con passo lento, erano lì per pregare e meditare, l’alba era ancora lontana, mi sedetti al loro fianco e m’unii alla meditazione, avevo molte cose su cui dovere, la loro presenza mi era d’aiuto. Nel silenzio della notte i nostri bisbiglii sembravano parole urlate al vento, tanto chiare e profonde giungevano ai nostri spiriti. Soltanto dopo la preghiera del Mattino m’incamminai verso il campo e seduta fuori l’entrata della tenda era ad aspettarmi una donna, i lineamenti del volto erano tesi preoccupati ed i suoi occhi stanchi come quelli di chi da molto non riposa, mi prese le mani e vi appoggio sopra la fronte, - Il mio ragazzo stà male, sono tre giorni e due notti che la febbre lo divora, Orso in Piedi ti ha Insegnato, ti prego vieni, vieni ad aiutarlo. Mi sentii pervadere dal panico, era la prima volta che qualcuno si rivolgeva a me esplicitamente per fare medicina, solo questo bastò a far vacillare tutta la mia sicurezza, fui tentato di rifiutare dicendo a quella donna che io nulla potevo fare, Mi sorpresi nel costatare la verità che avevo pensato, difatti io nulla potevo fare da me stesso, bene! Allora l’aiutai ad alzarsi e la seguii alla sua tenda. Il ragazzo bruciava di febbre ed il corpo era madido di sudore, m'inginocchiai accanto a lui e lo scoprii delle coperte, passai le dita sulla sua fronte e sul petto bagnato di sudore, la sua pelle scottava la febbre era alta, molto alta, bisognava fare qualcosa per lui, assolutamente oppure il suo cervello si sarebbe cotto, la meningite. Dissi alla donna di andare alla mia tenda e prendere la sacca di medicina, la donna ubbidì fiduciosa e solerte, e, pochi minuti dopo, era di ritorno accompagnata da Lubna, i nostri occhi si fissarono, poi senza dire nulla si sedette accanto alla donna e le mise un braccio intorno alle spalle tenendosela vicina. Presi gli oggetti sacri e li offrii ai quattro poteri del mondo, alla terra ed al cielo, bruciai della salvia sopra il piatto di pietra e pregai il Grande Spirito di concedere la guarigione al ragazzo, recitai un antica preghiera propiziatoria in dialetto Unkpatila ed infine battei le mani tra loro, ne poggiai una sulla sua fronte e l’altra sul mio cuore, sentivo il calore fluire attraverso il corpo del ragazzo poi sentii il calore invadere le mie mani, pregai il Grande Spirito invocando il potere, le mani mi divennero calde ancor più del corpo del ragazzo, presi la sua testa tra le mani e con i pollici carezzavo la sua fronte, gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie. Con la testa china al terreno continuavo ad invocare lo spirito tramite le antiche preghiere Cheyenne, il ramo di salvia si spense ed il suo fumo si liberò nell’aria sprigionando il suo gradevole profumo, preparai una soluzione con erbe e radici, sotto gli occhi attenti di Lubna, poi chiami la donna che mi aiutò a tenere su la testa del ragazzo, lentamente sorso dopo sorso bevve quel miscuglio d’antica sapienza sciamanica e piena del potere medicinale di erbe e radici che la natura mette a nostra disposizione per curare i nostri malanni, il mio alito era sacro, i miei gesti erano sacri, le mie preghiere erano sacre, poi cessarono, Hetchetu Aloh, ho detto. Il volto del ragazzo sembrava più sereno, gli rimboccai le coperte e rivolgendomi alla donna dissi, - Ciò che sono in grado di fare ho fatto, presi le mie cose ed uscii, Lubna mi seguì senza dire nulla, ci sdraiammo sopra il giaciglio quando ormai la luce del giorno illuminava il campo, mi si strinse addosso poggiando il suo viso sul mio petto, mentre con le braccia mi teneva stretto, sentivo che non dormiva, sentivo i che i suoi occhi erano aperti e fissavano un punto indefinito. La mano mi scosse leggermente, credevo di essermi appena addormentato, la luce rossa del tramonto però mi portò alla realtà, Lubna mi sussurrò in un orecchio: - La febbre lo ha lasciato, L’uomo è qui. Mi alzai su di un gomito e vidi un uomo in attesa seduto fuori l'entrata, mi sedetti al posto riservato al capofamiglia e dissi a Lubna di far entrare l’uomo, lui mi ringraziava portandomi in dono un coltello da caccia per me e pelli morbide per Lubna, infine m'invitò nella sua tenda offrendomi di partecipare alla sua cena come ospite d’onore insieme alla mia donna ed agli altri membri della famiglia. La notizia serpeggiò tra le tende del villaggio e di tanto in tanto qualcuno si affacciava nella tenda per unirsi a noi nel banchetto e salutandomi con rispetto lasciava il posto ad altri, poi fu la volta del capo tribù Lupo che Salta ad unirsi a noi, il suo volto era atteggiato in una espressione di grande soddisfazione, mi fece grande onore fumando insieme a me. Fu durante la notte che i quattro monaci buddisti vennero alla mia tenda per un incontro con me, ci sedemmo intorno al fuoco e parlammo a lungo in lingua Sioux, molte volte fu fatto il nome di Piccolo Falco, intuivo cosa cercassero in lui ma presi tempo per decidere il da farsi in proposito. La mattina seguente raggiunse il campo Corre Veloce e subito piombò come il vento nella mia tenda portandomi notizie, la guarigione del ragazzo aveva fatto molta strada anche troppa ed era giunta ad orecchie gelose, il chiasso che ne scaturì tra i sciamani dei vari clan fu tale che dovettero riunirsi i capi di diversi villaggi per decidere il da farsi, discussero animatamente con gli sciamani che deploravano il mio intervento non riconoscendo in me l’uomo di medicina. Quando fui chiamato a render conto dell'operato mi rivolsi ai capi dicendo: - Gli sciamani hanno ragione, neppure io mi reputo uomo di medicina, e di fatti non sono di certo io che guarisco, io come potrei? Non è forse il potere del Grande Spirito che guarisce?. Poi rivolto agli sciamani aggiunsi, Ma quando il ragazzo aveva bisogno, voi dove eravate!… Vi ritirate sul monte a far riti sacri e lasciate che il popolo muoia e si ammali, tre giorni e due notti il ragazzo è rimasto senza aiuto. Allora è giusto che chi non essendo uomo di medicina lo diventi, oppure pensate che il popolo deve morire in attesa che voi scendiate dal monte?. Le loro teste si chinarono verso il basso, Lupo che Salta, era furioso, l’insultò paragonandoli alle vecchie che chiacchierano mentre vanno al fiume a lavare i panni, invece di fare ciò che devono, minacciò addirittura di prenderli a vergate insieme a gli altri vecchi Akicita, poi abbandonò il circolo seguito dagli altri capi lasciando gli uomini di medicina a riflettere sul loro operato e sulla loro sterile gelosia. Mentre il sole tramontava raggiungemmo la sommità del monte chiamato la Cresta del gallo per via di una roccia sulla sommità che molto gli somigliava, da lì potevamo vedere la valle sotto di noi, il mio cuore si rallegrò, quando riuscii a leggere la scritta che i TIR parcheggiati in attesa d’essere utilizzati, portavano sul fianco: Hangarfood. Ted, Raul e Corre Veloce mi avevano accompagnato sul monte per valutare con i miei propri occhi il sito dove sarebbe cresciuta la nostra creatura. Sui loro volti vi era soddisfazione mista ad orgoglio. Rose era semi sommersa da carte progetti ed ogni sorta di documenti ricoprivano la scrivania nel suo angusto ufficio ricavato da un container e quando alzando gli occhi ci vide il suo volto s’illuminò in un sorriso caldo e accogliente, ci venne incontro mollando all’istante tutto quello che stava facendo, - Era ora che vi faceste vivi qui al cantiere, cominciavo a pensare che sareste andati via senza venire a trovarmi, ah Piccolo Falco!, vieni dalla zia, e cosi dicendo lo carpì dalle braccia di Lubna. Piccolo Falco la guardava serioso e incuriosito da quella giovane donna che lo copriva di baci e lo portava in giro per una stanza piena di fogli di carta colorata e disegnata, fatti apposta per essere acchiappati dalle sue mani voraci, cercava d’afferrare quante più cose possibili gli arrivassero a tiro, arrivata in fondo alla stanza rose si voltò e disse: Allora cosa ve ne pare? Abbiamo accumulato già centinaia di domande d’iscrizione, se continua di questo passo saremo al completo prima ancora d’iniziare. Poi si fermò e chiese interrogativamente, - Ted e Raul ? dove sono ? dovrebbero già essere qui ? - Si, stanno facendo un giro nel cantiere, volevo conoscere una persona e la stanno cercando, torneranno tra poco, ma parlami di te, come te la passi, ho sentito che avete intenzioni serie te e Raul, - Certamente Alberto, ci amiamo e condividiamo gli stessi interessi, abbiamo lo stesso approccio con il lavoro e lo stesso entusiasmo per i risultati ottenuti e poi... grandi progetti per il futuro, lo disse guardando il viso di Piccolo Falco. Tu invece quando ti decidi a mollare tutto dall’altra parte dell’oceano e venire a stabilirti qui? - Sorrisi, Ho molto da fare ancora Rose, c’è ancora molto da seminare ed il progetto richiede impegno e sacrificio da parte di tutti. Bussarono alla porta interrompendo i nostri discorsi, è permesso ?, Marta fece capolino nell’ufficio, Rose rimase un attimo in silenzio, - Tu allora deve essere Marta, - Finalmente ci conosciamo di persona Rose, - Accidenti Marta fatti guardare sei bellissima, - Grazie Rose anche tu sei molto carina a quanto vedo, Finalmente la nostra curiosità è soddisfatta, dopo anni di contatti e di telefonate, devo farti i miei più vivi complimenti Rose, mai avrei immaginato che gestivi una cosa così imponente, - Io non ho nessun merito Marta se c’è un merito questo spetta a Alberto, senza di lui questo sarebbe ancora un sogno, credimi ha un grande cuore, - Lo so Rose, ho cominciato a conoscerlo! I scambi di complimenti furono interrotti dall’arrivo di Ted e di Raul, seguiti da presso da un uomo di piccola statura, con l'abbigliamento da carpentiere coperto di polvere e sudore, la cui espressione era di preoccupazione - Ecco! L’uomo che cercavi è lui! Lo guardai serioso scrutando in silenzio il suo viso e i suoi occhi, - Dunque... sei tu quello che non ha tempo da perdere perché deve tirar su la sua creatura. Il volto dell'uomo si fece ancor piu preoccupato riconoscendomi all’istante, - Ma veramente... balbettò, è stata una frase uscita così, non volevo dire che fosse mia, sono stato un ingenuo ho parlato senza riflettere vi prego non mi licenziate, signore!. Rimasi di sasso di fronte a quelle parole, lo presi sottobraccio e uscii dall’ufficio, volevo parlare con lui a quattrocchi - Io Licenziarti? Stai scherzando! Primo, non ho alcun potere, secondo, alcuna intenzione di licenziarti anzi: Hai usato le parole che vorrei sentir pronunciare da tutti quelli che lavoreranno qui, perché questa è esattamente ciò che dici tu, la vostra creatura e non c’è tempo da perdere, bisogna farla crescere. Come ti chiami, - Amstrong, Joe Amstrong, signore.- Quanti anni hai Joe,- Cinquantotto signore, - Bene Joe Amstrong, vista la tua età, potresti essermi padre e non è bene che un padre, chiami signore suo figlio, per cui non chiamarmi piu signore, quanti siete nella squadra in cui lavori ? - Siamo venti uomini, - Bene seguimi. Rientrammo nell’ufficio : Rose, vorrei, Ops, se possibile naturalmente, che Joe Amstrong si scelga personalmente venti uomini ne prenda il comando e la responsabilità, credi che si possa fare ? Sorrise, mi conosceva e sapeva esattamente il perché desiderassi questo, - Certamente Alberto, è un ottima scelta conosco lui e quelli che lavorano con lui. L’uomo rimase stupefatto cominciando a ringraziarmi: - Alt, gli dissi stoppandolo: - Sono io che ringrazio te, per l’opera che ti appresti a fare, ora hai il comando ed anche la responsabilità per far crescere la tua creatura, fanne buon uso. Marta a quelle parole sollevò un sopracciglio e la sua espressione cambiò, chi ha il comando si assume anche la responsabilità. L’uomo si tolse il berretto, ormai rinfrancato ed eccitato all’idea, esitò e stringendolo tra le mani mi disse, - Potrebbe non ricapitarmi, non si offende se le chiedo un autografo, sà ! è anche per mio figlio, dicendo questo mi porse il berretto, ci scrissi sopra, Con stima, a Joe Amstrong e a suo figlio, Alberto Righeira, - Ci aggiunga Loco Vendaval per favore, sà! qui la chiamano tutti così. Mentre insieme agli altri visitavamo il cantiere ancora improvvisato ed in fremente attesa di cominciare con Raul nelle vesti di cicerone, Lubna, Marta e Rose s’intrattenevano tra loro, da quelle menti poteva scaturire qualcosa di veramente esplosivo, se non si soffermavano a perdersi in chiacchiere da donne e davano sfogo ai cervelli e corpo alle idee, certo era che con quelle tre al ponte di comando sarebbero stati guai per tutti i malcapitati che gli si fossero opposti, sorrisi all’idea di veder il consiglio comunale alle prese con quelle tre leonesse in caccia travestite da donne. Gli altri giorni li passammo all’interno della riserva, in stretto contatto con la natura, Marta era in estasi, lunghe escursioni a cavallo, il dormire all’aria aperta, il vivere per un momento fuori dal mondo fuori dalla realtà e sognare che potesse essere per sempre, la stava eccitando e gli occhi scrutavano il perché e per cosa io ero cambiato. Visitammo luoghi storici, famosi e quando entrammo a Forte Robinson mi prese un nodo alla gola, le mani scivolarono sopra i segni che la baionetta aveva lasciato sulla porta della piccola cella quando trafiggendo alla schiena per due volte il corpo di Witko la sua punta ne scalfì il legno, era il cinque settembre dell'anno1877 circa centotrentanni fa, ed in quel punto il loro Che Guevara fu assassinato e un intera nazione si arrese sconfitta all'oppressione, L'orgoglio dilaniato, la dignità lacerata. Salii sulla palizzata, lo sguardo si perse intorno e io vedevo, vedevo la nazione pellerossa forzatamente accampata intorno a questo Forte, non restava un solo guerriero, non restava un solo uomo, la resa del popolo rosso era totale, l’ultimo baluardo, la figura più imponente della loro lotta della loro esistenza della loro resistenza, era trafitto e ridotto al silenzio e tutto il suo popolo chinò la testa e pianse senza più nerbo, senza piu niente, neppure gli occhi per piangere perché i loro occhi ed il loro cuore erano nella polvere, il loro coraggio perduto il loro orgoglio mortificato, restava loro solo un sogno, quello che un giorno di dicembre venne definitivamente sepolto nella valle di Wounded Knee. Ora ho voglia di urlare di gridare la rabbia sale come una marea incontrastabile, sento la bestia aggredire il mio stomaco e mordere è tempo che i tamburi tornino a rullare, che le asce da guerra vengano disseppellite è ora il tempo che gli occhi dei guerrieri guardino dentro quelli dei loro oppressori e che l’orgoglio ed il coraggio eruppa dai loro cuori, che le lame dei loro pugnali siano bagnate dal sangue Wasichu perché io voglio ammazzarli tutti. Un alito di vento si alzò dalla pianura e mischiandosi tra i rami degli alberi, emise un suono simile ad un fischio, acuto e prolungato, lontano un falco rosso si alza in volo, ma era lontano, ancora troppo lontano, devo placare la rabbia, devo essere padrone della bestia, dividi e impera, unisci e non imperano piu. È tempo di tornare, di riprendere la lotta, di trovare altri cavalli affinché il cuore del popolo torni a battere e a combattere. Vi erano delle Jeep parcheggiate appena fuori dal cerchio del campo e alcuni uomini sedevano in cerchio accanto ad un fuoco presso di loro, li vedemmo appena scollinammo e immediatamente Ted s’irrigidì, lo guardai senza capirne il motivo. - Crow, maledetti Crow. Disse con un senso di disprezzo. Corvi, la tribù che si era schierata con i Wasichu quando tutto il resto della nazione combatteva per restare viva. Senza attendere un attimo Ted lanciò il cavallo lungo il pendio del monte e cominciò a lanciare urlo prolungato di rabbia. - Cosa diavolo crede di fare, pensai sorpreso mentre mi lanciavo al suo inseguimento, il suo cavallo agirò il cerchio del campo e come una furia si lanciò verso gli attoniti uomini che si erano alzati e restando immobili dalla sorpresa rischiavano di venire travolti dagli zoccoli del cavallo lanciato ventre a terra contro di loro. A pochi metri da loro Ted freno tutto lo slancio della bestia facendolo alzare sui quarti posteriori in una grande nuvola di fumo, mentre le zampe anteriori scalciavano l’aria, gli uomini che si erano ripresi dalla sorpresa si gettarono a terra in modo disordinato e Ted cominciò ad arringarli con frasi offensive e di sfida mentre con il cavallo passava tra i loro corpi che come serpenti cercavano di sfuggirgli strisciando fin sotto le Jeep, quando lo raggiunsi e mi resi conto del suo stato d’animo dovetti quasi l’insultarlo per costringerlo a riprendere il controllo di se stesso, presi le redini del suo cavallo e le tirai forte verso il mio che appoggiandosi al suo fianco lo trattenne, i nostri occhi si fissarono duramente per un attimo ma non riuscivo ad attirare la sua attenzione che anzi era ancora presa da quegli uomini indifesi, l’insultava e sfidava a gran voce, spazientito ed innervosito dal suo comportamento gli gridai - Ora Basta Ted ! sei forse impazzito? E mi intromisi tra lui e quegli uomini sconosciuti, uno di loro gridò -. Siamo qui solo per parlare, non per batterci, - Quando mai voi siete stati in grado di battervi viscidi serpenti, li zitti Ted dall’alto del suo cavallo, - Ted Basta Ora ! datti una calmata. Gli dissi serio fissando i suoi occhi furiosi e senza piu guardarlo mi voltai dandogli le spalle e rivolgendomi a quegli uomini, - La mia tenda è la vostra tenda vi offro la mia ospitalità, - Tu sei Loco Vendaval? - Chi lo vuole sapere? - Io sono Naso Schiacciato della tribù Crow e sono venuto per conoscerti e parlare con te. - Bene, allora vi prego di accettare l’ospitalità della mia tenda. Scesi da cavallo e l’invitai a seguirmi, poi guardai nuovamente Ted e invitai anche lui e gli altri quattro che erano con noi, Ted era riluttante a sedersi insieme a quelli intorno al fuoco dell’ospitalità, ma quando gli dissi che stava offendendo me e la mia famiglia e l'ospitalità con quell’atteggiamento da sciocco, ritornò in se ed accettò anche se con poca propensione al dialogo. Nel frattempo il trambusto causato attirò l'attenzione , Marta mi vide per la prima volta nelle vesti di Colui che Cerca. Mi vide imporre il rispetto a Ted come fossi un Akicita ed il constatare che anche quegli estranei, che erano stati aggrediti, seguissero i miei comandi, cominciò a schiudere le porte a fargli intuire chi ero. Quegli uomini erano venuti in quel campo solo per me, per conoscermi e per parlare di loro con me, per cui ero importante e conosciuto. L’impormi su Ted era un segnale e la decisione indiscutibile del mio impormi era segno di comando. Nessuno poteva sospettare, neppure io, cosa sarebbe accaduto da li a qualche giorno, ma forse non è esatto, Orso sapeva e a suo modo mi aveva avvertito!. Ciò che accadde scardinò lo scetticismo che mi circondava, ciò a cui li costrinsi ad assistere, a vivere sulla loro pelle, cambiò totalmente la loro opinione nei confronti miei e di ciò per cui lottavo, guardavo i loro occhi, mentre le parole cominciavano ad essere dette, consapevole che lo scetticismo che accompagnava i loro pensieri stava per essere cancellato. Nessuno di loro era a conoscenza del seme che questo sapere avrebbe piantato nei loro cuori, un seme fecondo che pianta radici profonde e forti, un seme che tutti inconsciamente aspettavano. Il sole era alto nel cielo e tutta la collina oltre il fiume ne era irradiata, l’erba grassa, alta verde e scintillante l’adornava come un manto in perenne movimento, il leggero vento faceva danzare i fili d’erba come carezzandoli e Orso l'imitava e la sua mano ne veniva solleticata allo sfiorarne le punte. Ogni tanto tornava su quel colle, quello era il posto tranquillo dove lui e chi aveva scelto come tutore passavano il loro tempo, sdraiati fino a scomparire tra l’alta erba che li circondava. Lui era un ragazzo che cominciava la strada per diventare uomo, l’uomo che aveva scelto era il più temerario, il piu coraggioso che avesse mai visto e quando per lui arrivò il momento di scegliere chi l’avrebbe istruito e fatto crescere non ebbe dubbi, Cuore di Tuono. Ovunque andasse lo seguiva e seguendolo capiva imparava cresceva, allo stesso modo che usano i cuccioli di Puma, seguono in disparte il genitore e l’osservano imparando, Orso in Piedi mai staccava gli occhi da Cuore di Tuono, da lui aveva imparato l’arte della guerra, dell’agguato, del sopravvivere, del cacciare e della preghiera. Si sedette tra l’alta erba e scomparve alla vista, carezzò il terreno che copriva i resti mortali di Cuore di Tuono, alzò il suo canto e pregò per il suo spirito, molti ricordi gli salivano in cuore e una profonda tristezza gli solcava la mente, sentiva che il suo tempo stava passando e nulla di buono aveva saputo fare, soltanto pregare per il popolo, solo questo. Il sole cominciava a calare rapido verso il cerchio dell’orizzonte a ovest e Orso in Piedi salutò un ultima volta colui che aveva scelto come padre, si alzò e s’incamminò stancamente verso il sentiero del ritorno, tagliò per un boschetto e traversandolo s’incontrò con la roccia che lo nascose agli occhi dei Wasichu. Il ricordo fu talmente limpido e concreto che rivide gli avvenimenti come se stessero accadendo in quel momento. Il cerchio dei Wasichu si stringeva intorno a loro mentre risalendo i fianchi del monte li spingevano inesorabilmente verso la cima, verso la trappola che li avrebbe condannati a cadere sotto i colpi degli uomini dagli occhi bianchi e quando la salita terminò soltanto una roccia rimase come nascondiglio e lui dietro di essa si nascose, mentre Cuore di Tuono intonava il proprio canto di morte. Poi gli disse - Non temere tornerò a prenderti. Lo vide strisciare in terra verso gli alberi, la sua ascia era stretta nel pugno destro e il suo pugnale armava la mano sinistra, si muoveva come un fantasma, leggero veloce e spietato, per quanti soldati venivano su, altrettanti ne cadevano. Cuore di Tuono si stava coprendo di gloria, sapeva che non avrebbe salvato la sua vita ma questo non era importante si batteva come un puma per tenere in vita lui, per consentigli di sopravvivere, lo vide affrontare tre uomini armati di pistole e fucili ed averne la meglio per poi sparire alla vista e riemergere in un’altra direzione e colpire ancora, finche gli avversari intorno a lui non furono numerosi come cavallette e allora solo allora lo finirono; Maledetti Wasichu, Maledetti Wasichu gridava il suo cuore, avrebbe voluto lanciarsi su di loro e ucciderli ma era solo un cucciolo e rimase nascosto ad osservare ed ascoltare con un cuore di pietra nel petto. L’uomo con il cappello grande e le stelle che brillavano sulle spalle fece portare via i corpi dei caduti contandone diciotto, si recò poi verso il corpo di quel indomabile guerriero e rese onore al corpo inanime di Cuore di Tuono. - Per fortuna che non ce ne sono molti come lui, altrimenti questa guerra ci seppellirebbe tutti, onore a te guerriero Sioux. Dai suoi occhi gocce di luce scesero a bagnargli il cuore, ma non un fiato tradì la sua presenza, se ne andarono lasciando quel corpo senza vita disteso con le braccia incrociate sul petto che ancora tenevano salde nelle mani le sue armi. Era notte fonda quando lasciò il nascondiglio e con estrema fatica trascinò il corpo fuori dal bosco per trascinarlo ancora fino a trovare un posto tranquillo dove farlo riposare in pace. Tutto svanì e Orso in Piedi si ritrovo da solo nello stesso punto nella stessa ora di quando tutto accadde solo il tempo era diverso, si avvicinò al luogo dove l’uomo cadde e si sedette gambe incrociate, accese la pipa dell’uomo qualunque ed ascoltò l’eco del ricordo, la voce che gli diceva non temere tornerò a prenderti. Il cerchio degli uomini intorno al fuoco all’interno della tenda di Colui che Cerca era così fitto che ci si muoveva a stento, le spalle dell’uno si toccavano con quelle dell’altro e le parole scorrevano come un fiume in piena, tanto parlare era passato e tanto ancora ne sarebbe passato prima che le due parti che ora si fronteggiavano capissero che non dovevano battersi tra loro ma unirsi contro il nemico comune, unisci e non imperano piu. Questo era lo sforzo a cui Colui che Cerca dedicava tutto il suo sapere, tutta la sua smania di riuscire, questo era lo scopo principale dell’università, unire il popolo togliere dai suoi occhi il velo che impediva una vista limpida, sturare le orecchie che erano sature di promesse vane, tornare a far battere il cuore della nazione a cui tutte le tribù pellerossa appartenevano e tutte insieme costruire alla fine la propria indipendente nazione. Lubna vedeva il suo uomo al centro del cerchio, lo vedeva calmare gli animi, trovare gli argomenti, suggerire punti di vista, ascoltare con attenzione e rispondere con intelligenza, ogni argomento era affrontato a viso aperto, le ruggini del passato venivano esposte senza inganno e lui calmava parole ed animi - Il passato non lo dobbiamo rinnegare, dal passato dobbiamo prendere l’esempio che la storia ci ha donato e correggere i nostri errori e da questo costruire per noi un futuro migliore e se non è per noi, lo sia per i nostri figli e per i figli dei nostri figli, ma noi abbiamo il dovere di costruire, solo per questo siamo qui a discutere, non per altro. Ogni sua frase ogni suo concetto sulla parola Nazione penetrava l’animo di tutti quelli che numerosi ascoltavano, si accorse che quell’uomo era il leader, tra tutti era quello che sapeva cosa c’era da fare e lo stava facendo, mentre gli altri sembravano vecchie che chiacchieravano mentre lavavano i panni. A chi sosteneva che il popolo era pronto per scendere sul sentiero di guerra, rispondeva: - Per fare cosa? Morire inutilmente davanti alla bocca dei loro fucili?. Meglio è, preparare i nostri figli per affrontarli nelle aule dei processi, dar loro l’istruzione e l’odio necessario per poter controbattere le loro menzogne. Farli crescere e istruirli per essere in grado di difendersi, dobbiamo unire ora i nostri sforzi nel costruire il loro futuro e non per ottenere ora quando ancora non abbiamo nulla e fare in modo che ci venga nuovamente tolto. Altri otterranno perché noi passeremo, ma la morbida terra continuerà ad esistere anche dopo di noi, così come lo è stato per i nostri avi. Naso Schiacciato affermò d’essere pronto a morire per il suo popolo, Colui che Cerca gli rispose: è per questo che ti voglio al mio fianco e con te voglio tutti i tuoi cani, perché tu vuoi esattamente quello che voglio io, il bene per il popolo. - Io posso schierarmi al vostro e al tuo fianco insieme ai miei solo se mi dimostri con i fatti di essere pronto a morire per il popolo. Il cuore di Lubna a quelle parole ghiacciò. - Vedi Naso Schiacciato l’errore che il tuo pensiero porta al tuo cuore? Io personalmente nulla ho da dimostrare a te personalmente, ne io ne te infatti siamo il popolo è al popolo che devo dimostrare, perché se lo facessi privatamente, tu vedresti e capiresti, ma il popolo rimarrebbe cieco e nulla capirebbe. - Allora Colui che Cerca, dimostralo davanti al popolo, fai la prova della Danza del Sole davanti al mio popolo e tutti i nostri clan saranno dalla parte della Nazione. Ora Lubna stava quasi per morire. Colui che Cerca sapeva che questo rituale era il lasciapassare verso il primo passo concreto per l’unione delle tribù Rosse. Si era già sottoposto alla Danza del Sole e non per dimostrare, ma per ringraziare, ora la prova era diversa, a lui si chiedeva di dimostrare. - Se questo è ciò che ritieni necessario fare, per avere anche la tua tribù nella Nazione, io lo farò, ma partecipa anche tu al mio dolore, affinché nessuno di noi si senta al di sopra dei propri doveri. - Colui che Cerca mi chiede un patto di sangue? - Si Naso Schiacciato, perché solo con un patto di sangue saremo fratelli e pronti a morire l’uno per l’altro, ma che sia pubblico, davanti al popolo intero, in modo che nessuno possa dire io non lo sapevo. - Dimmi quando e dove, rispose orgoglioso e virile il capo guerriero Croow. - Tre giorni sono sufficienti affinché tutti i rappresentati delle nostre Tribù che diverranno il popolo della Nazione vengano riuniti nella valle dove sorgerà la nostra Ruota di Medicina, allo scadere del terzo giorno, quando avremo terminato i preparativi spirituali per affrontare la morte, daremo inizio alla Danza del Sole. - Cosi Sia!. La sacra pipa fece il giro del cerchio e quando fu posata in terra, gli uomini si alzarono ed ognuno di loro andò a chiamare la propria tribù. Lubna aveva il cuore colmo d’angoscia e le ginocchia erano diventate acqua, il suo volto vitreo era lo specchio della più grande preoccupazione che possa stringere, come un artiglio, l’animo di chi ama. Non lo guardò, usci quasi piegata in due dal dolore che il cuore gli provocava, il respiro gli si era accorciato e diventava frenetico, si sostenne ai tiranti della tenda e tutto diventava scuro intorno a lei, vide confusamente una figura di donna avvicinarsi e riconobbe la sua voce, - Lubna Cosa succede, - Non lo sò Marta, parlano di morire e le parole gli si strozzarono nella gola, un pianto incontenibile irrefrenabile la scosse in singhiozzi profondi mentre le sue braccia si stringevano intorno al collo di Marta che l’accolse in se come la sua più cara amica. Marta era scossa dallo stato d’animo di Lubna, non capiva il motivo per cui Alberto dovesse morire, sostenendo il corpo di Lubna si allontanarono dalla tenda dove gli uomini rimasti stavano riflettendo su quanto si era deciso. Gli occhi di Colui che Cerca s’incontrarono con quelli di Alfonso, si guardarono a lungo senza parlare, Colui che Cerca leggeva nell’espressione di quello sguardo ciò che quegli occhi già avevano visto e la sua mente capito anche se non accettato. Alfonso da parte sua sapeva esattamente quello che quell’uomo si accingeva a sopportare in favore della tribù, non era la prima volta che guerrieri si erano torturati nella carne per dimostrare ciò che erano pronti a fare, davanti ai suoi occhi e a quelli di tutta la tribù d’appartenenza. Alberto aveva ragione, così come lo era stato per lui, allo stesso modo il popolo a cui apparteneva doveva vedere e vedendo non dimenticare. Piccolo Falco era rimasto lì per tutto il tempo, seduto, immobile, aveva visto tutti questi uomini seduti in cerchio che parlavano discutevano, si agitavano e la voce di suo padre che saliva alta sopra quella degli altri e dopo che le sue parole cessavano lunghi silenzi seguivano, ora percepiva che qualcosa di estremamente importante stava accadendo, l’aria era pesante come il battito dei cuori che ascoltava. Tra singhiozzi e lunghi silenzi, Lubna raccontava gli eventi a Marta che ne restò pietrificata, - Dobbiamo impedire che ciò avvenga. - Nulla possiamo fare Marta, ciò che hanno deciso è ciò che accadrà, questi uomini sono così determinati che mi spaventano, non capisco il senso di tutto questo, non riesco a comprendere come si possa giocare a questo modo con la propria vita, distruggendo quella di chi ti ama. Mai una sola volta ho letto nelle sue parole un qualcosa che comprendesse me, solo la Nazione, null'altro che il Popolo ed io non sono nulla? - Piccolo Falco dov’è? Chiese Marta, accortasi solo allora della sua assenza, - Con loro nella tenda e dovrà vedere con i suoi occhi ciò che il padre farà. - No questo mai! Loro facciano ciò che vogliono ma Piccolo Falco non assisterà. - Dovrà farlo invece Marta, i suoi occhi e le sue orecchie dovranno vedere e sentire ciò che è suo padre, per non dimenticarlo mai, perché anche lui appartiene a questo popolo e ne sarà parte. - Ma queste persone sono bestie, cos'hanno nel petto una pigna!. - Non li conosci Marta, non giudicarli prima d’averlo fatto. Alberto aveva ragione su di te, sei qui per vedere, capire, comprendere, solo cosi quando il suo cuore ti parlerà lo capirai, ma io non lo accetto, io non voglio io lo amo. La luna alta nel cielo stava mostrando la sua ultima minuscola striscia di luce, tre giorni ancora e sarebbe stata invisibile per poi tornare nuova e crescere nel cielo, Orso non riusciva a dormire, era fermo ancora presso il luogo dove Cuore di Tuono aveva versato l’ultima stilla del suo coraggioso sangue. Prese una piccola manciata di quella terra che era stata battezzata dal sangue e la mischiava alla salvia che avrebbe arso sul piatto sacro della preghiera, molte erano le voci che echeggiavano nelle sue orecchie ed era il tempo d’ascoltarle, il rito cominciò. La sua preghiera in lingua madre, saliva alta e leggera nel cielo seguendo il filo di fumo che il piatto sacro liberava, fino a giungere vera all’orecchio inclinato verso di lei di Wakan Tanka il grande spirito del mondo, il Mistero Misterioso del popolo rosso. Wakan Tanka Grande Spirito, ascolta la mia preghiera, donami il potere d’ascoltare e dammi la forza per capire! Allora lo spirito guardino Takashila si mostrò nella sua verde fiamma, danzò alcuni attimi davanti al volto di Orso in Piedi, - Sciamano Oglala, della tribù Unkpatila del Popolo degli Uomini, segui il popolo! E tutto fu silenzio. Colui che Cerca era nella tenda sudatoria insieme al suo Clan, aveva cominciato il processo di purificazione per preparare il suo corpo alla morte, ne era cosciente e come lui lo erano gli altri che muti gli si stringevano intorno, non era più il legarsi al palo biforcuto e liberarsi nello strazio delle carni, ora le parole di Orso in Piedi avevano un senso, - Dovrà essere uno le cui grandi imprese, siano d'esempio ai giovani, grandi imprese in favore del popolo, uno che il popolo veda ergersi sopra gli altri. Occorre uno che raduni in se tutti i poteri del popolo, altro che calci ad un pallone gonfiato. La prova estrema, la sospensione, fino ad una morte silenziosa, questo doveva affrontare e a questo doveva preparare il suo spirito nei tre giorni che avevano cominciato a consumarsi. Marta non capiva cosa stesse accadendo, sentiva voci a cui stentava a dar credito e si guardava intorno come a cercare nello sguardo altrui conferma alle domande. Loco Vendaval si farà trafiggere il petto e resterà appeso alla trave fino a morire? Ma che dici? Perché dovrebbe farlo e a che scopo? Marta si guardava intorno restando a bocca aperta nell’impossibilità di comprendere. Provò inutilmente a spiegarsi i motivi, ma erano tanto oscuri che lei stessa non arrivava a percepirli completamente, unico a cui chiedere tra tutti era colui i cui occhi avevano già visto e la sua mente compreso, ma come spiegare agli altri cose talmente lontane dal loro punto di vista dalla loro realtà dal loro modo d’intendere e vivere la vita. Aveva visto la morte arrivare silenziosa e portare con lei la vita dei guerrieri Zulù che nello strazio della carne si donavano per invocare la vittoria contro l'oppressore, negli occhi di Alberto, aveva rivisto la stessa determinata luce di quei guerrieri e la storia di questo popolo non era dissimile, si svolgeva solo in un altro luogo in un’altra realtà ma il cuore era lo stesso e Alberto Righeira era stato chiamato per farlo continuare a battere. Ma nessuno credeva a nessuna parola, nessuno morirà, nessuno si farà male, è solo una finzione, sarà una di quelle cerimonie simboliche che attirano turisti in vacanza. Nelle tende dei cani non si discuteva d’altro e molti erano quelli che credevano nel risultato finale, avere finalmente un vero Leader che unisca le tribù e dia corpo alla loro volontà di popolo e nazione libera. - Noi non abbiamo mai firmato la resa al popolo Wasichu, - Noi non ci arrenderemo mai, - Noi lotteremo fino all’ultimo uomo, - Se il suo sacrificio serve a questo anche il mio servirà la stessa causa, - Io sono con lui, - Anch'io, - Anch’io, - Anch’io. Era un plebiscito d’approvazione che correva sottovoce attraverso la gente, ma che faceva gonfiare il petto ai giovani che orgogliosi sentivano dentro al loro cuore fiammeggiare il fuoco dei loro avi e molti cominciarono a togliere la tenda per avviasi lungo la strada dell’università, il cuore pulsante del popolo. Un unica tenda solitaria rimase nel piccolo bosco che saliva lungo la collina, il sacro vapore al suo interno scioglieva il lerciume della materia e liberava lo spirito, Colui che Cerca innalzava le proprie preghiere al Grande Spirito affinché gli concedesse un cuore forte e coraggioso, il tempo si consumava in fretta i preparativi erano ultimati, i Crow erano arrivati e Naso Schiacciato si sottoponeva ai riti che lo sciamano della sua tribù gli imponeva, lui era il capo, forte coraggioso determinato, ma era temprato ad una prova simile?, Quando Colui che Cerca lo mise spalle al muro girando contro di lui la sua stessa prova, non poté tirarsi indietro. Quell’uomo, con il suo parlare semplice, lo aveva sopraffatto, inchiodato alle proprie responsabilità, non si trattava più di giocare agli indiani con le penne in testa. Lui non ne portava eppure quell’uomo era un pellerossa, aveva scelto d’esserlo e la sua scelta l’avrebbe difesa a costo della propria vita. Naso Schiacciato aveva ereditato gratuitamente il sangue che scorreva nelle sue vene, mai aveva messo alla prova se stesso e le sue convinzioni, quell’uomo aveva scavato dentro di lui una voragine, costringendolo a cercare dentro se stesso quella autenticità d’appartenenza che è parte integrante della nazione e senza la quale, nessun uomo può appartenere al proprio popolo. Orso in Piedi si era seduto a metà della costa del monte ed osservava quel solitario bisonte che tranquillo, quasi indifferente a ciò che gli si muoveva intorno, brucava la verde erba che restava lungo la riva di quel piccolo ruscello ormai quasi inaridito dall’estate. Mai smetteva di ricordare e ricordando vedeva ciò che era restato del suo mondo e spesso chinava la testa sconsolato, il bisonte indirizzò lo sguardo verso di lui e nell’istante in cui i loro occhi si fissarono uno dentro l’altro, agitò la coda e Orso lo riconobbe. Gli diede i quarti posteriori e lentamente s’avviò, allora Orso si alzò e lo seguì. Il disegno della sua medicina era complicato e richiedeva molto tempo e la massima cura, Ted dipingeva il corpo di Colui che Cerca con immensa precisione e pazienza, nulla di quel corpo doveva essere lasciato nudo ed il giallo del sole nel blu del cielo dovevano ricoprirlo completamente, insieme a una miriade di pallini bianchi, mentre il suo volto diventava la maschera del falco. Naso Schiacciato la sua medicina l’aveva scelta e con lei i suoi segni, la penna d'aquila, il pugnale ed il teschio del bisonte, ma la medicina non si era mostrata a lui nella ricerca, perché Naso Schiacciato non aveva neppure cercato il suo nome ne il suo potere ed ora che la prova era prossima il suo cuore non era più cosi saldo ne lo era il suo proposito e questo traspariva dalla luce di timore che il suo sguardo trasmetteva. - Di tutti costoro posso dirti che sono arditi e virili fino al bordo della buca, ma è dentro, che si disputa la prova! Così disse Loco Vendaval sfidando lo sguardo corrucciato di Ted. Lubna aveva il cuore colmo d’angoscia e si stringeva al petto Piccolo Falco, che al contrario, sorrideva felice ed aveva voglia di giocare, avrebbe voluto precipitarsi nella tenda, strappare Alberto da quel proposito e tornarsene a Campos, ma nulla poteva fare se non assistere a quell’assurda prova. Marta gli si era stretta accanto condividendo lo stato d'animo che quell’angoscia provocava, stranamente sentiva quasi d’amare quella donna che per molti anni aveva sentito come rivale e che ora avrebbe voluto aiutare con tutta se stessa. Tutti i ragazzi dei vari Clan consumavano le ore a discutere di ciò che stava accadendo, quell'uomo catturava tutta la loro attenzione e cominciavano, seppur stentatamente a capire, a capire il motivo il perché a capire che stava facendo questo per loro, questo era il suo dono, ma nessuno di loro credeva minimamente alla realtà. - Il tempo è terminato!, la voce di Colui che Cerca era profonda quasi assente dal corpo, come il suo sguardo, Ted Tocca il Cielo spalancò l’apertura della tenda sacra e la luce del tramonto si mischiò al vapore che ne invadeva l’interno, fu quasi un esplosione di colori che balenava rapida tra i flutti del vapore e nel mezzo di questa esplosione di fuoco, la figura di Colui che Cerca era terribile nell’aspetto e nello sguardo, quell’uomo era fermo nel suo proponimento come una statua sul suo basamento e Ted si sentì orgoglioso d’esserne fratello. Tutti i cani Sioux, Cheyenne, Hunkpapa, Sens Arc, Due Marmitte, Piedi Neri, Brulè, lo circondarono ed inneggiando con grida e gesti sacri, lo scortarono verso il luogo dove la prova doveva essere sostenuta, Colui che Cerca camminava sul suo sentiero di morte. Quando il gruppo apparve al cerchio esterno del raggruppamento di persone che circonda il luogo, trilli di guerra echeggiarono in tutto l'accampamento e tutti gli occhi e tutti i volti furono rivolti verso L’artiglio del Falco. Naso Schiacciato e i suoi cani Crow ebbero un sussulto nel vedere colui che doveva sostenere la prova dipinto nella sua medicina e cominciarono a capire veramente quale spessore quell’uomo avesse e quale trasporto suscitasse nel cuore di chi lo vedeva. Si erano alzati tutti e due ali di folla s’aprivano al loro avanzare e mentre quel drappello di uomini avanzava tra la gente gli occhi di tutti erano fissi su quell’uomo dipinto della sua medicina che andava incontro ad una sofferenza atroce, senza paura. Tutti lo conoscevano anche solo per sentito dire, ora lo vedevano e sapevano il perché di quella prova, i tamburi ritmavano il tempo e gli sciamani eseguivano i passi sacri delle loro danze. Lubna lo vide e lo vide per la prima volta, il fiato gli si mozzò in gola, Marta sgranò gli occhi stentando a credere che quella maschera feroce celasse il corpo di Alberto Righeira, non credeva certo che andasse a morire ma il fiato gli si mozzò con uno spasmo e allora cominciò a credere che fosse reale. L’unico che sorrideva era Piccolo Falco, che scalciando e dimenandosi voleva sfuggire alla presa di sua madre e correre da suo padre ma luba non lo mollava, avrebbe visto e ascoltato restando li tra le sue braccia. Il drappello arrivò alla base del rialzo dove la traversa sostenuta da due pali aspettava i corpi dei sospesi come un patibolo, nel silenzio che precedette gli ultimi momenti il gruppo dei Crow raggiunse anch’esso la base del rialzo e i due si trovarono a faccia a faccia, gli occhi di Colui che Cerca erano spettrali impenetrabili quelli di Naso Schiacciato erano invasi dalla paura, quella paura che era montata passo dopo passo mentre s’avvicinava alla prova ed ora gli stava togliendo il respiro. - Crow senza coraggio, l’insultò Ted, poi si rivolse ai Croow indicandoli ad uno ad uno, - Di tutti costoro posso dirti che fino alla buca sono arditi e virili, ma è dentro che stà la vera prova. La mano di Colui che Cerca si posò sul braccio di Ted, - Ora il tempo delle parole cessa e viene il tempo in cui il popolo veda. Saluta tuo fratello Ted è tempo di andare: per me a morire per voi a vivere. Prese per il braccio Naso Schiacciato e insieme salirono il piccolo rialzo di terra. - Sento la tua paura scorrere nel tuo sangue così prepotentemente che stai per crollare, ma non farlo Croow, vinci la tua paura e ricacciala indietro dal coraggio che il tuo sangue possiede. Ti chiedo di morire insieme a me da uomo coraggioso per incendiare il cuore del popolo a cui apparteniamo affinché vedendo due coraggiosi che sfidano la morte per loro, anche loro possano trovare il coraggio per farlo per i propri figli. Noi due potremmo perdere la vita ma altri verranno, il popolo invece potrebbe morire per sempre e questa non è cosa buona, allora ti dico moriamo nudi in battaglia con un cuore da guerriero, rifiutando di vivere ben vestiti ma con un cuore d’acqua nel petto. Colui che Cerca si distese in terra e Ted gli si mise a cavalcioni sulla pancia e senza esitare prese la pelle del petto la sollevò con due dita e la trafisse da parte a parte con un osso adunco, non un lamento uscì dalla bocca di Colui che Cerca e senza dargli il tempo di pensare trafisse allo stesso modo il pettorale sinistro. Naso Schiacciato quasi svenne alla vista di ciò che soltanto conosceva per sentito dire. - Unisci il tuo cuore al mio dolore uomo e dimostra alla tua gente che uniti è bello anche morire, lotta al mio fianco per un popolo libero, il nostro popolo. Naso Schiacciato era rapito dalla paura, capì il significato di quelle parole e di ciò che quella prova avrebbe scatenato, ora si sentiva quasi pronto ad affrontarla, vedeva il sangue uscire a fiotti dal petto di quell’uomo eppure la luce di quello sguardo era limpida e pungente, quell’uomo stava donando la sua vita in cambio di nulla, sarebbe morto soltanto per dare una possibilità a quel popolo di rinascere e lui che a quel popolo apparteneva per sangue, non poteva tirarsi indietro e gettare nuovamente, così come avevano fatto i suoi avi, il fango della vergogna sulla propria tribù era quella l'unica possibilità per lavare dall'onta dalla vergogna la sua tribù con un gesto di coraggio. A quelli alle cui parole segue l’azione appartiene il discorso piu forte, dimostrando con i fatti ciò che la bocca pronuncia, infondendo coraggio a chi lo ha ascoltato prima e visto ora. Si distese al suo fianco e gli sussurrò, - è un onore per me morire al tuo fianco per il popolo. Ted gli riservò la stessa sorte con lo stesso metodo e senza alcuna pietà, una smorfia di dolore acuto disegnò il volto di Naso Schiacciato ma non gridò. Li misero in piedi a spalla a spalla davanti al popolo con il petto trafitto e sanguinante mentre trilli di guerra echeggiarono in tutte le gole, Marta nel vederli vomitò ed anche altri vomitarono mentre altri erano inorriditi incapaci di credere ai loro occhi, pietrificati dalla visione che gli si conficcava nella mente in un dolore lacerante. Lubna gridò tutto il suo dolore e cercò con tutte le forze di divincolarsi dalla presa del padre che gl’impediva di correre verso di lui e liberarlo, cadde in ginocchio in uno strazio che gli stringeva il cuore. Colui che Cerca guardava il popolo che gli si era stretto tutt’intorno in un cerchio completo senza interruzioni. - La mia cerca è terminata Ted, Colui che Cerca ora se ne va. A quelle parole i legacci furono fissati agli ossi che fuoriuscivano dalle membra sanguinanti e solo allora, nell’attimo che precedette lo strattone che lo mandava in sospensione, fissò gli occhi della donna che amava, la vedeva gridare di dolore, vedeva in quegli occhi rotti all’angoscia la volontà di correre a liberalo poi il dolore lacerò i pensieri e i suoi piedi non toccavano più la terra. Urlò disperatamente, cercò con tutte le sue forze di liberarsi da quella stretta che la impediva ma non riuscì, povera Lubna. Orso in Piedi era quasi costretto a correre perché il bisonte aveva accelerato il passo e risaliva il pendio del monte rapidamente, se scollinava senza che lui lo potesse vedere lo avrebbe perduto e con lui il popolo stesso, inciampò in un sasso e cadde con il ginocchio in terra, solo allora, ricordò quel dolore e con esso quella notte. Tutto si svelò in un attimo, tutto era uguale al suo sogno, il posto, il cielo stellato privo di nuvole e con scie luminose le stelle lo percorrevano, il bisonte che gli sfuggiva ed anche l’odore che impregnava l’erba era lo stesso, stava vivendo il suo stesso sogno. Orso in Piedi ne era scosso, l’emozione gli troncava il fiato, il cuore batteva impazzito, ora giungevano le stesse voci da oltre la collina, molte, un infinità di voci, che come il rimbrotto del tuono si propagavano nella leggera brezza che si alzava portandole al suo orecchio. Il Bisonte era sparito al di là del monte, Takashila! Ricordò le parole, quell'esortazione a seguire il popolo, ed il popolo aveva appena oltrepassato la cresta così come era accaduto. Incredulo in preda ad un emozione sconvolgente, alzando il suo sguardo colmo di emozione al cielo, ringraziò Wakan Tanka del dono che gli aveva concesso. Lo sciamano Oglala Stava Vivendo L’Hanbleceya, la sua visione!. Si rimise in piedi e cominciò a correre verso la vetta, verso quel tuono che gli rimbombava nelle orecchie, sapeva cosa avrebbe trovato al di là della cresta, lo aveva visto in quel sogno e ora quel sogno si srotolava davanti a lui come un gomitolo di lana ad ogni passo che compiva, insieme a lui altri vecchi risalivano affrettando i passi sulla costa del monte, tutti gli antichi avi stavano risalendo insieme a lui verso la vetta, tutti volevano vedere ciò che stava accadendo oltre quella cresta che s’avvicinava, si trovò a correre insieme ai vecchi delle antiche tribù perdute e il suo cuore era un tuono, arrivò ansimando all’ultimo metro che lo separava dalla visione, un ultimo respiro profondo per dar forza e coraggio alla sua mente e quando l’oltrepassò il suo cuore esplose di gioia perché Cuore di Tuono era Tornato. Gli occhi di Alfonso mai si erano staccati dalla visione di ciò a cui Alberto lo stava sottoponendo, quell’uomo stava sopportando con sprezzo il dolore lancinante delle sue membra, quell’uomo si stava sottoponendo ad una tortura brutale, per un motivo che lui non riusciva a comprendere completamente, lo stava facendo davanti a tutte quelle persone che mai staccavano il loro sguardo attonito da quell’uomo che era sospeso oltre le teste degli altri. Rivisse in un attimo tutti i momenti in cui aveva avuto a che fare con lui, dal momento che lo vide varcare la porta della Locanda e l'avvicinarsi titubante, il non riuscire e l’impegno per poterlo fare fino a scardinare quella porta che lo impediva, trascinare l’intera squadra oltre il traguardo e proiettarla verso un orizzonte di gloria, sposare sua figlia renderlo nonno, rapire suo figlio per donarlo a quella terra a quel popolo e portarli tutti li adesso nello stesso istante in quell'istante. Aveva imparato da quel tipo il rispetto del punto di vista altrui ed ora Alfonso lo stava mettendo in pratica nel modo piu crudele che un uomo possa escogitare, io l’ho conosciuto si disse, chinò la testa tra le sue mani e pregò - Uomo cerca di rimanere vivo!. Quasi si sorprese del suo pensiero, questo stava imparando adesso, quello che uno è disposto a mettere in gioco per ciò che crede. Il cuore di Lubna era un lago ghiacciato come i suoi occhi scuri, un misterioso profondo lago ghiacciato, aveva letto nell'attimo in cui la corda si tese ed il corpo di colui che amava veniva strappato dalla terra, aveva letto in quell’attimo, nel suo sguardo fisso dentro il suo, Puro amore. - Resta vivo uomo, resta vivo per carità. Con tutto l’amore che ho, con tutto il mio spirito ti prego Signore Iddio, ti scongiuro mio signore di salvare il mio uomo. Le sue mani erano congiunte e i suoi occhi un lago di lacrime, si fece il segno della croce e rivolse il volto alla morbida terra. Marta la stringeva da dietro in un abbraccio pieno di calore e di conforto, i suoi pungenti occhi erano sgranati nella crudele visione, ora conosceva! ora sapeva! ora non aveva più bisogno di credere, tutto era così come Alberto Righeira gli aveva sempre detto - Rimani vivo uomo!. Rimani vivo Uomo, intorno a te c’è il mio popolo. Rimani vivo Uomo, insegna a combattere al il mio popolo. Rimani vivo Uomo, dona il tuo coraggio al mio popolo, Rimani vivo Uomo fa che il tuo cuore di tuono risuoni nelle orecchie del mio Popolo e riaccenda quel fuoco, che quasi estinto, ancora cova nella cenere che resta del suo dignitoso orgoglio. Orso in Piedi si sedette sulla cima del monte e dopo aver invocato forza e coraggio a Cuore di Tuono, si preparava alla grande preghiera che avrebbe accompagnato quell’uomo sospeso tra la vita e la morte. Gli occhi di Naso Schiacciato erano sgranati, feriti dell’icredulità di quel dolore, sentiva le membra lacerarsi in un dolore sconvolgente insopportabile feroce, la gola non trattenne un urlo di dolore lacerante, il coraggio annientato. Un groviglio di uomini lo sollevò liberandolo, immediato il soccorso, le ferite sono squarci nel petto, il sangue sgorga come da una sorgente ed il corpo è ormai privo di sensi. L’urlo di Lubna era altrettanto lacerante, si senti trafitta nella carne da tutto quel dolore, ora sapeva, Dio mio!. L’urlo di Marta era muto incapace di generare suoni paralizzato stringeva Lubna con tutte le sue forze cercando d’esserne sostenuta. Le menti piu forti sono cosparse di cicatrici. Molti occhi in quel momento guardano vedono, molte orecchie sentono ascoltano, ora tutti sanno, conoscono e non potranno dimenticare. Cosa stava accadendo? Perché Ted non tira giù anche Alberto? A quel punto diciassette ragazzi, il Clan di Corre Veloce si alzarono in piedi gridando e si mossero per intervenire, immediatamente i cani gli furono intorno e poi all’interno e molti tanti troppi, li divisero ad uno ad uno costringendoli all’immobilità, - Alberto resta appeso finché lo vuole lui!. Dissero ad ognuno di quei diciasette ragazzi, divisi ad uno ad uno, dividi ed impera, nell’impossibilità d’intervenire, e quelle parole le pronunciavano in lingua in modo che capissero e non ci fossero equivoci. Mani e piedi legati da legacci di stoffa morbida ma dannatamente resistente, ognuno di loro è prigioniero, - Se fossi io a decidere di stare appeso, chi saresti tu per impedirmelo! Ted è lì, accanto a lui, quando lui vorrà basterà un sospiro. Ora se gli vuoi bene, rispettalo anche tu! Prega il tuo dio per lui, se ne hai uno. Diciasette ragazzi che non dimenticheranno mai. Gli occhi di tutti erano fissi verso di lui, che stava facendo?, poteva avere tutto, ricchezza fama, potere, poteva avere tutto quello che un uomo possa desiderare, invidia compresa ed invece il suo corpo nudo, trafitto nella carne, penzolava appeso ad una corda nel centro del cerchio del popolo riunito, Perché?. La seconda notte scese dolcemente con aria tiepida e senza vento, i piccoli fuochi dei bivacchi si accesero, gli occhi di Orso in Piedi erano colmi delle lacrime dell’emozione, dall’alto del monte dove sedeva vedeva il cerchio di medicina ricongiunto e i fuochi al suo interno erano numerosi come le stelle di un limpido cielo notturno, un sentimento nuovo ed antico, incontrollabile lo invase se non ora quando?, Lo sciamano cominciò a danzare inneggiando intorno al suo fuoco sacro: Oka Hei, Oka Hei gridava con la sua poca voce al cielo, mentre le sue braccia si allargavano per abbracciare le stelle, Oka Hei gridava con la sua poca voce al cielo, mentre il suo cuore gioiva, Oka Hei all’attacco, combatti, con tutto quello che hai, tutto il tuo coraggio, tutto il tuo amore, tutto il dolore che sei disposto a sopportare e se hai deciso di morire nuovamente, lo farai per lasciare in vita qualcun altro Oka Hei Uomo. I Cani erano in cerchio tutt’intorno a lui numerosi e fittissimi, i loro occhi erano fissi su di lui, le loro espressioni impassibili e fredde, i loro pettorali avevano le asole, anche piu di due, nel petto una pigna. Videro Naso Schiacciato allo stremo della sopportazione e da prima sommessamente poi senza più possibilità di resistere, cominciò ad urlare al dolore ormai insopportabile, terrorizzato, ciò che poteva lo aveva dato con tutto quello che aveva, ma ora, non poteva resistere un attimo in più, non era pronto a morire e non era necessario che lo facesse, non era lui che il falco aveva scelto, la loro espressione non cambiò. Ted lo prese e lo sollevò con le sue potenti braccia mentre Corre Veloce tagliava la fune che lo tratteneva, il suo corpo si abbandonò svenuto tra quelle braccia che lo accolsero come un fratello, a testa alta e con i lineamenti di pietra del suo volto, Ted lo portava orgoglioso tra i suoi cani, - è andato oltre ciò che io stesso potessi aspettarmi, pensavo non si presentasse affatto, curate le sue ferite come se fosse vostro fratello perché ora i Croow sono uniti con noi nel nostro popolo. Loco Vendaval stava sopportando il più crudele dei dolori, i muscoli trafitti del petto, si stavano lacerando dal peso che il corpo sospeso esercitava, una forza incontrastabile continuava a strappare la carne, il sangue colava dalle ferite ed imbrattava la terra sottostante che ormai ne assorbiva sempre meno. Tra tutti il solo Sette Frecce si era avvicinato al palco di quel supplizio e stranamente nessuno se ne era accorto, solo adesso che gli era accanto Ted lo vide e gli si mise di fronte, - Non osare toccarlo!. Sette frecce lo guardò dritto negli occhi per nulla intimorito dal tono della voce ne dall’espressione decisa del suo volto, e gli rispose: - Ted Tocca il Cielo, io non lo toccherò ma credimi, farò tutto quello che posso per salvargli la vita, anche ucciderti se sarà necessario. I suoi occhi scrutavano in modo professionale le ferite che si erano aperte lacerando i tessuti da quel corpo. Quell'uomo stava morendo dissanguato e tra sofferenze immani, eppure non gemeva, le mascelle erano serrate contratte per contrastare il dolore, si accorse allora che Alberto Righeira se ne era andato, c’era qualcun altro appeso lì, quel fascio di muscoli di cuoio crudo che stringevano quelle membra avrebbero resistito allo strazio. Osservava ogni centimetro di quel corpo, sapeva che poteva guarire con una rapidità miracolosa dalle ferite e non era questo a preoccuparlo, ma il sangue che era stato versato era troppo e se il sangue esce in un modo o in un altro bisogna rimetterlo dentro. Questo pensava mentre i suoi occhi osservavano da vicino il corpo sospeso di Loco Vendaval, doveva solo trovare il plasma ed essere pronto nell’istante in cui sarebbe stato necessario intervenire. La notte passò ed il sole rischiarò il cielo, le stelle furono offuscate dalla sua luce ed il calore nutriva la morbida terra, Orso in Piedi aveva terminato la preghiera alla stella del mattino, durante la notte aveva costruito un ornamento sacro da mettere al collo di Loco Vendaval, era una stella di cuoio, dipinta di azzurro, dal centro della stella pendeva una striscia di pelle del petto di un bisonte e la penna centrale della coda di un aquila. Orso in Piedi reggeva nel palmo della mano la stella e disse: Ecco la stella del mattino. Colui che vede la stella del mattino vedrà di più, perché sarà sapiente. Poi sollevò la penna d’aquila e disse ancora: Questo significa Wakan Tanka e significa anche che i nostri pensieri dovrebbero elevarsi in alto, come fanno le aquile. Poi prese la striscia di pelle di bisonte e disse: Questo significa tutte le cose buone di questo mondo, Cibo e Casa. Un alito caldo nelle sue mani, - La stella che contengono è la stella del mattino e penderà dal suo collo fino al petto dove il suo cuore batte, chiuse le mani lo sciamano, e con canto sacro e gesto sacro mandava la sua voce al grande mistero misterioso, Wakan Tanka. Donagli forza, coraggio, amore, affinché le orecchie del popolo si schiudano alle sue parole, affinché i suoi gesti siano un esempio, affinché abbia ciò che cerca, amore. Il rito sciamanico era compiuto, L’Orso si alzò i suoi occhi guardavano il campo sotto di lui, c’era un silenzio mortale, nell’aria odore di morte e sangue, c’era soprattutto un uomo appeso ad una corda per dimostrare al popolo quello che uno è disposto a mettere in gioco per ciò che crede. Le tribù erano riunite, i cani tutti intorno, i lupi gialli riempivano i primi due cerchi intorno a lui. Ora l’orso non ha più bisogno di credere, ora sa. Prese le sue cose e s’incamminò lungo il pendio in discesa, non aveva fretta ne urgenza, sapeva che il tempo stava ancora consumandosi, era poco più di uno straccione curvo sotto il peso dei suoi inverni, l’ultimo sciamano ancora in vita del popolo Sioux , l’ultimo Wichasha Wakon. S’inoltrò tra quella gente che silenziosa assisteva alla prova, leggeva nei loro occhi, ascoltava il battito dei loro cuori, i bisbigli, le preghiere, vide gli occhi spietati dei bambini colmi d’ammirazione, il volto indifferente dei cani e gli occhi ciechi dei lupi gialli, ancora una cosa c’era da fare, quando la tigre è in agguato, quando caccia, quando difende con la sua vita i propri cuccioli, quelli sono lì con gli occhi sgranati a ciò che vedono è solo in questo modo che imparano e solo in questo modo possono sperare di sopravvivere, c’era ancora una cosa da fare. - Ora, Piccolo Falco: Andiamo a far visita a tuo padre, ho un dono per lui. La sua mano carezzò la testa china di Lubna, e senza alcun’altra parola prese per mano Piccolo Falco. Alzò la testa a quella voce che conosceva e trattenne a se in un abbraccio Piccolo Falco, No! Disse. – L’uomo che tu ami è appeso a quella corda anche per lui, vuoi che sia stato inutilmente?. - No! Piccolo Falco NO!. – Lubna… Colui che Cerca stà morendo! Esattamente come un bruco che diventa farfalla. Guarda i miei occhi donna. Lubna alzò lentamente il volto a quello di Orso in Piedi e guardò in quegli occhi ormai quasi ciechi. – Lui sta facendo il suo, tu fai il tuo. Lubna si guardava intorno stringendo al seno Piccolo Falco , vedeva i cuccioli di cane che erano lì, vispi con gli occhi curiosi, si spingevano fin dove era loro consentito d’arrivare, poi i cani li allontanavano... Tu fai il Tuo, ma quanto coraggio ci vuole si ripeteva, quanto coraggio ci vuole, NO!. Come se quel vecchio leggesse i suoi pensieri gli disse ancora – Alza il tuo sguardo Lubna, non ti è d’esempio quell’uomo?. Dopo una pausa continuò… Un bruco che diventa farfalla forse muore?. Un moto di speranza riempi improvviso il petto di Lubna ecco; se c’era qualcuno in grado di fare, solo Orso in Piedi, lo sciamano del popolo poteva, alzò lo sguardo e lo fissò, appeso a quella corda con il petto martoriato sanguinante in preda ad un dolore devastante appeso a quella corda con la volontà ed il coraggio. – Aiutalo disse, aiutami!. Baciò Piccolo Falco e lo lasciò andare, molte donne a quel punto gli si avvicinarono e silenziosamente gli si sedettero accanto, i loro sguardi erano tristi quanto il suo ma facevano quello che c’era da fare, ora lei era un altra sorella ed il suo cucciolo di cane era un altro cucciolo del popolo. Il vecchio con il bambino entrarono nel cerchio del popolo e girovagarono tra esso soffermandosi di tanto in tanto presso alcuni fuochi. La domanda che per prima veniva posta era cosa mai stesse accadendo e perché tanta gente fosse riunita intorno a quell’uomo che si stava sottoponendo a quella prova. Poi cercava di capire cosa pensassero di quell’uomo e se sapessero il perché lo facesse e cosa mai volesse da loro, le risposte che quel vecchio riceveva erano le più disparate e contrapposte tra loro, certo era che quell’uomo suscitava interesse in tutti perché tutti sapevano esattamente chi fosse e cosa volesse ma il perché era loro ignoto. Vi era ammirazione verso di lui per ciò che con le sue imprese rappresentava e per il progetto che sponsorizzava senza chiedere nulla in cambio e questo era la novità a cui quasi tutti stentavano a credere, che uno facesse qualcosa per altri senza chiedere nulla in cambio, generando scetticismo verso le vere intenzioni che ora lo avevano portato a sottoporsi ad una prova di coraggio cosi estrema davanti al popolo intero. Ma vi erano altri fuochi che sapevano esattamente cosa stesse accadendo, sapevano esattamente chi fosse quell’uomo e cosa volesse da loro e loro non aspettavano altro che quell’uomo riuscisse nel suo intento per schierarsi al suo fianco combattere con lui e costruire quello che nelle loro menti era saldo e vivido: unire il popolo e creare la propria indipendente nazione. Lui era il discepolo dello sciamano Orso in Piedi ed aveva ereditato il potere dagli avi e con loro al loro fianco avrebbero combattuto e vinto l’oppressore scacciandolo da sopra la loro terra per tornare ad essere liberi. - Loco Vendaval si chiama e sta sottoponendo le proprie carni al sacrificio di Wakan Tanka per dimostrare al popolo cosa è disposto a sopportare per l’ideale che ci unisce e io sono al suo fianco pronto a morire per lo stesso l’ideale e tu vecchio ignori forse ciò di cui sto parlando?. Orso in Piedi senti il cuore gonfiarsi d’orgoglio a quelle parole. - No! Conosco esattamente il significato delle tue parole ed il mio cuore è con te anche se molti guai presto dovremmo affrontare. - Certamente vecchio, ma questa volta saremo uniti e dovranno combattere contro una nazione intera, con una differenza rispetto a ciò che è successo ai nostri avi, questa volta non saremo da soli. - Credi davvero che qualcuno possa rischiare la propria vita per la tua?. Girati vecchio, Loco Vendaval lo stà già facendo, quell’uomo nel suo petto possiede un cuore di tuono e la sua voce si stà diffondendo rapidamente nel cuore del popolo. Non vedi che è tutto intorno a lui e perché se non per combattere, non vedi forse quanti ragazzi lo hanno scelto come padre, non vedi che i cani sono tutti intorno a lui pronti a difenderlo e a morire con lui ed ora è riuscito ad unire a lui la tribù Croow e farne una sola. - Vedo ragazzo, vedo e sono felice. In cuor mio spero che il suo equilibrio sia eguale al suo coraggio perché anche questa volta come in passato, il coraggio da solo non basta come non è bastato a suo tempo. Ora ci vuole equilibrio, il saper vedere lontano, il sapere soprattutto cosa c’è da fare e farlo. Tra tanti quell’uomo sembra tornato proprio perché sa quello che c’è da fare e come farlo. L’uomo guardò negli occhi quel vecchio che sembrava sapere più di quanto la sua lingua pronunciasse, - Qual è il tuo nome Vecchio? - Il mio nome è Orso in Piedi e questo cucciolo d’uomo che porto a spasso con me e ascolta le nostre parole è Piccolo Falco, figlio di colui che tu chiami Loco Vendaval. L’uomo a quelle parole rimase esterrefatto, mai nella sua vita aveva pensato che un giorno potesse incontrare lo sciamano del suo popolo e addirittura sedergli davanti e parlare con lui. Abbassò immediatamente lo sguardo in rispetto dell'uomo che gli era di fronte e tacque: Se anche lui è qui in questo momento significa che il tempo di combattere si stà avvicinando ed è tempo, finalmente, di decidere da che parte stare, - Io voglio che i miei figli e i figli dei mei figli siano liberi di scegliere. Quando rialzò lo sguardo, Orso in Piedi era andato via, verso altri fuochi altre parole altri punti di vista, ma ovunque si posasse il suo orecchio, il consenso verso Loco Vendaval era un vero plebiscito. - Grossi guai si avvicinano Piccolo Falco, - Guai Molti! Rispose in lingua Oglala quel cucciolo d’uomo, Orso in Piedi lo guardò e sorrise, Gli spiriti non mentono disse tra se e se, Il tempo è giusto affinché tutto il popolo conosca e sappia. - Vieni con me, adesso andiamo da tuo padre ed insieme faremo grande medicina. Gli occhi di Lubna videro la figura del vecchio e di suo figlio risalire il rialzo di terra ed avvicinarsi al corpo sospeso ed inerte di suo marito, si sedette e sperò che l’inaspettato insorgere sulla scena dello Sciamano, salvasse la vita del suo uomo. Alfonso gli sedette accanto e senza guardarla gli prese la mano con una tenerezza che Lubna non riconobbe, sentì il calore umido delle sue labbra sul dorso della mano ma il bacio era diverso da come sempre lo aveva sentito, il palmo della mano di suo padre a contatto con il suo gli trasmetteva il battito del cuore, sentì di non essere sola, prese quella mano e se la strinse al petto, il respiro era gonfio di pianto ma Lubna lo respingeva con tutte le sue forze. – Lubna, è un uomo forte sopravviverà, non lo lasceremo morire te lo prometto. Nello stesso momento in cui i primi riconobbero Orso in Piedi, le voci cominciarono a salire concitatamente ed espandersi freneticamente fino a che anche l’ultima persona del campo sapesse che lo sciamano del popolo Lakota; Orso in Piedi! era tra loro e tutti si alzarono in piedi per vedere e ascoltare. Alzò le braccia al cielo e il silenzio tornò nel cerchio del campo, anche gl’insetti smisero di ronzare, tutti gli si stringevano intorno a spalla a spalla tanto che non era più possibile muoversi dal proprio posto, lo sciamano caricò la pipa dal lungo cannello e dopo averla offerta ai quattro quadranti del mondo al cielo e alla terra si sedette a gambe incrociate dando le spalle all’uomo appeso. Nel silenzio totale la sua voce era udibile da ognuno come se stesse parlando al suo orecchio, Grande medicina in favore del popolo. - Molto, molto tempo fa, due vedette erano in giro d'esplorazione in cerca di bisonti; e quando raggiunsero la cima di un alto monte e guardarono a nord, videro qualcosa che veniva da lontano e quando si avvicinò esclamarono: è una donna! E cosi era. Allora uno degli esploratori, che era sciocco, ebbe dei pensieri cattivi e li disse; ma l’altro protestò: Questa è una donna sacra manda via quei pensieri cattivi. Quando la donna si avvicino ancora di più, videro che indossava un bell'abito di pelle di daino bianco, che i suoi capelli erano molto lunghi, e che era giovane e molto bella. E sapeva quello che pensavano, e disse con una voce che era come un canto: Voi non mi conoscete, ma se volete fare quello che pensate, potete avvicinarvi. E quello sciocco si avvicinò, ma quando fu davanti a lei, comparve una nuvola bianca e li coprì tutti e due. E la bella giovane emerse dalla nube, e quando questa si sciolse l’uomo sciocco era uno scheletro coperto di vermi. Allora la donna disse a quello che non era sciocco: Tornerai a casa e annuncerai al tuo popolo che verrò e che debbono alzare per me una grande tenda nel centro della nazione. E l’uomo che era molto spaventato, andò in fretta e lo disse alla sua gente, che fece subito quel che era stato ordinato; e tutti intorno alla tenda sacra aspettarono la donna sacra. E dopo non molto tempo lei venne, molto bella e cantando, e quando entrava nella tenda cantava questo: Con alito visibile cammino. Camminando mando una voce. In modo sacro cammino. Con orme visibili cammino. In modo sacro cammino. E mentre cantava uscì dalla sua bocca una nuvola bianca, che era profumata. Allora lei diede una cosa al capo, ed era una pipa; su un lato della pipa era intagliato un giovane bisonte, per significare la terra che ci sopporta e ci nutre, e dodici penne d’aquila pendevano dalla cannuccia, per significare il cielo e le dodici lune, ed erano legate con un erba che non si spezza mai. Guardate, disse, grazie a questa pipa voi moltiplicherete e diverrete una buona nazione. Nulla che non sia buono può venire da questa pipa. Soltanto le mani dei buoni ne avranno cura e i cattivi nemmeno la vedranno. Poi cantò di nuovo e uscì dalla tenda; e mentre se ne andava, sotto lo sguardo di tutti, divenne ad un tratto un bisonte bianco che sbuffava e galoppava, e presto scomparve. Adesso popolo Lakota accendo la pipa sacra, perché nulla che non sia buono può venire da questa pipa e dopo che l’avrò offerta ai poteri che sono un unico potere e mandato loro una voce, fumeremo insieme in modo che i nostri pensieri volino alti nel cielo come il volo dell’aquila, così come i nostri pensieri dovrebbero sempre essere, Anzitutto offrendo il bocchino della pipa allo spirito uno sopra di noi... così... mando una voce: Hey hey! hey hey! hey hey! hey hey! Avo, Grande Spirito, sei sempre esistito, e prima di te non è esistito nessuno. Non c’è nessun altro a cui pregare, tranne te. Te stesso, tutto ciò che vedi, tutto è stato creato da te. Tu hai portato a termine le nazioni di stelle sopra tutto l’universo. Tu hai portato a termine i quattro quadranti della terra. Il giorno, e in quel giorno tutto hai portato a termine. Avo, Grande Spirito, chinati verso la terra per udire la voce che ti mando. Tu, dove scende il sole, guardami! Esseri del tuono, guardatemi! Tu, dove il Gigante Bianco vive potente, guardami! Tu, dove il sole splende continuamente, da dove vengono la stella dell’alba e il giorno, guardami! Tu, dove vive l’estate, guardami! Tu, nelle profondità dei cieli, aquila potente, guarda! E Tu, Madre Terra, unica Madre, Tu che sei stata misericordiosa con i tuoi figli! Uditemi, Quattro quadranti del mondo; sono un parente! Datemi la forza di camminare sulla morbida terra, come parente di tutto ciò che esiste! Datemi occhi per vedere e forza per capire, così sarò come voi. Soltanto col vostro potere posso far fronte ai venti. Grande Spirito, Grande Spirito, Avo mio, sopra tutta la terra i volti delle cose viventi sono simili. Con tenerezza son sorte dal suolo. Rivolgi lo sguardo sui volti dei figli innumerevoli, coi loro figli tra le braccia, perché possano far fronte ai venti e percorrere la strada buona verso il giorno del riposo. Questa è la mia preghiera: ascoltami! La voce che ti ho mandata è debole, ma con devozione l’ho mandata. Ascoltami! Io sono un Lakota dal nome Orso in Piedi, Sciamano Oglala della tribù Unkpatila del popolo degli uomini ma sono semplicemente un uomo. Ho detto, Hetchetu aloh. Seguì una lunga pausa mentre fumava lentamente con piccole boccate dal cannello della pipa sacra, solo poi nel silenzio che ancora ristagnava continuò a parlare al suo popolo: Ora non è con la morte di quest’uomo che gratuitamente stà donando la sua vita per noi che costruiremo la nostra nazione. Lui è un dono che ci viene concesso, così come noi tutti siamo un dono per lui, in questo momento ci stà parlando ma non sono venti di guerra quelli che alza con il suo alito, ma parole di pace, di unione d’intenti per concepire la nazione come un cuore che non appartiene a noi singolarmente ma al popolo solo ed ai suoi figli e a tutto ciò che sopra questa morbida terra vive. Noi passeremo così come le nuvole nel cielo ed altri vivranno la stessa nostra storia per lasciare posto poi ad altri ancora così come lo è stato per i nostri avi e l’eredità che loro ci hanno lasciato è una buona eredità che noi dobbiamo custodire con amore per lasciarla intatta ai nostri figli quando noi saremo erba sui colli, perché se non faremo come ci è stato insegnato, la nostra terra morirà e quando lei sarà morta, come potremmo essere noi vivi? Quando tutto questo non sarà più, dove i nostri figli vivranno? Quale sole scalderà il loro cuore? Quale vento agiterà i loro sogni e quale vita saranno costretti a vivere. Ora vi racconterò una storia che i miei occhi hanno vissuto e ciò che è successo subito dopo; perché dopo quegli avvenimenti tutto è cambiato e noi siamo diventati un piccolo insignificante popolo prigioniero. A quell’epoca ero un cucciolo d’uomo, grande come questo cucciolo che mi siede accanto, e fu allora che cominciai a sentire strane voci nell’accampamento, - Quando tornano le vedette che vanno in cerca di bisonti nella prateria dicono che i Wasichu stanno arrivando. Quando le bande rientrano e onorano i guerrieri caduti dicono che i Wasichu stanno arrivando. Quando in tutta fretta il popolo toglie le tende e si sposta nella notte dicono che i Wasichu stanno arrivando. Cosa significa Nonno? Questo chiesi, perché io non avevo ancora visto un Wasichu e non sapevo neppure che aspetto avesse, Lui mi rispose semplicemente: - Che sono molti e ce ne sono altri e altri ancora, in un numero infinito e in un sogno ho visto quello che vogliono e quello che accadrà. I bisonti saranno uccisi a migliaia e torneranno alla terra mentre una strana razza intesse una ragnatela intorno al popolo Lakota, faranno piccole isole per noi e altre minuscole per i quadrupedi e queste isole diventeranno sempre più piccole perché tutt’intorno cresce la marea divorante dei Wasichu; ed è sporca di menzogne e cupidigia. Quando questo accadrà, vivrete in case quadrate e grigie, in una terra sterile, e accanto a quelle quadrate case con il tetto d’erba morirete di fame. Lui morì non molto tempo dopo che mi disse questo. Adesso se ci pensate vedete che voleva alludere a queste case con il tetto di terra, nelle quali viviamo, e che tutto il resto era vero. A volte i sogni sono piu savi che la veglia. Crebbi e divenni un guerriero, Nuvola Rossa era il capo a quel tempo e grandi consigli di guerra venivano organizzati, perché i Wasichu stavano straripando nel nostro territorio e sterminavano i bisonti, ma non per cibarsene bensì per prendere solo la pelliccia e la lingua, il resto restava a marcire al sole, intere mandrie erano cancellate in un solo giorno e l’odore della carne putrefatta si sentiva a miglia di distanza ed insieme a loro sentivo che stavamo morendo anche noi. Durante quei consigli di guerra sentii che presso il Madison i Wasichu avevano trovato tanto di quel metallo giallo che essi adorano e che li rende pazzi e volevano fare una strada attraverso i nostri territori di caccia, per raggiungere il luogo dove era il metallo giallo; ma noi non volevamo quella strada, avrebbe spaventato i bisonti che sarebbero andati via e tanti altri Wasichu sarebbero arrivati tanti quanto un fiume. Loro volevano da noi soltanto un poco di terra, solo quella che bastava alle ruote dei loro carri, ma noi non volevamo quella strada, se ci pensate adesso, potete vedere che cosa veramente volevano. Così arrivarono i soldati e costruirono un isola di tronchi a Piney Fork vicino al fiume Powder; capimmo allora che erano decisi ad avere la loro strada a costo di prendersi la nostra nazione e ucciderci tutti, prima ancora che noi dicessimo di si o di no loro già fortificavano la loro strada. Nuvola Rossa allora convocò un grande consiglio di guerra e tutte le bande sparse dei Lakota si riunirono in un grande consiglio di guerra contro i soldati sul fiume Powder a quell’epoca Tashunka Witko aveva soltanto diciannove anni io ero ancora più giovane di lui ma ci mettemmo tutti sul piede di guerra contro i soldati. Ricordo che un uomo a cavallo avrebbe potuto cavalcare da quando sorge il sole fino a che la sua ombra non stà sotto di lui prima di poter attraversare per intero quell’accampamento molti si erano uniti a noi, gli Shyela, i Nuvole Azzurre, i Cheyenne, i Piedi Neri e altri erano venuti per combattere accanto a noi. E quando la Luna Morsa si attarda nella stagione degli alberi scoppiettanti i cento vennero spazzati via e la loro isola di tronchi rasa al suolo. Duemila guerrieri contro i loro duecento, una soverchiante forza numerica in nostro favore. Quando le vedette tornarono e dissero che la colonna arrivava ci schierammo sulla cresta della valle in due colonne che seguivano il lento avanzare dei Wasichu che si trovarono immersi nella valle con due file infinite di guerrieri che da sopra la cresta li seguivano passo dopo passo giorno e notte, ma non li attaccavamo ed anch’io non capivo il perché, ricordo che un guerriero disse a Tashunka: Il bottino è nelle nostre mani attacchiamo, cavalli vacche farina donne fucili sono li per noi. Lui guardava severo il fondo valle, immobile sul suo cavallo, nudo con il solo perizoma intorno ai fianchi, una sola penna di falco rosso tra i capelli e il sassolino legato dietro il lobo dell’orecchio, lui vedeva lontano valutando quello che non si vede, valutava la forza dell’avversario e rispose: Sono troppi e tu mi sembri un cagnolino che veda in quell’orso solo carne da mangiare dimenticando gli artigli e le zanne, sono troppi. Era un grande capo il più grande di tutti e tutti erano gelosi e invidiosi di lui, anche Nuvola Rossa che non partecipava direttamente alla battaglia nutriva verso di lui un invidia e una gelosia che gli annebbiavano la mente, infatti: - Per coloro che camminano al sole, necessariamente segue l’ombra: per coloro che avanzano sul sentiero della fama, segue l’invidia. Quando la colonna arrivò in vista del Forte quella mogia colonna si ruppe in una corsa disordinata verso quella che credevano la loro salvezza e non sapevano che era la tana della loro morte, lasciarono sul terreno tutto quello che ostacolava la loro corsa, perfino i soldati lasciarono indietro i civili pur di mettersi in salvo, ma alla fine il portone fu chiuso alle loro spalle e grida di giubilo si udirono salire dall’interno di quell’esile steccato che li separava da noi che eravamo decisi a farla finita una volte per tutte e cancellare per sempre la loro strada. Il nostro vantaggio consisteva nel territorio e nel saperci vivere senza dipendere dai rifornimenti esterni dei quali loro necessitavano. Il nostro punto debole consisteva nel fatto che nessuno di noi era un soldato, ma dietro ogni singolo vi era una famiglia che lo aspettava, un villaggio che sopravviveva con la caccia e l’opera degli uomini che ora erano lontani in guerra e i vecchi le donne i bambini pativano la fame. Stringemmo in un assedio quei Wasichu chiudendo loro ogni fonte d’approvvigionamento razziando e saccheggiando i loro rifornimenti e solo pochi e rari erano quelli che riuscivano ad arrivare al forte. Tutto sembrava volgere in nostro favore e non si aspettava ormai che l’ordine di attaccare, l’unico che restava ombroso e continuava ad osservare l’avversario era Tashunka Witko, parlando con lui dall’alto del monte che sovrastava la spianata del forte, mi disse: Non sarà facile venirne a capo, molti dei nostri moriranno e molti lamenti si alzeranno nelle loro tende, il terreno è piatto e non offre alcun riparo ai guerrieri che andranno incontro alle bocche dei loro fucili senza alcuna difesa, il loro coraggio servirà a nulla contro le loro mitraglie e i loro cannoni, dobbiamo pensare ad altro modo ed io ho studiato e pensato e conosco il modo usare il loro vantaggio in nostro favore. - Spero che i Grossi Pance ascoltino le tue parole Tashunka e non sia l’invidia a condurre per mano le loro decisioni. Le cose andarono diversamente, Nuvola Rossa non volle ascoltare il parere di Tashunka Witko e continuò nel tattica suicida dell’attacco frontale in massa e allo scoperto, i nostri guerrieri venivano falciati senza possibilità alcuna di successo dal crepitare delle loro mitragliatrici che senza pausa sputavano incessantemente su di loro piombo incandescente. - Continuando di questo passo la nostra superiorità numerica sarà ben presto azzerata e allora i soldati usciranno, ma stavolta saranno loro a dare la caccia a noi. E allora i suoi occhi mi guardarono: Vai da Nuvola Rossa e parla a lui con lo stesso modo con cui parli ai giovani quando vuoi insegnare loro, possiedi un grande potere usalo per il popolo. Mi presentai dai capi nella grande tenda del consiglio di guerra e espressi il mio punto di vista: Il forte è troppo ben protetto per essere preso con un attacco frontale, così come le valorose ma sfortunate offensive lanciate da Nuvola Rossa hanno dimostrato. Ma, come il bisonte che sembra invulnerabile ha il suo punto debole così anche il forte possiede il suo. Anziché dare testate contro il Forte, come un bisonte impazzito contro la roccia, noi dobbiamo attaccare quelli che escono per fare legna, in modo da impedire loro il lavoro, allora i soldati saranno costretti ad uscire per proteggere i taglialegna e quando saranno numerosi al di fuori del forte scateneremo l’attacco e li spazzeremo via per sempre, questo era il piano escogitato da Witko. L’inverno era all’apice del suo svolgimento il freddo intenso e la neve alta, molti dei nostri facevano la spola tra il campo di battaglia e i loro villaggi bisognosi di cibo coperte, assistenza, dei duemila che eravamo restammo in seicento circa a mantenere l’assedio ed eravamo sparpagliati in bande di cinquanta guerrieri nel territorio circostante, se le cose non fossero cambiate in fretta, saremmo stati costretti giocoforza a desistere dall’assedio e tornare alla nostra vita quotidiana. In un alba gelida, sotto un cielo completamente bianco vennero a chiamare Tashunka: Altri soldati arrivano circa trenta forse di più, armati e con i muli carichi, i nostri che hanno provato a fermarli sono caduti con coraggio ma nulla hanno potuto. Witko si precipitò in cima al monte per osservare, era quasi nudo come sempre, io invece ero molto coperto e avevo i brividi di freddo, ne faceva così tanto che il fiato cadeva ghiacciato in terra non appena uscito dalla bocca e lui restava immobile, nudo, sdraiato sulla neve ad osservare, mi fece cenno e mi avvicinai strisciando sulla neve per non essere visto, - Orso, mi disse, quello che pare uno svantaggio può divenire la nostra carta vincente, interroga gli spiriti e chiedigli se ciò che ho letto nello sguardo di quel capitano appena arrivato è quello che aspettavo come dono dal Grande Spirito. E così in una grande preghiera allo Spirito del mondo ebbi la visione, ma anche l’ordine di non rivelarla se non nel suggerimento di sospendere ogni azione e lasciar credere ai Wasichu nel forte che eravamo andati via fino a quando il vento caldo non si fosse alzato. Tashunka leggeva nel mio sguardo e sapeva che gli spiriti mi avevano parlato a lui nulla di ciò che riguardasse il Grande Spirito poteva essere nascosto, sapeva e aspettava che il vento caldo si alzasse, sciogliesse la neve e ammorbidisse i tronchi perché allora i taglialegna sarebbero usciti per rifornire il forte di ciò che gli era indispensabile, legna da ardere per vivere, scaldarsi, cucinare, costruire. Da giorni ci eravamo rifugiati oltre la cresta del monte che sovrastava la spianata dove sorgeva il forte, la collina del sentiero del rifugio la chiamavamo, perché offriva un ottimo riparo dall’inverno e la conoscevamo molto bene, durante le battute di caccia invernali in quel territorio piantavamo le nostre tende proprio dentro la sua pancia e ci scaldava come allora. Così come promesso il vento caldo arrivò e i capi mi convocarono e mi chiesero d’interrogare gli Spiriti per sapere quando e come dare battaglia e come sarebbe andata a finire, era la prima volta che l’incarico veniva dato a me come uomo di medicina ed io mai ho avuto dubbi sul Grande Spirito, salii sul mio sauro e mi coprii la testa come fanno le vecchie in lutto e lasciai che il cavallo mi portasse al colloquio, ebbi immediatamente la visione e tornai al gran galoppo al campo, m’inginocchiai davanti ai capi tenendo le mani a coppa sopra il terreno ai loro piedi: Ho dieci vite nelle mie mani, le volete? No! Risposero tutti, dieci vite sono poche per tutto il tempo che siamo stati qui e per le vite che già abbiamo pagato, torna da loro e chiedi il giusto prezzo. Così feci, ripresi il sauro, mi coprii la testa con il manto nero e mi feci trasportare al di fuori del campo, tra i boschi coperti di neve, per ore camminammo senza sapere dove fossimo, il silenzio era totale i zoccoli affondavano nella neve senza emettere alcun suono e capii allora che ero entrato nel mondo altro, la visione questa volta fu totale e orribile, dovevo solo far presto altrimenti tutto sarebbe svanito, girai il sauro e lo feci correre ventre a terra attraverso i boschi attraverso i ruscelli spezzando i rami e scalciando i sassi, in un gran rumore entrai in pieno galoppo nell’accampamento, non avevo più il velo nero e i miei occhi erano terrorizzati, mi lanciai ai piedi di Nuvola Rossa e Cavallo Pazzo tenendo le mani a coppa sul terreno e sentivo cento grida uscire dal di sotto ed una forza incontrastabile che voleva sollevarle per farle fuggire, gridai - Ho le vite di ottanta uomini nelle mie mani le volete, fate presto le sto perdendo le volete? Le Vogliamo si! E io girai le mani alzando i palmi ormai aperti verso l’alto, con il gesto di chi lasci volare libero nel cielo una colomba, - Lo Spirito ha parlato, quelle vite sono ormai nelle vostre mani. Allora davanti al dono che lo Spirito gli concedeva, Nuvola Rossa e Cavallo Pazzo misero da parte l’ostracismo personale in favore del bene per il popolo e finalmente tutti convennero che il piano di Cavallo Pazzo era brillante e con buone possibilità di successo, ma per attuarlo era bisognoso di due cose irrinunciabili, la prima che il colonnello cadesse nella trappola e facesse uscire molti, molti soldati. La seconda ed era quella più complicata, l’assoluta ferrea disciplina dei guerrieri, che erano abituati a combattere ognuno per proprio conto senza alcuna tattica ne schema. - Alla disciplina penso io! disse Colui che fa paura al suo cavallo e state certi che non uno uscirà allo scoperto prima che la trappola sia chiusa. - Alla seconda penserà il Grande Spirito se sapremo seguire il suo volere rispose Cavallo Pazzo, io ho letto negli occhi di uno che è dentro il forte la presunzione che gli costerà la vita sua e dei suoi uomini. Scelsero la tattica e gli uomini, sette. Tashunka Witko li avrebbe comandati e sperava di avere i suoi cani al suo fianco, ma era troppo onore per una sola tribù, allora visto che tutte le tribù erano alleate si decise per un commando multitribale che rispettasse e onorasse la nazione pellerossa, un lupo giallo per ogni tribù, il Sioux si chiamava Gibba, per via di una mal formazione ad una spalla ma molti visto la sua statura lo chiamavano Tocca il Cielo il guerriero che Cavallo Pazzo da cucciolo scelse come padre. Sette guerrieri che avrebbero cercato d’innescare la trappola mortale portando l’Orso nel territorio di caccia dei Lupi. La mattina seguente i taglialegna uscirono scortati come al solito da un distaccamento di quaranta soldati mentre altri soldati prendevano posto sulle torrette per tenere sotto controllo lo scenario della battaglia, i primi colpi di fucile scossero la quiete di quei giorni in cui la calma era tornata e immediatamente i soldati nel forte scrutarono in direzione degli spari e videro che i taglialegna erano attaccati da un gruppo d’indiani, immediato fu l’allarme ma quando videro che erano solo in sette in molti all’interno del forte tirarono un sospiro di sollievo. Quella mattina vidi uscire dalla tenda sudatoria Cavallo Pazzo aveva un aspetto terrorizzante con la sua medicina dipinta sul corpo e negli occhi una lama d’odio profondo terrificante, - è meglio morire nudi da guerrieri in battaglia che vivere ben vestiti e con un cuore d’acqua nel petto, di questo al mio popolo. Il corpo completamente dipinto di giallo con chicchi di grandine bianca che lo cospargevano, il solo perizoma indosso, una sola penna di falco rosso tra i capelli ed un odio profondo verso quella razza che aveva con infamia e senza alcun onore attaccato e assassinato donne, bambini, vecchi, infermi, infierendo sui loro corpi con le sciabole decapitato e mutilato creature innocenti, infanti ancora aggrappati alle gonne delle giovani donne, vecchi indifesi li avevano usurpati con il filo delle loro lame, strappato i genitali tagliato loro le tette e il pelo del sesso, un odio rabbioso solcava il suo sguardo, - Ora non ci sono bambini da umiliare e mutilare, ora farete i conti con i guerrieri, pregate il vostro dio perché non avremo pietà. Tashunka Witko, Il figlio del tuono della grandine e del lampo salì sul cavallino baio e si passò il sassolino dietro l’orecchio, ecco: in quel preciso istante vidi una porta di nebbia aprirsi e lui l’attraversò, non so esattamente cosa accadesse ma ebbi la sensazione che quel corpo fosse diventato liquido, fui il solo a vederlo o a percepirlo ma la mia medicina cresceva molto in fretta. Ecco quella fu la prima vera battaglia tra i guerrieri pellerossa e le forze regolari dei Wasichu, non più villaggi isolati da radere al suolo, non più donne indifese da violentare, mutilare e uccidere, non piu bambini spaventati da inseguire ridendo e calpestare con i zoccoli dei cavalli, non piu vecchi da trafiggere e squartare con la sciabola, ma guerrieri, duemila guerrieri colmi d’odio e di vendetta verso quella razza senza onore. Il mio cuore palpitava nel petto le mani stringevano il fucile e il Tomahawk, ricordavo le parole che Tashunka mi disse a proposito del fucile: Il fucile è solo gli occhi e il cuore di chi è dietro di lui, i miei occhi erano di ghiaccio il mio cuore colmo d’odio non avrei fallito. Sette indiani contro un centinaio di persone armate non erano una grande preoccupazione ma il capitano del forte sapeva che da dove erano sbucati quelli potevano essercene molti, ma molti altri, allora diede ad un plotone di cinquanta soldati l’ordine di proteggere la ritirata dei taglialegna, il disegno degli dei si stava completando, Tashunka ebbe un sussulto quando vide che dal forte uscivano un numero consistente di Wasichu, era il momento che aspettava, ora doveva invitare gli orsi a dargli la caccia. I sette cominciarono ad attirare su di loro l’attenzione dei soldati, sfidandoli a viso aperto, beffeggiandoli con urla di guerra e sollevando il perizoma mostrando loro i genitali in segno di grande disprezzo. Sette contro cinquanta e continuavano a punzecchiarli ad irretirli con le frecce a sfidare i loro fucili correndogli davanti al naso, ma non riuscivano a tirarseli dietro, solo quando si ricongiunsero agli altri soldati sembrò che fosse arrivato il momento, il loro numero era consistente e si facevano forza l’uno con l’altro, sembravano intenzionati a dargli finalmente la caccia, ed erano ottanta contro sette. Cavallo Pazzo si staccò dal gruppetto e con il suo piccolo baio cominciò a correre davanti alla faccia di quei soldati ormai stufi d’essere presi in giro da quel ragazzino dipinto di giallo, Uno sparo poi altri spari finché non fu una scarica unanime di fuoco e pallottole, ma quell’esile ragazzino rimase illeso ed anzi rideva di loro, si era fermato davanti ai loro fucili e rideva mostrando il petto, poi sollevò il perizoma e mostrò loro i genitali in segno di grande disprezzo, gli occhi rabbiosi del loro capitano guardavano quel piccolo indiano che si faceva beffe di loro e del loro numero, estrasse la carabina dal fodero e prese la mira per gettare nella neve quell’indiano che con grande sciocchezza offriva il proprio petto al proiettile, sparò ma una nuvola di neve si sollevò proprio dietro la figura di quel piccolo sciocco indiano, adirato e stupito al tempo stesso dalla cilecca del suo colpo e dalla figuraccia che fece davanti a tutto il plotone, ricaricò il fucile si drizzò in piedi sulla sella prese con cura la mira, la sua fama era conosciuta mai sbagliava e esplose un secondo colpo e seconda nuvoletta di neve, l’indiano era ancora lì in piedi lo guardava e continuava ad urlare contro di lui, mostrandogli i genitali, allora un’altra scarica di fuoco esplose dai soldati ma Cavallo Pazzo restò fermo ed incredibilmente illeso davanti ai loro increduli occhi rabbiosi ed anzi incoccò la freccia nell’arco e la scagliò verso di loro con un urlo di guerra, ed allora la rabbia accecò i Wasichu. Il Capitano che si sentiva coperto di vergogna, spronò il suo cavallo e si gettò all’inseguimento con la sciabola sguainata, alcuni di loro ruppero le fila e si lanciarono in caccia, Tashunka fece dietro front ed in breve si ricongiunse con gli altri, ma non scapparono anzi incoccarono gli archi e scagliarono le loro frecce contro gli inseguitori, continuando ad irretirli e insultarli, poi passarono sul lato opposto del fiumiciattolo e Tashunka fece cadere il suo cavallo, lui si apprestò a controllare che non si fosse azzoppato e vedendolo in difficoltà, appiedato mentre anche gli altri sei s’attardavano presso di lui, anche il resto dei soldati ruppe gli indugi e si scatenò alla loro rincorsa, l’inganno funzionava. Witko risalì in fretta sul cavallo e insieme agli altri cominciò a risalire il fianco del colle e lo facevano più lentamente dei soldati dandogli la sensazione di guadagnare terreno ed avere la preda a portata di mano, erano accecati dalla loro stessa presunzione, il loro stesso capitano urlava a squarciagola con la sciabola sguainata pronta a bere il sangue di quegli stupidi piccoli sette indiani, le pallottole fischiavano intorno a loro, ma grande era la medicina che li proteggeva, i Wasichu non la conoscono non sanno che esiste per loro esiste solo il piombo incandescente, ma Tashunka Witko non riuscivano colpirlo e lui li derideva facendo montare la loro rabbia, scollinarono portandoseli dietro, ottanta uomini delle forze armate degli stati uniti d’America inseguivano a cavallo sette stupidi indiani senza riuscire a colpirne uno Ottanta uomini contro Sette. Vennero giù dal monte al galoppo sicuri di averli presi perché quei sei si erano fermati nel fondo valle e avevano tolto i fucili dalle fondine,il tempo terminato era la trappola era chiusa, al segnale di Colui che fa paura al suo cavallo, improvvisi come fantasmi, duemila Pellerossa uscirono dai loro nascondigli, da ogni anfratto, dietro ogni sasso che offrisse riparo ve ne era uno ed era armato e rabbioso, colmo d’odio e con la propria personale vendetta in fondo al cuore che gridava di gioia per poter essere finalmente placata. Vidi il terrore negli occhi di un soldato che mi era arrivato davanti poi sparai e il soldato cadde e ne venne un altro subito dietro e cadde anche lui sotto i miei piedi ed un altro ed un altro ancora, il fucile era rovente nelle mie mani il caos totale, le urla di guerra riempivano il cielo e l’eco della battaglia eruttava come un tuono riempiendo la valle, caddero tutti e ottanta così come il Grande Spirito aveva promesso, poi quando tutto cessò, con la rapidità di come era cominciato, quando ci rendemmo conto che non vi era più un solo soldato vivo ci scatenammo sopra i loro corpi, facendoli a pezzi, mutilandoli e oltraggiandoli allo stesso modo di come loro erano inclini a fare verso i nostri, ma differenza di loro, noi sapevamo quello che stavamo facendo!, Senza mani non potrai combattere quando tornerai, senza occhi non potrai mirare, senza denti non potrai strappare la cartuccia e caricare il fucile, senza piedi non potrai camminare senza le budella non potrai mangiare senza il pene non potrai generare, guardai verso la cresta della collina e vidi altri soldati a cavallo, ma pochi erano e nessuna intenzione avevano di morire anche loro, guardavano quello che stavamo facendo e non mossero un solo dito per i loro defunti. Solo Cavallo Pazzo restò in disparte, nella sua medicina nulla del bottino di battaglia poteva prendere per se stesso, ma il suo sorriso mi diceva che era felice di aver vendicato i Brulé dell’acqua azzurra, i Cheyenne del torrente della sabbia, Donna Gialla sua moglie sgozzata insieme con il suo bambino, anche loro adesso erano sorridenti nel villaggio delle mille tende. Molti però furono anche i nostri morti e quelli noi non potevamo sostituirli, molte vedove, molti orfani avevano lasciato dietro di loro, io sapevo che i soldati invece sarebbero tornati, in un numero infinito e noi saremmo stati sempre meno per questo motivo non attaccammo il forte per non perdere altre vite, ottanta ce ne erano stati concessi non uno in più, togliemmo l’assedio e rientrammo ognuno alla propria tenda alla propria famiglia dalle vedove dagli orfani. Cominciai allora a capire che quella era stata si, una grande vittoria! ma anche l’inizio della nostra inevitabile sconfitta, gli avvenimenti che seguirono mi diedero ragione, ma un popolo guerriero non può essere invaso senza che reagisca, a quel tempo non avevamo altri mezzi oltre al coraggio, ora invece ci viene donata una nuova arma, adatta a controbattere qualsiasi avversario, la nostra contrapposizione culturale, dobbiamo soltanto imparare da lei come funziona per poi usarla, poi diventerà invincibile. Quest’uomo che stà donando il suo dolore al Grande Spirito, mi disse: Non è importante chi l’ha avuta, è la visione ad essere importante. Ecco l’arma che ci viene donata, tramite la visione che quest’uomo ha avuto, che non è per lui, perché lui non è importante ma per il popolo si. Come allora, questo ci è stato concesso, nulla di più; costruire la nazione... dunque inutile è che lui muoia. Si alzò prese dalla cintura il suo vecchio pugnale d’osso e tagliò il laccio, caddi in terra gemendo ma quel dolore lancinante era terminato sentii la mente andarsene ma ero ancora vivo, Ted fu il primo su di me, poi Orso poi vidi due occhi sgranati, quelli di un piccolo falco, un'altra figura mi era familiare il resto fu il nero. – Lubna si liberò urlando dalla stretta del padre spinta da un angoscia disperata, i suoi passi si facevano sempre più rapidi ma la folla che si era stretta intorno al palco l’impediva, cominciò a gridare cercando con forza d’aprirsi un varco, poi le grida divennero un ringhio, ma non riusciva, altre braccia cominciarono ad aiutarla, altre grida si unirono alle sue, altre donne l’aiutavano e il varco si apriva si apriva fin quando lo ebbe davanti, quell’uomo era morto, le carni straziate in dolore atroce, lo sgomento gli rese d’acqua le ginocchia che affondarono nella polvere, credo per nulla dissimile da lo stesso sgomento che ebbe la Maddalena quando il suo uomo venne schiodato dalla croce. – è vivo gli gidò Ted!! Alla testa della barella che trasporta il corpo, Lubna s’impadronì di quel corpo allontanando le mani di Orso che tamponavano le ferite, una voce familiare in lingua espanica la spplicò, Ti prego Lubna, non c’è tempo e gridò a Ted di correre, Setta Frecce sosteneva la barella ed era stravolto, lei gli si attaccò al braccio e corsero insieme attreverso il varco che i lupi gialli tenevano aperto, Nella tenda Orso in Piedi non perse tempo quell’uomo era davvero appeso ad un filo che non doveva rompersi, era freddo come un morto e i suoi occhi era ribaltati all’indietro mostrando solo il bianco, Lubna gridò di disperazione e cominciò a baciargli il volto, era in preda ad una crisi di sconforto e rabbia, gridava solo Perché, Perché, Perché! Poi s’abbandonò ad un pianto isterico, la mano di Orso in Piedi la scosse, - Donna, concedimi d’aiutarlo, i loro sguardi si fissarono era la prima volta che Lubna lo guardava dritto nelle pupille senza remore ne rispetto la mascella stretta e i denti serrati in un ringhio e vi era quasi dell’odio nello sguardo. - Donna non c’è tempo! devo aiutarlo, insistette fronteggiando lo sguardo di lei, Alfonso s’intromise tra loro e poggiò le mani sulle spalle la figlia, - Lascia che lo aiutino tu non puoi far altro, se la strinse al petto e le mani di Orso in Piedi erano già sul petto di Loco Vendaval, altre mani si aggiunsero a quelle, erano quelle sette frecce, mani esperte quanto quelle di Orso che sapevano da sole cosa fare e si prodigavano, quel cuore era spento e non vi era alito di vita nella bocca. Immediatamente sette frecce cominciò il massaggio cardiaco e Orso la respirazione bocca a bocca, minuti eterni di grande tensione, passavano inutilmente, gli sforzi sembravano inutili, la camicia di sette frecce era intrisa di sudore e sangue così come la fronte di Orso era imperlata di gocce di sudore, lo sforzo comune ebbe successo, quel cuore tornò a battere e l’alito di vita tornò nella sua bocca. I loro occhi si fissarono e si scrutarono per la prima volta, Orso prese la sua sacca e ne estrasse un sacchetto contenente una strana erba blu, chiamò Lubna, - Falla bollire nell’acqua gli ordinò con voce ferma, sette frecce aprì la sua borsa e estrasse il necessario per le prime urgenti medicazioni, le mani di Orso aiutavano quelle di lui e quelle di Lui quelle di Orso, uno sciamano tribale e un dottore Wasichu univano le loro conoscenze per tenere in vita quell’uomo, lavarono le ferite le disinfettarono, Lubna gli porse l’infuso d’erbe che sette frecce riconobbe dall’odore, gli sollevò la testa e Orso accompagnando i gesti con preghiere tribali lo versò goccia dopo goccia nella bocca di Loco Vendaval, quando la ciotola fu vuota sette frecce vi mise la punta dell’indice e l’assaporò con la punta della lingua sputando immediatamente in terra, se esiste qualcosa d’amaro questo è peggio del fiele, quest’uomo non dormirà per anni; non perderà certo conoscenza si disse e guardò nuovamente Orso in Piedi, ma ora ci voleva dell’altro, sostanza fisiologica e plasma. - Dobbiamo portarlo in ospedale disse, - Il Croow si, lui no: non ci arriverebbe! Rispose Orso, e dicendo questo gli mise nella mano dei sali verdognoli, Fanne polvere, poi si rivolse nuovamente verso Lubna e gli ordinò di fare un altro infuso con un erba che estrasse dalla sua sacca, petali di un fiore indaco essiccati e triturati, Sette frecce si vide in un’antica farmacia dove le medicine venivano ancora preparate a mano. Orso continuava con le sue cantilene tribali mentre i due si prodigavano nel preparare quello che serviva, quando i sali furono ridotti in polvere e l’infuso emanava il suo dolciastro profumo Orso prese il ciondolo della stella del mattino che aveva preparato la mise intorno al collo di Loco Vendaval, prese la ciotola dove Luisio aveva preparato i sali e cominciò a versare l’infuso che aveva preparato Lubna, poco per volta i sali si liquefacevano Orso recitava le antiche preghiere propiziatorie, diluiva ancora i sali, e nuovamente recitava preghiere, quando la ciotola fu colma l’alzò sopra la testa con tutte e due le mani e disse, - Acqua per spéngere la sete, Sangue per alimentare il cuore, Hetchetu aloh. Lentamente l’infuso oleoso e profumato venne fatto bere, lentamente, un sorso alla volta, stilla dopo stilla, fino a quando non rimase più nulla nella ciotola. - Ora che abbiamo curato la fonte, tappiamo i fori. Ecco: questo unguento è fatto con saliva di lupo, serve a tenere umida la carne e a tenere lontana l’infezione. Ecco: questa polvere è fatta con la muffa che viene dall’erba sepolta, serve a chiudere la carne e tenere lontana la febbre. Le sue mani si muovevano esperte e sagge, non era certo la prima volta che si occupava di un corpo ferito, molti guerrieri aveva curato durante la sua vita, molte battaglie la sua gente aveva sostenuto e molte e disparate ferite erano state chiuse dalle sue medicine, molte vite le sue antiche preghiere avevano salvato e per quanta esperienza potesse avere sette Frecce in fatto di medicina non si avvicinava certo alla sapienza che quel vecchio manifestava. Orso era come quei dottori al fronte, che operano in mezzo alla polvere con pochi e inadeguati strumenti e quando tutto manca la sola cosa che ha il potere di guarire è l’esperienza la conoscenza e la fede in quello che si conosce - Dove io vivo, non ci sono ne ospedali ne dottori, Dottore, ma ora lasciamo che sia l’amore a curare le sue ferite, ora tutto quello che potevamo abbiamo fatto, tocca a lui restare vivo. Sette Frecce era esausto, sfinito, per ore si era prodigato senza riserva ed ora non c’era altro da fare, guardava quel vecchio esterrefatto incredulo a ciò che i suoi occhi avevano visto, Orso si alzò mise le medicine nelle mani di Lubna e gli diede istruzioni sul come fare sicuro che lei avrebbe seguito alla lettera ciò che gli diceva, quale migliore infermiera, quali migliori e amorevoli mani avrebbero avuto cura di Loco Vendaval, fece cenno a Sette Frecce di seguirlo e uscirono dalla tenda. Lubna s’inginocchiò davanti a quel corpo nudo e con le lacrime agli occhi lo baciò con tutta la tenerezza che sgorgava dal suo cuore, le sue labbra sentirono il calore della pelle, era vivo, non si chiedeva più il perché, era vivo. Quando fu ora seguì le indicazioni che orso gli aveva raccomandato, tolse le bende pulì le ferite e mise l’unguento fin dentro le carni vive del suo uomo facendo passare il dito da parte a parte nelle ferite del suo petto, senti dall’interno la sua carne palpitante, vide il suo cupo sangue uscire, si sentì mancare, non era certo abituata a curare squarci così profondi e crudeli, ma il suo amore era totale e gli diede la forza e il coraggio di portare a termine il compito, poi dopo averlo bendato nuovamente lo abbracciò teneramente, chiuse con amore quel viso tra le sue mani e lo baciò con una tenerezza sconfinata, sentiva il tiepido della vita riscaldare nuovamente quelle labbra e il battito lento e profondo del suo cuore che pulsava; due piccole mani gli tirarono i capelli e due occhi scuri e profondi la guardavano bisognosi di affetto, lo prese e se lo strinse al cuore, - Non svegliarlo dorme. Stai qui con me stringimi forte forte. Sette Frecce seguiva Orso come un universitario il professore, parlavano in spagnolo e si stupiva di come quel vecchio fosse padrone della lingua, chiedeva informazioni sulle medicine che aveva visto usare, sul come se le procurasse, sul come sapesse quale usare, la quantità, la qualità e Orso gli rispondeva esaurientemente, non aveva remore a svelargli i suoi segreti, sapeva che quel dottore era lo sciamano che avrebbe insegnato nell'universita e doveva essere messo a conoscenza del potere che si possiede, per cui non dovevano esserci segreti tra loro, il corpo del guerriero era nelle sue mani quando si sarebbe alzato per combattere. - Di questo ha bisogno e questo è ciò che devi dargli per aiutarlo, anche se la medicina dell’uomo bianco la ritieni migliore. Poi si rivolse a Ted - Ora tutto cambia, pur restando uguale tutto si modifica, ma la storia si ripeterà uguale a come si è svolta, cambia solo il tempo, perché è giunto il tempo di decidere da che parte stare. Poi lo guardò dritto negli occhi, quell’uomo per noi è un dono come noi lo siamo per lui. Mentre loro continuavano a parlare delle loro cose, Marta e tutti gli altri fecero cerchio intorno a loro, assetati di notizie, è vivo ma non è trasportabile , ma è vivo!. Intorno al fuoco insieme a Ted e gli altri cani, ora si stringeva amicizia, i ragazzi del Clan di Corre Veloce insieme al Clan dei Croow, si resero presto conto che Righeira rappresentava qualcosa di diverso per quelli, tutto era diverso, come è diversa la realtà da un gioco. Mentre per loro ora era piu un calciatore, per quelli era un soldato, cambiava totalmente il sue essere tra le due sponde, se da una riva era un calciatore formidabile, un campione che stava trascinando il Campos verso la storia sportiva, sull’altra riva era un condottiero che stava unendo un popolo per costruire una nazione e questo eccitava le loro menti, nulla sapevano di questo nuovo aspetto che ora gli si mostrava, conoscevano il suo interesse e l’adoperarsi verso la costruzione dell’università, ma era come tanti altri che si adoperano per costruire scuole in Africa, encomiabile ma nulla di più. Per questi invece tutto era diverso. - Lui vuole che ogni uomo costruisca la propria coscienza morale conoscendo in primo se stesso e adoperare poi la sua propria conoscenza per il tempo in cui sarà fecondo, non distruggendo, ma bensì modificando adattando, non combattendo e spargendo sangue, ma filosofando e spargendo cultura, lasciando l’individuo libero di scegliere a quale cultura integrarsi e fecondarla secondo il proprio punto di vista, cambiandolo se si rendesse conto d’essere in errore, oppure restando fermo nel suo proposito se questo lo ritenga giusto. A questo serve la sua università: a creare menti uomini idee mezzi cultura politica stato nazione e non per giocare agli indiani con le penne in testa, quel tempo è passato è stato modificato non esiste più è solo il prologo del nostro popolo. Da quella scuola non uscirà un esercito affamato di vendetta ma un popolo, con la sua cultura, con il suo cuore, con il suo proprio personale spirito e se questo significa sfociare in combattimento armato, se non esiste alternativa, se l’ultima parola è stata ignorata e soffocata senza frutto, se l’ultimo estremo mezzo è combattere allora che il sangue scorra, noi non ci siamo ancora arresi e non ci arrenderemo mai. Corre Veloce lasciò gl’interlocutori senza parole e intorno al fuoco scese il silenzio, ora il concetto era più chiaro più solido poi aggiunse: Questo purtroppo sfocerà in un grande conflitto ideologico all’interno della riserva, tra noi integralisti i fondamentalisti e i conservatori e molti guai presto dovremmo affrontare, la sua voce e la sua opera corrono veloci come il vento e sono giunte a orecchie che vogliono che questo accada; ma anche in quelle che assolutamente non vogliono che questo accada e noi non siamo ancora del tutto pronti ad affrontarli. Corre Veloce era soltanto un ragazzo e parlava come un leader politico, la sua scelta l’aveva fatta e come lui molti altri l’avevano maturata, ma non è da un giorno all’altro che si crea un popolo, ci vuole tempo e crescita prima che ciò che è stato abbattuto possa essere ricostruito. Corre Veloce era pronto a consumare tutta la durata del suo tempo in questo, così come Loco Vendaval che gli ripeteva spesso: Non gusteremo noi il frutto dei nostri sforzi, ma ai nostri figli lasceremo una grande eredità. Ted e i cani no! Loro non avevano tempo da perdere, secondo lui già da molto tempo dovevano scendere sul piede di guerra e percorrere il sentiero che portava alla riconquista della nazione pellerossa e questo era un guaio, solo Loco Vendaval aveva il potere di tenerli a freno e non senza faticare. Il cerchio del campo andava lentamente riducendo il suo perimetro, erano scossi da ciò che avevano vissuto, l’evento era stato consumato e la gente tornava alla propria vita quotidiana, portando dentro di se l’esperienza vissuta con le riflessioni legate ad essa, insieme a quelle che il racconto dello Sciamano aveva acceso nei loro pensieri. Ognuno di loro sentiva che il tempo di scegliere s’affrettava e la scelta che avrebbero maturato avrebbe influito sul futuro loro e dei propri figli, era infatti maturo il tempo per cambiare il proprio destino. Anche per Marta l’esperienza era stata devastante, era svuotata e nei pensieri il nome di Righeira era l’unico nome presente, ora sapeva non avevano piu bisogno di credere, la realtà che si era affacciata nella mente era diametralmente opposta a quella che supponeva, era tornato non per la gloria personale, non per le luci della ribalta, non per denaro, era tornato per inseguire un sogno, per dar corpo ad un qualcosa che si era fermato in quel canalone a ziz zag che scendeva dal monte alla valle di Wounded Knee. Esistono uomini capaci di andare oltre le umane concezioni, oltre gli umani propositi, ci sono uomini in possesso di un potere così grande che a volte non riescono neppure ad usarlo tanto è potente, ci sono uomini che una persona si sente onorata d’aver conosciuto, ci sono persone che dopo aver conosciuto cambiano il corso del loro destino. Righeira era nella tenda e lottava contro la morte che lui stesso aveva sfidato in favore di un sogno, quell’uomo non aveva esitato neanche di fronte alla morte pur di realizzare il proprio proposito no, non è cosa di tutti i giorni incontrare un personaggio come lui, ancor meno probabile è conoscerlo e condividerne l’esistenza, sentire il suo respiro, guardare nei suoi occhi, ascoltare le sue parole e quello che ora aveva piantato nei loro pensieri era un seme che avrebbe prodotto frutti diversi da quelli che loro prevedevano, tutto in lei era cambiato, ma era l’alba del cambiamento, mentre un sole tramontava, un altro sorgeva ed era caldo lucente potente e splendido e nutriva tutte le sue creature. Il suo ripensare agli avvenimenti fu interrotto dall’improvvisa lontana voce di Ted, che la chiamava, - Non è stupenda?, disse non appena gli fu davanti. - Cosa è stupenda Ted? - Questa terra Marta!. Non è questo che hai voluto vedere?, il motivo per cui lui si batte?. Il popolo nella sua terra nella sua nazione indipendente?. Non è inreale, se diamo l'opportunità di poter vivere dignitosamente alla nostra gente, questa non avrebbe piu nessun motivo di andare via da qui. Marta lo ascoltava, quel progetto era come Campos, lei mai sarebbe andata via da li perché, ci si vive bene. Ted continuò a parlare, - Ecco ciò che saremo quando la nuova realtà prenderà il posto del presente. Marta sapeva esattamente cosa intendessero quelle parole, i campi agricoli di Campos erano superbi, ed il prezzo che, con quel prodotto, si riusciva a spuntare sul mercato era il più alto. Ora il filo d’erba che aveva tra le dita era grasso sodo croccante un esplosione di vita. Marta vedeva campi di grano, vedeva Carlos e le sue mandrie di tori. La sua Terra non era poi così diversa da questa terra, in ultima analisi neppure la gente che lo popolava. Lei aveva l’occhio per le cose della terra e del popolo che la calpesta, lo stesso del nonna e della madre, lo aveva ereditato, vi erano montagne e ghiacciai colli e valli con fiumi che l’attraversavano e non troppo indietro nel tempo, mandrie di bisonti innumerevoli che la percorrevano, questa è una bella terra per questo gli è stata sottratta con la forza. Cominciò a guardarsi intorno con nuovi occhi, con intuizioni nuove e dopo aver fatto il giro dell’orizzonte e rivisto con la mente quelle piccole case grigie con il tetto di terra dove gl'indigeni di Righeira erano costretti a vivere, guardò Ted e gli disse: Conosci quel detto? Dai ad un uomo un pesce e lo sfami per un giorno?. Lui completò il concetto: Ma imparalo a pescare e non morirà più di fame. Marta gli sorrise e Ted continuò; Le terre agricole di questa riserva sono nelle loro mani, gestite da loro e ci fruttano circa mille dollari l'anno per famiglia, difatti hai visto le nostre famiglie come vivono, accanto a quelle piccole grige case morirete di fame, ma io ti dico che intorno a quelle terre agricole ci sono le riserve delle altre Tribù e nessuno di noi ha intenzione di morire di fame. - Già Ted, proprio così, molta terra per pochi può produrre molto benessere se si usa il cervello. E se si possiede il mezzo per trasmettere tale pensiero al popolo, accendendo il fuoco dell’appartenenza può arrivare a produrre una nazione autonoma e autosufficiente. Questo non è un sogno, ma concreta possibilità. Marta con lo sguardo cercò e trovò la tenda lontana di Loco Vendaval. - Solo poche persone riescono a vedere la completa enormità della loro visione. Lo disse a bassa voce, tenendo fissi i suoi occhi su quella tenda. – Sai cosa c’è da fare, disse Ted; Prendere tre o quattro di questi ragazzi, portarli a Campos e… il resto glielo insegnate! E non a pescare, ma a trattare la terra!. Questo c’è da fare, per questo sei qui in questo momento, per questo ti ha costretto a tutto questo. Marta fece tre o quattro passi avanti restando da sola, ecco: ora Marta pensava a Carlos, da quando aveva infilato la testa nel cappio di Hangarfood si era come spento, ma ora che finalmente se lo era tolto dal collo gli era tornata la mente limpida e ciò che i suoi occhi avevano visto e la sua mente compreso, ora potevano riaccendere in quell'uomo il fiuto della stirpe che aveva contribuito non poco a costruire Campos: ed il fatto che Hanga in un certo qual modo stesse nello stesso momento nella stessa terra significava futuro, futuro economico per un popolo che stava tornando in vita. Tra i ragazzi intanto, ancora una volta, il nome di Righeira ricorreva spesso nei loro discorsi, era il pellerossa piu conosciuto piu famoso, un motivo d'orgoglio per loro, un qualcosa di cui vantarsi e andare fieri, lo sport, le vittorie, le imprese i gol, legano gli uomini in modo diverso, lo sport porta nascosto con se un messaggio universale, l’ansia di superamento che il genere umano cova dentro se stesso, la competizione, la rivalità d'appartenenza, riesce ad esternarsi con la vittoria sportiva, lo sforzo, lo studio, la determinazione del singolo si sposa con il senso d’appartenenza ad una tribù che si assiepa sugli spalti incitando a gran voce i guerrieri in battaglia ed i guerrieri che procurano tale vittoria sono sempre stati visti e sentiti come una proiezione di se stessi. Era stato lui a scegliersi la tribù ed il suo popolo, ora stava crescendo smisuratamente in tutte e due le rive separate da un oceano che diventava sempre più piccolo. Si soffermava spesso a guardarli quei ragazzi pellerossa, avevano grossomodo la stessa età dei i ragazzi del Campos, eppure avevano già intrapreso una strada difficile, si leggeva nei loro sguardi la voglia di ottenere quello che sognavano e la speranza di aver trovato in lui il personaggio che avrebbe trasformato i loro sogni in realtà, sorò capace di tale responsabilità, si domandava spesso. in ultima analisi, non vi era diversità d’intenti tra quel gruppo di ragazzi che si stava conoscendo, grazie a lui, Vincere! cos'altro. Da quei ragazzi del Campos potevano soltanto imparare, anche loro potevano formare una squadra, diversa si, che giocava altre partite, con altri metodi per altri risultati, questo lo sapeva anche Loco Vendaval non era certo uno sciocco, sapeva che quelle mani un giorno sarebbero state sporche di sangue e alcuni di loro avrebbero pagato con la loro stessa vita il premio della vittoria, come un ginocchio frantumato pone fine ad una vita sportiva, una vita muore per far posto ad un altra, in fondo qualcosa deve morire affinché il leone viva. Righeira non aveva esitato a metterla in gioco ed il suo sangue era ancora fresco su quella terra, erano guerrieri o guerriglieri, soldati o patrioti, ma erano pur sempre una squadra e lui studiava tutte le squadre del mondo anche questa e non vi era ombra di dubbio che se ne fosse il Leader, esattamente come lo era tra i suoi del Campos, avrebbe portato alla vittoria anche loro. Lo sguardo di Marta si spostava frequentemente verso l’entrata di quella tenda che restava chiusa, al suo interno quell’uomo stava combattendo la sua guerra, mentre intorno ad essa i cani facevano la guardia, l’accesso era consentito soltanto ai due Sciamani e quando questi uscivano leggeva sulle loro facce l’andamento della lotta. Sette Frecce gli portava poi notizie fresche: è stabile, non ci sono infezioni, ma resta molto debole, perde conoscenza in continuazione, fosse per me lo porterei in ospedale, ma nessuno oltre me desidera questo anzi, sembra volontà comune che debba guarire con le cure che gli vengono somministrate da Orso in Piedi. Aspetterò ancora un giorno poi chiamerò i soccorsi. - Fossi in te non lo farei, gli rispose, non capisci ancora quello che stà accadendo? Eppure tutto è evidente, quell'uomo stà dimostrando agli altri che è possibile staccarsi dal resto del mondo e continuare a vivere, che questo popolo possiede i mezzi per farcela, sta alimentando la volontà di farcela nonostante tutto, con l'unico mezzo che ha, mettendo in gioco la sua stessa vita e quando uscirà da quella tenda, sorretto dalle sue stesse gambe, perché io in questo non ho alcun dubbio, tu non guardare lui, ma gli occhi di tutti questi ragazzi che stanno aspettando e forse allora riuscirai a comprendere appieno il loro sogno. Perché in realtà è un bel sogno e vale la pena trovare il modo per renderlo reale. Lubna seguiva alla lettera le istruzioni che Orso gli raccomandava, ma ogni volta che doveva pulire quei squarci mettendo il dito dentro le ferite e facendolo passare da parte a parte, si sentiva mancare. Alfonso gli era accanto e la sosteneva, mai la lasciava da sola mai prendeva il suo posto, questo compito era di Lubna, anche lei doveva imparare e operando con le proprie stesse mani non dimenticare, ognuno doveva compiere il proprio personale compito percorrendo il proprio personale sentiero verso la conoscenza e a Lubna era toccato forse il più difficile, rischiare di veder morire tra le sue mani l’uomo che amava smisuratamente, ma questo avevano lasciato in eredità i loro avi e da questo bisognava ripartire. La realtà era nuda cruda e amara come se il tempo sospeso avesse da poco ricominciato a scorrere e le ferite del popolo fossero fresche e sanguinanti, solo l’amore poteva curare quelle ferite. Il passato è il prologo della vita dal quale non possiamo chiedere nulla indietro, ciò che si è preso resta suo, possiamo soltanto migliorare dagli errori che lo cospargano, imparare ciò che di buono ha mantenuto in se e raccoglierne l’eredità per migliorare il presente. Anche Righeira stava percorrendo il proprio sentiero, con una volontà estrema cercava di scardinare tutte le occlusioni mentali aprendo le porte al sogno che gli avi avevano cercato inutilmente di percorrere, far conoscere questo sogno al proprio popolo, mostrare loro che era possibile ricominciare, fermare per sempre i tentacoli Wasichu che avevano catturato la mente dei giovani e ricostruire un fondamento di vita vero concreto lasciando l’inutile a chi è inutile… Amava dire; "Riesco a procurarmi da solo il necessario mentre le cose superflue non trovo nessuno a cui poterle affidare più degno di quelli stessi che me le vogliono dare". Amando la terra rispettando il concetto stesso di vita, l'uomo non ha tessuto la trama della vita ne è solo un filamento e tutto ciò che fa contro la grande madre terra lo fa contro se stesso, abbiamo la conoscenza di fare bene, ma non la volontà di percorrere la nostra vita come se fossimo un dono verso gli altri, non c’è dono per gli altri, pensiamo soltanto a noi stessi come se il resto non abbia alcuna importanza, ma se amiamo solo chi ci ama e facciamo il bene solo a chi ci fa del bene che merito abbiamo! Infatti si è tolleranti con chi si ama, ma è nel rapporto con gli altri che dovremmo essere tolleranti allo stesso modo. Perché l’amore è tolleranza con chi si ama, ma con chi non si ama spesso siamo ingiustamente intolleranti perché a chi non amiamo contestiamo anche il giusto. Vallo a dire ai Wasichu, che nonostante tutte le loro ricchezze non si sentono ancora sicuri del domani, ma il domani inevitabilmente arriverà portandoci via tutto quello che possediamo, lasciando di noi soltanto l’eredità che siamo stati in grado di costruire a chi verrà dopo di noi, lasceremo milioni di dollari, miliardi di euro ai nostri figli, eppure loro vivranno insicuri del domani perché questo non lo abbiamo fatto, abbiamo pensato solo al loro benessere economico materiale ma al loro benessere spirituale non pensiamo mai, al loro equilibrio mentale alla loro armonia cosmica non siamo in grado di provvedere perché non ce ne siamo dimenticati, non ce ne frega proprio nulla! Eppure quando erano cuccioli, li abbiamo visti preoccuparsi per un gattino abbandonato, per un animale ferito e abbiamo sentito un tuffo nel cuore quando ciò accadeva, abbiamo visto l’amore nella sua forma pura e ci siamo compiaciuti di loro, ma poi gli abbiamo insegnato a sterminare popoli ad invadere territori a uccidere a rubare ad ingannare per il proprio tornaconto per la propria cupidigia per far soldi per procurarsi benessere comodità comfort ed anche lì ci siamo sentiti soddisfatti del nostro lavoro, arricchisci te stesso e il resto che possa andare a morire ammazzato, che me frega a me!. Ma la colpa è dell’allievo o del maestro? In fondo cosa vogliamo, tornare a casa la sera accendere la luce e farci una doccia, con l’acqua calda naturalmente, prepararci un buon pasto usando il gas, accendere l’aria condizionata se fa caldo o il riscaldamento se fa freddo, sdraiarci sul divano e guardare la tv e guai se va via la corrente, allora siamo nel panico e non ci chiediamo certo da dove arriva l’energia che pretendiamo, perché quell'energia la pretendiamo e non sentiamo scuse infischiandocene se viene procurata sulla pelle di chi, non è nostra competenza, usando le risorse di chi, anche questa non è nostra competenza, invece ognuno di noi ha la propria personale responsabilità nello sfruttamento delle risorse umane e materiali di altri popoli, ognuno di noi viene condannato da se stesso per il semplice fatto di pigiare l'interruttore della luce senza porsi alcuna domanda Wasichu, Ladri di Grasso, Vi riempite la bocca di belle parole, d’aiuti umanitari di risorse verso i popoli devastati dalla guerra e dalla fame combattete per i diritti umani e in realtà ridate soltanto un poco di quel che avanza perché anche ciò che avanza preferite buttarlo via piuttosto che renderlo. Un grande signore si avvicinò alla cassa dell’elemosina, mise la mano in tasca contò le monete e ne donò un pò, poi si avvicinò alla cassa un donna la cui povertà era manifesta tanto che i ricchi si allontanarono schifati da essa, prese le sue ben poche monete e le donò tutte quante. Vedendo questo Yhoshua Ben Joseph disse ai suoi discepoli: sapete voi dirmi chi dei due ha fatto opera di carità? Se il ricco che ha dato solo parte di ciò che gli era d’avanzo o la donna che pur non avendo nulla ha donato tutto quello che aveva? Ma quello era Gesù mica un Wasichu infatti cos’è che abbiamo imparato se ci comportiamo come il ricco? Il benessere di un popolo deve essere collettivo così come collettiva è la sua povertà, vallo a dire ai Wasichu che tutti quanti, indistintamente vogliamo essere felici, tutti, io, voi compresi inseguiamo solo la felicità, ma la felicità a scapito della vita altrui è felicità?. Righeira aprì gli occhi e vide confusamente le sagome delle persone che erano nella tenda, si sentiva debolissimo e tutto cominciò nuovamente a vorticare, vide nero ma non volle tornare nell’oblio dello svenimento, una piccola mano sulla sua faccia l’aiutò a superare la crisi, gli occhi di Piccolo Falco gli sorridevano, - Papà finito le ninne? Andiamo a giocare? Lubna fu la prima a voltarsi a quelle parole e con un urlò strozzato di felicità incontrò il suo sguardo, affrettò i suoi passi al giaciglio e lo guardò in silenzio in quegli occhi che finalmente tornavano a vedere mentre il suo volto s’illuminava di felicità. Prese il suo viso tra le mani e lo baciò ripetutamente con una tenerezza ed un amore che Righeira percepì, cercò di stringerla a se ma le sue braccia rimasero immobili, riusciva soltanto a muovere gli occhi ma non li staccava da quelli scuri e profondi di Lubna, - Amore mio, non andare più via gli disse in un sussurro mentre poggiava delicatamente la testa sul suo petto ferito, finalmente le sue narici percepirono nuovamente l’odore di quei scuri capelli e con esso l’odore della sua donna. Orso, Sette Frecce, Alfonso si avvicinarono anch’essi, ora potevano tirare un sospiro di sollievo, l’uomo era tornato e la luce della vita illuminava il suo sguardo; ora dovevano fare in modo che restasse tra loro, non doveva perdere nuovamente conoscenza, il suo volto era pallido e la debolezza evidente nella curvatura delle labbra, ma era vivo. Mentre Orso preparava ciò che serviva istruendo Sette Frecce in quell’antica medicina, Alfonso al suo fianco gli parlava, cercando di tenerlo sveglio, non sapendo che lui voleva soltanto ascoltare il tocco delle mani sul suo corpo della donna che amava, questo desiderava più d’ogni altra cosa, le sue mani il suo viso i suoi occhi il suo corpo, come seta che avvolge i sogni, questo desiderava null’altro. Alfonso vide quegli occhi spostarsi dai suoi verso la figura di Lubna e capì ciò che Alberto desiderava, per le parole c’era tempo, per i discorsi anche così come per i racconti ci sarebbe stato tempo, difatti l’uomo può escogitare molti modi per intrattenere, ma un cuore innamorato che è appena tornato a battere non ascolta altro che la sinfonia del suo amore. Orso istruiva Lubna sul come somministrare i suoi intrugli per aiutare a riprendere forze ma i suoi occhi leggevano in quelli di lei e Loco Vendaval ed il modo in cui si soffermavano a fissarsi tra loro e seguivano ogni loro movimento restando distratti dalle parole altrui, non lasciavano in lui dubbi di ciò che avrebbe aiutato l’uomo e la donna a riprendere forze e coraggio: difatti non esiste migliore medicina, grande che sia; a riaccendere l’umano bisogno d’amore se non l’amore stesso. - Ora stai meglio, gli disse sorridendo, è tempo per noi di fare una scampagnata, ne abbiamo bisogno come te hai urgente bisogno di soddisfare un qualcosa che io non posso soddisfare. Torneremo per l’ora di cena, abbi cura di lei. Detto questo invitò gli altri a seguirlo, Alfonso prese per mano Piccolo Falco - Ora andiamo a giocare nel prato, - E papà non viene? - No! Papà deve fare un lungo bagno, ne ha proprio bisogno. Rimasero da soli nell’ombra calda della tenda, Lubna prese la ciotola grande con l’acqua e scoprendolo dalla coperta cominciò a togliere delicatamente le bende insanguinate, le ferite stavano cicatrizzando e le baciò, prese la spugna dalla ciotola e cominciò a lavargli il corpo, come una frasca carezza di seta, lui si lasciva cullare l’anima dalle mani della sua donna e quando la mano scese sulle parti intime Lubna si rese conto che le forze in quell’uomo erano poche si! Ma erano tutte nel punto giusto,reaggì, sorridendogli si denudò e si sdraio al suo fianco, gli prese la mano, ne baciò il palmo e la portò sul suo seno, lui senti il corpo scivolare affianco al suo, la pelle a contatto con la sua, le labbra si unirono e gli occhi si guardavano da così vicino che erano specchi dell'anima, se mai qualcuno avesse avuto bisogno d’amore tra loro: sarebbe stato difficile comprendere chi. Si addormentarono nudi l’uno disteso al fianco dell’altra mano nella mano ed il sonno buono cullò il loro riposo portandoli nel vento fresco delle altezze del cielo esattamente dove volano le Aquile. Lubna fu svegliata dal tintinnare degli strumenti della cucina, c’era qualcuno nella tenda, la sua mano toccò la coperta che li copriva, non ricordava d’averlo fatto, si alzò sul gomito e mise a fuoco la figura che si muoveva lentamente intorno al basso fuoco della cena, - Papà sei tu? - E chi altri Lubna? - Ci hai visto nudi? - Non è certo la prima volta che ti vedo nuda, sai quante volte ti ho lavato il sederino? E stai tranquilla sono entrato da solo, conosco come funzionano le cose tra un uomo e una donna. Lubna sorrise si rivestì e andò ad aiutarlo, - Piccolo falco dov’è? - Fuori a giocare con gli altri bambini ora lo chiamo, Alfonso uscì e dopo aver individuato la sagoma di Piccolo Falco in una nube di polvere alzata da molti, innumerevoli piccoli piedi in frenetico movimento lo chiamò a se: - Falchetto è ora di fare il bagno. Gridolini divertiti giunsero in risposta, mentre un nugolo di bambini si rincorreva avvolto nella polvere, il suo richiamo si ripeté più forte e deciso affiancato ora dal richiamo di altri genitori che faticavano quanto lui per richiamare i propri ragazzi che nessuna intenzione avevano di lasciar cadere il proprio gioco, cominciò allora un inseguimento caotico che ebbe l’effetto d’eccitare ancora di più l’animo del gioco, ora la banda dei giovani si divertiva un mondo a farsi rincorrere sfuggendo alla banda dei grandi, Alfonso riuscì a catturarne uno ma non era Falchetto, poi ne acchiappò un altro ma neanche lui era falchetto, - Accidenti quanti ragazzini! Esclamò sorpreso, Falchetto dove sei? I gridolini di divertimento continuarono ancora per qualche momento poi la polvere cominciò ad abbassarsi e ogni genitore aveva tra le mani due tre piccoli indemoniati cuccioli d’uomo che cercavano di sfuggire in tutti i modi alla loro presa, cominciò allora uno scambio di figli, tra chi aveva catturato quelli che gli si erano portati a tiro, pochi avevano preso i loro e stentavano comunque a riconoscerli, coperti com’erano dalla povere che mischiata al sudore si era appiccicata sui loro corpi seminudi, Orso rideva sereno e divertito, le cose del mondo non cambiano mai, tutto si trasforma restando uguale, solo il tempo o il luogo cambia. Quando Alfonso e Falchetto rientrarono nella tenda Lubna inorridì, - Cosa diavolo ti sei combinato? - Ho giocato mamma, - A fare cosa? il minatore? maledizione non ti si può toccare; vieni immediatamente a lavarti, piccolo Falco sbuffò: il suo rapporto con l’acqua pulita era di molto simile a quello di un gatto, tranne che se si trattasse di un fiume o fiumiciattolo o pozza di acqua fangosa, allora la melma invadeva ogni centimetro della sua pelle, suscitando in Lubna grida di disappunto, ma ora quello sbuffo di rassegnazione suscitò in lei un sorriso. Le lagnanze di Piccolo falco erano innumerevoli, - L’acqua è fredda, è troppo calda, il sapone mi brucia gli occhi, non bagnarmi i capelli, - Stai fermo o ti ci inchiodo sotto la doccia, dopo un’altra lagnanza di quanto fosse dura la spugna, la voce di Alberto si fece sentire, - Piccoletto obbedisci alla mamma o vengo io a lavarti! Il tono della voce era floco ma il cucciolo si zittì all’istante mentre Alfonso si girò sorpreso verso Alberto. - Ben tornato tra noi, dormito bene?, Alberto gli rispose con un cenno della testa e deglutì aspro, Come ti senti? Gli chiese Alfonso avvicinatoglisi. - Ho sete e fame aiutami a mettermi seduto. Mentre Lubna asciugava il corpicino recalcitrante la sua attenzione era verso i due uomini, il padre sembrava aver trovato un altro figlio tanta era l’attenzione che metteva nell’aiutarlo senza fargli male e in quell’istante entrarono prima Orso e poi Sette Frecce sorprendendosi di vedere Righeira voler mettersi seduto sul letto, Sette Frecce era totalmente incredulo, secondo lui ci sarebbero volute due settimane d’ospedale prima che un uomo potesse solo pensare di mettersi a sedere, Orso no, ma neanche lui si aspettava un recupero così repentino, ma l’amore si sà, miracoli fà. Certo che in quel cuore, d’amore ce ne era, traboccava d’amore, e quanta forza gli dava... Tremate, tremate le streghe son tornate, riuscì a mandar giù qualcosa di meglio che non gl'intrugli di Orso, un brodo di carne finalmente, dapprima lo fissò senza chiedere nulla, uno sconosciuto nella sua tenda, affianco a Orso in Piedi? poi l'uomo si presentò, - Mi chiamo Roy Anderson, quello tribale è Sette Frecce ma Roy Anderson è piu pratico, sono uno di quei dottori che si definiscono senza frontiere, la sua stretta di mano era forte sincera, uno di quelli che senti veri. - Ora sono stanco voglio riposare, parleremo in un altro momento. Lo aiutarono a distendersi e medicarono le ferite, Roy le guardava sbalordito, aveva assistito alla cerimonia e ora i suoi occhi stentavano a credere ad una guariggione così repentina, Orso lo guardava con quella sua aria da presa in giro divertito dallo stupore che quell'espressine mostrava, sapeva però che tutto ciò che gli occhi di Sette frecce avessero visto avrebbero accresciuto in lui la volontà di apprendere e una volta appreso messo in pratica per poi insegnarlo ad altri, questo era un bene, per questo in quel momento era lì con lui e gli era concesso di vedere. Ora devi dirmi perché? Adesso voglio sapere tutto, io sono morta con te e non lo permetterò un altra volta. Lubna lo guardava leggondogli l'anima attraverso lo specchio degli occhi, erano limpidi, non avrebbero nascosto nulla, perché nulla c'è da nascondere. - Il perché è che conosco la differenza che c’è tra la libertà e l'illusione d’essere liberi e farò quello che sono disposto a fare per ottenerla. Io sono uno sciamano che si stà donando al sogno pellerossa della vita. Ho ricevuto quello che desideravo; ognuno è un dono per gli altri e il dono che mi è stato fatto me lo ha confermato. Io solo decido della mia vita e non è certo il prezzo che devo pagare a farmi desistere c’è un modo per vivere con la terra ed uno per vivere contro la terra. Anche tu decidi della tua vita, pronta a pagarne il prezzo: vedi? Siamo pronti entrambi ad amarci fino a morire perché questa strada ci ha unito, e non è questo un dono? Lo faccio per il nostro amore il mio il tuo il loro, sono un artiglio, perché afferro i loro cuori e non li lascio andare via, sono un guerriero e l’eco di ciò che compie rimane nella mente e dona il coraggio di combattere a chi ha nel cuore la stessa visione. Questi due poteri mi sono stati donati e un altro, immenso: il maestro più grande. Lei lo sapeva, sapeva esattamente cos’era quell’uomo, forse fin dal primo istante in cui i loro occhi si erano incontrati quella sera nella locanda, le porte si aprirono e vide l’uomo della sua vita. Lei sapeva che sarebbe restata lì, esattamente per gli stessi motivi che con il suo parlare flacco gli aveva descritto. Un Guerriero Sciamano era il dono per lei, così come lei era un dono per lui; ognuno è un dono per gli altri. - Ma è proprio necessario passare per l’inferno per trovare il bene?. Quell’uomo non rispose, i suoi occhi si erano chiusi al sonno dettato dalla debolezza che ancora aveva il sopravvento sulla forza e il suo parlare flacco, interrotto da lunghe pause, era lo specchio del suo stato . Lubna lo guardava nella penombra della tenda, scrutava il suo profilo, la forma degli occhi del naso delle labbra, carezzava i suoi lunghi capelli scuri, gli scoprì il petto e vide nuovamente le ferite, tutta la parte era gonfia e rossa calda eppure: il processo di cicatrizzazione già era in uno stato avanzato. Naso Schiacciato lottava per la vita nel letto d’ospedale, i strumenti indicavano la frequenza del battito del cuore, del respiro, mentre una sacca di plasma faceva affluire sangue nel suo organismo, ma non era detto che sarebbe servito, non vi è nulla di magico nel sangue, nulla in quella sostanza può ridare vita ad un corpo che muore, può solo aiutarlo a morire più tardi! Infatti ciò che lo aiutava nella sua lotta contro la morte non era certo questo, ma la mente e tutto ciò che era successo ed il perché era successo e quell’uomo, quello strano uomo, che prendendolo per mano lo aveva accompagno a morire con il sorriso sulle labbra. Il potere in lui era così forte così intenso che lo aveva sentito nello spirito e ne era stato squassato incendiato. Spalancò gli occhi sgranandoli come se una scarica d’adrenalina gli avesse straripato nel cuore, gli strumenti impazzirono e cominciarono a emettere l’intermittenza dell’allarme facendo accorrere gl’infermieri, tutti gli strumenti sembravano impazziti, il cuore andava in fibrillazione il respiro era corto e frenetico andava in iperventilazione, gl’iniettarono un calmante e dopo pochi momenti tutto tornava allo stato normale: - Ha reagito finalmente, disse uno dei dottori, - Ed era ora aggiunse un altro, pensavo che non riuscisse a superare la crisi: ha perso così tanto sangue che non pensavo riuscisse. - Ora dovrà dirci come diavolo ha fatto a ridursi in questo modo, si è auto inferto queste ferite altro che incidente di caccia. La medesima domanda se l’era posta il poliziotto di turno nella stazione del pronto soccorso, quando trascrisse sul verbale: incidente di caccia, e poi vide gli squarci sul petto. Al contrario dei medici, lui era un nativo ed anche se ignorava molte delle cose della sua gente, aveva sentito parlare degli antichi riti Sciamani dei suoi avi. Ora quelle ferite tanto gli ricordavano alcune favole che da giovane i suoi nonni gli raccontavano descrivendo i riti di sangue e di ferite auto inferte per ingraziarsi il favore del Grande Spirito prima della battaglia. Ma era la prima volta che vedeva con i suoi occhi la realtà di quelle favole e come al solito la realtà è ben diversa da ciò che le favole raccontano. In quell’uomo infatti non vi era nulla d’eroico, anzi i suoi lineamenti lasciavano intendere che male aveva sopportato il dolore e lo strazio delle carni non aveva fatto di lui un guerriero impavido. Un uomo privo di conoscenza pallido in volto con i lineamenti sconvolti da un dolore atroce e non sopportato e questo lo portò a pensare che non era per sua volontà il sottoporsi a tale tortura e il fatto di esserne uscito ancora vivo ma sconvolto era il segno che non aveva portato a termine la prova. Nei racconti dei nonni infatti: i Guerrieri si sottoponevano senza gèmere ai morsi della danza del sole affrontando la morte senza alcun timore, lacerandosi la pelle per terminare con successo il rito sacro, era poi compito degli sciamani guarire le ferite e non degli infermieri Wasichu in ospedali Wasichu, non c’erano, non esistevano. Per lui quell’uomo non aveva fatto altro che giocare agli indiani, rafforzando in lui la convinzione che il suo popolo fosse da molto tempo morto e seppellito, aspettava il responso medico per archiviare il verbale di ricovero. Passarono tre giorni prima che fosse in grado di parlare e venne messo sotto pressione dal medico che l’aveva operato. Naso Schiacciato era debole, troppo debole per resistere alla pressione con cui le domande lo mettevano spalle al muro, ma quello non mollava e alla fine cedette e raccontò l’avvenuto: - è stata una scommessa,... mi sono sottoposto alla danza del sole perché... dicevano che non ne sarei stato capace... tutto qui. - Lei sa che questi riti sono stati da molto tempo proibiti? Intervenne il poliziotto assistito dal medico, - Non ne ero a conoscenza rispose secco, - Dovrò informare di questo le autorità, lei passerà dei guai, - Per cosa? - Tentato suicidio signore con l’aggravante di non aver rispettato le leggi di questo stato. - Faccia il suo... rapporto agente, ora... sono stanco, - Risponda ad un ultima domanda, Chi c’era con lei? - Solo quelli che mi hanno portato qui. Chiuse gli occhi e si girò dall’altra parte, - Ora basta ha bisogno di riposo, dicendo questo il medico fece uscire l’agente dalla stanza. Naso Schiacciato non dormiva rifletteva su ciò che quell’agente gli aveva detto e sulle conseguenze che inevitabilmente avrebbe dovuto affrontare, ma una cosa sapeva con certezza che il nome di Loco Vendaval dalla sua bocca non sarebbe uscito. - Ha ragione lui, non ci hanno tolto soltanto la libertà; ci hanno privato addirittura del diritto di professare la nostra religione con i suoi riti sacri e senza alcuna remora di poterlo fare usando l’imposizione, Va bene Loco Vendaval, vediamo adesso cosa riusciamo a combinare insieme, vediamo se il momento di riscattarci e riprenderci quello che ci appartiene è arrivato. L’agente stava scrivendo il suo verbale: - Le ferite sono state auto inflitte durante la partecipazione del soggetto ad un rito tribale religioso noto come Danza del Sole... La sua penna in quel punto si fermò... La Danza del Sole, la mente si fissò su ciò che dai suoi ricordi quel rito evocava, fatto di sfuocate immagini antiche, il suo sguardo si fissò su di un punto indefinito e mise a fuoco quelle immagini polverose dove figure offuscate danzavano in cerchio con passo sacro con gesto sacro con canto sacro, alzando al cielo bastoni con penne d’aquila, agitando ritmicamente snake rattle, immagini antiche dove gli sciamani del popolo danzavano nel sole. Si rese conto allora che quel ragazzo aveva comunque sostenuto la danza del sole o per gioco o per scommessa i suoi morsi erano sul suo petto, si rese conto che quel ragazzo, ora, apparteneva davvero al popolo degli uomini. L’impressione che si era fatta in principio ora; dopo averlo interrogato, era completamente contrapposta. Vi era orgoglio in quegli occhi, convinzione nell’espressione del volto e il tono della voce distaccato, tale e quale a quello che in altri nativi aveva notato quando era di pattuglia nelle ronde, piu marcato soprattutto nei ragazzi, ma tutti avevano la stessa luce negli occhi, la stessa espressione orgogliosa del volto ed ora uno di questi ragazzi si era sottoposto al rito per scommessa e lui in un certo qual modo, sentiva un senso d’ammirazione verso quel ragazzo che nelle vene portava lo stesso suo sangue la stessa sua origine. - Ci mancava solo questa, non bastava la rogna dell’università! l’espressione del Tenente George Floren nel leggere il rapporto era di preoccupazione, sentiva sulla pelle che qualcosa in quella riserva stava accadendo ma non riusciva a mettere insieme i pezzi, sapeva che l’assassinio del governatore della riserva era legato all’università, il perché era noto; aveva negato d’autorità il permesso d’edificarla. Gli avevano dato ordine di seguire questa pista. Ora anche se la firma era chiara: pellerossa, a tutt’oggi l’assassino restava senza nome. Ed ora un rito proibito tornava in auge e non era piu una danza allestita folcloristicamente per i turisti, ma reale, con ferite vere atroci ed uno dei ragazzi del posto, ci aveva quasi lasciato la vita. - Quell’università è un focolaio di guai questo è sicuro!. Voleva capire se si trattasse di un fatto isolato, fatto per dimostrare chissà cosa e a chi, oppure se fosse solo la punta di iceberg. Si mise al telefono e compose alcuni numeri, dando istruzioni diverse ad ognuno degli interlocutori poi salì in macchina e s’avvio verso l’ospedale; voleva parlare personalmente a Naso Schiacciato per farsi un opinione più chiara sul perché sul come sul dove quando e quanti avessero partecipato. Non era sua intenzione applicare alla lettera la legge, sapeva per esperienza che proibire significava suscitare rivalsa, ma sapeva anche che doveva stroncare sul nascere qualsiasi tentativo d’emulazione. In questi quattro anni, da quando il trasferimento lo buttò Rapid City aveva imparato a conoscere il cuore tumultuoso e l’orgoglio di quella gente e se i giovani cominciavano a partecipare a riti sciamanici poteva crearsi una setta d’appartenenza pericolosa per la tranquillità della riserva. - Sangue Caldo e Teste Matte! Si ripeteva, in cuor suo sperava che si trattasse di un gesto sporadico fine a se stesso. Lungo la strada si fermò al solito caffè, ma questa volta non per dissetarsi, sapeva chi lo frequentava e chi, a quell’ora, avrebbe trovato seduto al solito tavolo, e difatti il vecchio era lì, al solito tavolo con la solita tazza di caffè. - Buongiorno Ten Bears posso sedermi, - Prego tenente si accomodi. - Giornata afosa oggi. - Già oggi fa piu caldo del solito. Ma presto arriveranno le piogge la terra le stà chiamando, è cotta e pronta ad accoglierle. Parlarono ancora un poco del tempo, delle cose della vita. Quel vecchio dai capelli lunghi e grigi si vestiva ancora come un Cow Boy gli era simpatico e quando capitava da quelle parti si fermava volentieri a scambiare qualche discorso con lui, tanto era sempre lì con il suo cappellone e il suo caffè, ma questa volta lo aveva cercato di proposito e cominciò ad instradarlo sull’argomento che lo pressava, dopo aver stimolato la sua mente chiedendogli se ricordasse quali riti sacri gli sciamani praticassero per il bene della terra, gli chiese se conoscesse il significato della Danza del Sole. Dieci Orsi sembrò perdersi nei ricordi di gioventù, spiegò con grande parlare colorito, il perché della danza e il suo significato per l’uomo che vi si sottoponeva spontaneamente torturando la carne in ringraziamento al Grande Spirito. Alla fine del racconto si sbottonò orgoglioso la camicia e i morsi della danza del sole apparvero sul suo petto. - Grazie Ten Bears ti lascio pagato da bere, lo salutò con una pacca sulle spalle e uscì. La sua espressione era quella di un uomo ancor più preoccupato di quello che era entrato prima; aveva visto il lampo d’orgoglio negli occhi del vecchio mentre mostrava le ferite d’appartenenza al popolo degli uomini e lui stesso ne rimase scosso, la luce nel suo sguardo era quella di quando si guarda con ammirazione il coraggio di un uomo e se tale ammirazione quelle ferite suscitano nella mia mente, in quella di un giovane cosa diventano?. Ci manca solo di dover stanare una setta segreta con un pugno d’uomini! Che sia maledetto tu Barton e quando mi hai spedito in questa dannata riserva. Guardò le nuvole che cominciavano ad addensarsi timidamente ad ovest, ma altre e più consistenti nuvole coprivano il cielo della sua mente e sarà meglio trovare un riparo prima che piova. Cambiò idea, non c’era fretta d’interrogare Naso Schiacciato, non sarebbe potuto andare da nessuna parte per almeno quaranta giorni. Non gli piaceva addentrarsi nella riserva, era come lasciare il XX° secolo e sprofondare in un’altra dimensione, ma non era certo in città che avrebbe trovato le risposte che cercava, per trovare quelle, doveva interrogare i nativi nel loro territorio, quelli che nonostante tutto continuavano a vivere in uno stato di povertà assoluta, quelli che non si erano civilizzati, quelli che i Wasichu avevano confinato in un fazzoletto di territorio con la menzogna della libertà, esattamente gli stessi a cui Loco Vendaval si rivolgeva. Lasciata la statale il mondo moderno terminava e cominciava il territorio indigeno, l’asfalto ne era la linea di demarcazione, ora solo polvere e buche e un territorio selvaggio davanti, diverse miglia tra un insediamento di case simili a baracche ed un altro, abitato da straccioni che nulla avevano di simile agli stessi nativi che vivevano nella moderna città di Rapid. Sapeva cosa avrebbe trovato, bambini sporchi abbandonati a se stessi che giocavano tra la polvere, cani pulciosi, uomini e donne ubriachi, sporcizia ovunque, case diroccate, sapeva questo eppure si sorprese di trovare esattamente questo. Rallentò a passo d’uomo mentre s’inoltrava nell’insediamento tra l’apparente disinteresse collettivo dei nativi, vide un uomo che vomitava sorreggendosi ad una staccionata decrepita come lui, altri seduti in circolo all’aperto, su poltrone ormai lacere che si passavano una bottiglia, una donna sbatteva all’aria una coperta alzando una nube di polvere e un nugolo di bambini seminudi che faceva il bagno in una pozza d’acqua marrone. Non poté non provare un senso di disgusto - E pensare che da qui al Mississippi era tutto loro! ed ora neppure l’orgoglio gli è rimasto. Il tasso d’alcolismo tra loro era altissimo così come i suicidi e nulla sembrava cambiare lo stato delle cose, un lento sprofondare verso il nulla, verso un annientamento civile inesorabile, eppure: Loco Vendaval era entrato in ognuna di quelle case, parlato con ognuna di quelle persone, ascoltato cosa avevano da dire, mangiato con loro, dormito con loro, giocato e riso con ogni singolo bambino e carezzato ogni cane pulcioso. La casa di Alce Giallo era l’ultima dopo la curva, fermò la macchina davanti la porta e suonò il clacson, Alce Giallo uscì e si stupì di vedere il tenente George Florens in persona.- Dobbiamo parlare Alce Giallo!. - È imprudente farci vedere insieme all’interno della riserva, gli rispose. - Decido io cose è prudente e cosa non lo è e tra noi due non sono io quello che corre rischi. - Cosa vuole sapere?. Alce Giallo continuava a guardarsi in giro nervosamente, sapeva che l’indifferenza degli altri nascondeva una vivida attenzione, al contrario del tenente che non gli dava peso. - Parlami di Naso Schiacciato, - Il Croow? - Proprio lui. - Tipo innocuo, gioca agl’indiani, è il capo della tribù Croow per diritto di discendenza, ma non ha mai concluso nulla. - È All’ospedale in fin di vita dopo essersi sottoposto al rito della Danza del Sole, cosa ne sai tu?. Alce Giallo rimase sorpreso, - Su di lui poco e niente ed ad essere sincero la cosa mi sorprende, non pensavo che avesse il fegato necessario ad affrontarla, ma in questo ultimo periodo le voci dicono che diversi ragazzi si sono sottoposti a quel rito, ma non capisco cosa c’entri lui, è un Croow non un Sioux. - Che differenza fa, è un pellerossa anche lui. – Tenente, la stessa che c’è tra una merda di vacca e un Mustang. La stessa differenza che fà una tribù nemica ed una amica tenente. I Sioux sono vostri nemici, i Croow amici vostri e nemici loro!. - Allora è questo che devi scoprire, il perché tra di voi si celebra quel rito. Che è proibito dalla legge! Fallo sapere anche in giro. - Cos’è che teme una rivolta pellerossa? Ma si è guardato in giro tenente? Crede che questa gente sia in grado veramente d’organizzare un qualcosa?, una qualsiasi cosa? Questa gente non è in grado d’organizzare neppure il proprio giardino!, Li guardi, straccioni ubriachi che trascorrono i loro giorni stravaccati nella polvere bevendo alcol di pessima qualità. - Infatti non è di loro che mi preoccupo, ma dei ragazzi. - Questi ragazzi sono perduti tenente, faranno la stessa fine dei loro genitori, seguendo il loro esempio. - E questo è il punto che mi preoccupa, l’esempio che ricevono Alce Giallo. Finché restano paglia al vento sono tutti dispersi, ma se il vento cambia e li unisce, allora la paglia può prendere fuoco ed incendiare la foresta distruggendola. - Cos’è che le dà questa impressione Tenente? - Quello che succede in altri ragazzi in altri luoghi, ma con la stessa povera realtà, ragazzi che invece d’andare a scuola imbracciano il fucile e diventano guerriglieri, ne hai mai sentito parlare?. Cosa sai dirmi dell’M.D.I. e del loro simbolo. - Movimento per i Diritti degli Indigeni, sono anni che cerca d'emergere, ma la sua lotta si svolge pacificamente nelle aule dei tribunali, con carte ed avvocati, ma senza mai cavare un ragno dal buco, come per l'università, nulla di fatto, tante parole e il nulla. Il suo simbolo è cambiato diverse volte, ora è un cerchio con una penna conficcata nel mezzo. – Già! Ho avuto modo di notarlo dipinto un po dappertutto sui muri di Rapid e mi sono informato su ciò che rappresenta; in realtà non è il simbolo di un movimento pacifista per i diritti, ma l’emblema della resistenza armata di Crazy Horse!. - Balle Tenente, sono soltanto balle, qualche idiota si diverte a dipingere sui muri, pensando che con questo gesto, come si dice da noi, aggiunga penne al suo copricapo. – E invece partecipare alla danza del sole?. Ne aggiunge di penne?. Alce Giallo lo guardò negli occhi, il tenente aveva fatto centro. rispose ammettendo che ciò era vero. Bene! Allora occupati di questi idioti Alce Giallo, cerca di sapere i loro nomi, dove si riuniscono, chi li comanda e chi li tiene uniti e riferisci esclusivamente a me. Ora fammi strada fino al sito dell’università è tempo che gli dia un occhiata da vicino. - Non credo che le sarà utile, non c’è nulla in quel posto mangeremo polvere inutilmente. – Non è importante cosa credi tu, accompagnami e basta. E tanta ne alzavano le quattro ruote del Pick-up rosso di Alce Giallo, l’automobile di servizio del tenente George Florens ne era ricoperta, - Maledizione, un’altra buca e mi si smontano gli sportelli, sono dieci miglia che non si vede una casa o una stazione di servizio siamo nel mezzo del deserto, speriamo che non si spacchi nulla altrimenti ci vorranno giorni prima che un carro attrezzi la possa rimorchiare, mi chiedo come fanno questi a vivere in un posto del genere. Spero solo che Barton non mi ci seppellisca. Nella tenda Alberto Righeira si era appena svegliato, non si sorprese di sentirne all’interno la voce di Orso, stette un pò ad ascoltare le parole che Lui Lubna Alfonso si scambiavano, sentiva odore di cucinato e di famiglia, gli elogi di Orso a Lubna, per come si prendeva cura di tutti loro, poi vide sopra la sua faccia affacciarsi un altro sorridente visetto, - Finito ninne papà? Andiamo a giocare? Alberto cercò di tirarlo a se e le fitte di dolore al petto si fecero sentire, - Ancora non sono pronto Lillino, le ferite mi fanno male, - Ti ho visto sai mentre stavi appeso e sai che nonno parlava a tanta gente davanti a te? - Ho ascoltato anch’io il suo racconto e tu hai capito le sue parole? - Si, loro hanno i soldati noi no. - E cosa dovremmo fare?, - Avere anche noi i soldati, - E quando avremo i soldati cosa faremo?, - Cacciamo via i loro e ci riprendiamo il nostro. - Bravo Lillo ed è per questo che siamo qui. La mano di Orso carezzò la testa di Falchetto e gli sorrise, - La saggezza non ti manca piccolo uomo, ma ora ascolta anche le parole di tuo padre e ricordale. Si sedette accanto a lui in silenzio con gli occhi seri e il viso atteggiato a grande attenzione mentre Orso si rivolgeva a Loco Vendaval interrogandolo, come il maestro fa con gli studenti. - Dove porta questo sentiero uomo?, - Da dove siamo a dove dovremmo essere Padre. - Ora conosci il tuo destino?, - Nessuno conosce il suo destino fino a quando non vede la via. - E qual è la via?, - La via? Non c’è nessuna via è il nostro cammino a crearla, Orso sorrise soddisfatto e sospirò: - Laggiù ad Ovest vivono gli spiriti del tuono e mi chiamano, mi dicono che il mio tempo sta terminando perché è pronto un nuovo tempo. Ma tu ascoltali perché parleranno con te, quando io non sarò piu. Ti porteranno dove potrai diventare un aquila e da lassù guardare la terra e vedere tutto quello che c’è da vedere. Sarai in un posto dove il sole brilla sempre solo allora potrai comprendere tutto quello che è giusto sapere. Prese un ampolla con del liquido oleoso e dolcissimo, - Bevi questo, dentro c’è il potere della vita è tuo e prendi l’arco ha il potere di togliere e prendere, è tuo!. Loco vendaval fece ciò che il suo sciamano disse, poi rispose - So che arriverà il momento in cui la vita ci separerà, è inevitabile, ma so anche che un giorno c’incontreremo nuovamente, lassù nelle grandi praterie del cielo, tra le mille tende del grande accampamento dei nostri avi, andremo a caccia cavalcando il vento, saremo tramonto e alba, pioggia e sole, acqua e fuoco, saremo Wakinyan esseri del tuono, oceani di saggezza, ma non è ancora il tempo, abbiamo da fare ancora qualcosa qui. Perché noi passeremo lasciando il posto ad altri, lasciando a loro la nostra eredità e voglio che sia buona, perché mi è stato donato l’onore di averti conosciuto. Le loro mani si unirono stringendo ognuna il pollice dell’altra e i loro palmi furono a contatto scambiandosi il calore del reciproco battito del cuore e il Sioux Orso in Piedi, lo Sciamano Oglala della tribù Unkpatila del Popolo degli Uomini chiuse gli occhi dicendo: - Tutto quello che so mi è stato rivelato per illuminare il cammino degli uomini e sono cose meravigliose. Non dimenticare mai le infinite stelle dell’universo, l’erba che cresce dalla terra, ti ho accompagnato fino al centro del mondo per mostrarti la bellezza divina della nostra unica madre. Prese tra le dita la stella che aveva fatto per lui: Ecco la Stella del Mattino, colui che riuscirà a vederla camminerà con saggezza lungo il sentiero, la luce della luna sarà per te lo spirito di tuo padre e il calore del sole sarà la tua forza, vivi con la terra e non contro di lei!. - Ascolti il vento Padre? - Si lo ascolto, mi dice che i soldati stanno arrivando, rispose il vecchio. - E non sono i nostri, aggiunse Alberto. Lubna ! Togliamo la tenda, ci spostiamo, ma prima avvisa Ted e gli altri ho bisogno di parlare con tutti loro. Lubna uscì ad avvisare gli altri e Alberto guardò gli occhi di Orso dicendogli: - Durante la danza ho avuto visioni da farti conoscere, ho bisogno di discuterne insieme per vedere se ho appreso ciò che ho visto. Orso conosceva le visioni che aveva, in lui il potere di averle era potente, forse addirittura più ampio del suo, e si compiacque di lui, ed un altro potere possedeva quell’uomo, oltre che vedere agglomerava era come l'artiglio di un falco, ti catturava. Ted fu il primo ad entrare, il volto serio ed il corpo teso, a seguirlo i due cani Sioux, poi due Cheienne e due Croow. Si sedettero in circolo e nonostante il dolore ancora vivo, Alberto si alzò facendosi sorreggere da Orso e si sedette a chiudere il cerchio, stringendo i denti per sopraffare il dolore disse: - Le ferite sono ancora incandescenti ma è urgente spostarci in un posto tranquillo, ci sono molte cose che dobbiamo discutere… fece una pausa per riprendere forza, deglutì raschiandosi la gola. - Ora manca il tempo per parlarne, ma non è questo il momento che ci vedano uniti. Lasciamo sotto i loro occhi qualche tenda tranquilla, noi andiamocene. Poi fissando negli occhi Ted aggiunse: Posso dirvi solo una cosa, la lotta è cominciata ed essere invisibili necessario è!, voglio tutti i vostri cani, solo i vostri cani, concedetemi questo. Andiamo a discutere di questo dove nessuno può vederci ne sentirci. A quelle parole Ted gonfiò il petto, non desiderava altro, le sue orecchie avevano ascoltato le parole che da una vita aspettavano, la chiamata alle armi. Guardò gli altri con occhio tronfio, Oka Hei! Finalmente si combatte, Disse. Uscirono dalla tenda e al suo ordine tutto cominciò ad essere smontato, anche Lubna cominciò il suo lavoro mentre Orso in Piedi e Alberto parlavano tra loro, - Il sangue ha cominciato a scorrere violentemente nelle tue vene e come una mandria di bisonti attraversa il tuo cuore di tuono. Il tempo è giunto che tu cambi il tuo nome, Colui che Cerca è morto, è andato via perché la sua cerca è terminata. - E quale nome dovrò cercare adesso Padre? - Non lo devi più cercare, è quello che ti sei guadagnato in battaglia, quello con il quale la tua gente già ti chiama, Loco Vendaval, Uragano Pazzo. Tutto venne smontato in un tempo eccezionalmente ridotto e caricato sopra i pick-up, le roulotte agganciate e i camper pronti alla marcia. Le tracce del campo cancellate, una dimostrazione d'organizzazione d’efficienza e praticità che stupì Marta, che non sapendo bene cosa stesse accadendo si guardava intorno spaesata, certo era, che gli avvenimenti degli ultimi giorni non somigliavano certo a quello che si aspettava quando aveva deciso di unirsi agli altri e fare la turista nella riserva indiana di Pine Ridge. Aveva la sensazione di trovarsi al centro esatto di una sommossa e non si sbagliava di molto; era l’alba del grande scontro che covava nel cuore di quel popolo da ducento anni. Quando Alberto Righeira uscì dalla tenda vedendola lì, mischiata tra le altre persone in attesa sorrise, tutti si mossero per andargli incontro, erano increduli e felici di vederlo vivo e in piedi, l’attorniarono con sguardi fieri di grande rispetto e mille parole riempirono le sue orecchie. Per tutti quei ragazzi, ciò che aveva fatto davanti a loro era un qualcosa che sarebbe rimasto scolpito nella loro mente per tutta la vita, per ognuno di loro quel gesto resterà inciso per sempre nel cuore. Si notava nei lineamenti del volto la sua sofferenza, tutti sapevano che quelle ferite facevano ancora male e si prodigarono nell’aiutarlo fin dentro la sua jeep, nessuno di loro voleva lasciarlo, indistintamente tutti volevano salire per stare al suo fianco e fu Marta ad aprirsi il varco tra loro e mettersi seduta accanto a lui, fissarlo negli occhi e restare muta, ma quello sguardo era un fiume di parole. gli altri s'accalcarono intorno alla Jeep e lo guardarono attraverso il vetro del finestrino, Righeira li salutò con un cenno della mano. Sapeva che Marta si era prodigata nell’aiutare Lubna senza mai lasciarla da sola e falchetto gli si stava affezionando chiamandola zia Marta. Ted salì al posto di guida e prima di mettere in moto gli disse: - I ragazzi dovrebbero andarsene, tornare in città! - Al contrario Ted, gli rispose Alberto, se andassero in città senza di me tutti chiederebbero loro che fine ho fatto io. Partiamo Ted è tardi, Lubna e Falchetto si sedettero sul sedile anteriore e Ted mise in moto, tutti i motori si accesero e la lunga fila cominciò lentamente ad allontanarsi dal campo lasciando dietro di essa soltanto tre caravan che campeggiavano innocentemente nella radura dove un giorno l’università sarebbe stata edificata, questo era certo. Alce Giallo fermò il pick-up nel punto in cui la strada scendeva nella radura, la nube di polvere che alzò investì completamente l’auto di servizio del tenente che quasi lo tamponò. George Florens imprecò e aspettò che la polvere si diradasse prima di scendere dall’auto e quando lo fece lo sbalzo di temperatura quasi gli mozzò il fiato, il sole picchiava sull’incudine dell’estate ed il sudore cominciò ad imperlargli la fronte mischiandosi alla fine polvere che il lieve vento ancora teneva in sospensione. - Eccoci arrivati! Disse Alce Giallo indicando al tenente la radura sottostante. Questo è il luogo scelto per costruire l’università, come già le ho detto non c’è nulla qui, possiamo fare dietro front e tornare a casa. George non rispose si limitò a scrutare quell’ampia radura che si apriva sotto di loro, notò immediatamente i tre caravan che al limite ovest, appena a ridosso del monte, campeggiavano tranquillamente ed esattamente al centro della radura un rialzo del terreno. Si voltò verso Alce Giallo e disse: - Qualcosa invece c’è! Non credo sia importante, ma voglio vedere da vicino il posto dove hanno fatto la danza, sono qui per questo e non per vedere il panorama. Appena a metà della discesa il lieve vento era cessato e il calore della conca che si avvicinava era quasi insopportabile per lui, ma non per Alce Giallo che sembrava neppure sudasse, George si deterse la fronte con il fazzoletto che s’intrise di sudore e polvere, - Cristo santo come si fa a vivere in un posto del genere. Si diresse immediatamente verso il rialzo del terreno, non sapeva bene cosa volesse capire o vedere in quel posto, aveva solo delle sensazioni ed era uno di quelli che le segue. Raggiunto il luogo scrutò con attenzione i pali la traversa abbandonati sul terreno, si accosciò e raccolse una manciata di terra sfarinandola tra le dita, poi ne prese un’altra manciata e ripeté il gesto, si spostò di un paio di passi e fece esattamente la stessa cosa sotto lo sguardo di Alce Giallo che restava in silenzio, concentrò infine l’attenzione sulla sbarra trasversale e l’osservò attentamente, vide che in due punti distanti tra loro erano ben evidenti i segni di un qualcosa che aveva sfregato a lungo sul metallo lucidandolo come le corde di un’altalena. Non parlava ma muoveva ritmicamente la testa in segno d’assenso a quel punto estrasse dalla tasca due bustine di plastica e prese una manciata di terra nel punto corrispondente ai segni e se le mise in tasca. - La danza del Sole ha delle varianti? Chiese senza voltarsi. - Non che io sappia, rispose perplesso Alce Giallo, possiamo chiedere a quelle persone laggiù se hanno visto qualcosa. George si voltò in direzione dei caravan, - Inutile perdere tempo con loro ciò che dovevo vedere ho visto torniamo indietro. Poi ci ripensò e si mosse in direzione di quelle persone, - Chiedigli da quanto tempo stanno qui. Alce Giallo parlò un poco con loro e riferì al tenente: - Sono qui da stamattina stanno andando verso i monti e non hanno visto altri da quando si sono accampati. Mentre Alce Giallo gli parlava il tenente guardava il terreno intorno, non c’erano tracce di pneumatici in terra ne vicino ne lontano, un po’ troppo pulito per essere selvaggio - Significa che questi tre caravan sono piovuti dal cielo o galleggiano sopra la terra pensò tra se, guardò il cielo che non prometteva altro che sole calore e polvere, - Bene! È tutto, torniamo indietro adesso. Per Alberto Righeira il trasferimento era un vero calvario, ogni scossone della jeep gli provocava una fitta dolorosa, Ted guidava con la maggior attenzione possibile ma il sentiero accidentato che percorrevano non lasciava respiro, buche, pietre, radici solchi era un continuo sballottare i passeggeri all’interno, guidava guardando lo specchio retrovisore e la strada ed i suoi occhi fissavano il volto riflesso di Alberto, ne vedeva la sofferenza disegnata sull’espressione contratta dei lineamenti, ma non un lamento usciva da quelle labbra serrate, solo i suoi occhi restavano chiusi per contrastare il dolore che ogni asperità del terreno ripercuoteva sulle sue ferite. Alfonso gli aveva messo un braccio intorno alle spalle e lo teneva stretto a se cercando in questo modo d’ammortizzare i scossoni, Lubna era girata all’indietro non guardava la strada ma il suo uomo che era costantemente al centro dell’attenzione altrui e gli teneva la mano; con l’altro braccio stringeva a se il corpicino di Falchetto che elettrizzato dalla gita non voleva saperne di stare fermo. - Quanto ci vuole ancora Ted? Chiese quasi con un ringhio Marta, - Ne abbiamo ancora Marta... ne abbiamo ancora, gli rispose digrignando i denti, - Dobbiamo fermarci sta quasi per svenire, - Si certo, ancora un poco e raggiungiamo un posto dove potremo fare una sosta. Svoltarono a destra seguendo il perimetro del monte e continuarono in quella direzione per altre due miglia poi finalmente un ampio spazio piatto si aprì davanti al muso della jeep, - Ecco! Qui possiamo fermarci per tirare un pò il fiato disse Ted con un sospiro di sollievo. Alfonso balzò a terra e fece segno agli altri della carovana di fermarsi, prese la branda l’aprì e con Ted l’aiutarono a scendere e ve lo distesero sopra, aprì gli occhi al cielo e sospirò profondamente due tre volte era stremato, Lubna arrotolò una coperta e la mise sotto la sua testa a mò di cuscino e con un panno inumidito gli rinfrescò la fronte e il viso. Il suo viso era pallidissimo l’uomo sembrava in procinto di perdere i sensi ma lottava affinché ciò non accadesse, Roy e Orso gli si fecero accanto e lo aiutarono a bere una soluzione che lo stesso Roy aveva preparato seguendo le indicazioni di Orso, amara ma efficace, gli occhi di Alberto si sgranarono batté alcune volte le palpebre e deglutì, il respiro divenne più calmo e rilassato. Roy si voltò verso Orso in Piedi quel vecchio sapeva sempre come intervenire e quale pozione usare, c’era ammirazione nello sguardo che gli rivolgeva e la sua borsa si stava riempiendo di erbe, polveri, estratti, il suo taccuino era pieno d’appunti. Senza saperlo era tornato a scuola trovando un luminare ad insegnarlo. I ragazzi dei Clan si guardavano intorno attoniti, erano nel mezzo di un deserto cotto da un sole infuocato e spazzato da un leggero vento incandescente che essiccava la terra alzando soltanto polvere, i loro sguardi erano smarriti, parlottavano sottovoce tra loro senza trovare risposte esaurienti alle loro domande, qualcuno di loro si chiedeva se era veramente il caso di rischiare la propria vita per ottenere un territorio dove non c’era nulla, che senso aveva, come si poteva lottare per una terra che possedeva solo polvere e sterpaglia rinsecchita da un sole infuocato, qui nessuno di loro avrebbe desiderato vivere e difatti non c’era nessuno. I loro sguardi si posavano sul corpo disteso di Righeira e non capivano, neppure Marta comprendeva appieno il disegno che infiammava la sua mente e quella dei nativi, era un deserto che la natura stringeva nel suo pugno impedendo a occhi occidentali di permeare attraverso il presente, impedendo alle loro menti di percepire il futuro. Quella terra apparteneva a chi l’amava a chi sapeva rispettarla a chi conosceva come vivere in armonia con essa, non c’era nulla soltanto la terra. Marta intuiva che questo era il punto che avevano in comune i popoli a cui appartenevano, anche se per il momento questo legame rimaneva nascosto e ancora non affiorava distinto nei suoi pensieri. Il popolo di Campos aveva lottato per la propria terra e ancora lo stava facendo difendendo quella terra, il popolo pellerossa non aveva mai smesso di lottare per la propria che gli era stata portata via e ora quel fuoco rinnovato ardeva nuovamente nei loro cuori, ma non sapeva che spessore potesse avere Righeira in questo quadro, ne il perché gli era svelato, lo vedeva soltanto lottare mettendo in gioco la sua giovane vita. La sosta fù breve il luogo che volevano raggiungere era distante e Ted sperava d’arrivarci prima del tramonto in modo da poter tirar su il campo per pernottare, Orso guardava l'orizzonte che l’escursione termica rendeva tremolante e con la mente riviveva i momenti della sua gioventù, quando il suo popolo occupava libero quel territorio, quando non c’erano frontiere e si poteva cavalcare per giorni interi senza incontrare alcun umano, quella era la terra dove aveva vissuto da uomo libero e dove desiderava continuare a vivere liberamente, ora sapeva che avrebbero potuto lottare per riconquistarla, sapeva che ciò era possibile, ma sapeva anche che i suoi occhi non avrebbero vissuto quel momento - Heia Ote Saba, Heia Ote Saba, Heia. La sua voce arrivò all’orecchio dei ragazzi che si voltarono verso di lui, per loro era soltanto un vecchio, nulla di più che un vecchio che pregava, ma non per Righeira che ascoltato quelle deboli parole liberate al vento si scosse dal dolore e dalla stanchezza, si alzò dalla branda e con un andatura claudicante gli si mise al fianco e ripeté la stessa preghiera - Heia Ote Saba, Heia Ote Saba, Heia. Ora dobbiamo andare, gli disse sottovoce, torneremo qui quando innumerevoli figli con le radici la coloreranno di verde fino all'orizzonte e allora il bisonte tornerà, ma ora dobbiamo andare. Il vecchio sciamano si voltò verso gli occhi di quell’uomo che gli era al fianco, lo vide guardare il lontano orizzonte e vide i suoi occhi chiudersi e sognare il momento in cui quelle parole diventavano realtà. Nell’andatura claudicante che li riportava alle jeep i ragazzi dei Clan non sapevano chi dei due fosse più vecchio, curvi entrambi sotto il peso del loro dolore colmo di speranza. Il sole aveva appena toccato il confine dell’orizzonte quando la carovana giunse nel luogo stabilito, era incredibile che dietro il monte ci fosse una piccola valle ricoperta di alta soda e croccante verde erba mentre fino ad allora non avevano fatto altro che viaggiare nella polvere, tutti si sentirono rinfrancati da quella vista che prometteva refrigerio e acqua, anche l’espressione del volto di Orso in Piedi si fece più felice e quando Alfonso e Ted aiutarono uno stremato Righeira a scendere, anche nei suoi occhi s’accese una luce di soddisfazione. Il suo sguardo vagava nel cerchio dell’orizzonte del luogo che gli appariva familiare nonostante fosse la prima volta che lo visitava, la branda era pronta ma Righeira non volle distendersi su di essa, preferì riposare sulla morbida terra, tra i fili d’erba che lo circondavano tra l’odore della natura che penetrava nel suo olfatto rigenerandolo, Falchetto l’imitò immediatamente distendendosi al suo fianco guardando insieme al padre il cielo che si era tinto dei colori del tramonto. Lubna li guardava ed era uno spettacolo per i suoi occhi, avrebbe voluto unirsi a loro ma i suoi compiti non lo permettevano, cominciò allora a sistemare la tenda seguendo come tutti gli altri il comando di Ted che organizzava il campo e mentre tutti erano occupati Orso si avvicinò a loro e si sedette a gambe incrociate, - Sai dove ti trovi? Chiese, - In un posto bellissimo! Rispose un rinfrancato Alberto, - Ascolti il vento Uomo? - Si, e mi dice che sono a casa, poi si voltò verso il cucciolo che disteso in terra al suo fianco gli sorrideva, - E tu ascolti la terra? Il piccolo si mise con un orecchio sul terreno e disse: - Il suo cuore batte ed è potente, i due si guardarono e sorrisero tra loro e quasi in un sussurro Orso gli disse - Ora che ti senti a casa andiamo a visitare il suo giardino. L’ombra della sera oscurava sempre di più la valle ma i loro lenti passi non trovavano ostacoli, salirono il dolce pendio del colle di rimpetto al monte dove una fitto boschetto sembrava ornargli la testa come una folta capigliatura, si fermarono a circa tre quarti della salita e allora si sedettero tra gli alti steli d’erba che cominciavano ad inumidirsi dell’umidità che la valle tratteneva. Righeira era da un pò che silenzioso scrutava nell’oscurità che si stava facendo strada, il posto che li circondava, - A cosa pensi? Gli chiese Orso, - Non so bene cosa risponderti padre, ma è come se questo posto mi sia in qualche modo familiare, ho la sensazione di essermi già fermato qui, esattamente in questo stesso punto dove siamo adesso e aver osservato ciò che ora sto guardando, ecco, vedi quel monte con il bosco in cima? Io credo di essere già stato lassù anche se non mi pare possibile eppure... le sue parole si spensero e ritornò nei suoi pensieri, Falchetto si era addormentato disteso sulla terra con la testa poggiata sulla sua coscia, lo guardò e sorrise nel vederlo rilassato e felice di essere con loro, poi come risvegliato improvvisamente dai suoi pensieri, disse ad Orso: - Credo che mio figlio debba restare qui con te, - Lo credo anch’io, ma tua moglie non sarà d'accordo con noi. - Credo che nessuno sia d’accordo con noi in questo, ma noi sappiamo che così deve essere. Lui è nato sotto questo cielo, il suo primo vagito lo ha fatto nella luce della sua luna piena, il sangue del parto ha bagnato questa terra e su di essa è stato concepito nell’amore, lui appartiene a questa terra e nessun essere umano può per egoismo toglierlo ad essa. Poggiò le mani sul terreno per sostenere la schiena e sentì un fremito correre da essa dentro di lui, non sapeva che lì sotto a pochi centimetri dal palmo della sua mano vi erano i resti mortali di un grande guerriero che stava riposando e che rispondeva al nome pellerossa di Cuore di Tuono. Sentì che era tempo di mettere al corrente Orso della prima visione che aveva avuto mentre era in procinto di morire nella danza della sospensione e cominciò a raccontare. - Il bosco era fittissimo e la luce del giorno penetrava con difficoltà tra le fitte foglie dei bassi aberi, ma rischiarava comunque il sottobosco permettendomi di seguire un sentiero che si perdeva ad ogni passo. I Lupi Blu erano alle nostre calcagna, lo scontro che avevamo sostenuto era stato brutale e sanguinoso sentivo aleggiare nell’aria l’odore della polvere da sparo e del sangue. Avevamo colpito e stavamo ripiegando seguendo i sentieri che soltanto a noi erano conosciuti in quella zona, soltanto loro, i Blu Wolf dei Wasichu potevano seguire le nostre tracce e guidare i Guns che li seguivano. Il bosco ci offriva il suo riparo aprendo il sentiero davanti al nostro avanzare e nonostante fossimo rapidi e attenti i Lupi riuscivano a seguirci, mi sentivo stanco eppure sapevo di dover andare avanti per non cadere nelle loro mani, perché se ciò sarebbe accaduto, mi avrebbero consegnato ai Guns che mi avrebbero ucciso ed insieme a me tutti gli altri. Ero assetato dalla lunga fuga, conoscevo il posto e sapevo dove trovare acqua ed anche loro erano nelle nostre stesse condizioni, stanchi assetati e sapevano dove stavamo dirigendoci perché la nostra terra era anche la loro. L’inseguimento li stava sfiancando ed il loro successo non arrivava ma non mollavano erano bravi nel seguirci, lupi in gamba forse addirittura migliori di noi perché spesso anticipavano le nostre mosse mettendoci in evidente difficoltà, più volte infatti eravamo stati costretti a cambiare sentiero e destinazione ma ancora non ci avevano preso e questo l’irritava. Non capivo perché quei Blu Wolf c’inseguissero con tanta insistenza, non avevamo fatto nulla contro di loro anzi per noi quelli erano fratelli, ma loro volevano catturarci e consegnarci ai Guns. Il sentiero s’inerpicava ripido lungo il fianco della montagna e le zampe scivolavano sulla roccia liscia come una lastra, ma se tante difficoltà dovevamo affrontare, anche chi c’inseguiva avrebbe dovuto farlo e i Blu Wolf lo facevano e guadagnavano terreno nei nostri confronti braccandoci sempre più da vicino, loro erano abili e pronti ma non altrettanto i Guns, loro non erano ne abili ne pronti e senza lupi si sarebbero già perduti nella foresta, difatti ogni ora che passava restavano sempre più indietro. Improvvisamente mi trovai da solo, il mio branco non c’era piu ma trovai finalmente il ruscello per placare la sete e mi sporsi per bere, mi vidi riflesso sull’acqua, anch’io ero un lupo soltanto che il mio pelo era giallo, sentii in quel momento i loro rabbiosi ringhi alle spalle, mi avevano raggiunto, mi voltai e li vidi, quattro Lupi Blu erano sulla cresta del sentiero e dietro di loro non vi era nessuno i Guns erano lontani. Quattro Lupi Blu contro uno Giallo ma non lo attaccavano, mostravano i denti e il loro pelo era irto sulla groppa, mi circondarono ma stranamente ero tranquillo nessun timore avevo d’essi, al contrario anche se loro danzavano in cerchio intorno a me ed erano furiosi sentivo che mi temevano, le mie unghie erano conficcate nel morbido terreno, i miei muscoli contratti gonfi, carichi di forza ira rabbia e pronti alla lotta, mostravo loro tutti i miei denti ringhiando paurosamente ed il pelo era irto sulla mia groppa, nello sguardo una luce furibonda fiammeggiava ero pronto a ucciderli. Uno di loro tirò indietro le orecchie e fece il movimento d’attacco, ma dopo un misero incerto passo riprese posizione nel cerchio, fu allora che parlai a loro, - Siete in quattro! Ma nessuno di voi possiede il coraggio d’attaccarmi, fatevi sotto perché non mi avrete vivo. - Non ti temiamo Lupo Giallo abbiamo l’ordine di non ucciderti, rispose l'Apache, - No fratello lupo, Voi non mi catturerete vivo, questo lo sapete! - Noi dobbiamo solo stanarti saranno i Guns ad ucciderti, rispose l’Arikara. A quelle parole un moto d’odio mi prese, mostrai ancora loro i denti in un ringhio di furia, tirai dietro le orecchie e gonfiai il pelo, i muscoli erano tirati compressi pronti ad attaccarli, sentivo dentro una forza incontrollabile ero sicuro che non sarei stato io a morire. Vidi del timore nei loro occhi e allora l’insultai. - La differenza tra noi non è il colore del pelo, ma il segno del guinzaglio che avete intorno al collo. - Ma quando ti avremmo consegnato noi saremo liberi e il guinzaglio sarà al tuo collo rispose il Poony, - Dunque è questo che desiderate, la libertà? E per guadagnarla siete disposti ad uccidere i vostri fratelli di sangue? Non capite che voi siete già liberi? E che il guinzaglio che desiderate mettere intorno al mio collo è lo stesso che metteranno intorno al vostro? Stupidi pellerossa che siete, non sapete che questa terra è vostra? E che loro vi uccideranno dopo che li avrete aiutati a liberarla dal vostro popolo, donandola gratuitamente nelle loro mani? State commettendo lo stesso errore dei vostri padri, che dopo aver consegnato i loro guerrieri, trovarono lo stesso identico loro destino nella stessa prigione. - Tu Menti! Disse il Croow. - Io mento? Chi ha consegnato ai Guns Geronimo, chi Giuseppe, chi Naso Grosso, chi Cocisse, chi è stato a trattenere le braccia di Tashunka Witko per farlo trapassare alla schiena dalla baionetta del Soldato blu? Non sono stati forse i vostri padri e non sono stati forse loro ad essere stati disarmati e fatti salire sullo stesso treno che li ha portati in prigione con quelli stessi che loro avevano consegnato? E la terra dei vostri padri non è forse stata invasa dai Wasichu? E il nostro popolo non è forse adesso rinchiuso in un miserabile pezzo di deserto e lasciato morire di fame?. - Questa è storia vecchia, ci sono state fatte delle nuove promesse. - Nuove Promesse? Voi siete veramente degli idioti se credete ancora alle promesse dei Wasichu? - Perché non dovremmo? - Blu Wolf, tutto sommato sei veramente uno sciocco! Ti hanno portato via tutto e ora ti porteranno via anche la vita. Se ascolterai con le tue orecchie ciò che loro vogliono veramente fare a te e al tuo popolo allora mi crederai? - Tu vuoi imbrogliarmi Sioux, - Stupido idiota che non sei altro! Facciamo un patto allora, portatemi da loro: ma prima di consegnarmi a loro teniamoci lontani quel tanto che basta per ascoltare le loro parole non visti e se mento, mi consegnerete a loro e avrete la vostra paga. Ma se ho ragione allora vi unirete a noi con un patto di sangue nella lotta. Questa è la mia proposta; se non accettate porterete ai vostri padroni soltanto un lupo morto, sempre che riusciate ad ucciderlo. I quattro si guardarono l’un l’altro e confabularono tra loro, se avessero portato indietro un lupo morto i Guns si sarebbero arrabbiati con loro e la punizione sarebbe stata crudele, sempre che in realtà riuscissero ad ucciderlo, quel tipo era un guerriero furibondo sapevano chi era e con quali imprese si era conquistato la sua fama e il suo nome, prestante temprato alla lotta e nessun timore aveva d’essi e nella supremazia del numero di quattro contro uno nella lotta all’ultimo sangue non erano poi cosi sicuri di spuntarla. Le mie parole entrarono in loro e trovarono i loro cuori, molti infatti erano quelli che credevano a quelle parole ed ora stavano battagliando in tutta la nazione per fare in modo che divenissero realtà. Fu così che ci accampammo poco distante da loro, la note era arrivata e il loro fuoco si vedeva a miglia di distanza, mai imparano e questo costerà loro la sconfitta. Ci avvicinammo come fantasmi presso le loro tende tanto che potevamo udire le loro parole e nessuna di quelle era soddisfacente per i Blu Wolf, ma miele per l’anima mia. - Quando tutto sarà finito prenderemo questi sporchi pellerossa e finalmente ce ne sbarazzeremo per sempre, anche gli scout getteremo a marcire insieme alla loro razza. - Ci sbarazzeremo di loro una volta per tutte, non lasceremo un solo pellerossa vivo e ci riprenderemo questa nazione con tutto il suo ben di dio che ha nella pancia. - Si! Pianteremo i nostri picchetti nelle zone migliori e gli succhieremo via tutto quello che possiede e quando non avrà più nulla da darci l’abbandoneremo e sarà un deserto dove neppure la polvere vorrà vivere. - Ora che le tue orecchie hanno ascoltato la verità che si nasconde sotto il velame delle loro false promesse? Chi mente? E a chi mente?. I loro sguardi increduli si riempirono di rabbia, tanto che volevano attaccare il campo e distruggerlo, - Quattro contro duecento? Dissi loro. Impariamo dai nostri errori e perfezioniamo la nostra tattica invece. Tornate da loro e ditegli che vi siamo sfuggiti ma sapete esattamente dove trovarci, guidateli allora fino alla rupe dell’Harney Peack esattamente nel posto dove il nostro popolo li butterà di sotto e combatteremo finalmente uniti per la nostra libertà, perché solo unendo le nostre forze e usando una tattica di guerra adatta all’avversario saremo veramente in grado di sconfiggere chi ci vuole imprigionare e saremo finalmente liberi sulla nostra terra. E così dopo che le lama del pugnale fece uscire il nostro rispettivo sangue ed ognuno di noi lo mischiò al suo nell’estremo patto d’onore che ci univa, tornarono nel campo e dissero quello che avevo suggerito loro. Ascoltai i loro insulti ai miei fratelli e l’odio sgorgava nel mio cuore incendiandomi lo spirito - Siete soltanto degli idioti, in quattro non siete stati capaci di prenderne uno. Mettete alla catena questi quattro idioti e lasciateli a digiuno e senz’acqua, vediamo se imparano. Con il calcio del fucile uno di loro colpì al costato il lupo Apache che si accasciò guaendo al suolo, gli misero la catena al collo e la museruola legandoli al palo, avrei voluto assaltarli e ucciderli dilaniandoli con i miei denti assaporando il sapore del loro sangue avrei voluto mangiargli il cuore per ciò che stavano facendo ai miei fratelli, ma controllai la rabbia e mi ripromisi d’aspettare il momento in cui li avrei consegnati ai quattro lupi blu per dar loro soddisfazione. Abbaiai nel buio della foresta per dirgli che non li avrei lasciati nelle mani dei Guns, i loro tristi occhi consapevoli della verità e della menzogna fissavano un punto oscuro nella foresta esattamente dove erano i miei occhi e i nostri sguardi s’incontrarono, mi allontanai allora e raggiunsi la vetta della montagna e da lassù ululai alla luna piena, intorno a me rividi tutti i miei lupi e parlai loro in modo felice perché quella luna mi regalava altri quattro popoli fratelli. - Ecco cosa accadrà padre, i soldati blu si serviranno dei scout per stanarci, così come fecero allora, così come sempre fanno, perché fuori dalle loro città sono ciechi, possiedono la tecnologia le armi l’esercito, ma il loro fiuto è spento elettronico, i loro occhi non vedono sono bionici, le loro orecchie sono sorde sono radar, sono convinti d’essere i migliori, invulnerabili e questo li rende imprudenti, così per stanare un pellerossa; sono costretti a servirsi di un altro pellerossa, perché nonostante la loro tecnologia non sanno come fare. Ma questa strategia ora costerà loro la vita, perché noi nella nostra umiltà abbiamo imparato, loro nella loro superbia nulla hanno compreso di noi. Vogliono invaderci? Bene, li guideremo nel nostro territorio facendoci inseguire, li porteremo esattamente dove loro desiderano arrivare e quando saranno convinti di averci catturato; li getteremo dall’alto dalla rupe e lasceremo i loro corpi imputridire tra le rocce sottostanti perché porteremo la guerra nelle loro metropoli, tra i loro figli, tra le loro donne, devasteremo le loro città le bombarderemo faremo udire alle loro orecchie il tuono delle esplosioni e allora conosceranno sulla propria pelle cosa significa la guerra, perché questa volta l’avranno dentro casa loro e a questo non sono minimamente preparati. Hanno sempre fatto guerra in altri territori, in altre nazioni, in altri continenti e solo quando litigarono tra loro fecero guerra sulla loro terra e le cicatrici sembrano essere dimenticate ma noi le riapriremo e saranno più dolorose che mai. Ho visto un uomo, un guerriero diventare acqua ed usare con successo questa tattica, tu sai di chi stò parlando, di cosa e di quando. Questo ho visto!. Un brivido freddo percorse la schiena di Orso in Piedi, Lo Sciamano Oglala della tribù Unkpatila del popolo degli uomini, che mi guardò negli occhi sussurrandomi - Cuore di Tuono è qui è tornato, Wakan Tanka Grande Spirito dona il suo cuore coraggioso al mio popolo. Sul sentiero del ritorno, quando il buio della notte cominciava ad incupirsi lasciando soltanto alla luce delle stelle rischiarare il cammino, parlai con Piccolo Falco chiedendo a lui se desiderasse restare in quella terra insieme a nonno Orso, l’entusiasmo che mise nel rispondere di si, mi sorprese, gli spiegai bene che ne io ne mamma, ne nonno Alfonso saremo restati, che sarebbe stato da solo, lui e nonno Orso e nessun altro, - No! Voglio anche quelli senza i capelli, - Chi sarebbero?, gli chiesi incuriosito da quella inaspettata richiesta, - Quelli tutti senza capelli e con le tende appese ai loro corpi, - I monaci? - Si quelli lì, mi piace quando parlano con me. Orso ed io ci guardammo - Questo cucciolo sa ciò che vuole, mi disse - Sembra proprio di si, risposi. Incontrammo il campo soltanto quando ne fummo a ridosso, i fuochi pellerossa non si vedono nel buio quando non devono essere visti, erano ancora tutti svegli, la cena era stata consumata e la gente parlava tra se trascorrendo la serata chi restando intorno ad un fuoco chi passeggiando tra le tende. Una famiglia stava appena oltre il cerchio del campo, li sentivamo parlare serenamente mentre passeggiavano tranquilli nel fresco della sera e quando si accorsero della nostra presenza, ci vennero incontro riconoscendoci e c’invitarono presso il loro fuoco, accettammo di buon grado quell’invito e mandarono uno dei loro ragazzi a chiamare Lubna e Alfonso. Quando ci raggiunsero presso la tenda della famiglia, Lubna vide un caldo sorriso sul volto di Alberto, finalmente dopo tanta sofferenza e preoccupazione ritrovare il sorriso sulle labbra di lui fu un battito d’ali nel suo cuore, che accese sul suo volto un grande e felice sorriso, fatte le presentazioni si sedette al suo fianco, mentre Alfonso prese posto al fianco di Orso e subito Piccolo Falco gli si gettò braccia al collo, l’atmosfera era di grande cordialità e felicità di stare insieme, Orso e Alberto onorarono la cucina della donna, Lubna era al settimo cielo vedendo i denti di Alberto masticare carne cotta sul fuoco, riusciva a mangiare qualcosa di solido ora sarebbe guarito rapidamente anche perché la luce era tornata in quello sguardo che ora era presente e pungente come al solito, non più assente e labile come poche ore prima. Le parole fluivano allegre sulle loro labbra mentre la notte si stava consumando e quando Orso fece una delle sue battute alle quali Alberto non riusciva a resistere, esplose in una risata che da secoli non echeggiava nella sua bocca, le fitte al petto si fecero sentire e lo costrinsero a metterci sopra le mani ma continuava comunque a ridere, l’umorismo di Orso era letale e quando mollava i freni diventava devastante. Alberto aveva le lacrime agli occhi dal ridere e anche Alfonso si era piegato su se stesso per contrastare inefficacemente il dolore agli addominali, era piegato in due e continuava a ridere in una posizione goffa e buffa che scatenò altre risate che trasmisero allegria, qualcuno cominciò a suonare uno strumento che subito venne accompagnato da un altro e poi una voce intonò una canzone ed altre voci si unirono, i piedi cominciarono a muoversi a quel ritmo e alcuni cominciarono a danzare, era notte e nessuno aveva voglia di dormire ma vivere. Il sole era già alto quando il campo ricominciò ad animarsi, nessuno aveva fretta e non vi erano urgenze che l’impegnassero, blandamente la gente si risvegliava dalla festa che si era protratta fino all’albeggiare del giorno, i giovani e i cuccioli restavano a poltrire nei giacigli mentre le donne preparavano la colazione, Lubna svegliò Alfonso e Alberto mentre il posto di Orso era vuoto, non lo aveva sentito alzarsi ma non si preoccupava di questo, sapeva che il suo orologio interno lo svegliava ad una certa ora prima dell’alba e lui si allontanava dal campo per pregare alla stella del mattino, anche Alberto possedeva lo stesso orologio ma il suo stato fisico non gli permetteva d’assecondarlo e la cosa non sembrava preoccuparlo. Quando la pancia fu piena Alberto si alzò e prese la mano di Lubna invitandola a seguirlo, - Ci sono delle cose su cui dobbiamo parlare riguardo a Piccolo Falco, Lubna strinse gli occhi fissando lo sguardo di Alberto, sentiva che non gli sarebbe piaciuto ascoltare e anticipò le parole di lui, - è troppo piccolo! Per qualsiasi cosa tu abbia in mente è troppo piccolo! - Questo è vero, gli rispose, ma non per qualsiasi cosa. È grande abbastanza per cominciare ad apprendere e prima comincia più profondamente lo farà. Camminarono lentamente ascoltando ognuno le parole dell’altro, considerando con attenzione le motivazioni che ognuno di loro esponeva, come al solito la verità è in ognuno di noi e tutte le osservazioni sono valide se indirizzate verso il bene e non racchiuse nell’egoismo personale di un affetto materno o paterno che sia, il voler far bene è al di fuori della sfera personale, perché si può riuscire a fare del bene a caso, senza un ragionamento logico, ma è poi impossibile ripeterlo. Proprio perché è frutto del caso resta un bene trovato e non cercato, irripetibile perché al di fuori della propria volontà, ora Alberto e Lubna cercavano di fare del bene discutendo tra loro, analizzando le situazioni dalle quali il bene sarebbe sfociato e reso produttivo con la volontà di fare bene, in fondo migliore è chi pecca volendo, perché sa di peccare, rispetto a chi agisce bene a caso e poiché chi agisce sapendo volontariamente è buono, risulta che chi sa di agire male è buono perché sa quello che sta facendo. - Ecco Lubna, proprio perché credo in ciò che faccio ti parlo di questo, proprio perché credo e opero in questo penso che lui debba restare qui e frequentare questa scuola e se forse diverso da questo il mio pensiero, significherebbe che faccio ciò in cui non credo. - Certamente le tue argomentazioni sono valide e conosco il tuo cuore, la luce nei tuoi occhi non mente, so anche che dentro di te combatti contro i tuoi stessi sentimenti, che sei preoccupato quanto me e vorresti in cuor tuo non lasciarlo da solo, perché se succedesse qualcosa mentre noi siamo lontani come potresti perdonare a te stesso d’essere stato la causa del suo dolore come potrei perdonare me stessa se me ne rendo complice. Io non mi sento pronta a questo. Alberto la prese tra le sue braccia e se la strinse al petto - Lubna... Lubna, quanto ti amo Lubna, leggi in me come in una fonte monda, ma il tempo per Orso sta terminando e di questo dobbiamo prenderne atto, potremmo anche rimandare ma a Orso in Piedi non è concesso molto altro tempo. Le lacrime solcarono gli occhi scuri di Lubna e scendendo sulle sue guance si posarono sulle ferite nel petto di Loco Vendaval nel suo cuore sentì che non poteva negare a Piccolo Falco la possibilità di tale esperienza. C’era Rose, Raul, Ted, Orso e anche i Monaci e tutti loro avrebbero avuto cura di Falchetto, - E allora faremo così: Piccolo Falco resterà qui, insieme a me. Alberto rimase senza parole, la fissava in quegli occhi scuri come la notte colmi d’amore per lui e leggeva nell’anima sua. La femmina di bisonte risalì il pendio del monte e si mostrò a lui appena dietro le spalle di Lubna, agitò la coda e la riconobbe, con passo lento e sacro oltrepassò il crinale e scomparve alla sua vista. E io sol uno m’apparecchiava a sostener la guerra si del cammino e si della pietate. - E sia Lubna..., Sai che non potrai vivere con loro, sai che lo vedrai raramente, ma per qualsiasi cosa avrà bisogno, lui sa che tu sei qui. Tornarono lentamente al campo, camminando stringendosi l’una al fianco dell’altro, il tempo delle parole era cessato la decisione presa, non restava altro da fare se non prepararsi all’evento del distacco ed un velo di tristezza intorpidiva il loro sorriso. Alfonso capì dal loro atteggiamento che avevano preso una decisione pesante da sopportare, rivedeva in loro, nei loro sguardi nei loro sorrisi rattristati lo stesso stato d’animo che traspariva dall’espressione di Raula quando decise d’allontanarsi dalla sua terra e seguirlo in un altra terra, lontana diversa estranea, ognuno di noi segna la propria strada, segue il proprio cammino e passo dopo passo decide il suo destino e ci vuole una gran forza d’animo per non fermarsi ad aspettare che gli eventi prendano il sopravvento sulle cose degli uomini. Ted e gli altri cani avevano preparato la grande tenda del consiglio e Loco Vendaval aveva recuperato le forze per sostenere le parole che dovevano essere dette, doveva rendere partecipi i guerrieri della sua visione e piantare in quei cuori il seme della rivolta che poteva sfociare anche in un bagno di sangue, questo voleva evitarlo; perché sarebbe stato l’ennesimo per quel popolo che già tanto ne aveva versato. C’erano altre strade da poter percorrere, altre soluzioni da tentare prima d’arrivare all’ultima estrema e inevitabile soluzione. Erano ore che parlava con Orso in Piedi, lassù, tra gli alberi del bosco che cingevano la cima del monte come una riccioluta capigliatura, lassù, dove lui sentiva di essere già stato e dove il sangue di un grande era stato versato, lassù, dove il giovane Orso in Piedi era divenuto Uomo. - Non si può ignorare la visione, questa è un dono per chi la riceve e nonostante sia orribile accadrà, puoi allontanarti da essa, ma essa sceglierà un altro, così, allo stesso modo e per i stessi motivi per cui adesso ha scelto te ed in passato altri ed in futuro altri. Perché la visione è ciò che accadrà; puoi soltanto far cambiare gl’interpreti di essa, ma la visione quella è e quella sarà che tu lo voglia e che non lo voglia. Ti è concesso il potere per usarla ti è concessa affinché tu non sia impreparato ad essa e porti frutti; se buoni o cattivi dipende solo dall’uso che saremo capaci di farne. Siamo soltanto uomini e dobbiamo piegare il capo al volere degli spiriti, tu sei padrone del tuo destino loro del mondo intero sia di questo che del mondo altro. Ti è stato concesso il potere di vedere il potere d’ascoltare e la forza per capire, ora opera affinché questa visione che ti è stata concessa porti buoni frutti... Fece una pausa e poi perdendo lo sguardo verso l’orizzonte continuò nel suo dire: Per prima cosa, io penso che ciascuno debba mostrarsi utile in ciò che può: fare di più o di meno, non dipende da lui; di quest’ultima cosa, infatti sono diverse le cause, mentre dell’altra soltanto lui ne risponde assolutamente. L’atmosfera si fece immediatamente incandescente all’interno della grande tenda dove il consiglio del popolo sedeva per discutere il proprio futuro di nazione; così come Orso mi aveva insegnato, misi al centro del cerchio una ideologia ed ognuno ne esprimeva la propria descrizione, ricevendo come risultato un infinità di pareri discordi e contrapposti ma legati tra loro, arrivammo dunque a discutere sull’utilità stessa dell’università e quando mi fù chiesto di dire la mia dissi semplicemente: Dobbiamo conoscere da dove veniamo per sapere chi siamo non credete?. Feci una pausa per vedere se chi ascoltava avesse interpretato il senso delle mie parole e visto che restavano ancora in attesa cercai d’approfondire meglio il concetto e di esprimere fino in fondo, senza velami, ciò che avevo visto e sentivo il dovere di dire per poter costruire; - La scuola è un sentiero che ci porta da dove siamo a dove dovremmo essere, facendoci conoscere l’inizio del sentiero che ci ha portato qui, qui in questo tempo, per discutere sul dove saremo quando noi non saremo più, quando noi saremo passati così come sono passati i nostri avi, quelli che ci hanno permesso di essere qui adesso, quelli che hanno segnato il sentiero che ci ha portati fin dove siamo adesso. Se i nostri figli ignoreranno ciò che i nostri avi hanno fatto e il perché, una volta giunti in questa terra abitata da altre tribù conquistandosi con onore il proprio territorio si sono poi battuti per esso bagnandolo con il proprio sangue per difenderlo, solo da questa base edificheranno la propria nazione? Troppo poco, devono sapere altro, molto molto di piu. Per questo io dico che è utile insegnare ai nostri figli la storia del proprio popolo affinché conoscendola, senza menzogne, trovino la propria identità e sviluppino rafforzandola la loro filosofia di vita, facendo crescere in loro l’orgoglio d’appartenenza e la dignità che li porti un giorno anche a combattere; se necessario a morire, per un qualcosa che appartiene a loro. In questo soltanto una scuola è in grado di sviluppare un popolo, istruendoli in quello che veramente sono, donandogli un istruzione basata sui principi fondamentali del proprio popolo d’appartenenza dal quale volendo possono anche dissociarsi. Nell’istruzione nel lavoro nell’impegno che ognuno di noi e di loro metterà nel far conoscere e nell’apprendere; saremo solidi e compatti nel costruire una nazione dove la terra innanzi tutto è importante, perché rappresenta l'eredità che ognuno di noi ha avuto e ognuno di loro lascerà a chi verrà dopo. Perché il popolo degli uomini è convinto che ogni cosa sia viva, non solo gli uomini e gli animali ma anche l’acqua la terra le pietre e tutto ciò che da essi proviene. Per noi tutto è immutabile in eterno, l’uomo bianco invece crede che tutto sia mortale, le pietre la terra gli animali, anche gli uomini anche quelli del suo popolo e più una cosa è viva più i bianchi fanno del tutto per distruggerla è questa la differenza. Noi non possiamo essere istruiti nelle loro scuole, secondo la loro storia, secondo il loro punto di vista, secondo il loro credo, secondo la loro filosofia; perché appartiene a loro non a noi. Noi abbiamo il nostro modo di vivere con la terra e la differenza è contrapposta come l’acqua al fuoco, per questo io dico che la nostra scuola è il cuore pulsante vivo e forte potente e coraggioso della nostra nazione, perché da essa sapremo chi siamo, e come siamo arrivati all’oggi ad essere un popolo confinato senza alcun diritto, privato perfino del diritto di professare la propria religione il proprio credo la propria identità. L’uomo al quale ho strappato il cuore ha perso un poco di se stesso; parte della sua vita la possiedo io con il suo cuore, i Wasichu hanno strappato il cuore alla nostra nazione e parte della nostra vita la possiedono loro con il nostro cuore; io dico è tempo di riprenderci il nostro cuore, io dico è tempo di costruire questa strada. Non so bene cosa accadeva in quei momenti, mentre esprimevo i miei concetti; tutt’intorno era silenzio tutt’intorno era attenzione, tutti gli occhi erano su di me tutte le orecchie erano tese ad ascoltare tutti i cuori battevano d’orgoglio. Quello era il Popolo degli Uomini che voleva riprendersi ciò che gli era stato tolto. Un uomo si alzò e prese la parola, avrà avuto circa trent'anni o poco meno; - Questa terra ci è stata tolta dall’esercito più potente al mondo, come pensi che noi possiamo soltanto misurarci con loro e sconfiggerli?, detto questo riprese il suo posto nel cerchio. Lo fissai a lungo prima di rispondere, poi: Il tuo avo ha dato la vita per difendere questa terra, tu no! Per questo ti è stata tolta. Per riaverla tu devi dare la tua vita e nonostante questo non assaporerai il suo dolce sapore ma lo faranno i tuoi figli; sei disposto dunque a sacrificarti senza avere nulla in cambio ma soltanto per dare la possibilità di far ereditare ai tuoi figli il frutto del tuo sacrificio? Dico: dare la possibilità a tuo figlio di vivere secondo la filosofia dell’uomo rosso o dell’uomo bianco, dico la possibilità di scegliere, perché mi pare che in questo stato di cose esiste soltanto la possibilità di vivere secondo una sola filosofia e non è quella dell’uomo rosso ma quella imposta dalle armi. Dove un uomo è costretto a stare contro la sua volontà, per lui quella è davvero una prigione - Dunque è questo che ci chiedi, imbracciare il fucile e combattere? Mi rispose, - No! Io dico andiamo a scuola ed impariamo, vi chiedo: sediamoci ad un banco e studiamo, diventiamo fisici nucleari, archeologi, scienziati, medici, avvocati, agricoltori, storici, ingegneri, filosofi, architetti, meccanici e quant'altro ci serva per divenire un popolo ancor più potente di un popolo armato soltanto di un fucile e quando saremo una nazione autosufficiente capace di far da se per ciò che gli necessita, allora avremo anche un esercito, fatto di soldati professionisti e non più guerrieri coraggiosi ma capi di famiglia; andiamo a scuola ed impariamo come costruire una nazione, la nostra!. Quando a noi per vivere sono sufficienti cento bisonti, ne macelliamo cento e non centouno, perché sappiamo che quell’uno in più che abbiamo macellato andrebbe sprecato e sarebbe stato uno spreco inutile perfino alla terra che lo ha generato e la prossima volta la terra genererà un bisonte in meno e allora moriremo di fame, questo lo sappiamo non abbiamo piu bisogno d'impararlo. Facciamo ora il primo passo cominciamo a costruire questa strada, cominciamo dalla scuola ed intorno ad essa costruiamo il nostro esercito per difenderla a costo della vita. - Tu parli bene, ma tra poco andrai lontano, lasciando noi a combattere e a morire; io di te non mi fido! - Neppure io, ora, mi fido di te! Ma quando ci saremo conosciuti allora non avremo più bisogno di fidarci l’uno dell’altro, sapremo che nessuno di noi due tradirà. È vero tra poco andrò lontano ma ne a perdere tempo, ne a nascondermi; ma a trovare la materia per costruire. Andrò lontano, eppure lascerò in questa terra mio figlio e mia moglie; affinché lui cresca e lei capisca mentre io cercherò lontano da qui, tutti i figli di questa terra che sono stati sparsi nelle quattro direzioni del mondo come un branco di cavalli impauriti e li pregherò di tornare qui ad insegnare ciò che loro hanno appreso a donare ai loro figli la loro esperienza. Ora io chiedo a te di darmi tuo figlio e a te a te e a te pure di darmi tuo figlio, donatemi i vostri figli in modo che vengano con me ed imparino a vivere con la terra e non contro di lei, poi a loro volta torneranno ed insegneranno, saranno maestri in quella scuola che voi avrete edificato per i vostri figli e loro per i loro figli ed i figli dei loro figli, costruiamo questa strada perché è tempo di farlo. Ora io vi dico la visione che gli spiriti mi hanno donato ed è per questo vi dico è tempo di costruire; che tra non molto succederà che l’occidente imploderà per la sua stessa cupidigia, perché le immense ricchezze che accumulano a loro non bastano mai, nonostante i miliardi di euro che possiedono si sentono insicuri, sembra non sappiano che l’essere più instabile del pianeta è proprio l’uomo e quale sicurezza si può avere se le nostra fondamenta sono così gracili. Il loro stile di vita verrà distrutto dalla stessa brama di distruzione, dalla brama insensata di superamento individuale, dal sentirsi non migliori in quello che si è come uomini, ma solo perché si é più ricchi del loro simile e le borse crolleranno perché non è possibile che tutta la ricchezza del mondo sia a disposizione di pochi soltanto, perché è questo che i Wasichu vogliono, desiderano, l’uno essere infinitamente ricco e vedere godendone il suo fratello infinitamente povero, Wasichu! Ladri di grasso e non a caso, noi, gli abbiamo dato quel nome!. Io dico: a che serve questa civiltà? Quale utilità ha per l’umanità? Ma invadono il mondo e piantano in ogni giardino il loro seme e poi vi si stabiliscono e lo fanno lievitare, non a caso un uomo un tempo mangiò del pane azzimo non lievitato, non a caso la sua nazione era sotto il dominio dei Wasichu, ma noi non ci faremo crocifiggere. Alla fine e non manca molto, le banche falliranno e lasceranno montagne di miseria ai loro figli abbandonandoli sul ciglio dei sporchi marciapiedi delle loro inutili metropoli, mentre i banchieri fuggiranno dallo sfacelo che loro stessi hanno provocato portando con loro le ricchezze che hanno sottratto con l’inganno a chi con estrema fatica aveva accumulato un miserabile risparmio e nell’ignoranza si era fidato proprio di loro, di chi con l’inganno di belle e misurate parole sapeva che li stava derubando. Falliranno perché non avranno più clienti e non si può sopravvivere soltanto con un singolo, anche se immensamente ricco. I pochi potenti si metteranno in salvo lasciando il resto del loro popolo del loro stesso sangue nella miseria più assoluta e non si pentiranno di questo anzi; vi dico che si congratuleranno con loro stessi per averlo fatto e averla fatta franca perché all’interno di loro stessi sono vuoti di ogni educazione civile e morale sono esseri inutili da scacciare come il cancro, da fuggire come un infezione. A cosa serve accumulare denaro perché frutti altro denaro per poter fruttare altro denaro ancora, senza usarlo, senza altro scopo che raddoppiarlo e triplicarlo, soltanto per vedere scritto sul saldo del conto corrente di possedere milioni di euro o dollari, è come avere una mandria di bisonti immortali che si espande si moltiplicano e sono completamente inutili perché non servono a nulla perché nessuno se ne ciba, ma loro sì, mangiano e non muoiono mai, divorano tutta l'erba e sono miliardi e l'erba non cresce piu. Quel tipo, quello del pane azzimo parlava ai suoi discepoli raccontando parabole: Vi era un potente che possedeva enormi appezzamenti di terreno, neppure lui sapeva essattamante quanto possedesse, allora pensò; raccogliero tutto quello che possiedo e lo stiperò nei granai, mettereo gente armata a loro guardia, cosi facendo non avrò più bisogno di nulla. La notte dopo aver fatto questo, quel potente morì, chi ha orecchie per intendere, intenda. Il loro stesso dio vacillerà sul suo trono, la loro fede verrà azzerata perché non crederanno più in nessuno neppure in loro stessi, nelle loro capacità perché avranno curato soltanto il denaro e non la terra e ignorando come fare moriranno di fame come i cavalli delle giacche blu, che non sapendo scavare nella neve morivano di fame perché nessuno gli dava la biada, i nostri mustang invece sapevano bene che scavando tra la neve avrebbero trovato di che saziarsi e sopravvivere e allora orde di uomini miserabili in preda ad un folle panico armeranno le loro mani e uccideranno i loro simili saccheggeranno distruggeranno in nome di un qualcosa di talmente effimero al quale hanno dedicato la loro stessa esistenza, ma anche lì si fermeranno davanti ai scaffali vuoti di un supermercato e moriranno di fame saranno costretti al cannibalismo perché non sanno come far crescere un pomodoro o pascolare una mucca, gli portano la biada al supermercato e loro vanno li a prenderla, il giorno che non ci sarà più, impazziranno!. Gli stati perderanno il potere delle armi perché non saranno più in grado di sovvenzionare le proprie truppe, molte e molte guerre insanguineranno la morbida terra e per quante truppe schierino a sostegno di una pace che nessuno vuole, altrettante truppe si avventeranno contro di esse sfociando in un conflitto mondiale dove nessuno uscirà ne vittorioso ne orgoglioso della disputa sostenuta Vi ripeto: per loro tutto è mortale e nulla risorge a nuova vita, quando ciò accadrà dovremmo fronteggiare un nemico ancor più malefico di quello che ora ci circonda dovremmo affrontare la bestia bianca in preda al panico. Togliamo i nostri figli dalle strade, togliamo il nostro futuro dal becco della bottiglia, allontaniamo le sue labbra dall’alcool e doniamogli l’orgoglio e la dignità; è una questione di dignità, d’orgoglio interiore ciò che nobilita l’essere ciò per cui mi sento nobilitato da me stesso. Datemi i vostri figli affinché ognuno di loro sia orgoglioso di se stesso che si senta nobilitato da se stesso per essere utile agli altri. Non dobbiamo piu morire di fame, non dobbiamo piu dipendere dagli altri, dobbiamo fare da noi. Io non voglio piegarmi al loro Dio perché io il mio lo conosco. Non permetteremo più un’altra Wounded Knee, non saremo più singole tribù facili da uccidere, dividi ef impera, ma un solo unito popolo che imbraccia il fucile per ottenere ciò che gli necessita per difendere ciò che gli appartiene per fare ciò che lui ha deciso di fare e non dovrà chiedere il permesso a nessun altro se non a se stesso. Questa è la nostra nazione, qui nessun altro al di fuori di noi può imporci ciò che dobbiamo fare. Io chiedo a tutte le nostre nazioni i suoi figli io chiedo a tutte le nostre nazioni di diventare una nazione chiedo a tutti i cani di difenderla, chiedo a tutto il nostro popolo di percorrere il sentiero di guerra; distacchiamoci da quel virus infetto che i Wasichu chiamano civiltà e difendiamo la nostra. I nostri figli appartengono a tutta la tribù e non soltanto a chi li ha generati è sempre stato così e nessuno ruberà perché la ricchezza della nazione già gli appartiene è sua e nessuno ruba a se stesso! Quando abbiamo ciò che ci necessita, cos’altro dobbiamo ricercare se non la felicità e la gioia di poterla vivere nel rispetto reciproco, questa è la civiltà che ci appartiene questa è la nostra civiltà e non dobbiamo rinnegarla scambiandola con una infetta pregna solo d’individualismo a scapito del suo stesso fratello. Ognuno di noi possiede questa civiltà nel suo cuore ognuno di noi deve ritrovare il coraggio l’orgoglio e la dignità per perseguirla e metterla in pratica. Il primo passo è la scuola, poi il ripopolamento indigeno, poi la costruzione dei nostri villaggi, poi l’isolamento dei Wasichu la riconquista del territorio e la difesa dei suoi confini con il nostro esercito, affinché la nostra terra curi e nutrisca i suoi innumerevoli figli, rendiamo migliori noi stessi rendendo migliore la terra e lei ci donerà nel suo immenso smisurato amore ciò che ci necessita per vivere da uomini perché non siamo Dei ma soltanto uomini. Noi non abbiamo tessuto la trama della vita ne siamo soltanto un filamento. L’ultima cosa va fatta solo quando tutto è stato tentato e solo dopo che i tentativi sono falliti, dopo che ogni strada è stata percorsa ed è sfociata in un deserto; solo dopo questo, l’ultima altra estrema soluzione porta alle armi; non prima. Questo è ciò che il mio cuore ha visto e ora grida dentro di me; Hetchetu Aloh, Ho detto. - Le tue parole scatenano un grande orgoglio nel nostro cuore e una grande visione ci mostri davanti ai nostri occhi, hai letto ciò che nel nostro spirito è scritto fin da quando la luce del sole ha invaso i nostri occhi, ma tu parli di noi come se tu appartenessi a questo popolo mentre io vedo un Wasichu seduto nel cerchio del popolo. L’uomo fissandomi si rimise seduto tra gli altri e tutti gli occhi erano fissi nei miei, sapevo che prima o poi questo argomento sarebbe saltato fuori ed in verità mi aspettavo che già da tempo fosse tirato in ballo, ma ogni cosa ha il suo tempo per essere discussa e affrontata, era questo il tempo per far luce su di me: - Ted dammi il tuo pugnale!, Ted fece quello che gli chiesi fissandomi negli occhi con l’espressione di chi non conosce le intenzioni dell’altro, non distogliendo lo sguardo dagli uomini seduti in cerchio nella grande tenda del consiglio, con la lama tagliai il palmo della mano ed il sangue uscì dalla ferita e mostrando il palmo grondante del mio sangue dissi a tutti quanti; - Ecco, voi tutti sapete dove riposano i vostri avi, questo è il mio sangue al suo interno esiste un dna che non può mentire, ognuno di voi prenda il mio sangue e confronti il mio dna con quello dei vostri defunti e con quello che voi stessi possedete, fino ad allora la mia bocca resterà chiusa. Furono molti a prendere un campione di quel sangue ed era giusto che lo facessero! Troppe bugie troppe menzogne e falsità avevano portato quel popolo sull’orlo dell’estinzione e la sua cultura ne era stata devastata i suoi riti sacri proibiti con la forza delle armi, un popolo ridotto e costretto al silenzio e se ora avesse trovato l’orgoglio e la forza per tornare a vivere, una nuova menzogna un nuovo inganno lo avrebbe seppellito per sempre. Loco Vendaval uscì dalla tenda del consiglio seguito dai suoi cani Sioux lasciando gli altri a parlare tra loro, - Quell’uomo ha un grande carisma ed un grande potere, parla con voce limpida e tra i tanti che lo hanno fatto è l’unico che pare avere le idee chiare e che sappia cosa fare, se risultasse poi veritiera anche la sua discendenza dal nostro popolo e vi appartenesse per sangue, avremmo trovato il leader che ci permetterebbe di risorgere. - Anch’io sono stato toccato dal suo discorso e dalle sue idee e l’impegno che stà mettendo nel ricostruire il nostro popolo non si ferma soltanto alle parole, basta guardare oltre la valle del fiume giallo per vedere materialmente che ci sono i mezzi per costruire l’università, queste non sono chiacchiere ma fatti, la sua autenticità potrebbe passare anche in secondo piano di fronte alla visione di cui ci ha fatto partecipi ed il fatto che Orso in Piedi lo ha preso come suo allievo e lo ha istruito è cosa della massima importanza, io credo che sia giunto il momento di costruire quella strada. - Anch'io sono con voi, da quando è apparso nel nostro popolo, non ha mai chiesto nulla per se, nulla vuole in cambio e molto sta donando, oltre al materiale alla visione al suo sangue ci dona adesso suo figlio e sua moglie, ci chiede i nostri figli e non per lui ma per noi, forse per loro stessi accendendo in noi la speranza d’essere nuovamente un popolo, non è cosa da nulla e cosa ancora più importante non ha esitato a bagnare il suo pugnale con il sangue del nemico. Ora ci ha chiesto una cosa, confrontare il suo sangue con il nostro e con quello dei nostri avi e questo dobbiamo farlo per noi in primo e anche per lui e se come credo non ci saranno sorprese abbiamo trovato il nostro guerriero, il condottiero, quello che gli sciamani avevano predetto; uno che si erga sopra gli altri e che le sue imprese siano d’esempio ai giovani e loro lo acclameranno e le penne d’aquila saranno numerosissime sul suo copricapo. - Seguendo quella strada ci metteremo un secolo prima di vederne i frutti! Disse uno di loro. - La differenza è proprio questa ed è per questo che le sue parole sono veritiere, non si costruisce una nazione in un giorno. Gli rispose un altro - Io l’ho visto mentre parlava con i nostri ragazzi, l’ho visto ascoltare e riflettere sulle loro parole sui loro desideri su ciò che vogliono, ho visto i ragazzi ascoltarlo ed uscire entusiasti da quei colloqui, ha fatto capire loro che non è ubriacandosi che costruiranno il loro futuro e neppure imbracciando un fucile ci riusciranno, ma impegnandosi a cambiare lo stato delle cose per dar corpo ai loro sogni alle loro speranze, ho visto il numero dei ragazzi che lo ascoltava diventare sempre più numeroso e orgoglioso di se stessi, quell’uomo sta accendendo una speranza nei loro cuori e noi abbiamo il dovere di sostenerla. Era l’imbrunire quando il gruppo, fece ritorno al campo; Righeira stesso aveva ordinato d'allontanarsi in modo da poter parlare senza nessun altro che potesse ascoltare. Corre Veloce fu il primo a vederlo seduto vicino al fuoco delle loro tende e sul volto gli si accese un grande sorriso. Era bello riaverlo tra loro, Marta, Roy e tutti gli altri gli si strinsero intorno, era bello stare tra loro mi sentivo a casa mia. Poi, inevitabile tra fratelli, la domanda che aleggiava in tutte le loro menti venne posta, - Perché lo hai fatto! - Perché chi ha il potere e non lo usa è del tutto inutile che lo possieda e chi ha il potere deve essere il primo a darsi da fare. Marta ascoltava in silenzio mentre i suoi occhi erano fissi in quelli di lui e le sue orecchie ben attente alle parole, anche per lei era giunto il tempo di osare, ora si fidava, non era un fantoccio e lo spessore politico che possedeva e la capacità che mostrava nel esprimere le sue idee alla gente comune facendo leva sull’orgoglio e la dignità senza dimenticarne il bisogno. Lo aveva ascoltato mentre disilludeva chi sperava ancora nell’apporto del governo per avere una vita migliore, mettendo questo nelle condizioni di capire che se voleva una vita migliore se la doveva costruire da solo e se la voleva nel territorio dove viveva; allora doveva darsi da fare per rendere quel territorio migliore anch’esso. Era il momento di renderlo partecipe della lotta nella speranza che coinvolgeva l’intero popolo separatistico basco. Ecco il perché quell’uomo era arrivato nelle terre di Campos, ora lo intuiva; ecco perché il Grande Spirito lo aveva indirizzato nella terra basca, ora lo sapeva. La lotta di un popolo per i propri diritti d’appartenenza, lei e tutto il popolo di quelle regioni appartenevano all ETA lui e tutto il popolo di quella terra all MDI! Questi due popoli erano lo specchio l’uno dell’altro e Alberto Righeira, Loco Vendaval ne era l’anello di congiunzione. Stava costruendo un qualcosa di grandioso d'inimmaginabile e sembrava l’ultimo degli uomini, ma possedeva una serenità interiore che lo portava ad essere il primo ed un carisma che solo i grandi possegono, chiunque passasse vicino a loro lo salutava si sedeva accanto a lui e lui l’accoglieva con un sorriso fraterno cordiale e disponibile era contento, lo ascoltava lo capiva gli rispondeva e quando lasciava il posto ad altri la sua espressione era compiaciuta e sollevata, con i bambini poi era di una dolcezza fantastica, si sedeva tra loro e si faceva fare quello che loro volevano, lo amavano. Determinazione azione e amore: io sento che quest’uomo in un modo o in un altro scuoterà il mondo. Così Marta concluse il suo silenzioso pensare e prese la decisione di confidarsi con lui... - Io so perché sei voluta venire con me e perché adesso mi dici questo, so anche che sarete molto utili ai nostri ragazzi, che molto impareranno e molto insegneranno poi. Marta voleva rispondere ma lui gli fece cenno d’ascoltare ancora; - Abbiamo bisogno d’istruire i nostri giovani, e Campos è il luogo ideale per farlo, perché è lontano e tranquillo ed io rappresento il loro alibi, hanno bisogno d’imparare l’uso delle armi, dell’esplosivo della guerriglia della guerra della resistenza, hanno bisogno di vedere come si tratta la terra affinché dia i frutti di cui hanno bisogno ed una volta imparato questo lo insegneranno a chi è rimasto qui a costruire. - è dunque questo il motivo che ti ha portato a Campos? - Nessuno mi ha portato a Campos sono io che ho scelto, - Ci hai usato? - Ti sembro uno che usa gli altri? No! Quando sono arrivato avevo con me soltanto un sogno ed una visione da realizzare, certamente sapevo con chi avevo a che fare e sono riuscito a conquistarmi la vostra stima, ora c’è bisogno di voi e non solo, ci sono altri campi dove il mio seme è stato piantato ed aspetto risposte. Quell’uomo stava costruendo una rivolta armata e le sue parole non lasciavano dubbi non era dunque soltanto Campos ad essere stato scelto ma anche altri territori. Marta lo guardava dritto nella mente e Crazy Hurricane era acqua monda. - Porteremo i nostri cuccioli di cane in ogni luogo dove c’è guerra dove c’è resistenza dove c’è l’orgoglio di combattere per la propria dignità, impareranno tutto ciò che è necessario e quando saranno adulti saranno loro ad insegnare ad altri cuccioli a diventare cani ed infine Lupi. Io so che quando torneremo; la terra di Spagna sarà stata bagnata dalle vostre bombe ed è per questo che siete qui, io sono il vostro alibi, Mi hai Usato?. Io questo mi aspettavo da te ed è per questo che sono contento che sei qui, tu ti aspettavi questo da me?. Marta rimase molto sorpresa dalle sue parole, esitò un attimo ma gli occhi di lui erano dentro di lei e leggevano il suo cuore. No! In tutta sincerità no! Ma ora so che i nostri due popoli lottano per lo stesso ideale anche se circoscritto al proprio popolo, in questo siamo uniti ed è per questo che ci siamo incontrati perché ognuno sia un dono per gli altri in fondo è soltanto l’amore che ci spinge a darci da fare. - È proprio così Marta, gli rispose Alberto e aggiunse: ma questo amore per sopraffare il male deve sporcarsi di sangue perché il nostro oppressore non conosce altri mezzi per prevalere su di noi e questo non riesco ancora ad accettarlo come conseguenza di una lotta per ciò di cui abbiamo diritto. Non ci lasceranno andare e come al soloto useranno le armi per costringerci, sembra che non abbiano altri mezzi, ne lede il loro orgoglio, dovremmo lottare ed essere al loro stesso livello, sia come intelligenza sia come preparazione culturale sia come determinazione, sia come nazione. Dovremmo essere spietati e come loro insensibili all’orrore, capaci di sganciare una bomba atomica sopra Hiroshima e compiacersi di questo, fare il tiro al bersaglio sulle donne e sui fanciulli come a Wounded Knee o Sand Creek senza chiedere scusa a nessuno e dare medaglie al merito agli artefici di tanta gloria. Io non voglio diventare così, io non diventerò come loro, ma difenderò da loro la mia terra nello stesso modo e con i stessi mezzi con cui verrà attaccata... Quando passai sotto l’arco di ferro che le colonne sostengono quando si varca l’entrata della tomba comune a Wounded Knee ed i miei occhi videro poi la fossa comune la confrontai con quella di Litle Big Horn, secondo i Wsichu a Big Horn siamo stati noi i cattivi! Ecco: è proprio in quel momento, davanti a quella tomba che il mio cuore Wasichu è morto ed i miei occhi si sono aperti, le mie orecchie schiuse e qualcuno ha piantato in quel petto vuoto un altro seme che ora è cresciuto e ha dato il suo frutto. Io sono un uomo di pace, ma difenderò i miei diritti fino alla morte perché non m’interessa vivere con un cuore d’acqua nel petto. Marta rimase molto toccata da quelle parole dal tono freddo e spietato della sua voce, non si aspettava questo, non un uomo pronto ad uccidere o che già lo aveva fatto, ora che conosceva l’uomo e che sapeva cosa aleggiava nel suo spirito ne era intimorita, allo stesso modo di come i primi coloni ne erano rimasti quando videro per la prima volta i selvaggi con le pitture di guerra che li assaltavano, impietriti dal terrore, visione terribile per i loro occhi. Ne era intimorita eppure un senso d’ammirazione aleggiava nel suo cuore, quell’uomo si era donato ad un popolo e non era importante se gli appartenesse per sangue o diritto, importante infatti è la causa non l’uomo che la sposa, la visione, non chi l’ha avuta. Parlò a lungoal telefono con Carlos raccontando di quell’incontro, mentre Righeira passava il resto della serata con i suoi compagni, rideva scherzava, era contento di stare con loro e lo si percepiva, erano amici fraterni che stavano puntando un obbiettivo comune con la consapevolezza di poterlo raggiungere e tutti loro sapevano che soltanto il fatto di poterlo pensare era già di per se un traguardo raggiunto e poi ognuno avrebbe segnato la propria strada. Marta vedeva con i suoi occhi quale rispetto Righeira avesse conquistato in seno al gruppo, ne era indiscutibilmente il Leader e non soltanto per il fatto d’essere il più famoso e il migliore, ma per ciò che davanti ai loro occhi aveva compiuto, le parole erano diventate realtà, si erano tramutate in consapevolezza e lo scetticismo che aleggiava intorno ad esse era stato seppellito, ora sapevano e non avevano più bisogno di credere. Quella mattina il tenente George Florens si presentò di buon ora presso il laboratorio d’analisi dove aveva consegnato i reperti da cui determinare se insime a Naso Schiacciato ci fosse un altro uomo ed estrarne il dna per poter dar conferma ai suoi sospetti. Da cinque giorni stava sulle spine e non appena lo chiamarono per comunicargli che i risultati erano pronti si precipitò e tale conferma era evidente dai certificati che l’analista gli consegnò. Ora sapeva che Naso Schiacciato non era solo durante il rito, ma anche un altro personaggio gli aveva fatto compagnia e la sua identità soltanto Naso Schiacciato l’avrebbe potuta svelare; era dunque maturo il tempo che interrogasse personalmente quell’indigeno e scoprire soprattutto il perché non ne avesse fatto menzione ed anzi si era ostinato a dire che fosse da solo mentre i fatti dicevano altro. Dunque nascondeva qualcosa e perché nascondere se non c’è motivo di farlo? Stava per uscire quando l’analista lo richiamò: - Aspetti! Credo ci sia dell’altro che le possa interessare; ci sono pervenute molte richieste d’analisi per estrarre il dna da un sangue che risulta provenire da uno stesso uomo, ed è lo stesso di uno dei due campioni che mi ha fatto analizzare lei. George drizzò le orecchie come un cane lupo e si avvicinò al banco: - Prego continui pure, mi dica in modo specifico di cosa si tratta e chi le ha fatto eseguire queste analisi. - La cosa sarebbe passata inosservata se lei non fosse stato il primo a farmi analizzare quel sangue, ed il fatto che immediatamente dopo una serie di numerose richieste al di fuori del consueto mi è stata sottoposta per lo stesso motivo, ha messo una pulce nel mio orecchio. Quando ho avuto il risultato delle analisi l’ho confrontato con quello estratto dai suoi campioni ed ho visto che risultava provenire dallo stesso uomo maschio. Ma la cosa non finisce qui: mi è stato fatto comparare quel dna con una serie d’altrettanti dna diversi con la richiesta di confrontarli e determinare se vi fosse un ceppo in comune. - Un momento, non riesco piu a seguirla, parli in modo più comprensibile. - Dunque: il dna estratto dal sangue di un uomo stabilisce senza dubbio alcuno la sua parentela ad un ceppo di provenienza indigena, sia africana che europea o asiatica o americana, quel sangue è fuori ombra di dubbio di origine pellerossa, questo mi è stato chiesto di documentare e questo è il risultato delle mie analisi. Uno dei due campioni che lei mia ha sottoposto appartiene allo stesso individuo. Tiri lei le somme, una cosa è certa; in molti vogliono sapere se quest’uomo ha origini Pellerossa! Io dico si! Sioux, per l’esattezza Oglala. George rimase senza parole, dunque c’era qualcos'altro sotto e l’indagine assumeva contorni piu ampi e piu oscuri. Dall’oscurità emergeva un personaggio che destava molto interesse intorno ad esso e nella comunità; ora diventava necessario sottoporre Naso Schiacciato ad un terzo grado ferreo, doveva fargli sputare tutto quello che nascondeva e doveva essere esauriente. Raggiunse il suo ufficio e si chiuse dentro dando disposizioni per non essere disturbato in modo alcuno, prese il dossier che riguardava l’omicidio poi quello riguardo all’università ed altri che riguardavano personaggi che in un modo o nell’altro creavano distrubo nella riserva aprì infine il dossier marcato con il nome M.D.I. e cominciò a studiare cercando di unire tutti i tasselli di quel mosaico che nella sua mente si era formato. Cercava un assaino e si trovava di fronte a qualcosa di diverso, il movente restava labile per il momento indecifrabile ma nella sua mente aveva preso forma un motivo portante, anche se fosse riuscito a portare allo scoperto l'artefice mtereiale del delitto restava ombroso il mandante perché questo era il frutto che il suo indagare produceva: dietro al killer vi era una pesante presenza. Dai federali non stava ricevendo nessun aiuto, avevano ignorato perfino la sua richiesta di avere il risultato dell’autopsia ed il rapporto della scentifica, gli era stato solo ordinato di scovare l’assassino nella riserva, cosa poi avesse indotto i federali a tale conclusione non gli era dato saperlo, trovare un ago tra un milione di aghi sapendo solo che è un ago, - Altrimenti in quella riserva ti ci seppellisco! Queste erano state le ultime parole di Barton capo della divisione dell’F.B.I. per la questione indigena. Ma in realtà stava facendo più lui da solo che non l’intero dipartimento con tutte le forze disponibili, non avevano capito che razza di situazione stava lievitando dietro a quel delitto mirato e da li doveva ripartire. Naso Schiacciato stava recuperando forze, la prognosi era stata sciolta anche se il suo aspetto non era dei migliori era fuori pericolo, giaceva da giorni in quel letto d’ospedale e ancora non accennava ad alzarsi, ma il suo sguardo era limpido e la sua voce non piu rotta dalla debbolezza. George Flores lo incalzava con domande pungenti e decise portandolo spesso in contraddizione ma ancora non riusciva a fargli dire ciò che lo interessava, allora aveva cambiando tattica, portando le domande ora sull’M.D.I. ora sull’università, sulle tribù rivali e sui riti sacri, cercando di tendere un tranello nel quale Naso Schiacciato lentamente stava cadendo, in un modo o in un altro la sua bocca pronunciava nomi, luoghi, date. - Ora ascoltami bene, io so che insieme a te c’era un altro uomo, del quale possego il DNA, ora: se sarò io a scoprirne l’identità per te saranno guai seri, se invece sei tu a fornirmi la sua identità facendomi risparmiare un sacco di tempo sei libero di andartene, io non voglio te ma lui. Gli occhi di Naso Schiacciato fissavano i suoi e vi leggeva l’ultimo tentativo di mentire, al che George giocò l’ultima carta; Non sei sicuro che quell’uomo sia un pellerossa e neppure gli altri ne sono sicuri per questo sono andati a far analizzare il suo sangue, ora capisci che non mi sarà molto difficile scoprire l’identità di chi stiamo parlando!. La mia proposta stà per scadere se esco da questa stanza senza sapere il suo nome tu andrai in una prigione federale per violazione delle leggi federeali in vigore in questa riserva. - Conosco soltanto il nome con cui lo chiamano quelli della sua tribù, Colui che Cerca e non è a me che dovete chiedere, ma agli Oglala. - Da dove viene questo tipo e perché si è misurato con te. - Diceva che non avevo il fegato di farlo e così ci siamo misurati. - Ma tu sei finito all’ospedale in fin di vita mentre di lui non c’è traccia è dunque morto? O ti ha superato? Umiliandoti davanti alla tua tribù e non siete neppure sicuri che sia un pellerossa. Disse l’ultima frase con un senso di scherno il che ebbe l’effetto sperato su Naso Schiacciato ma tentò un ultimo disperato salvataggio - Ho perso conoscenza, non so che fine abbia fatto. - Una sfida tribale ha bisogno di spettatori altrimenti ecquis prodes?, a chi giova?. Voglio sapere i nomi dei suoi visto che dei tuoi so tutto. - Little Finger, Tocca il Cielo, Joseph, loro tre erano con lui, - Bene ora un ultima cosa e sei libero di andartene, chi era lo sciamano?. - Non c’era nessuno sciamano. Lo disse con un fremito di paura nella voce - Non prendermi per in giro o finisce male, c’è sempre uno sciamano nei riti sacri, chi era; Orso in Piedi? Lo sciamano Oglala o Piede Nero dei Croow. - Non c’era nessuno sciamano. Cercò d’essere convincente ma la sua voce vacillava comunque. - E chi era allora che garantiva per lui, visto che non sapevate se fosse o meno un pellerossa, se non uno sciamano e visto che doveva garantire per lui; doveva essere per forza un Oglala e non conosco altri se non Orso in Piedi! Ora sai cosa succede se vado a cercare personalmente quello sciamano per colpa tua; succede che metto il dito in un vespaio e quando verranno da me a chiedere chi, dirò che sei stato tu a costringermi ad andare a cercarlo. Questo significava che di Naso Schiacciato se ne sarebbero perse le tracce e soltanto lui sapeva dopo quali sofferenze ciò sarebbe accaduto, sapeva anche che il suo cuore sarebbe stato strappato dal suo petto e messo in una buca affinché non ne uscisse più. Oppure ostinarsi a negare e finire in una prigione federale Wasichu dove un pellerossa è visto alla stessa stregua di un negro ebbreo in un campo di concentramento nazzista. George lo aveva messo nel sacco, non aveva scelta doveva dire quel nome e sperare che gli altri capissero il motivo. - C’era Orso in Piedi. Disse quel nome in un alito di voce e subito chiuse gli occhi alla vergogna perché sapeva che da quel momento in avanti era nelle mani del Tenente. L’espressione del Tenente era di grande soddisfazione, ora conosceva un nome, Colui che Cerca, sapeva anche chi lo proteggeva Ted Tocca il Cielo e gli altri due e poi la presenza del più alto in carica Orso in Piedi era la conferma che l’uomo era stato individuato e doveva essere importante. Ora doveva soltanto dargli un aspetto e poi sottoporlo ad un interrogatorio, farlo confessare e finalmente lasciare quella maledetta riserva per sempre. Rose e Raul finalmente fecero ritorno al campo e il loro ingresso suscitò imediatamente un nuovo eccitato interesse erano tutti intorno a loro, Ted, Alfonso, Lubna, Alberto, gli amici poi Raul fece un prolungato acuto fischio e dalla tenda uscì sparato come un proiettile piccolo falco che scartò l’intero gruppo e si gettò tra le braccia tese del suo fratello maggiore e non se ne staccò piu. Tornò dunque il tempo delle parole, dei racconti, dei propositi, prima Rose, poi Raul, Ted, Alfonso ed infine Lubna e quando disse che lei e Falchetto sarebbero rimasti nella riserva insieme a loro; un grido di gioia uscì dalle labbra di Rose unito ad un immenso abbaraccio e un sorriso di felicità senza parole dalla bocca di Raul che continuava a stringersi al petto il suo piccolo fratello, poi: - È tutto fatto, disse Rose in un luminoso sorriso e i suoi occhi guardarono quelli di Raul che colmi di felicità si rivolsero a quelli della sua famiglia, - Ci siamo sposati! Nessuno rimase sorpreso ma una grande felicità scaldò il cuore di tutti, abbracci e baci e pacche sulle spalle e brindisi e immediatamente si organizzò una grande festa per la sera. C’era da fare ancora un ultima cosa, costruire la loro tenda, ricevere la benedizione dello sciamano ed entrare nel loro Teepy. Lubna andò in giro per il campo a chiamare le donne e insieme cominciarono a costruire e a raccogliere i doni di nozze, mentre tutto si stava organizzando, Rose e Raul fecero il loro rapporto e Loco Vendaval aspettava altre buone notizie: - La fatica è stata immensa ma il risultato è straordinario, esordì Rose, - Non sono riuscito a contarle l'interruppe Raul, erano migliaia le persone che volevano firmare un fiume in piena. I due s'accavallavano nel raccontare quello che era successo, - Non appena abbiamo potuto ci siamo mossi e montato il primo stand per raccogliere le firme, la voce si è sparsa dappertutto e abbiamo avuto bisogno di molti altri per soddisfare le richieste della gente che s’accalcava, è arrivata perfino la polizia per contenerli altrimenti ci avrebbero sopraffatto e dovunque siamo andati la scena si è ripetuta, - Tutte le tribù la vogliono, Tutte! - Sono migliaia le schede con le firme, migliaia ti dico e questa volta dovranno cedere o la popolazione gli si rivolterà contro, - Ci siamo, disse Rose, ci siamo! Questa volta il permesso è innegabile, non appena consegneremo le firme andremo sotto il palazzo con tutta la popolazione e saranno costretti a prenderne atto e fare quello che noi vogliamo sia fatto! - Sono più di un mione, Piu Di Un Milone l’incalzò Raul, non hanno scampo o ci danno il permesso o la costruiamo anche senza. Loco Vendaval unì i pugni sul petto e alzò il mento al cielo; Le altre tribù avevano avuto la loro risposta e la nazione aveva compiuto il primo passo! prese tra le sue mani la faccia a luna piena di Rose e dopo averla fissata negli occhi la bacciò sulle labbra con uno schiocco, Ti Amo Rose Ti Amo, poi prese Raul e se lo strinse al petto con tutte le forze, - Fratello tu sei mio Fratello! Raul se lo strinse con forza ancora maggiore e pianse, quel ragazzo stravedeva per lui, guadagnandosi stima tra chi lo stava conoscendo ed ora aveva sposato la tribù Oglala. Loco Vendaval chiamò Ted e gli altri, era tempo di agire: - Il seme ha germogliato ora dobbiamo proteggere l’albero a finché cresca e fiorisca per dare poi al popolo i suoi frutti, lascia sciolti i cani intorno all’albero e che si confondano con il popolo proteggendolo dall’interno in modo che siano invisibili ai Wasichu. Tra pochi giorni andrò via e comincerò una nuova battaglia, dovrò lavorare in profondità e ci vorrà tempo mente e cuore. Tutti hanno toccato la penna e questo indica che hanno avuto le loro risposte e il nostro Movimento D'appartenza Indigena è stato fondato. Il nostro lavoro comincia adesso, prepara i cuccioli affinché siano pronti a partire. Trova il posto tranquillo dove i sette lupi possano discutere e organizzate i campi la guerra è cominciata. Tenente dovrebbe firmare questo permesso, - Di cosa si tratta? La signora Lubna Righeira si trattiene nella riserva indiana con suo figlio mentre il marito torna in Spagna, per il motivo che il fratello Raul Helghera si è appena sposato con la nativa Rose Look Long. - Mentre il Tenente Royer firmava il permesso; i suoi occhi si soffermarono sul nome della sposa, quel nome compariva tra quelli dell’M.D.I. con il nome pellerossa di Vede Lontano. Attivista, maestra elementare, laurea in economia e commercio, una ulteriore in legge, Avvocato. Quando il poliziotto uscì lui si affacciò alla porta dell’ufficio, voleva vederla in faccia e la vide, si scambiarono un cenno di saluto poi gli occhi di George incontrarono altri occhi quelli di Alberto Righeira e l’intensità di quello sguardo l’indusse ad avvicinarsi al gruppo, fece alcune blande domande ai sposi e gli porse i propri auguri, salutò Lubna augurandogli una buona permanenza e poi guardò il volto di Righeira, - Mi pare di averla già vista ma non ricordo dove, - Se segue il calcio in tv, mi ha visto lì! Sono Alberto Righeira l’esterno sinistro della nazionale di calcio Spagnola. - Ecco dove! Mi è capitato d’intravedere qualche partita ma io sono appassionato di football non di soccer, ma si dice in giro che lei è un grande campione. - Effettivamente me la cavo meglio di altri, ma se non fosse che dobbiamo ricominciare la preparazione sarei rimasto volentieri anch’io, invece ora devo firmare e tornare a fare l'atleta. - Questa è la vita di voi atleti, ma ora che l’ho conoscita di persona credo che seguirò con un po più interesse le sue gare, - Può farlo iscrivendosi qui al nostro Club, - Avete un club di tifosi qui nella riserva? - Certo! Altrimenti i due ragazzi come potevano incontrarsi? Sono venuto qui, anche per fargli visita e dargli l’ufficialità oltre che fare i turisti naturalmente. - L’indian Campos reserve! Lo conosco, ma non avevo legato lei a loro, penso che d’ora in poi gli farò visita. Allora in bocca al lupo. - Crepi!. Si strinsero la mano e George ritornò nel suo ufficio. Questa storia era un tarlo che lo perseguitava e non gli permetteva di concentrarsi su altro, riorganizzava le idee continuamente, l’università era il centro del disegno, questo lo aveva intuito e tutto il resto ruotava intorno ad essa perfino quel personaggio importante i cui mezzi di trasporto erano parcheggiati in un piazzale fuori città era legato ad essa, ed ora la signorina Rose si era sposata con uno spagnolo che proveniva dalla stessa terra ora c’era anche il Campos F.C. anch’esso della stessa terra, che cos’è che li unisce e perché?. Sarà il caso che cerchi informazioni su tutta questa gente che si stà interessando a questa storia; Mister Hangarfood in primo luogo, Rose e il Campos. Quell’uomo è potentissimo non appena si fa il suo nome diventano tutti cuccioli, Rose è un attivista e non è la prima volta che procura guai, il Campos cos’è in questa storia? Cosa c’entra una squadra di calcio spagnola in questa riserva? E se fosse proprio questo l’anello di congiunzione tra di loro, non riesco a capire però in che modo possano essere legati ed utili l’uno all’altro, per Hangarfood potrebbe essere il lasciapassare con il quale procacciarsi affari e mi pare che già abbia messo in moto tale opportunità, ma per Rose? Magari il legarsi in affari con tale personaggio può dargli una opportunità d’inserirsi nell’aministrazione diretta della riserva portandosi dietro l’M.D.I. potrebbe essere... potrebbe proprio essere!. Loco Vendaval, Rose e Orso in Piedi si allontanarono dal campo, era imminente il momento in cui Loco Vendaval sarebbe dovuto partire e c’era ancora molto da focalizzare decidere e organizzare, non ultima la questione denaro, dovevano farcela da soli, era indispensabile che ci riuscissero senza dover chiedere sovvenzioni allo stato e questo era il compito di Righeira, trovare fondi, Rose doveva gestirli e Orso in Piedi dare saggezza forza e coraggio, molto avevano da discutere e quando lo ebbero fatto e deciso i passi da compiere Orso guardò negli occhi di Loco Vendaval, - Io non capisco che cos’è che ancora ti trattiene, usa il tuo potere, è un dono che tu hai ricevuto dagli spiriti e il non usarlo significa che non sei degno d’averlo, ma io penso il contrario e mi domando perché ancora non lo usi, questo è ciò che io non capisco. - Perché prima di questo ho dovuto leggere il mio cuore e capire imparare e crescere, constatare che ciò che mi è stato donato sia utile al popolo ed imparare ad usarlo in suo favore, perché se fosse solo un dono per me sarebbe così grande da non poterlo usare. Ora ho visto quello che il popolo vuole, ho ascoltato i sogni dei bambini, le speranze dei giovani l’incertezza degli adolescenti, le paure dei ragazzi il nulla in cui credono gli uomini e l’amarezza nelle parole dei vecchi. Ora conosco quello che il popolo vuole e voglio sapere che io sia in grado di non tradirlo. Il dono che mi è stato concesso, il potere che mi è stato donato lo devo donare a mia volta affinché non vada perduto, per poter far questo il popolo deve volere altrimenti un uomo solo cosa può fare se non restare da solo, un pò come è successo a te padre. - Grande verità nelle tue parole ma ora datti da fare perché il tempo è giunto ed i miei occhi vorrebbero guardare la nazione che rinasce. - Si ora è tempo che i tuoi occhi vedano il frutto della tua resistenza e della tua vittoria è tempo di tornare a vivere. Grande amarezza negli occhi e sorrisi strozzati, abbracci colmi di rammarico, si torna a Campos lasciando il cuore a Wounded Kenne. Vedere la figura di Lubna diventare sempre più piccola fino a prendere i contorni offuscati di un amore da cui ci si distacca ed infine non poterla più vedere, è stato come lasciare il cuore in un punto e allontanarsi da esso fino a non poterlo piu sentire, lasciando insieme a lei ciò che mi scaldava ed un senso di freddo subentrare nel petto.
18:33 Scritto da: roy-40 in romanzi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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22/10/2011
L'Artiglio del Falco Cap.10
Cap: 10
Piccolo Falco stà crescendo bene, forte, robusto, sarà in grado d’affrontare la sua strada. Orso in Piedi parlava sottovoce mentre i suoi occhi scrutavano con attenzione il sonno di Piccolo Falco. - Spero che sia un uomo buono e giusto! che ascolti e comprenda le mie parole. - Questo dipenderà da te Alberto, da come gl’insegnerai a rapportarsi con il mondo, avrai una grande responsabilità, commetterai degli errori, ma non temere le tue basi sono solide e ti comporti in modo giusto e saggio e c'è anche la tribù che ti aiuterà nell’educarlo. Poi spostò lo sguardo sul fuoco, colui che rapisce i nostri occhi e che fa fiorire i pensieri. - Dove troveremo gl’insegnanti per istruire i nostri figli? mi chiese a voce bassa, - Quando avremo costruito la loro scuola e compiuto il nostro, dove troveremo chi li guiderà nel cammino?. - Il Grande Spirito non abbandona mai i suoi figli, gli dissi, - Quando il tempo sarà compiuto gl’insegnanti arriveranno, ed istruiranno il popolo, lo insegneranno, lo guideranno, lo faranno crescere e lo renderanno forte, noi abbiamo il compito di costruire le basi; arriveranno altre persone che avranno altri compiti, non di costruire, ma d’insegnare. Noi, noi diamo il meglio impegnandoci a fondo nel nostro, questo è quello che dobbiamo fare e farlo bene. Credo che altri avranno un compito anche più arduo del nostro, tramandare e accrescere la conoscenza, spiegare e forgiare la nostra cultura. - Allora dobbiamo ritenerci fortunati, in confronto il nostro compito è molto semplice, mi rispose quasi con sarcasmo, ma io sapevo dove voleva andare a parare, un giorno mi disse che se tutti ci mettessimo in una stanza e ognuno di noi tirasse fuore i propri problemi per darli a qualcunaltro saremo molto felici di tornare a casa tenendoci i nostri. Distaccarmi da Orso per tornare alle quotidianità della mia realtà, era sempre difficile. Ero un uomo felice, capace d’ascoltare e vivere questa felicità, ciò che avevo era importante e ci tenevo tantissimo. Orso mi aveva fatto aprire una porta ed ero riuscito ad attraversarla, i suoi insegnamenti, la sua guida, avevano permesso al mio spirito d’emergere, ero cosciente d’essere soltanto un uomo, nulla di più ma neppure nulla di meno e questo mi dava forza, mi consentiva di vivere nell’essenzialità, poi la gloria, gli applausi, le osanna, le gratificazioni, facevano parte delle mia vita, ero un campione, un fuoriclasse, ma erano comunque temporali come l’esistenza stessa, io ero nato tra il segno dell'aquila che vede lontano e il segno del topo che tocca le cose e la coscienza dell'impermanenza mi stimolava ad accrescere la conoscenza, l’esperienza, la compassione e la duttilità mentale, stimolandomi nella ricerca di cose vere, utili, essenziali, il resto: la ricchezza, i comfort, la presunzione umana, avevano perso interesse dentro me, ero soltanto preoccupato di non riuscire ad usare il potere che mi era stato donato ed avevo ancora bisogno di Orso per comprendere appieno il mio potere, per far sì che la mia vita non passasse senza che ne facessi buon uso, distaccarmi da lui era come rimandare. Lubna finalmente era mamma, dico finalmente perché era esplosa nella sua totalità, era questo che mancava a lei era maturata in tutto ed ora era splendida, i suoi occhi brillavano di felicità e mi bucavano il cuore, era completa era una donna e io ne ero innamorato pazzo, dolcissima madre amica donna e sposa mia. - Ancora tutto è da fare Ted. Non è questo il momento di esporci. Mandiamo i cuccioli all'allevamento e aspettimo che tornino cani. - Non riesco a tenerli fermi, sono impazienti di mordere. - E tu prendili a calci in culo Ted. Sei tu il capo branco, colpiscine uno e ne istriusci cento. - Quando ti fai rivedere!. - Alla fine della prossima stagione Ted. Ora è tempo di costrire, io ho il mio e tu hai il tuo, dobbiamo solo fare quello che sappiamo fare e farlo bene. - Su questo ci puoi fare affidamento come so che posso farlo con te Alberto. - Un Popolo, Una Nazione, Un Destino, gli risposi! e chiusi la telefonata. Ora dovevo devastare il mondo per riuscire a salire in cattedra e poter dire la mia a milioni di persone, esatto a milioni di persone, perché non ero un presidente di uno stato ne un politico, ero solo un calciatore ed ad un calciatore si presta orecchio, perché è un campione, perché ti smuove dentro ciò che ti rende Vivo. Ero stato eletto, il miglior giocatore europeo dell’anno, la cerimonia per consegnarmi il pallone d’oro, fu un vero massacro mentale ma al contempo l'occasine per cominciare a farmi ascoltare. Personalmente del premio non me ne fregava niente, ma era altresì importante per la notorietà, la popolarità che ne ricavavo e utilizzando la mia immagine, trovavo alleati disposti ad ascoltarmi e molte donazioni che versavo sul conto da cui Rose ed ora Raul, impegnato fino al midollo nella causa, attingevano per realizzare il progetto. La burocrazia tentava ancora d’ostacolare la costruzione dell’edificio, anche se ora l’avversario che occupava la scrivania era diverso dal precedente, la mentalità non era cambiata molto nei confronti di ciò che quell’edificio rappresentava. Rose lottava con tutte le sue armi per far valere i diritti di un popolo, i Cani avevano una sola arma ed erano pronti ad usarla, ma non era tempo, tutto doveva ancora nascere. Ora gli alleati che mi stavo facendo cominciavano a spalleggiare concretamente il progetto e stavano aprendo crepe in quel muro che l’ostacolava. La morte efferata di chi aveva occupato prima quella poltrona aveva sturato le orecchie a colui che ora s'interessava del problema indiano, così chiamavano il nostro progetto, Problema Indiano!, Ma il problema non siamo noi!. Quel carnaio sanguinolento di membra amputate aveva scatenato l’indignato ribrezzo dell’opinione pubblica, quel corpo martoriato mutilato raccapricciante visione della determinazione per il conseguimento non rivendicato dei diritti, aveva scatenando una caccia all’uomo che stava diventando per noi pericolosa. La polizia era impegnata oltremodo nella ricerca del colpevole, avevamo colpito duro e senza timore alcuno ma anche se per loro l’indirizzo era preciso, nessuno trovava un appiglio concreto che legasse il fatto alla riserva indiana. Non vi erano impronte ne tracce da seguire ed il movente, pur certo, era comunque troppo labile per inchiodare su di noi tale responsabilità. Trovalo tu uno capace di fare questo e farlo come un fantasma, senza lasciare una traccia un impronta ma solo una labile traccia che porta alla riserva indiana Sioux, proprio lì, dove i Cani erano sciolti all’erta e sul piede di guerra, io ero con loro. Non lasciai sfuggire l’occasione d’avere la stampa a disposizione, anche se come al solito, volevano sentire parole di calcio e sport ed io trattavo altri argomenti. Ma la platea mi apparteneva e ora, suo malgrado, doveva ascoltare. Spiegai le motivazioni e l’importanza che il progetto aveva, pregando il mondo sportivo a darmi una mano per realizzarlo, - Sapete bene che il mio sito Internet è a pagamento: ogni centesimo che raccolgo finisce nel progetto, perché per realizzarlo c’è bisogno di tanto denaro e tanti alleati che ci aiutino, questo è il mio impegno, raccogliere fondi e trovare persone che capiscano e apprezzino. Persone che si adoperino per far rispettare i diritti di un popolo e realizzare il progetto, ogni popolo ogni nazione ha il diritto dovere d’istruire i propri figli con la propria cultura. Supportatemi in questo. Premi, coppe, medaglie riconoscimenti, non mi servono o per lo meno non servono a me personalmente, io non ricerco la gloria personale, ma la gloria ti raggiunge lo stesso e questo serve a sostenete la mia causa, questo serve ad amplificare la mia voce! Avete gratificato me, l'atleta con questo premio, io vi ringrazio, perché consentirà all'uomo d’accrescere la popolarità e avrò più possibilità di far conoscere il mio progetto. Voi avete in mano il potere dell'informazione, anche se sportiva, ma lo sport cela un messaggio che si posa nei cuori di chi lo segue, parla di lealtà, dedizione, sacrificio impegno per raggiungere un traguardo. Allora voi amplificate questo messaggio, fate conoscere a tutti gli sportivi il perché del mio progetto, è un progetto per il popolo, per lo stesso popolo che s' assiepa sulle gradinate degli stadi è un progetto del popolo per il popolo! E allora questo pallone d’oro, con il quale oggi mi gratificate, avrà sì vero significato. Sig. Hangarfood, Il Sig. Rodes è arrivato, - Lo faccia passare! Rispose metallica la voce dall’interfono, Rodes e Marta furono accompagnati nello studio di Hangarfood. Lo sfarzo ed il lusso erano ostentati oltre modo, sembrava lo studio del governatore, pregiate tele sulle pareti, suppellettili d’oro e cristallo riempivano bacheche mensole e vetrine, il pavimento in marmo pregiato, era semicoperto da tappeti di grande fattura, l’immensa scrivania in legno intarsiato occupava la parete con la porta finestra che s’affacciava sul parco, le poltrone in pelle di fronte ad essa erano così grandi che non si riusciva ad appoggiare contemporaneamente entrambi i gomiti sui braccioli. La poltrona di Hangarfood troneggiava e dava le spalle alla portafinestra, le tende candide facevano filtrare la luce diffondendola nell’ambiente, un salottino in raso blu con due poltroncine ed un tavolinetto in marmo erano disposti nell’angolo nord dello studio, di fronte ad una cristalliera dove facevano bella mostra di se calici e bottiglie di cristallo di Burano dalle fattezze finissime, porcellane e avori. Marta e Rodes rimasero intimiditi dallo sfarzo e dall’ampiezza dello studio, mentre Hangarfood, l’invitava ad accomodarsi nelle poltrone di fronte alla scrivania restando seduto, ostentando un espressione di potere e dominio. Le poltrone erano comode ma leggermente basse, appositamente studiate e realizzate per far in modo che l’ospite fosse seduto leggermente più in basso dell’interlocutore mettendolo in posizione di sudditanza psicologica. Si trovavano di fronte ad un uomo d’affari, non molto alto dalla corporatura robusta avvolto in doppio petto blu gessato, la faccia snella dai lineamenti decisi marcata da due rughe profonde ai lati della bocca dalle labbra sottili ed avide, gli occhi scuri erano ravvicinati tra loro infossati leggermente in due orbite di color marrone scuro ed erano magnetici. L’ampia fronte solcata da alcune rughe mostrava fuor di dubbio l’intelligenza e l’acume della mente, i capelli neri corvino erano tirati indietro dalla brillantina. La luce che brillava nei suoi occhi era il segno della prontezza, aveva ereditato e senza scrupolo alcuno, ampliato un impero di trasporti su terra aria ed acqua, non c’era posto nel globo dove lui non fosse presente con la sua rete fittissima di trasporti di ogni genere di merce. Si era, per questo, scontrato e alleato con le persone più disparate, con le menti più diaboliche e con uomini senza scrupoli, con i potenti di ogni continente, con politici, ambasciatori, militari, rivoluzionari, mafiosi, con il clero, con il terrorista ed il poliziotto, in qualsiasi ambiente aveva il suo aggancio, il suo uomo. Quando parlò, la sua voce contrastò decisamente con il suo aspetto, profonda baritonale calma decisa, improvvisamente il senso di timidezza di Rodes e Marta scomparvero, erano di fronte al boa e con i suoi occhi con le sue movenze lente e calme metteva a suo agio la preda mentre le sue spire gli s'attorcigliavano intorno in un ignaro morbido abbraccio di morte. Parlarono a lungo e non solo del Campos, Rodes si serviva spesso della rete di trasporti di Hangarfood era l’unico in grado di garantire e consegnare merci in ogni angolo del mondo, altrettanto faceva Hangarfood quando aveva bisogno della merce di Rodes. Si conoscevano fin da ragazzi anche se avevano avuto poco a che spartire, le loro famiglie invece avevano legami profondi, soprattutto i nonni erano legati da un amicizia profonda, erano stati loro gli artefici dello sviluppo delle terre di Campos, l'uno Rodes capì immediatamente il potenziale produttivo di quella terra, che i contadini non erano in grado di sfruttare appieno, fece debiti per portare le attrezzature necessarie e dare a quel popolo la possibilità vera di cogliere il frutto immenso di quella terra fantastica. Hangarfood fece debiti per portare mezzi capaci di trasportare nelle lontane città della penisola quel frutto e farlo conoscere, fù il successo, inarrestabile ed ancor oggi i Rodes e gli Hangarfood ne venivano ripagati. Poi Hangarfood scelse la strada del commercio intercontinentale e ragione ebbe, mentre Rodes si sentì appagato di ciò che quella terra gli regalava e gli piaceva stare a contatto con quella gente, parlare ridere scambiare opinioni giocare a carte nella locanda la sera, scelse qualcosa di deverso. Quella gente calorosa e amica che si spaccava la schiena sotto il sole e la domenica, oltre alla messa e il cinema, nulla altro aveva con cui distrarsi se non far figli. I suoi piedi lo portarono fino all’orlo della fossa, un buco largo e profondo che somigliava molto al cratere di un vulcano spento, ma i vecchi raccontavano storie strane, di luci nel cielo, di scie luminose infuocate che cadevano in terra ed una più grande che fece tremare la terra, il giorno dopo un grande cratere era apparso nella spianata dietro il monte. Rodes aveva assistito in Inghilterra ai primi vagiti delle squadre che giocavano al Football, ecco come si potevano passare in allegria i sabato pomeriggio e fare buoni scambi. Allora chiamò i contadini prese le attrezzature e fece spianare il fondo della fossa, stesero la grassa fertile terra seminarono l’erba scintillante e incisero gradinate concentriche sui lati della fossa, chiamò d’oltre manica chi poteva insegnare e dopo due anni, nella locanda del paese, il 17 gennaio del 1885, fondò il Campos Football Club, l’unico Club di Football in Spagna, il primo!. Fù in uno scambio d’affari che Hanga tese la trappola e Carlos vi cadde in un momento di sofferenza economica e mentale che coincideva con la visita degli emissari del dio denaro a Campos. Ora voleva recuperare il contratto e stava giocando le sue carte spalleggiato da Marta, era uno scambio di colpi di fioretto, abilmente affondati da ambo le parti con maestria e padronanza, quando l’uno credeva d’essere in vantaggio, l'altro immediato lo recuperava. Si studiavano cercando di capirne in anticipo le mosse e le intenzioni. Marta capì che se per Carlos, l’interesse era vero autentico, per Hangarfood si trattava di un gioco, di uno sfizio che voleva togliersi, ma non riusciva a capirne il motivo. Lui era abituato a togliere agli altri quello che amavano compiacendosene, trovandone soddisfazione quasi si trattasse d’una vendetta e raramente mollava la presa se intuiva il valore che la merce aveva per l’altro, anzi se per caso avesse intuito questo, la sua stretta sarebbe stata letale. La merce ha un valore di mercato, ma alcune merci hanno un valore affettivo e su questo punto il prezzo lo fa chi è in grado di possederla. La merce che voleva Rodes, era quasi nelle mani di Hangarfood e questo bene non era. - Una cosa non riesco a capire Carlos, perché vuoi privarti della società, in fondo ti sta dando parecchie soddisfazioni e per mezzo di questa squadra, il Tuo none comincia a diventare famoso, trascinandosi al contempo quello di Campos e di conseguenza il mio. In molti mi chiedono di te e di Righeira, perché dunque vuoi liberartene? - Hanga, sono i costi che stanno diventando proibitivi, Marta ha con se una documentazione esauriente di costi e ricavi della società di calcio ma le proiezioni per la prossima stagione francamente stanno divenendo insostenibili, adesso le cifre stanno lievitando oltre ogni mia possibilità. Con prontezza Marta mise sotto gli occhi di Hangarfood una relazione dettagliatissima di costi e di ricavi, sorprendendola, la mano di Hangarfood respinse quel plico. - Non abbia fretta signorina, i soldi sono l’ultima cosa di cui mi occupo. Quegli occhi avidi scrutavano senza parlare i due interlocutori, Rodes, non ebbe la freddezza d’aspettare e commise l’errore che Hangarfood aspettava. - Se vendo adesso posso ricavare il massimo dei profitti, mi arrivano giornalmente richieste allettanti per ogni componente del parco calciatori, stò valutando le migliori offerte per poi decidere, liberandomi al contempo di una situazione che stà occupando tutte le mie energie. - Allora non ci sono Problemi, vendi e ridammi i soldi, ma sai una cosa Carlos?; non sempre vendere al miglior offerente è segno di miglior ricavo, potrei invece vendere a chi offre di meno e con questo tenerlo legato a me in modo che non possa rifiutarmi altri affari. In questo modo si tesse una trama dove ognuno dei coinvolti riceve favori che in seguito non può non ricambiare, ampliando in questo modo profitti che prima erano circoscritti al saldo e non vi era alcun'altra crescita. Mentre Carlos accusa il colpo, Marta guardò con ammirazione quell’uomo, leggendo in lui straordinarie possibilità. Hangarfood era preso dai suoi pensieri, Sapeva di poter sottomettere Carlos ma non era sicuro di poterlo fare con la donna che mostrava attenzione alle sue parole e comprendeva la dottrina che vi si nascondeva. Lui era un lupo dal pelo grigio e percepiva il valore dell'avversario. Si alzò e dando loro le spalle si pose di fronte alla portafinestra affacciata sul parco, le mani incrociate dietro la schiena e lo sguardo si posava lontano, rimase in silenzio per parecchi minuti, assorto nei suoi pensieri. Marta intuiva che quando si sarebbe voltato nuovamente verso di loro, la decisione sarebbe stata irrevocabile poi qualcosa turbò improvvisamente quella figura ferma di fronte alla finestra in piena luce. Parve che le spalle s'incurvassero e la testa si chinasse, anche la fredda spietatezza s’incrinò in quell’attimo, ma passò e immediato fu il cambio di tono della voce e l’espressione dei suoi occhi. Marta intuì che era rabbia e risentimento quello che invadeva il cuore di Hangarfood. Immediato e senza più disponibilità fu l’ultimatum, Non c’è nulla da discutere ulteriormente. Non sono certo le cifre a spaventarmi, posseggo infinite risorse per poter risanare qualunque bilancio in un battito di ciglia e sono in grado d’offrire il doppio, il triplo, di qualsiasi offerta venga proposta ai calciatori. Alla scadenza o mi viene reso il prestito come stipulato o il Campos diventa una mia proprietà. Tu vuoi vendere! Ma non riceverai nulla prima delle date indicate, sei comunque libero di rispettare l’accordo, ovvero di saldare il prestito. Ora scusatemi ma i miei impegni mi pressano. Pigiò un pulsante sull'interfono, le porte dello studio si aprirono e la segretaria s’affrettò ad accompagnarli alla porta, Hangarfood era nuovamente chino sui documenti che affollavano la grande scrivania di legno intarsiato. Carlos si sedette al posto di guida della Mercedes nera, serio teso e deluso come Marta, nessuno dei due aveva voglia di parlare, la sconfitta era totale. Centonovanta milioni di Euro alla scadenza, oppure il Campos F.C. 1885 non sarebbe più stato dei Rodes. Percorsero lentamente la stradina in ghiaia che costeggiava il parco, allargato a dismisura tutto intorno alla villa di Hangarfood, s'avviavano lentamente verso il cancello, le ruote facevano scricchiolare leggermente la ghiaia, l'attenzione di Marta fu catturata dalla figura lontana di un infermiera che spingeva lentamente sopra l’erba rasa del prato una sedia a ruote, l’esile figura seduta, appariva quasi ricurva su se stessa. La testa sembrava ciondolare senza che il corpo avesse la forza per tenerla ferma o sorretta, ne percepì la sofferenza. Lontano tra gli alberi la villa di Hangarfood s’allontanava, la grande porta finestra dello studio era chiusa ma sembrava che qualcuno dietro i vetri ne avesse scostato la tenda e guardasse in direzione del parco, gli alberi nascosero tutto ed il cancello si aprì davanti al muso della Mercedes. - No Carlos, non sono per nulla d’accordo, questa tournée, interromperebbe la preparazione nel momento cruciale, la squadra ha bisogno d’allenarsi non di giocare. Già lo scorso anno abbiamo faticato moltissimo ad arrivare alla fine in condizioni decenti, quest’anno gl’impegni sono ad altissimo livello e richiedono una preparazione adeguata, visto che anche la Nazionale ci chiederà un impegno extra e dovremmo viaggiare in largo ed in lungo per l’Europa e non solo. La Coppa Campioni ci richiederà il massimo sforzo e non possiamo più contare sul fattore sorpresa, ora ci conoscono e ci aspetteranno preparati. - Mc.Claude!, Ci offrono una montagna di soldi per partecipare!, - Me ne rendo conto Carlos: ma resto dell’idea che la squadra per primeggiare ha il dovere ed il bisogno d’allenarsi al meglio e non di partecipare a serate mondane! - Mc.Claude ha ragione Carlos! Siamo come una bella donna, dunque è meglio farsi desiderare che concedersi, aumenteranno i corteggiatori e di conseguenza le opportunità. - D’accordo Marta, visto che siete due contro uno, facciamo come volete voi, facciamoci desiderare, cerchiamo almeno di non crearci l’etichetta da snob. Mc.Claude uscì lasciando Carlos e Marta da soli nell’ufficio. - Quei soldi ci servono Marta, cosa ti è saltato in testa di spalleggiare Claude?. Il timbro della voce era di risentimento e gli occhi mostravano stupore. - Non sono certo quelli che possono aiutarci in questo momento, una goccia in più o in meno non cambiano di molto la situazione Carlos. - Ma in questo modo restiamo impiccati, i diritti televisivi per questa stagione e per la prossima li abbiamo già messi sul piatto ed anche con quelli dello sponsor non arriviamo ad un quarto di quello che ci serve, anche ipotecando tutto quello che posseggo riuscirei solo ad arrivarci vicino ma poi gl’interessi delle banche m'ucciderebbero comunque. Marta gli si accostò e lo guardò negli occhi, ti ricordi le parole di Righeira quando entrò la prima volta in questo studio? Le difficoltà fanno parte della vita. Siamo in due, lottiamo insieme contro queste difficoltà Carlos, la partita ancora non è finita allora serriamo i ranghi e restiamo compatti fino alla fine. Venimmo sottoposti ad un allenamento minuzioso, capillare, pesantissimo, condito da trenta giorni di ritiro assoluto sulle alture pirenaiche, lontani da tutto e da tutti. Quando tornammo a Campos Marta si era mossa con assoluta maestria, organizzando degli incontri ad altissimo livello. La preparazione era stata completata, la rifinitura potevamo effettuarla tra una gara e l’altra, Noi, Real Madrid, Barcellona, Valencia, un quadrangolare Ispanico da sogno sponsorizzato addirittura da Hangarfood, le televisioni s'impegnarono in una rissa senza precedenti per assicurarsene l’esclusiva. Inter, Milan, Juve, un altro quadrangolare da sballo ed infine Liverpool, Manchester United, Celsea, anche il Regno Unito ci vedeva impegnati contro i migliori, in un anticipo delle grandi sfide Europee che avrebbero caratterizzato la Champions League della stagione. Come al solito la preparazione atletica cui Mc.Claude ci sottoponeva, dava i suoi frutti dopo una decina di partite, i nostri risultati non furono eccellenti, difatti, gettarono alcune ombre su di noi. Ci comportammo dignitosamente nel primo arrivando terzi, con due sconfitte contro Real e Barça e un misero pareggio con il Valencia. Nel secondo, due pareggi, Inter, Juve, poi la sconfitta di misura contro il Milan, ma il terzo ci distrusse. Perdemmo tutte le partite, lasciando un cattivo ricordo di noi nel regno unito. Nelle nove partite disputate realizzai sei reti di grande fattura, onorando il Pallone d’oro con cui ero stato premiato, ma quei sorrisini che ci accompagnavano, davano l’esatta misura di ciò che gli avversari pensavano di noi. Hangarfood chiamò privatamente Rodes, per discutere con lui delle prestazioni della squadra, era la prima volta che parlavano di sport, Hanga s’interessava in modo nuovo a quel mondo come se nella sua mente si fosse aperta una porta nuova, ma quella porta era stata Marta a farglela aprire, come al solito lei era un passo avanti agli altri. Poi gli chiese un favore strettamente personale che Carlos, s’impegnò celermente a soddisfare, anche perché il nodo scorsoio che aveva intorno al collo inesorabilmente gli stava serrando la gola e certi favori non si possono rifiutare. Entrammo nella residenza di Hangarfood in una mattina soleggiata, il parco rigoglioso di alberi prati verdi e fiori, invogliava a star fuori per godere delle ultime giornate limpide che l’estate concedeva. Durante il tragitto, Marta mi aveva messo al corrente della personalità di Hanga, della sua ricchezza e purtroppo dello stato di salute del suo unico figlio. Lo scopo della mia presenza era proprio quello, Julian! Voleva conoscermi, era un mio accanito tifoso, non perdeva una partita del Campos e sembrava che il suo stato fisico migliorasse quando restava incollato davanti allo schermo, fremendo e tifando con un filo di voce. Il vederlo così preso, così reattivo davanti allo schermo, spesso aveva strappato delle speranze a suo padre ed il fatto di non poter in alcun modo assecondare questa sua passione, lo rattristava ancor più. Molte volte era stato tentato di portarlo allo stadio, di far vivere dal vero! Quell’esperienza al figlio e mille volte, i medici lo avevano impedito, assolutamente rischioso, in quello stato di degenerazione fisica rischierebbe la morte soltanto per fare il viaggio, figuriamoci novanta minuti in uno stadio colmo di gente, no! Assolutamente impossibile. Maometto non può andare alla montagna. Allora che sia la montagna ad andare da Maometto. Rimasi stupito dal fatto: che fu Hangarfood in persona, ad aprire la portiera della Mercedes. Quel gesto mi fece capire che la valutazione di Marta sul suo conto era errata, era troppo presa dalla situazione per restare lucida e le sue sensazioni ne erano state influenzate. - Sig. Righeira la ringrazio di essere venuto. - Il piacere è tutto mio Sig. Hangarfood: complimenti per la villa è splendida, - Grazie: devo dire che effettivamente è un bel posto, Sono uno che si è fatto da solo, quando ho acquistato questa casa era in condizioni disastrose, mi è toccato rifare tutto anche il muro di cinta, peccato che ho poco tempo per godermela! - Oh: il tempo per godere della vita, se si vuole si trova, nella fretta di questa vita se non ci prendiamo il tempo per ciò che ci stà a cuore, avremmo sempre altre cose da fare. - Ero a conoscenza della sua particolare visione della vita Righeira e vedo: che veste anche in modo, come dire, singolare ? Diciamo che non bado troppo al vestito, o è l’abito a fare il monaco? - Qui, siamo in occidente Righeira, non nella sua riserva indiana, ci sono vestiti che vengono indossati una sola volta nella vita per un unico e preciso scopo e poi rinchiusi per sempre negli armadi è una filosofia di vita anche questa, soltanto che ci vuole molto danaro per permettersela. - Immagino di si, pero; mi chiedo a che scopo e non trovo risposte. - La ricchezza và ostentata, altrimenti cosa la si possiede a fare? Chi ha molto vuol far vedere agli altri ciò che possiede. - E possedere ed ostentare i possedimenti rende felici? Perché se è così anche io comincio a possedere ed a ostentare. Si mise a ridere - Non è questo il punto Righeira, diciamo più che altro che rende soddisfatti. – Infatti… il punto è proprio questo Mister Hangarfood, s’insegue la soddisfazione o la felicità?, non è forse il segnale che in fondo, non si è per nulla soddisfatti di quello che si possiede e allora si cambia alla speriamo bene?. - E lei Righeira, è soddisfatto di quello che possiede. - Vede Sig. Hangarfood, io possiedo esattamente quello che mi necessita per mantenere la mia vita dignitosa, per cui non cerco quello che già ho!, possedendo già quello che mi necessita, posso dedicarmi a tante altre cose; come per esempio, avere del tempo per godere di un parco. Fermarmi a contemplare un tramonto, sentire il profumo che ha la natura in un bosco, osservare gli uccelli volare oppure fermarmi ad ascoltare me stesso. - Righeira fermiamoci qui, altrimenti comincerò ad invidiarla e poi anche perché mio figlio starà fremendo dalla voglia di conoscerla, - Mi hanno detto che suo figlio è in condizioni di salute delicate, - Definirle delicate non è il termine appropriato, diciamo che un non nulla potrebbe essergli fatale. I migliori specialisti del mondo lo hanno visitato, abbiamo tentato l’impossibile per far regredire la malattia, ma siamo riusciti soltanto a rallentarla, non possiede più difese immunitarie qualsiasi malanno potrebbe risultare fatale anche uno starnuto di farfalla potrebbe provocare un contagio. - Questo mi addolora profondamente Sig. Hangarfood, pregherò per la salute di suo figlio. - Già! pregare, è l’ultima cosa che mi rimane da fare - E perché non lo fà, in fondo pregare non costa nulla, se non umiltà. I suoi occhi fiammeggiarono di rabbia e risentimento fissando i miei con decisione, ma non aggiunse altro. Entrammo nella stanza del ragazzo, una stanza d’ospedale, i mobili le suppellettili, i poster le foto alle pareti i soprammobili la TV il computer, tutto ciò che si può trovare nella stanza di un adolescente, tutto era sostituito d’apparecchiature ospedaliere d’avanguardia, il letto era coperto dalla tenda ossigeno, le finestre chiuse ermeticamente, anche la porta era a chiusura stagna, non si poteva accedere al ragazzo se non indossando pantaloni camici cuffie guanti e mascherine, sembrava d’entrare in un reparto dove vengono prodotti virus, talmente meticolosa era la sterilità mantenuta nell'ambiente. L’aria veniva filtrata pulita ed immessa nell’ambiente da un depuratore che manteneva costante il livello d’umidità ottimale. Un vero tuffo al cuore vedere oltre la plastica della tenda gli occhi di Julian, due perle verdi infossate nelle orbite scure di un cranio smagrito, coperto di una sottile, trasparente pelle bianca attraverso la quale potevo individuare i denti nella bocca, chiusa in una esile fessura senza labbra. - Padre Mio!. Prima d’entrare nelle tenda dove il ragazzo viveva, facemmo una doccia usando il sapone che usano i chirurghi, indossai gli abiti asettici ed entrammo, il giovane corpo esile magro fino alle ossa nulla aveva di vivo se non quello sguardo colmo, d’immensa rassegnazione. - Padre Mio!. I miei occhi fissarono quel grande limpido lago verde di malinconica triste rassegnazione, quanta forza mi servì per non cadere in ginocchio. - Ciao Julian, mi riconosci, sono Righeira, sono venuto a vedere come stai. Gli angoli delle labbra ebbero un piccolo fremito e gli occhi s'accesero di una fievole luce d'incredulità, ruotò gli occhi per incontrare quelli del padre e tentò di sorridergli, l'apparecchio che monitorava il battito cardiaco segnalò un aumento di pulsazioni, il risultato dell'emozione, l’unico segnale che il suo corpo poteva trasmettere, - è bello stare qui accanto a te e conoscerti Julian. I suoi occhi si mossero di lato come ad indicarmi di seguirne la direzione, guardavano una foto che ritraeva la squadra mentre esultava intorno alla coppa Uefa ed a fianco, una foto più vecchia mi ritraeva mentre esultavo, ricordavo quel gesto, un gesto di liberazione, come il ritorno alla vita, avevo appena segnato il gol, il primo ed unico mio gol di quella stagione con la maglia del Campos, quello che ci aveva spalancato le porte. Il tono della mia voce era basso caldo cordiale come quello del mio cuore, - Puoi farcela, se lo desideri veramente, se lo vuoi per amore puoi farcela, come me!, come in quella foto, anch’io ero morto, senza futuro ne presente, ma ho trovato chi mi ha aiutato, chi mi ha dato coraggio e mi ha trasmesso amore e motivato la mia esistenza, allora dentro di me si è accesa la scintilla e ho lottato sofferto, anche quando tutto era perduto, non mi sono arreso al destino, il destino si può cambiare, bisogna solo scegliere come viverlo, non è lui che sceglie la nostra strada ma siamo noi, Julian!. Ora per me tutto è cambiato, tutto è diverso: non ti arrendere Julian, tante cose ci sono da fare in questa vita. Presi la sua scheletrica mano tra le mie, ora ti racconto una storia, la storia di un ragazzo zoppo e di un vecchio pellerossa, ma cosi vecchio che la sua età nessuno conosceva. Era sera quando Julian s'addormentò, avevo, tra le mie, ancora la sua mano, solo allora m'accorsi di esser solo con lui, gli altri ci avevano lasciato da soli, allora mi tolsi i guanti e presi tra le mani la sua fragile testa, sentivo il freddo della sua pelle nel palmo delle mani nude, - Padre Mio, chiusi gli occhi e pregai, pregai con tutto il fervore che avevo nel cuore, con tutta la compassione che quel ragazzo mi aveva trasmesso, recitai le preghiere che conoscevo, ed invocai L’aiuto del Grande Spirito, affinché riaccendesse, nel cuore del ragazzo, la fiamma della vita. Le mie mani erano calde, calde, come l’amore di una madre, calde, come la lingua di una tigre che lecca i suoi cuccioli, amorevoli, come gli artigli di un orso che accarezzano il figlio, gli baciai la fronte, Hetchetu Aloh, in vero ho detto. Suonai il campanello e dopo pochi istanti arrivò l’infermiera, mi voltai verso Julian, sembrava dormire sereno. Raggiunsi gli altri e sedetti ad una tavola imbandita di pietanze squisite di una cucina aristocratica e raffinata, splendidi piatti in ceramica, posate d’argento, calici di cristallo finissimo, dalle finiture in oro zecchino, guardai Hangarfood, - La sua tavola è davvero invitante e non vorrei sembrarle scortese, ma Mc.Claude è intransigente, come me del resto, per quanto riguarda l'alimentazione, - Bistecca al sangue e verdure bollite per favore, non posso mangiare altro. Prima di mettere qualsiasi cosa in bocca, come sempre, pregai, di fronte ad uno stupito Hangarfood, che non se l’aspettava. - Mi è capitato di leggere le cifre del suo ingaggio Righeira: se sono veritiere lei percepisce uno stipendio come dire, Faraonico rispetto alla media europea. Marta in quello era riuscito ad ingannarlo anche se inutilmente. - Lo stipendio è quello che è, non è fondamentale per me, lo uso per la causa, per vivere ho altri introiti, mi pagano anche per usare l’immagine che offro, ed io la uso per quello che sono i miei scopi, per vivere ho la locanda. - Ho sentito dire che tutto quello che guadagna lo stà investendo nella costruzione di una università nella riserva indiana Sioux. - No! È in errore, Nessun investimento Sig. Hangarfood, sono donazioni, nulla di quei soldi tornerà nelle mie tasche. - Non per farmi i fatti suoi: ma perché ? - Un vecchio pellerossa mi disse: è meglio essere buoni che possedere molti cavalli, io credo che quel vecchio abbia ragione, a cosa serve avere molti cavalli se poi non si possiede ciò che si desidera?. - Molti cavalli servono a vivere una vita confortevole e a garantirsi una vecchiaia agiata. Lo guardai negli occhi e con calma gli risposi: - C’è un passo nella Bibbia, in cui Gesù racconta una parabola ai suoi discepoli: "Esisteva un uomo ricco, potente, di grandi possedimenti terrieri, allora questo ricco pensò: seminerò, coltiverò, mieterò il raccolto e lo stiperò nei granai, così, non mancherò di nulla: questo pensava in cuor suo quel ricco, quella notte stessa morì! Chi ha orecchie per intendere intenda!" Lo sguardo di Hangarfood era, come dire feroce? Al contrario del mio che era come dire tranquillo?.- Ecco vede: potrei accettare gl’ingaggi di altre società, vendermi al miglior offerente, ma poi cosa ci farei con tutti quei soldi se vivo lontano dalla gente con cui sto bene, se, quando mi sveglio la mattina, invece che alberi e prati i miei occhi vedessero solo palazzi e traffico. - Potrebbe donare una cifra più consistente per l’università, per esempio! - Vero, però a me piace restare autentico a me stesso. Qui a Campos ho tutto quello che posso desiderare, le ripeto, perché continuare a cercare quello che già si ha! Cosa potrei aggiungere alla mia vita che io già non abbia. Lo scopo della vita è essere felici e ricercare tutto ciò che può portarci a vivere una vita serena e felice, questo è il mio stato d’animo, sereno e felice. Per me stesso ho fatto quello che era legittimo fare, ora, quando faccio qualcosa per gli altri, ne ricavo felicità interiore e questo non ha prezzo, Lei Sig. Hangarfood è felice ?, Vive una vita serena o c’è qualcosa che sente di non aver fatto per la sua felicità interiore. I suoi occhi lampeggiarono furiosi, dritti dentro i miei carichi di risentimento ed incontrarono uno sguardo sereno, limpido, leale. Nessuno aveva mai osato rivolgersi a lui con quei termini, un uomo ricchissimo, potentissimo, che poteva avere tutto ciò che desiderava, che poteva decidere la fortuna o la disgrazia di molte persone, nessuno mai aveva osato, i miei occhi erano leali e le mie parole vere, non avevo parlato all’uomo ricco al potente, ma all’uomo, con un cuore, uno spirito ed una sensibilità, che era ferita nel suo più profondo ed è lì che volevo entrare ed entrai. Venga un attimo con me sulla veranda Alberto, si scusò con gli altri e quando fummo lontani dalle loro orecchie… - In linea di principio hai ragione, tanta ricchezza, tanta potenza, un dispendio enorme d’energie per creare il mio impero, eppure io, io sono un uomo solo, che dentro di se si dispera per la sorte infame riservata a suo figlio ed in questo mi sento ancor più solo, tu lo hai visto in quali condizioni è ridotto, io non riesco più ad entrare nella sua camera. Il pugno si strinse in un moto di rabbia e di risentimento. - Al contrario Sig. Hangarfood, questo dolore che cova nel suo cuore, deve indurla a cambiare, guardi la sua vita da un ottica diversa, analizzi ciò che può renderla effettivamente felice e ciò che, alla resa dei conti, non vale la pena di fare, prenda le sue decisioni partendo dal presupposto se la renderà felice o meno, lasci perdere il discorso della soddisfazione temporanea, proprio perché è temporanea non durerà si esaurirà e sarà stata inutile. Continuerà ad essere insoddisfatto e solo come prima, se invece decide sulla base della felicità, questa una volta raggiunta rimane per sempre ed è dentro che si sentirà più ricco e molto meno solo. Cominci proprio da Julian, trasmetta a suo figlio l'amore che sente per lui, non esiste cifra al mondo per comprare queste cose a Julian. Mi aspettavo una reazione rabbiosa e invece mi sorprese, la sua voce era calma e profonda come colui che cerca di capire se l’interlocutore vale le parole che dice. - In una società come quella in cui viviamo lei pensa che questo concetto della vita sia realizzabile Sig. Righeira? Pensa davvero che uno come me possa tornare indietro? Intendo: disfare ciò che con grande sacrificio ed impegno è riuscito a realizzare?. - Io non ho affatto detto che deve tornare indietro e disfare tutto! Le ho solo suggerito di pensare al futuro, nulla le impedisce di fermarsi a pensare a quello che sarà la sua vita insieme a quella di Julian. Sig. Hangarfood siamo noi che decidiamo della nostra vita, il destino c’indirizza, ci porta in luoghi, ci fa incontrare persone, affrontare situazioni, ma noi segniamo la nostra strada, subendone poi il risultato delle scelte. - Sorprendente! lei è assolutamente fuori dal comune! Crede veramente in quello che dice? - E lei crede che parli solo per riempirmi la bocca? - Mi tolga una curiosità, nel suo vocabolario esiste la parola inganno o sotterfugio, - Usando l’inganno o il sotterfugio una persona può ingannare solo se stessa, pensando d’essere quello che non è, anche la volpe è astuta, ma trova sempre qualcuno che se la mangia. Ci salutammo nell’atrio della casa, stringendoci le mani. - Sig. Hangarfood la ringrazio per lo scambio di vedute che abbiamo avuto, ne esco veramente arricchito, spero che in futuro avremmo modo di discorrere ancora, - Sig. Righeira non speri, io voglio! Discutere ancora con lei, la inviterò ancora, magari quando mio figlio avrà una giornata di buona salute, intanto la ringrazio sentitamente da parte di Julian per esser venuto a trovarlo. - Preghi per Julian Sig. Hangarfood, potrebbe accadere, che suo figlio migliori, il Grande Spirito opera in modo oscuro ed a volte ci sembra incomprensibile, prima ci dà poi ci toglie, magari per ridarci ancora, quando ne siamo meritevoli o quando abbiamo imparato, abbi fede in lui e preghi per suo figlio.- Non lo so, mi rimane difficile credere in Dio, Lei al contrario crede! Crede veramente. - Sig. Hangarfood una persona crede in qualcosa finché non ha delle prove, una volta avute quelle, non ha più bisogno di credere, perchè sa!. Ora i suoi occhi erano scettici ed indagatori, aveva percepito un qualcosa di sfuggevole nel mio parlare strano, ma una verità affiorava in superficie lasciando intendere che sotto vi era molto ma molto più di ciò che le parole svelavano. Hangarfood, rientrò nello studio lasciandosi affondare nella poltrona pensieroso. Ma chi è quest’uomo, cosa intende con il suo parlare strano, cosa conosce di me, di ciò che io sono, di ciò che sento. Parla bene, è un campione, tutti gli si accalcano intorno, tutti l'acclamano, ma se non fosse un campione cosa resterebbe di lui, cosa sentirebbe dentro se stesso, quale solitudine attanaglierebbe il suo spirito. Ma i pensieri che la sua mente sospettosa generava, li sentiva falsi, la luce limpida di quello sguardo e le parole nella sua lingua non erano rivolte ad offendere, ma bensì a far riflettere, mai nessuno aveva osato rivolgersi a lui con quelle parole in un certo senso taglienti ed offensive, mai nessuno infatti si era rivolto all’uomo, tutti quelli che lo frequentavano erano lì per ciucciare dalla tetta della sua ricchezza della sua potenza, tutti falsi ed ipocriti, che mai avevano il coraggio di dire ciò che pensavano veramente, erano soltanto dei leccaculo, "Ci sono uomini che seguono i ricchi allo stesso modo di come un vitello segue la madre" sorrise al ricordo di queste parole. Questo Righeira parla senza paura e dice ciò che sente dentro senza remore senza ipocrisie, ti prende a schiaffi e gli rimani inerte di fronte, chi è questo, da dove viene. Le ombre della sera si allungavano sulla villa e le luci s'accesero nelle sale e tutt'intorno al parco, solo lo studio di Hangarfood rimaneva nella penombra, i pensieri diventavano pesanti e la sua mano correva dalla bottiglia di Cognac al bicchiere, non era un bevitore, ma quella sera cercava nel liquore, di allentare il peso dei pensieri. Le parole, i concetti sulla vita, sull’esistenza, sull’importanza di vivere, sul senso della vita, gli erano penetrati nella mente e s’accavallavano nei suoi pensieri, vorticando come un uragano al cui centro, un solo unico pensiero restava fermo, immobile, come l’occhio del ciclone, Julian!. Se Julian morisse? Un palpito profondo nel cuore lo costrinse a poggiarci la mano sopra. Tutto il mio impero, tutto il mio potere, cosa sarebbe, a che cosa servirebbe, tutto il mio denaro non è servito a guarirlo, posso impegnarne mille volte tanto e non sarebbe utile a nulla, allora ha ragione Righeira, ho danaro a sufficienza per vivere di rendita per altri duemila anni eppure, sono triste come l’ultimo degli uomini. Non ho amici con cui parlare sinceramente, con cui confidarmi su cui contare, essere ricco potente mi ha portato alla fine, ad essere solo, questa è la verità! E se mi venisse a mancare anche Julian... Il liquore percorse la sua strada ed Hangarfood nulla fece per ostacolarlo, si lasciò travolgere finché la bottiglia vuota gli cadde dalla mano ed il braccio senza più forza, scivolò dal bracciolo allungandosi penzoloni inerte. Hangarfood dormiva un sonno innaturale, dove i fumi dell’alcool provocavano visioni improvvise, alimentando ancor di più il suo stato d’ansia. Si svegliò di soprassalto nel cuore della notte, sudato e con la gola secca, il braccio si era addormentato per la posizione innaturale ed ora gli doleva, si alzò, insicuro sulle ginocchia raggiunse la porta dello studio, l’aprì e la luce improvvisa della stanza adiacente gli ferì gli occhi, schermò con la mano quell’insopportabile luce, sul tavolo intravide una brocca con dell'acqua ed un bicchiere, lo riempi facendo trasbordare il liquido dall’orlo, lo portò alle labbra assetate e lo trangugiò avidamente per spegnere l’aridità della gola, l’acqua gli uscì dagli angoli della bocca colando dalle guance lungo il collo fino sotto il colletto aperto della camicia, dandogli un certo senso di sollievo, si diresse verso le scale e s’afferrò al corrimano in ottone per non cadere, scese a fatica i gradini in marmo bianco dalle venature rosa lucidati a specchio e raggiunse l’atrio della villa, malfermo sulle gambe si portò al centro della sala ed alzò la testa verso l’alto, l’enorme lampadario di cristallo pendeva immobile dagli stucchi raffinati in bianco ed oro che decoravano il soffitto, tutto gli appariva in movimento, anche le pareti sembravano roteare intorno a lui, cadde sul lucido pavimento di marmo tirato a specchio. Stette un poco sdraiato per riprendere forza e fiato, poi si rialzò carponi ed infine si trovò in ginocchio, alzò nuovamente il volto al soffitto ed un urlo roco gli salì in gola, un urlo straziato inferocito dalla rabbia repressa che gli esplose dai polmoni raschiandogli la gola, a cosa serve!, a cosa serve tutto questo! Urlò fino a restare senza forze, chino, carponi, con la testa sul pavimento ed i pugni serrati, senza più voce ne voglia d’urlare, ma creceva una rabbia interiore che lo spossava, in preda ad una collera furibonda si rialzo sulle gambe e s’avvio malfermo verso la stanza di Julian, ne afferrò la grande maniglia e la spalancò, presentandosi nella stanza con il volto stravolto dalla rabbia e dall'alcool, l’infermiera si svegliò con un grido, Hangarfood era una valanga, Vada Via! Gli urlo in faccia, Esca Di Qui!, continuò ad urlargli, - Si calmi Sig. Hangarfood, le prese con forza i polsi, senza rendersi conto di quanto forte fosse la sua stretta, - Esca Immediatamente da questa stanza! Gli urlò feroce a due dita dalla faccia, la spintonò oltre la porta e si chiuse dentro, di fronte a lui la tenda d'ossigeno dove Julian stava dormendo gli sembrò la prigione più infame che l’uomo avesse ideato, s'avvicinò con l’intento di demolirla, di liberare suo figlio da quella costrizione, prese con le mani il telo trasparente e lo squarciò, ne afferrò i lembi e li tirò con forza verso di lui finché l’intera fragile impalcatura non cadde a terra, ora Julian era li, disteso nel candido odioso ed asettico letto, gli occhi verdi lo fissavano, i muscoli scossi dalla rabbia s’allentarono alla visione di quei due occhi verdi che lo guardavano con una luce nuova, Hangarfood, s’accorse di quello sguardo che non supplicava più, che non era più vuoto nel nulla e senza luce, le labbra sottili si schiusero lentamente in una smorfia che sembrava dettata dal dolore, la smorfia si allargò delicatamente sulla sua bocca scoprendone appena i denti, Hangarfood ne rimase fulminato, Julian, il suo piccolo inerme Julian, gli stava sorridendo. La mia mente era un vulcano, affolata dai pensieri piu disparati, Lubna, falchetto, il popolo, il Campos, la Nazionale, la Nazione, ma che devo fà tutto io?. Poi riprendevo il controllo della mente, un passo alla volta si percorre l'intero sentiero. Affrontammo il Porto, fresco Campione d’Europa, nella sfida per la Super Coppa d’Europa. Come nelle altre edizioni lo stadio del principato di monaco ospitava la prima finale della stagione e, come al solito, nelle tribune s’aggiravano gli esponenti delle società più prestigiose d’Europa. Gli sguardi di tutti erano per Carlos Rodes, il presidente del miracolo Campos. Sopra la sua scrivania, s'ammonticchiavano cartelle e fogli di richieste di cessione per quel giocatore o per l’altro, inviti a partecipare a tornei, contratti di sponsorizzazione a sei zeri per la stagione e per quelle future, i diritti televisivi per le partite avevano triplicato il loro valore e pur in questo, Rodes sapeva che non sarebbero stati sufficienti per coprire il debito alla scadenza, si trovava in un vicolo cieco. Una gara altamente spettacolare, il risultato fu in bilico fino a che al Porto non mancarono le gambe, era sempre li che i nostri avversari cadevano, in apnea ormai da qualche minuto non ce la fece di fronte al nostro incessante possesso di palla. Lo infilammo in velocità, con uno scambio rapidissimo fatto di tocchi di prima liberammo Lomes al centro dell’area di rigore avversaria ed il Matador segnò il terzo gol, controllammo la gara fino alla fine senza correre rischi, tre a due. Di nuovo il Campos sul tetto d’Europa, ora i sorrisini erano spariti e le facce serie e corrucciate. Il miracolo si ripete, da tre stagioni ormai il Campos domina, da tre stagioni con gli stessi uomini, da tre stagioni senza spendere un soldo, da tre stagioni il Superprofessionismo europeo prende lezioni di calcio da una Società che definire piccola sarebbe già troppo, tanto è minuscola. Un presidente ed una segretaria, un medico ed un allenatore, un magazziniere e diciotto giovani calciatori, tutto qui, il Campos è un miracolo od una lezione di vita?. Ed ora che sono in Champions League, la sfida alle grandi del calcio mondiale è lanciata, Auguri Campos, Auguri Sinceri. Questo il succo dell’articolo di una testata sportiva italiana all’indomani del nostro successo. Già ! La Champions League, il trono d’Europa, il trofeo più ambìto per le squadre di Club. Ero un pugile che si stà aprendo la strada verso l'incontro che vale il titolo, la mente affilata e letale del predatore in un corpo fasciato da nervi di cuoio crudo, il lupo è in caccia, magro famelico affamato. Ci trovammo ad incrociare la strada con squadre di prim’ordine: i Portoghesi del Benfica, i Tedeschi del Borussia e gli Inglesi del Leeverpool. Il miracolo Campos aveva un nome anzi due, Mc.Claude e Luisio, ci avevano sottoposto ad una preparazione diversa dagli altri anni, avevano studiato sperimentato capito cambiato migliorato e diede immediati risultati, due vittorie nelle partite interne con Benfica e Leeverpool pareggio contro il Borussia, primi nel girone alla fine del turno d’andata, un trionfo che faceva parlare di se ed ora ci aspettavano due trasferte difficili ed una sola gara interna, un grande esame di maturità da passare. Mc.Claude usava tutti gli effettivi facendoli ruotare nelle varie gare di campionato e Coppa di Spagna, tenendo concentrata e sotto pressione l’intera rosa dei giocatori, rafforzando il legame che ci univa come uomini e compagni. Eravamo insieme da tre anni, ed avevamo affrontato le varie difficoltà che naturali affioravano di tanto in tanto nel seno del gruppo. Amicizia e stima reciproca, chi giocava meno o stava fuori troppo a lungo, inevitabilmente si sentiva scontento, ma l’aiuto che l’intera rosa riusciva a dargli gli permetteva, quando era nuovamente chiamato in causa, di farsi trovare pronto, nessuno veniva mai lasciato solo con le sue preoccupazioni, affrontavamo i problemi inerenti lo spogliatoio con umanità e professionismo, tutti!, Chi più, chi meno, avevamo momenti di scarsa forma e trovare l’appoggio dei compagni era fondamentale. Eravamo coscienti del momento, dell'attimo, dell’importanza della stagione per noi e importantissima, fondamentale per il futuro, nostro e della società, ci trovavamo a vivere un sogno, il sogno di ogni ragazzo che si mette i scarpini e pensa di diventare un campione e un giorno alzare al cielo, la Coppa dei Campioni. Noi, i ragazzi del Campos eravamo, nell’immaginario di quei ragazzi, il concretizzarsi di quel sogno, il ragazzo di provincia che ce la fà, la squadra di dilettanti che si trova, si unisce e lotta contro Golia, così come fece David. Questo era percepibile ogni volta che incontravo gli occhi di un ragazzo, dentro quegli sguardi percepivo una fiamma d’ammirazione di contentezza che mai avevo visto. Pereira ed Agregno cominciarono a pubblicare e trasmettere le puntate della storia del Campos F.C. 1885 dalla fondazione alla realtà, i giornali e le cassette andarono letteralmente a ruba, migliaia di richieste arrivavano quotidianamente alla sede della TLC e del Plaza, uno sforzo indicibile che non riusciva ad esaudirne le richieste, noi, con le nostre prestazioni, con le nostre vittorie, alimentavamo questa fame di conoscere, di sapere che cosa era stato il Campos come era nato, quando e per merito di chi, e perché soltanto adesso, nonostante un secolo abbondante di storia, era arrivato alle luci della ribalta. Le stesse domande che affioravano ora nella mia mente e che soltanto una persona era in grado di darne risposta, tornai in quel cortile e la vidi, come al solito vestita di scuro e le mani impegnate a sferruzzare. - Venga avanti giovanotto, vedo che i suoi capelli sono ancora lunghi, un giovanotto come lei dovrebbe tenersi più curato. Ore passarono e sere accompagnarono il nostro parlare, e tanto dir ancor aveva in core che tanto l’ascoltai. La squadra continuava a girare, come un meccanismo perfetto, la striscia positiva si allungava, vincevamo in casa e pareggiavamo fuori, concludemmo al primo posto il girone, qualificandoci di prepotenza al secondo eliminatorio; un rullo compressore che sembrava non conoscere avversario, solidi concreti cinici letali. M.C. Claude aveva messo a punto la sua macchina da guerra, un insieme di temerari guerrieri che si battevano l’uno per l’altro con un solo obiettivo, vincere. Quando si scendeva nell’arena mancavano solo le pitture di guerra sul volto, eravamo temuti e coscienti di esserlo. Barcellona, Lazio, Glasgow Ranger. Subito a Roma, contro la Lazio, è una guerra e la guerra è costellata di battaglie che diventano cicatrici. Quando, dall’urna uscì quel nome, gli occhi di tutti i miei compagni si posarono su di me e per la prima volta non riuscivo a decifrare chiaramente i miei sentimenti, Anche M.C. Claude mi guardava senza farsi accorgere, scruta il mio stato d’animo le mie reazioni e soprattutto come mi alleno in vista dell’incontro. Amore per quei colori, Certamente, odio per alcuni dirigenti, Certamente, poi c’era il ricordo… Pino, Giorgio, Golia! Sono anni che non li sento, ne ho perso le tracce e loro le mie, in tutte le squadre che ho affrontato, loro non c’erano, neanche con la nazionale ho sentito i loro nomi. Il mio cuore non sussultò quando mi trovai fianco a fianco, nel tunnel, con le maglie Bianco Celesti, non sussultò neppure quando mi trovai di fronte gli spalti pieni e le bandiere al vento, il primo amore non si dimentica mai, ma l’amore, quello vero, quello che ti segna per tutta la vita, sopprime anche il più dolce dei ricordi, con quella maglia avevo cominciato, per quei tifosi avevo lottato, ma ero stato anche ripudiato, avevano creduto alle menzogne altrui, proprio loro per cui frantumai il mio ginocchio mi avevano abbandonato e poi offeso. Mi succedeva una cosa strana nel calcio, venivo costantemente ripudiato da ogni amore, il Saxa Rubra prima e venne la gloria con l’Andrea Doria, la Lazio poi ed è quasi gloria con il Campos, poi ero stato io a ripudiare il mondo in cui vivevo perché non era il mio mondo e ora quasi gloria con il mondo che aveva scelto me rubandomi lo spirito. Ora il mio cuore non sussultava e la mente era serena, chiara, lucida, fredda. Lo spicchio della curva sud, dove quindicimila tifosi del Campos erano assiepati, cominciò a chiamare il mio nome, proprio il mio nome, mi voltai verso di loro, le sciarpe roteavano sopra le loro teste come schiuma sulle onde di un mare in tempesta, le mani battevano ritmicamente ed alla fine saliva l’urlo, Vendaval, VENDAVAL, LOCO VENDAVAL, adesso! il cuore sussultava, adesso! il sangue gonfiava le mie vene e nella mia mente s’insinuava l’istinto del rapace, alzai la mano verso loro ed un urlo rispose al mio saluto subissato dai fischi dell’intero stadio. Dopo dieci minuti di gara, capimmo che la loro scelta tattica era sbagliata, ci lasciavano campo per poter impostare il gioco attendendoci sulla loro tre quarti, automaticamente ci schierammo a corna di bue, accerchiandoli e pungendoli sulle fasce, alternando sulle corsie esterne i nostri laterali, si aspettavano dei punti di riferimento più precisi, specialmente sulle fasce, invece si trovarono a correre dietro ad Antares e Garcia, Guilerce e Medenta, poi s’inserivano prepotenti Filos e Righeira. Antinas orchestrava il gioco dal centro del campo, mentre De Fuente e Fimenta, distribuivano palloni a destra e a sinistra con una precisione e prontezza che li mise in grave imbarazzo. Lomes, al centro del loro schieramento difensivo era il nostro guastatore, lottava come un toro contro la loro difesa, aprendo varchi per gl’inserimenti, sempre più frequenti dei nostri esterni, il loro assetto tattico cominciò a traballare di fronte alla nostra poderosa offensiva, incapaci di contenerci, d’arginare la velocità con cui piombavamo sulla loro retroguardia, ma il gol, venne da lontano. Antares mi si era sovrapposto sulla fascia in un affondo, mi ridiede palla all'indietro per lo scambio, portandosi via l’uomo, mi trovai con cinque metri di campo libero, dieci metri oltre la loro linea di centrocampo, alzai la testa, Lomes usciva dall’area mentre De Fuente e Fimenta s’allargavano formando un tridente d’attacco, feci tre passi in avanti, guardai la loro porta, inclinai la testa di lato ringhiai e calciai d’interno destro una palla dalle ali d’oro. Si alza veloce la palla curvando in aria nella sua traiettoria, l’urlo dei tifosi l’accompagna salendo di tono mano a mano che disegna la curva nel cielo, plana la sfera con le ali d’oro spiegate, centomila volti la fissano impotenti, le bocche restano aperte senza parola, altre gole la sospingono, altri occhi l’amano altri cuori esplodendo nell’urlo del Gol quando bacia il sette e si spegne nella loro rete, una fotocopia perfetta del gol fatto alla Roma sullo stesso campo, nella stessa porta allo stesso incrocio dei pali ed il mio dito puntato alla tribuna dei giornalisti. – Era solo il frutto della fortuna? Era solo il frutto della Fortuna? Poi chiusi il pugno e ringhiai al loro indirizzo poco prima che fossi sommerso dall’abbraccio dei compagni. Pochi attimi prima dello scadere del primo tempo Lomes raddoppiò con un grande colpo di testa su di un cross perfetto di Medenta, nel secondo tempo gli nascondemmo la palla con grande maestria e padronanza, impedendogli d’impostare la minima azione offensiva. Tre punti per noi, Zero per loro. Battemmo anche il Barcellona ed i Glasgow Ranger finendo il girone d’andata a punteggio pieno nove punti. Ora le sirene d’allarme riempivano i cieli d’europa, mentre dominavamo il nostro campionato e continuavamo la scalata alla Coppa di Spagna. Fu allora, in quel momento di magia che tutto venne scritto, la Nazionale ci regalò il bagno della gloria, la consacrazione, il trionfo era totale, in quell’istante, se si fosse presentato alle elezioni, Mc.Claude sarebbe arrivato alla carica di primo ministro. Convocazione in blocco: diciotto convocati su diciotto effettivi, mai successo in nessuna nazionale mondiale. El Nosotros Campos! La curva srotolò l’immenso striscione che la coprì completamente mentre le migliaia di mani che gremivano gli spalti agitavano cuori disegnati, i nostri occhi erano colmi di gioia allagati nelle lacrime i nostri cuori battevano all’impazzata. L’urlo della fossa scatenava in noi una furia agonistica incontrollabile, le nostre energie si moltiplicavano concedendoci di disputare gare eccellenti, indossare quella maglia, per me, era motivo d’orgoglio, mi conferiva un ispirazione ed una motivazione straordinaria, il meglio di me lo davo proprio con la maglia numero 11 della nazionale indosso. Contro la Norvegia vincevamo due a zero, una gara amichevole d’avvicinamento ai mondiali che si sarebbero disputati l’anno venturo a quindici minuti dal termine, con il risultato ormai acquisito, Roco Valente decise che era tempo d’entrare nella storia, fece le ultime tre sostituzioni accordate, Antares, Filos e Garcia fecero il loro contemporaneo ingresso in campo completando così, il disegno degli dei,.La Plaza titolò così l’evento… ORA: SIAMO STORIA!. Il Campos, solo il Campos era in campo con la maglia della nazionale Spagnola, le terre di Campos erano pazze di gioia, Campos era la festa, elevato al di sopra di tutte le città del mondo: Una città che sia costruita su un alta montagna è sicura e non potrà cadere, ma nemmeno restare nascosta. Difatti nessuno di noi ormai poteva più nascondersi, le telecamere i giornalisti assaltarono Campos come le locuste, il nostro impianto sportivo fu preso d’assalto, tutti volevano sapere, conoscere, scrutare i nostri segreti, carpire la chiave del nostro successo, ma non esiste chiave quando il successo è dettato dalla disciplina, l'apprendimento, la convinzione, la determinazione, l’azione e lo sforzo. Mc.Claude ci aveva dato tutto questo, trasferendo in noi quello che era il suo credo sportivo, noi non avevamo fatto altro che rendere pratico il suo concetto, apprendendo con lo studio la sua tattica, convincendoci l’un l’altro che quello era il sistema migliore, mettendolo in pratica con determinazione, sforzandoci d’applicare le nostre caratteristiche al suo concetto, il risultato era che diciotto ragazzi sconosciuti ora erano l'orgoglio di un paese ed il fiore all’occhiello di una nazione. Con un batter d’ali battemmo Barcellona, Glasgow Ranger e Lazio nel girone di ritorno finendo, unici a punteggio pieno, sono tutti in ginocchio. - Hangarfood ci ha telefonato: ci vorrebbe da lui insieme a Righeira, mi è sembrato d’ottimo umore a giudicare dal tono felice della sua voce. - La data s’avvicina Marta ed Hanga tira la corda, se ci concedesse un minimo di tempo ancora ce la faremmo accidenti, - Calma Carlos: il fatto che vuole vedere Righeira lo trovo positivo, gli ha fatto una grande impressione la volta scorsa e credo che se lui gli parlasse Hanga ci concederebbe il tempo necessario, - Già! Ma Righeira non si presta a questi giochetti, - Righeira sa, quello che il Campos rappresenta per te, e sa: quello che invece vuole Hangarfood!, spero ne parlino tra loro. Righeira ha un grande ascendente su Hanga e sa ciò che vuole, può riuscire dove noi non siamo. Il volto di Hangarfood era radioso quando ci venne ad aprire la portiera della Mercedes, salutò ringraziandoli di aver accettato l’invito, mi strinse la mano con vigore guardandomi negli occhi, vi lessi una gioia nuova dentro, la sua cordialità e la sua esuberanza risultavano nuovi agli occhi di Carlos, che: conoscendolo da tempo, non lo aveva mai visto in quello stato di grazia. Prima di ogni altra cosa ci portò nella stanza di Julian, il letto era sempre protetto dalla tenda ad ossigeno, ma Julian sembrava rinato, gli occhi erano vivi e sorridenti, il volto sereno ed al candido pallore della sua pelle era subentrata una tinta più rosata che mostrava senza ombra di dubbio il recupero fisico e psicologico del ragazzo, riuscì persino a muovere leggermente la testa nella nostra direzione e accennò un sorriso. Ero a fianco di Hanga e lo sentivo fremere di gioia, i suoi occhi non si staccavano da quelli di Julian, gli misi una mano sul braccio e sentii i muscoli tesi contratti in una forza che era speranza. - Deve soltanto stargli accanto e fargli sentire la sua presenza ha bisogno solo del suo affetto. Gli dissi questo con un filo di voce in modo che gli altri non potessero sentire. - Vi dispiace se io e Righeira ci appartiamo un poco? Prometto che dopo vi concederò la mia più completa attenzione, detto questo mi prese sottobraccio e mi tirò a dentro nel parco, lontano da occhi ed orecchie indiscrete, poteva portarmi nel suo studio, ma scelse di godere di ciò che aveva intorno. - Stento quasi a crederci ed anche i dottori non riescono a darsi una spiegazione convincente, improvvisamente ha cominciato a migliorare, giorno dopo giorno il suo stato è progredito ha recuperato in questi ultimi sei mesi quello che con le cure di anni non era riuscito a fare. - Io sono felice per te Hanga, che cosa c’è di più prezioso di un padre che vede rinascere il proprio figlio?,Sono felice per Julian che ritrova suo padre. Se dovesse accadere a me darei tutto il mio talento tutta la mia ricchezza affinché mio figlio sia felice in buona salute e non esiterei un attimo Hanga, - Non c’è bisogno che me lo dica Alberto, lo so, lo sento, ma anche se dessi via tutto quello che ho, servirebbe a salvarlo. Servirebbe il sacrificio materiale a ridarmi mio figlio? - No Hanga, non esiste sacrificio materiale, esiste sacrificio spirituale, dove il denaro nulla può, la fede e la preghiera arrivano, e dove neanche loro possono arrivare può farlo il vero cambiamento che deve accadere dentro di noi. - Non è possibile cambiare da un giorno all’altro Alberto, - Certo che no, ma riflettendo e prendendo lentamente coscienza di quello che veramente siamo e vivendo sereni nella consapevolezza della nostra impermanenza, si può cominciare a costruire questo cambiamento, - E quale sarebbe il primo passo da compiere, - Il più ostico di tutti, quello che ci permette di considerare gli altri individui veramente uguali a noi, con gli stessi problemi e le stesse nostre aspettative. Non so a che fede appartieni se hai o meno fede e credo che non abbia alcuna importanza. La bibbia e il corano per esempio dicono che discendiamo tutti da unico padre da un’unica madre, secondo questo concetto allora, siamo tutti parenti. Tutti abbiamo gli stessi diritti ed in fondo cerchiamo tutti la stessa cosa, essere felici nella nostra vita, e mi dia ascolto, l’essere felice non dipende da quanto uno è ricco o da quanto possiede, ne da quanto è povero e s’angustia per questo, ma da come resta autentico a se stesso, questo non è facile, molto più facile è fare del male agli altri, approfittarsi delle debolezze altrui per esempio, Il mettere molto sul piatto a volte ci fà credere d’aver il diritto di prenderci anche il poco che ha messo un altro, ma in verità questo non aggiunge nulla a ciò che sappiamo fare, nulla alla nostra felicità, per questo credo sia inutile cercare di togliere agli altri quello che tutto sommato non ci abbisogna. Meglio fare un passo indietro, rispettare ciò che non ci appartiene allo stesso modo di ciò che è nostro, lottando contro noi stessi, contro l’avidità, la cupidigia, che ci estranea dagli altri e ce ne allontana rendendoli nemici invece che amici, avversari invece di compagni, scardinare il rancore che ci devasta perché vediamo gli altri felici mentre noi siamo feriti e ci domandiamo perché è successo a me e non a l’altro e allora lasciamo che la rabbia ed il risentimento prendano il sopravvento nel nostro cuore e da quel momento smettiamo di costruire, dico di costruire per noi per la nostra felicità e quella di chi ci stà accanto confidando in noi. Dobbiamo sforzarci di dar il giusto valore a quello che abbiamo, allora saremo veramente soddisfatti di noi e vivremo molto più sereni la nostra esistenza. Nella morte, la costernazione ed il dolore è di chi rimane qui, non di chi se ne è andato, anche quella dobbiamo accettarla come un processo naturale che tocca tutti gli esseri umani, nessuno escluso, sia ricco e potente che povero e stolto. Noi tutti abbiamo avuto un lutto che ci ha fatto soffrire tutti nessuno escluso è una condizione globale che ci unisce, tutti abbiamo sofferto allo stesso modo, ma accettando questo come un fatto naturale, che coinvolge tutti gli esseri umani, li riunisce a noi come individui simili a noi e dopo aver fatto i conti con il nostro legittimo dolore, riusciremo a sopportarlo impedendo che ci travolga. - Tu dove hai imparato tutto questo? Dove hai imparato a vivere con un concetto così straordinario della vita. - Veramente non ci trovo nulla di straordinario in tutto questo, sono soltanto cose naturali come il bene ed il male, io cerco di coltivare il bene, scacciando e reprimendo dalla mente i pensieri che mi portano al male, riuscendo così a vivere serenamente gli eventi della vita. Certo che ad alcuni può sembrare un comportamento apatico, senza nerbo, lasciare che le cose della vita ti scivolino addosso senza lasciare segno, ma ti assicuro, ci vuole un impegno totale, una grande disciplina, un concreto studio, una costante ricerca ed una grande preparazione. Altro che apatia!, Ma sodo lavoro senza tregua fino a che tutto questo lavoro non produca il frutto di rapportarsi con gli altri come con se stessi e tutte le altre leggi cesserebbero d’essere. Invece per ottenere ciò che ti appartiene bisogna uccidere. Lo guardai negli occhi, e lui mi rispose con i suoi, non c'erano parole ma nessuno nascondeva nulla all'altro. - Essere autentico a se stesso ed allo stesso modo esserlo con gli altri, si è tolleranti con chi si ama, ma è nel rapporto con gli altri che dovremmo essere tolleranti allo stesso modo. Perché l’amore è tolleranza con chi si ama, ma con chi non si ama spesso siamo ingiustamente intolleranti perché a chi non amiamo contestiamo anche il giusto. - A questo serve la tua università? Ad insegnare questo concetto di vita? Vedi Hanga, anche in questa domanda usi un approccio sbagliato: tu definisci mia, una cosa che appartiene ad altri, pensata da altri, io sono soltanto il mezzo per poter realizzare ed è come se mi fossi donato ad altri. - Le dirò che sembrano concetti molto vicini a quelli dei monaci Buddisti, la sua università, ops… l’università in verità, sarebbe più un monastero, - Quello che stai dicendo Hanga mi porta a fare delle riflessioni a cui dedicherò del tempo. L’università che è nei miei pensieri dovrebbe contribuire a forgiare mentalità equilibrate oltre che preparati professionisti, fare in modo cioè che la cultura di questo popolo in primis, non vada perduta, ma che i studenti l’applichino nella loro vita in modo che sappiano operare per loro e per gli altri, con coscienza ed equilibrio, questo è il nostro intento, dico nostro perché io da solo nulla potrei realizzare, mentre lo sforzo comune l’impegno della collettività può riuscire. Ecco in verità penso che la scienza e l’istruzione siano valide non quando restino un puro gioco mentale, ma quando queste diventano utili alla vita, solo in quel momento il loro senso si realizza. Parlammo ancora a lungo passeggiando con calma nel parco fermandoci di tanto in tanto ad approfondire dei concetti sui quali avevamo diverse vedute, Hangarfood possedeva una mente acuta veloce pronta e le sue osservazioni risultavano sempre pertinenti. Quando mi poneva delle questioni alle quali d’altronde non ero in grado di rispondere dicevo semplicemente, candidamente, Questo non lo so! E lui scoppiava in una risata d’approvazione, - Giustamente! Non si può sapere tutto, aggiungeva alla fine. – Questo è quello che mi piace di te, perché non ti dai le arie di chi, solo lui, conosce i segreti dell’universo e non ti arrampichi sugli specchi pur di dare una risposta, anche quando non sai cosa rispondere. Ora rientriamo non vorrei che gli altri ospiti s'offendessero, li abbiamo lasciati soli troppo a lungo. Alla fine del pranzo, Hangarfood entrò nel discorso che stava a cuore di Carlos e Marta. Si accorse fin dalle prime parole di quell’uomo, che aveva un interesse diverso, nuovo riguardo al primo incontro, aveva cambiato ottica o punto di vista ma aveva focalizzato le possibilità che la società di Carlos offriva e stava generando idee, voleva conoscere sapere esplorare un campo a lui sconosciuto ma che fruttava soldi, molti soldi e notorietà e dunque se usati a dovere, fruttavano potere. Hangarfood sapeva cosa farne, chi ha il potere lo usa!, Dunque un'altra verità nelle parole di Orso; chi non usa il potere che gli viene dato in gioventù è come un frutto che non matura e appassisce. - Mentre voi parlate dei vostri affari se non vi dispiace, io andrei a trovare Julian. Hanga guardò Righeira negli occhi, in cuor suo desiderava questo, quel miglioramento in Julian era avvenuto proprio da quel momento, da quando vide quell’uomo la prima volta e Hanga sentiva che quell'uomo non lo faceva per compiacere lui, lui andava da Julian solo per Julian. - Ho voglia di passare del tempo con lui. Mentre s’accomodavano sul divano con un bicchiere di Brandy in mano, io scendevo al piano inferiore dove era sistemata la camera di Julian. - Ciao Julian, come stai, vedo che il tuo viso ha ripreso colore, sono felice per te. Il mio sorriso era solare felice ero il suo migliore amico e gli davo coraggio!. Gli presi la mano e sentii il suo tentativo di stringere, gli sorrisi, - Bravo Julian, hai preso la strada giusta, ora per seguirla ci vuole forza ma ancor di più ci vuole coraggio. Yo estoi a chi por ti… Yo estoi a chi por ti, gli ripetei sottovoce vicino all’orecchio. Gli chiusi la mano tra le mie e cominciai a recitare la cantilena di un antica preghiera Apache, la preghiera sciamanica Apache per infondere il coraggio. Chi ha il potere lo usa. Tenevo la testa china ed osservavo la sua mano scheletrica tra le mie, sentivo il suo sguardo su di me, ma non alzai gli occhi, continuai a recitare la preghiera intonando una cantilena infantile e a massaggiare la sua mano, sentivo il calore fluire dalle mie palme e scaldare la sua, stetti a lungo in quella posizione trattenendola tra le mie, lentamente alzai lo sguardo sui suoi occhi, erano sereni, consapevoli di ciò che stavo facendo e m’incoraggiavano a proseguire, c’era qualcosa di nuovo nella sua vita, qualcosa per cui valeva la pena lottare come un leone, c’era suo padre. Il palmo della mia mano si posò sulla sua fronte e Julian chiuse gli occhi, i lineamenti del suo volto si distesero, lo portai su di un verde prato fiorito immerso nel sole caldo del mattino, lo guidavo tenendogli la mano: lui era felice. Anche la vecchia era felice, felice di raccontarmi le storie ed io l’ascoltavo con attenzione lasciando che colorisse i racconti con eventi di grande effetto ma poco credibili, non era importante che raccontasse esattamente la verità di ciò che narrava era importante la storia che fluiva dalle sue labbra e vedevo il suo sguardo accendersi quando improvviso un ricordo smarrito si rifaceva strada nella sua mente. Ero felice di ascoltare le storie di Campos e non del Campos, poi parlò di Hugo Rodes e di Hangarfood di come riuscirono a far crescere quello che oggi era un pezzo di paradiso curato e custodito da mani sapienti. Dell’amore che entrambi ci misero per far in modo di rendere produttivo ed appagante il lavoro dei contadini. Di quanto impegno ci misero e delle difficoltà che superarono e del loro inevitabile allontanamento verso punti di vista diversi, ma non rivali. Nessuno dei due pur essendo potente fece mai nulla per sopravanzare l’altro, entrambi in modo e con mezzi diversi fecero la fortuna che oggi è l'eredità delle terre di Campos. - Sono sepolti uno accanto all’altro a spalla a spalla come due vecchi amici, nel piccolo cimitero della chiesa sulla collina. Valli a trovare avranno piacere di conoscerti, perché come loro anche tu, con mezzi diversi dai loro, ma grazie a loro, lascerai la tua eredità a questa terra contribuendo a farla crescere forte sana rigogliosa. Il sorteggio dei quarti di finale ci mise di fronte la Juventus, una delle società più importanti del mondo. Il nostro stadio L’Hugo Rodes non poteva contenere la marea umana che si era riversata a Campos, il maresciallo dei gendarmi, Miguel Rodrigo dovette chiedere altre forze al comando per poter fronteggiare l’emergenza, mai si era visto uno spiegamento di forze tali intorno allo stadio, i nostri erano gasatissimi, erano coscienti della nostra potenza e loro avrebbero dato tutto il loro cuore con la loro gola per noi. Per tutto il popolo di Campos era il battesimo del fuoco, dentro o fuori, non ci sono sconti. La Fossa rappresentava il trillo delle donne sul monte. Mc.Claude sapeva cosa fare e la fece. Io innalzavo la mia voce a Wakan Tanka seduto sul pavimento con le ginocchia incrociate, sentivo in me la potenza e ne avevo il controllo, Mc.Claude aveva piegato il mio concetto di lotta alla sua tattica, il falco deve diventare lupo. Molti schermi giganti furono dislocati nei punti di ritrovo dei tifosi, i pub le locande i ristoranti tracimavano di persone che erano giunte a Campos al seguito della squadra bianconera, le cose comunque stavano andando lisce, i nostri tifosi li avevano accolti degnamente, ed altrettanto degnamente erano ricambiati. Una partita difficile, tattica, celebrale, due compagini in grande spolvero che si fronteggiavano con rispetto reciproco, nessun cedimento psicofisico o tattico da ambedue le parti, si gestiva la gara con grande freddezza, con enorme attenzione ed acume tattico, non era una gara di calcio, ma una vera partita a scacchi, che si svolgeva sui centottanta minuti, novanta sul nostro campo e novanta sul loro. Un tocca e rientra continuo, lasciare spazzi giocabili ad una o l’altra squadra poteva risultare letale, ne eravamo consapevoli quanto loro. Mc.Claude aveva forgiato la sua squadra; pensava come lui e si muoveva a memoria, lo spettacolo alla lunga ne subì le conseguenze la sentenza fu rimandata al ritorno, al Delle Alpi di Torino. Quella busta scottava tra le mani di Marta, Studio Legale Hupper, l’intestazione non lasciava dubbi, Hangarfood si era mosso. In quella busta c’era scritto il destino del Campos di Rodes. Avevano parlato a lungo intensamente fino a sera mentre io stavo con Julian, le parole di Hangarfood avevano riacceso una speranza nel loro cuore, gli era parso meno deciso sul da farsi, più incerto nell'esternare il proprio pensiero, a volte sembrava concentrato su altro mentre Marta e Carlos Rodes cercavano di sapere, d'intuire. Hanga aveva invece ascoltato con molta attenzione le loro parole e da quelle le idee, molteplici idee, si aprivano nuovi scenari più ampi, molto piu ampi - Ho molte idee in questo momento, devo riflettere ponderare, ci sentiremo al più presto. Riflettere, ponderare, Hangarfood sapeva sempre cosa fare, perché ora, prendeva tempo, ne Marta, ne Rodes, erano riusciti a rispondere a questa domanda ma ora la risposta era in quella busta e nessuno dei due aveva il coraggio di aprirla. Stavano seduti uno di fronte all’altra, la mano di Rodes apparve insicura quando prese il tagliacarte e aprì la busta, sospirò e lesse ad alta voce: Lo Studio Legale Hupper nelle veci e per conto della Soc. Hangarfood chiede un incontro con la Sig. vostra nella nostra sede il giorno 22/02/04, oggetto: richiesta di conversione precedente accordo, stipulato in contratto di compravendita, con nuovo contratto di sponsorizzazione quinquennale riguardante vostra società sportiva Campos F.C. 1885. In attesa vostra comunicazione, distinti saluti. Le mani di Rodes divennero improvvisamente pesantissime, tanto che non poté sorreggerle, urtarono con un tonfo il piano liscio e lucido della scrivania. Marta era una statua di sale, il colpo li colse alla sprovvista con la violenza di un pugno allo stomaco, si guardavano incapaci di parlare, paralizzati dalla sorpresa. Rodes si scosse e rilesse attentamente la lettera, la vista non gli aveva fatto scherzi, Hangarfood voleva cambiare i termini dell’accordo, non voleva indietro il denaro, anzi avrebbe sponsorizzato la squadra per cinque anni ad un prezzo astronomico. Le mani di Carlos si mossero automaticamente sul telefono, formando il numero privato di Hangarfood: - Ho ricevuto la lettera dal tuo studio legale Hanga, ma voglio sentire questo dalla tua voce. La voce dall’altra parte del filo sembrava allegra e divertita. - Tu non sapevi più come affrontare le spese di gestione della squadra giusto? Bè, ho deciso di darti una mano, sai mio figlio si diverte molto guardando la tua squadra alla TV ed invece di comprargliela ho deciso di scriverci sul petto il suo nome, sempre che tu sia d'accordo naturalmente! Vorrei fargli una sorpresa per il suo compleanno.- Mi hai spiazzato completamente Hanga, non so cosa dire. - È semplice Carlos dì di si! E facciamo un matrimonio d’interesse. Riappese la cornetta guardando Marta negli occhi, le pupille erano punte di spillo nere in un lago grigio blu, lei sapeva cosa voleva dire Hangarfood con matrimonio d'interesse e come ci sarebbe arrivato, donando a Carlos quello che Carlos desiderava prendendosi tutto il resto. Lui era come il nonno, voleva solo stare a contatto con la gente e vederla felice, gli dava ciò che lui desiderava e prendeva ciò che a Carlos non interessava. Mettendola nel posto dove Hangarfood metteva sempre il suo uomo migliore, sapendo di aver messo il migliore degli uomini al posto giusto. Ora Marta sorrideva o meglio ghignava come chi ha mangiato la foglia, il tempo del dilettantismo terminato è, ora si fa sul serio e si sale sulla vetta del mondo. La temperatura si era alzata notevolmente nell’ultimo periodo, la primavera s’inoltrava veloce verso il suo fulgore, i semi dopo aver germogliato ora cominciavano a dare il frutto del lavoro e gli alberi erano tutti fioriti, le api svolgevano freneticamente le fatiche che la natura gli aveva affidato, il profumo della vita riempiva l’aria nella valle di Campos. Le mattine erano intiepidite dal sole ed i contadini andavano più volentieri nei campi, il freddo inverno era passato, ma il lavoro, nelle terre di Campos, mai si era interrotto, la grassa e fertile terra che nutriva e fortificava il suo frutto aveva continuo bisogno di cure e le mani esperte di chi si nutre dei suoi prodotti mai si sottraeva al suo dovere, amore con amore non può portare che buoni frutti. La sera ci si ritrovava nelle vie nelle piazze nelle locande per scherzare ridere e vivere, i tavoli offrivano dibattiti, partite a carte, discussioni e affari e racconti, si era tutti stretti in quell’atmosfera calda e accogliente e le serate passavano veloci, aggiungendo un valore concreto alla vita, ci si stringeva intorno alle amicizie al calore familiare umano e quando il Campos giocava la sua partita si era tutti stretti intorno a lui, come lo si è ad un figlio ad una cosa propria ad un grande amore. Mi ero arrampicato sul monte e trovai il passaggio tra il fitto sottobosco che portava alla vecchia chiesa, stava arroccata sul fianco del monte penetrando con le fondamenta nella sua roccia grigia. La natura l’aveva ormai attanagliata quasi volesse riappropriarsi dello spazio che gli era stato sottratto, le pietre del muro di cinta erano smosse dalle radici che vi si erano incuneate tra le fessure togliendole dal loro alloggio, i tronchi degli alberi che erano cresciuti a ridosso delle pareti le avevano sfondate penetrando con i rami all’interno del fabbricato sollevando il tetto e facendo marcire il legno che lo sosteneva, tutto era stato abbandonato, e la cosa mi restava dura da comprendere, vista la cura che sempre era evidente nel resto della valle. M’aggiravo tra quelle macerie con calma in un silenzio naturale che era condito dal cinguettare degli uccelli e fruscii d'animali selvatici, il campanile era crollato ed in terra le sue macerie disegnavano comunque la sua antica struttura, la piccola campana di bronzo era ancora lì, attaccata al marcio legno che un tempo la sosteneva facendola oscillare per liberare il suo rintocco. Il piccolo portone dell’entrata era quasi irriconoscibile, le tavole erano staccate l’una dall’altra ed il marcio le aveva consumate dal basso verso l’alto i cardini avevano ceduto alla ruggine e ciò che ne restava era conficcato nelle pietre della parete, guardai al suo interno tutto era diroccato e l’accesso quasi del tutto impraticabile, ma entrai, il pavimento era completamente sollevato ed ondulato e delle grosse radici affioravano in superficie qua e là come grossi serpenti, la lastra di granito che era il piano dell’altare giaceva in terra divelta dal muro e dalle basse colonnine che lo sostenevano, ma quelle erano intatte ed al loro posto, ecco mi dissi, questa opera d’uomini è! Qualcuno si è preso la briga di staccare la lastra dalla sua sede e lasciarla poi abbandonata in terra, e nonostante sulla sua superficie erano evidenti i segni di un crudele tentativo di spaccarla aveva resistito. Le due colonnine di sostegno erano molto antiche i tratti ancora leggibili incisi sul tronco lasciavano intuire che fossero d’era medioevale o anche più vecchia, non era certo io nelle condizioni di datarle, ma l’impressione che ne ricavavo, sentivo che non era errata, anche alcuni fregi che le pareti erano riuscite a conservare mi portavano a trarre la stessa conclusione e poi vi era la storia recente di Campos che la vecchia mi aveva raccontato e non per sentito dire. Antico baluardo spettatore di scontri armati nella valle sottostante e teatro di grandi dispute intorno al 1930, quando la nuova riforma agraria scosse il popolo dei contadini. Non vi era altro all’interno, i raggi del sole penetravano dalle ampie ferite del tetto nutrendo l’erba che cresceva in molte parti nascondendone la storia, non sembrava neppure una chiesa e forse non lo era in principio, pensavo che era un pò troppo isolata e decisamente fuori mano per la popolazione, forse un monastero. Il vecchio o meglio antico piccolo minuscolo cimitero era situato alle spalle della chiesa proprio dietro il muro dell’altare, come se il prete dicendo messa desse le spalle ai fedeli e rivolgesse la propria faccia e le proprie parole ai defunti. Le pietre tombali erano smosse dalla natura alcune riverse ed affogate nella terra e tra l’erba, altre inclinate e sul punto di seguire lo stesso destino, le due che cercavo erano decisamente più recenti delle altre e la natura aveva appena cominciato la sua opera intorno a loro. Rodes e Hangarfood riposavano in quella terra che tanto avevano amato e lo facevano stando a spalla a spalla, rimasi a guardare le due steli affiancate con incisi i loro nomi, mi sedetti davanti a loro sull’erba e m’accesi la pipa corta, erano morti uno dopo l’altro, quasi a non lasciarsi da soli e a farsi compagnia anche nel mondo altro, ma perché voler essere sepolti qui?. Lontano da tutto e da tutti, in fondo, pensai, questo è un posto tranquillo. Mentre pensavo a questo lo sguardo vagava tra i rami che coprivano ombreggiando il minuscolo cimitero, la curiosità di vedere chi fossero i compagni di tale eterno riposo s’insinuò nella mente e mi fece muovere, lessi alcuni nomi su altre steli, di alcune ero costretto a seguire con il dito il profilo di ciò che rimaneva dell’incisione nella pietra, assonanze francesi risuonavano nei cognomi, Payen, Montbrand, certo che: le strade percorribili a quei tempi non erano molte, Campos doveva essere un punto di riferimento per i viandanti e la Francia era relativamente vicina. Sollevai da terra un'altra stele la cui faccia era affogata nella terra e ciò aveva conservato integra l’iscrizione, Marie de Blanchefort, questo era un nome che già avevo sentito anche se non ricordavo dove, ne in che occasione ma era un nome che conoscevo e questo mi turbò un poco, pulii con le dita la terra che otturava il resto della scritta finché ne scopri un cerchio con un pentacolo circoscritto al suo interno, mi guardai intorno e ciò che prima m’appariva come il corso naturale della natura che lasciata libera si riappropria dei suoi spazzi d’appartenenza ora la vedevo con occhi diversi, a cominciare dalla lastra dell’altare. La distruzione di questo luogo è cosa d’uomini e non naturale decorso, quello è avvenuto in un secondo tempo e di ciò che qui è avvenuto ad una sola persona posso chiedere Padre Marcilo. Lui può saperne di più... . La Juventus stava esercitando il suo massimo sforzo, nel tentativo di portarsi in vantaggio e superarci, la stavamo contenendo bene, senza mai offrirgli la possibilità di sferrare il colpo decisivo, giocavamo con un ritmo blando ma consci di poter accelerare e aggredirli al momento opportuno, lavorando con prudenza ma efficacemente. I minuti trascorrevano ed il loro forcing non dava i frutti sperati, i loro tentativi s'infrangevano contro le nostre tre linee senza trovare lo spazio ne il tempo per renderli effettivamente pericolosi. - Non capisco cosa stanno aspettando, è mezz’ora che li lasciano giocare senza controbattere. Maurice parlava ed Olivares lo ascoltava distrattamente, il suo sguardo non si staccava dal campo, - A dire il vero è dalla partita d’andata che li lasciano giocare, intervenne Filipe. - La Juventus può giocare fino all’eternità, non concluderà nulla! Oramai è evidente, se ne saranno resi conto anche loro, vedrai che da qui a poco, cominceremo a macinare gioco. - Sono d’accordo con te Manuel, rispose Olivares, attaccano attaccano e non concludono nulla, tra poco dovranno difendersi dagli assalti di Righeira e Lomes, la loro difesa è molto lenta e quei due sono dei razzi! Li hanno lavorati ai fianchi e già mostrano cedimenti, aspettano che la corda sia tesa per colpire, ormai dovremmo aver imparato anche noi come giocano i nostri ragazzi, prepariamoci e sosteniamoli, si alzarono dai loro seggiolini e spalle al campo cominciarono a dirigere la loro orchestra che era fatte di cuore dedizione amore e voce tonante. Il loro schieramento tattico di fronte al nostro prolungato possesso di palla, cominciò a sfilacciarsi, le mie incursioni divennero più intense e velenose, Fimenta e De Fuente cominciavano a dettare i ritmi che divennero sempre più intensi, alzarono il baricentro del loro gioco per rientrarne in possesso e offendere, cercando nel pressing la chiave della partita, esattamente quello che De Fuente e Fimenta volevano, esattamente quello di cui avevano bisogno, Mc.Claude ci aveva catechizzato voleva i nostri avversari addosso, per richiamarli su De Fuente e Fimenta e dar modo ad Antinas di poter salire, questo fecero e questo gli fu fatale. Perché per chiudere gli spazzi a quei due, preoccuparsi al contempo di Lomes e Righeira, dimenticarono il Cobra: De Fuente diede un innocua palla indietro verso l’accorrente Antinas, salito lungo le due linee difensive, testa alta grande visione di gioco, grande eleganza, padrone del campo, vide in anticipo tutto quanto; dal suo sinistro generò una palla lunga per la corsa di Filos, generata con precisione per la velocità del Cobra che trovando lo spazio sulla corsia di destra seguì la palla nella sua discendente traiettoria, allungata e misurata magistralmente da Antinas e appena l’erba accarezzò il cuoio, il puntuale piattone destro del Cobra tagliò al centro per Lomes, scattato veloce a sostenerne l’affondo, immediato, secondo lo schema Mc.Claude, il taglio completo di campo verso sinistra, la palla tagliò in due la loro linea difensiva sfilando verso la bandierina, una volata di trenta metri che mi vide impegnato, in uno sprint all’ultimo respiro con il loro esterno destro, produssi una accelerazione entusiasmante, devastante, arrivando sulla palla due metri prima del mio diretto avversario, senza guardare ne pensare, calciai dal fondo, con l’interno sinistro in corsa verso la lunetta dell’area, dove il destro d'incontro di Fimenta esplose in una potenza incredibile, la palla gonfiò la rete senza che il portiere potesse nulla. Un contropiede spettacolo, una ripartenza letale, eravamo in vantaggio e la Juventus avrebbe dovuto farci due gol per ribaltare la situazione, ma il colpo per loro era stato più pesante di quanto potessi immaginare. Restarono un attimo sulle gambe intontiti e spaesati da ciò che avevano subìto e non si può restare senza difesa di fronte al Matador, lui non ha pietà! Fimenta si allarga sulla sinistra mi chiede ed ottiene il triangolo, cross dal fondo e colpo di testa di Lomes lasciato solo soletto nel mezzo dei due centrali a due passi dal portiere. Gl’incroci con gli altri quarti ci misero di fronte, il Manchester United, contro di loro ci saremmo giocati l’accesso alla finale. Rodes e Marta uscirono radiosi dallo studio Legale Hupper, tutto si era risolto in pochi istanti, le preoccupazioni, le tensioni, la paura, tutto era dissolto liquefatto, La presidenza del Campos era e restava a Rodes, ma sulla maglia il nome di Julian sarebbe rimasto inciso per sempre era lui il padrone del Campos F.C. 1885, Hangarfood si era assicurato che Rodes non vendesse a nessun altro se non a lui, forte di un contratto di sponsorizzazione decennale, al termine del quale si sarebbero discussi i termini per il suo rinnovo, anche se i sottoscrittori non fossero più stati in vita, nel qual caso Marta era la padrona. L’impegno reciproco fu stilato redatto firmato e registrato come atto notarile pubblico, che nessuno possa dire mai: io non lo sapevo. Gli occhi di Marta guardarono i miei, io gli sorrisi e dissi: - Il più letale dei tuoi nemici è divenuto il tuo miglior alleato, adesso tu e Carlos dovete vivere con coraggio la vostra felicità, Marta mi abbracciò e mi baciò sulla guancia mettendomi per la prima volta in imbarazzo, - Ora sento che faremo qualcosa d’importante, ora possiamo e dobbiamo pensare soltanto a vincere, Hoka Hey mi sussurrò all’orecchio. Avevamo già affrontato il Manchester, strappandogli la Supercoppa d’Europa, ora nella doppia sfida, dovevamo prenderci il passaporto per la finale. L’Old Trafford era tinto di rosso, una muraglia umana che indossava la maglia del Manchester, lo spicchio giallo dei nostri tifosi spaccava in due l’egemonia degli spalti come la frattura in una roccia, ci assaltarono con un ritmo elevatissimo fin dal fischio iniziale, affondavano sulle fasce esterne cercando di sorprendere le nostre linee difensive facendo salire i difensori esterni che andavano a sovrapporsi agli esterni d’attacco, cercavano la superiorità numerica sulla fascia in modo da prendere due contro uno i nostri eterni e volare sul fondo da dove, crossavano al centro, per le loro torri. Garcia e Antares ripiegarono rispettivamente su Medenta e Guilerce, io e Filos formammo la linea con De Fuente davanti la difesa a cinque, Fimenta e Lomes lottavano contro i loro centrocampisti di fronte a noi, il cinque tre due difensivo, ricordava il quadrato delle giubbe blu contro il cerchio degli indiani, loro ci giravano intorno veloci da destra a sinistra, noi stavamo arroccati al centro, ci lasciavamo comprimere, invitandoli ad aumentare la pressione e quando furono accecati dal furore dalla loro superiorità sbagliarono, sessanta metri di campo lasciarono liberi sulla mia corsia ed un solo uomo lasciarono a coprire. Eppure sapevano, conoscevano quello che era il mio punto di forza, la mia arma letale, eppure, accecati dal loro stesso furore... Guilerce ed Antares, in raddoppio, rubarono palla al loro esterno al limite della nostra area, lo scambio arrivò a De Fuente e fulmineo, come un gancio alla mascella, fu l’invito al mio inserimento, agganciai la palla con l’esterno destro ed alzai la testa puntando dritto verso l’ultimo uomo, allungai la palla nello spazio vuoto e l’invitai a correre, il turbo s’inserì, improvviso ed amato, facendomi volare sull’erba, con il vento nelle suole ed il cuore nelle scarpe, l’affiancai lo superai e lo staccai resistendo al suo estremo tentativo di fermarmi con un fallo. L’interno sinistro controllò la palla, alzai lo sguardo verso il portiere, fermo tra i pali, lasciai correre il pallone fin dentro l’area e sul suo accenno d’uscita lo bruciai incrociando il destro sul primo palo. Un incredibile sciocchezza, mi avevano lasciato a disposizione ed innescata l'arma più micidiale che possedevo, 10,70 il tempo sui cento metri, ne tartan ne chiodini, ma erba e tacchetti sotto le suole ed un pallone tra i piedi ad impedirmi, 1 a 0 la frattura gialla nel loro muro umano era esplosa. Ripartirono sfidandoci ancora a viso aperto e la nostra risposta fù immediata, formammo le tre linee con Lomes davanti e cominciammo a giocare, cominciammo a giocare a calcio, un calcio che loro non avevano mai affrontato, la manovra divenne ariosa, armoniosa, con un controllo totale sul palleggio e possesso, un turbinio di movimenti senza palla che li atterriva e gl’impediva di organizzare le contromosse, pressing asfissiante e velocità d’esecuzione. In quindici minuti andammo tre volte al tiro sfiorando ripetutamente il raddoppio. Li stavamo stracciando, l’Old Trafford era ammutolito di fronte a tale dimostrazione di forza, per cinque minuti consecutivi restammo in costante possesso di palla senza mai cederla per un solo istante andando a concludere questo prolungatissimo fraseggio con una bordata da fuori area di Fimenta che scaldò le mani del portiere, proteso in tuffo ad evitare un gol spettacolo. Quei pochi cross che gli riuscivano erano costante preda di un Lorcia eccellente, il nostro portierone era un assicurazione sulla vita, con una sicurezza ed una padronanza della posizione senza eguali, era sempre lì, dove la palla sarebbe andata, gli straordinari li faceva soltanto su palle impossibili raccogliendo l’applauso fragoroso degli spalti. Su calcio d’angolo raddoppiai di testa, il terzo gol lo segnò Antinas su calcio piazzato dal limite. I tifosi del Manchester mai si sognavano di ricevere una lezione di calcio così pesante! Alla conclusione della gara si alzarono in piedi e applaudirono. Un applauso vero, sincero, che ci spinse al centro del campo per ricambiarlo. Nell’altra semifinale il Milan s'impose di prepotenza in casa dell'Andrlecht. La finale, a scanso di rocamboleschi risultati nelle gare di ritorno, era delineata. Mc.Claude e Luisio misero a punto la preparazione che ci avrebbe portato a giocare il finale di stagione nella miglior condizione di forma fisica possibile, la quarta finale consecutiva di Coppa di Spagna ci aspettava, il secondo consecutivo titolo di Spagna era ad un soffio e la nazionale cominciava a serrare gli appuntamenti in vista del Mondiale, un tour de force senza pausa che ci costringeva ad essere quasi eremiti. Tanto fitti erano gli appuntamenti che la nostra vita privata era circoscritta a sporadiche frequentazioni serali. Piccolo Falco compì un anno e mentre la festa familiare si stava svolgendo, a sorpresa, Hangarfood comparve sulla porta della locanda, - Mi sono permesso di portare dei regali per il piccolo ed un pensiero per lei, si rivolse a Lubna con un cordiale e sincero sorriso, Lubna aprì l’astuccio ed il bagliore caldo dell’oro scintillò riflesso nei suoi occhi, uno stupendo girocollo in oro giallo ciondolò dalle sue dita mentre la sua bocca restava aperta paralizzata dallo splendore e dalla sorpresa. - È troppo bello, non posso accettarlo, - Perché no! L’avrebbe forse accettato se fosse stato più brutto? I bei gioielli sono fatti per le belle donne, mi conceda soltanto l’onore di cingerglielo al collo, le mani si mossero delicate e fecero scattare la chiusura, la pelle scura di Lubna era il perfetto contrasto per far risaltare il lucido metallo giallo al massimo del suo splendore, ma i miei occhi vedevano soltanto il mio gioiello messo in risalto da quel prezioso ornamento, la vista di tanta bellezza mi gonfiava il cuore d’amore, consapevole che dentro quello scrigno vi era racchiuso il più bel diadema dell’universo. il Grande Spirito mi aveva concesso di conoscerlo, di dividerne l’esistenza, d'assaporarne l’essenza ed il frutto di questo volere era lì, tra le sue braccia che sgambettando sorrideva al mondo. Gli occhi di Hangarfood trovarono i miei, cercavano approvazione, inclinai la testa - Un dono che viene dal cuore è sempre gradito, indipendentemente dal suo valore stesso. La mano estrasse dalla tasca della giacca una busta, - Questo è per lei, oh... mi perdoni: per la sua causa! Mi ha dimostrato che nella vita è più bello dare che ricevere, ma quando si riceve qualcosa d’inimmaginabile, ciò che si dona sembra sempre povera cosa, la apra pure, non sia formale. La busta conteneva un assegno bancario a mio nome di un importo stratosferico, Dieci milioni di Euro, Hangarfood bruciò sul nascere le mie parole: - "è meglio essere buoni che possedere molti cavalli" questo lei mi ha detto, ora io aggiungo "e chi possiede molti cavalli è meglio che sia buono", Giusto?, Per la sua causa questi sono importanti? - Accidenti! Sig. Hangarfood, questi sono fondamentali, - Come lo è per me Julian. Mi si avvicinò e fissandomi dritto negli occhi mi sussurrò: Lei ha restituito un figlio al padre ed un padre al figlio e per me questo è più importante di tutto ciò che posseggo, questi sono soltanto spiccioli, ho dato disposizione affinché tutti i materiali e tutti i mezzi di trasporto che dispongo in quella zona siano a disposizione della sua causa da subito e da subito per me significa, da questo istante. I suoi occhi erano fissi nei miei e la luce che vi leggevo era quella di un potente uomo che sta usando tutto il suo potere per ottenere ciò che vuole. - E siccome conosco il pensiero di certe persone che occupano poltrone importanti al di là dell’oceano, ho dato ordine di ammorbidire alcuni atteggiamenti riguardo a ciò che ti stà a cuore. - Sono senza parole Hangarfood, - Allora non dire nulla, e sorridendo aggiunse, - Gradirei adesso, una fetta di quella bella torta di compleanno. Presi in braccio Piccolo Falco e facendogli impugnale il coltello tagliammo una bella fetta di torta per Hangarfood, felice si sedette a fianco di Alfonso che provvide a riempirgli il bicchiere con il miglior vino che avevamo, a guardarli sembravano due vecchi fratelli che felici si godevano la festa. Padre Marcilo, mi accolse cordialmente nel studio della sua canonica, parlammo un poco delle nostre cose prima d’arrivare al vero motivo della mia visita. La sua fronte si corruccio e gli occhi fissarono per lunghi attimi quel cerchio con il pentacolo al suo interno e quel nome scritto sotto Blanchefort. - Ho fatto visita ai vecchi del paese lassù alla vecchia chiesa ed ho trovato il piccolo cimitero e sulle lapidi nomi e simboli, uno di questi ha stimolato la mia curiosità. - Se queste cose me le avesse mostrate un’altra persona gli avrei domandato che cosa fosse, ma con te invece, credo sia interessante discutere dell’argomento perché tu sei addentro a tali argomentazioni, anche se rimango molto scettico sulle varie leggende che i vecchi si tramandano e che circondano quel nome e quel simbolo. - Le leggende dei vecchi hanno sempre una solida base di verità ed anche se sono spesso colorite di fantasia le loro radici sono autentiche quello stemma per esempio, somiglia molto al simbolo della nostra ruota di medicina, che nel cerchio racchiude i quattro quadranti del mondo e le due direzioni che possiamo percorrere al suo interno, qui invece di quadranti ne vedo cinque. - Ecco cosa intendevo coll'essere discussione interessante con te, hai immediatamente intuito che si tratta di un qualcosa di mistico ed in realtà questo è il pentacolo, un simbolo di magia. – Padre Marcilo… Non esiste la magia!, Ma solo l’unione di forze che può dar luogo a fenomeni metafisici, così come una nota può frantumare una lastra di vetro, non vi è nulla di magico, ma accade per unione di forze. In ogni caso, non è questo che alimenta la mia curiosità, quanto invece quel nome che mi suona familiare anche se non ne ricordo il motivo. Mi stimola il conoscere la storia di Campos, le origini e le famiglie che si sono succedute in questi luoghi, ed il perché qualcuno si è preso la briga di abbattere quella vecchia chiesa. - Capisco cosa intendi dire Alberto, anche se non capisco cosa ti spinge in questa ricerca, ci sono cose che è meglio ignorare e continuare a vivere la vita serenamente. - Curiosità e voglia di sapere Marcilo null'altro e non è la prima volta che m’inoltro nei sentieri della ricerca. - Questo è evidente Alberto il tuo nome poi ne è la conferma, ed io sono stimolato nell’accompagnarti in questa ricerca, anch’io mi sono posto le stesse domande quando mi sono arrampicato fino alla vecchia chiesa e ho visto i segni indelebili dell’uomo causa del crollo, ma l’uomo molte volte agisce senza pensare, rapito com’è dal dettame di filosofie distruttive e per nulla accondiscendenti verso altre culture e dottrine che non conosce e non vuole conoscere, ostinandosi nel far prevalere solo ed esclusivamente il suo punto di vista come se fosse il solo unico punto di vista praticabile. Ci sono delle cose davvero interessanti nelle origini di Campos e di chi poi ha provveduto a proteggerle, ha mai sentito parlare del Ducato di Lorena, di Hugues De Payen, Andrè De Montbrand, Bertrand De Blanchefort? Insomma, Dei Templari?... Ecco dove avevo letto quel nome. - Non stupirti Alberto, i Templari sono arrivati dappertutto anche dal tuo popolo e le loro opere e costruzioni sono sparse nel mondo intero, è da lì che queste terre sono divenute le Terre di Campos e le famiglie che ora le popolano discendo in parte da loro. - Ma in che modo?… - Quando Filippo il Bello decise di liquidare i Templari… la chiesa di Roma di quel tempo prese la palla al balzo e decise che anche quegli eretici dei Catari dovevano subire la stessa sorte, che culminò con il suicidio collettivo di Montsegur, ma alcune famiglie sfuggendo all’eccidio attraversarono i Pirenei e giunsero intorno al 1300 in questa valle e mentre alcuni proseguirono oltre, altri vi si stabilirono ed in molti cambiarono i loro nomi, affinché nessuno potesse ricollegarli alle loro vere origini, ora ascoltami; perché altri invece... raggiunsero la costa nordica e di lì passando per l'Inghilterra prima, per la Irlanda poi, approdarono nella terra dei ghiacci che dista poche miglia marine, e loro erano grandi marinai. Gli occhi di Marcilo mi fissavano in attesa che intuissi, - La Groellandia,? L’Alaska?, il Canada? .- Insomma… L’America Alberto e molto molto prima di Cristoforo e Amerigo. - Io ho visto le loro argentee armature, conservate in un luogo inaccessibile insieme ad altre cose che altri visitatori hanno lasciato in quella terra, credevo però si trattassero delle armature dei conquistadores spagnoli di Cristoforo e d’Amerigo, - Vieni seguimi, ho dei manoscritti che indicano le Genealogie di queste terre e che comprendono quel nome che hai scritto. Discende o è collegato ad altri che gli sono poi succeduti, ci sono resoconti e narrazioni di spostamenti di stirpi che nel loro peregrinare hanno lasciato una scia da seguire e come diresti tu, porta dritto come una freccia nel vento in America... . Ora che ne sapevo di più delle cose di questa terra che mi circondava e mi faceva crescere come un suo frutto, sentii d'appartenergli un poco più di prima e le varie cose di cui ero venuto a conoscenza mi stimolavano nel approfondire la conoscenza storica del luogo che tanto mi stava donando singolarmente ed indirettamente donava al mio popolo che in un modo strano e oscuro era intrecciato con questo. Affrontai le ultime gare della stagione con un animo completamente diverso, era come se quella terra mi avesse assorbito facendomi diventare una cosa sua, sentivo d’appartenergli e sentivo che m’apparteneva, si era creato un legame profondo che non riuscivo a comprendere appieno ma che mi piaceva, aveva il potere d’esaltarmi e le mie prestazioni subirono un impennata straordinaria, Mc. Claude fu il primo a rendersene conto poi Luisio vide i risultati in laboratorio e gli avversari lo videro sul terreno di gioco. Travolgemmo quattro a zero il Celta Vigo nella finale di Coppa del Re, segnai tre reti e con tre vittorie consecutive ci aggiudicammo il secondo titolo della nostra storia. Una ubriacatura senza precedenti per tutti coloro che avevano il Campos nel cuore e che ora stavano diventando una moltitudine che s’allargava in tutta europa. Ora non si aspettava altro che la finale per il trono. La gloria per Mc.Claude e per quei diciotto ragazzi aveva dato loro appuntamento a London City per il grande slam riuscito mai a nessuno, Mc. Claude era di giaccio, mai lo avevo visto in quello stato d’animo, mai tanta concentrazione avevo letto nei suoi occhi nei suoi lineamenti, era ad un soffio dalla legenda, ad un passo dall’incidere il suo nome nel firmamento sportivo e io volevo con tutto me stesso che ciò accadesse, volevo che quell’uomo riuscisse dove tutti avevano fallito. London City fu invasa da migliaia e migliaia di tifosi, stravolgendone per due giorni interi il suo flemmatico ritmo, gruppi di tifosi con vessilli Giallo Blu ne percorrevano le strade tra canti ed inni, incrociandosi con altri tifosi colorati di Rosso e Nero, dando vita ad un folclore che la City mal digeriva ma era costretta a sopportare. Un corteo immenso ci accompagnò dall’albergo allo stadio, una tribù innumerevole con il volto dipinto dai colori tribali e fu la prima volta che dipinsi i colori della mia medicina sul volto così come un guerriero prima della battaglia, in fondo è meglio assicurarsi il benvolere degli spiriti che contare solo sulla buona sorte. I vessilli al vento della nostra tribù ci scortavano a passo d’uomo nell'avvicinamento allo stadio, bloccando la circolazione e costringendo i Bobby inglesi agli straordinari, inni d’incitamento salivano alle nostre orecchie, pugni sferzavano l’aria al nostro indirizzo, Lorcia, Medenta, Antinas, Guilerce, Garcia, De Fuente, Antares, Filos, Fimenta, Lomes, Righeira, Araldo, Enriche, Lois, Coimbra, Hermane, Sergi, Brito, erano solo diciotto ragazzi, nient’altro che diciotto ragazzi che giocavano al calcio. La posta in gioco era alta, Altissima, ma per chi!, loro avevano tutto da perdere, il loro stratosferici ingaggi li costringevano a vincere, a dimostrare che erano i più forti di tutti e così era, in parte: presi ad uno ad uno, era il meglio che ogni nazione avesse a disposizione, tra Italiani, Brasiliani, Ucraini, Francesi, Greci, Turchi e Tedeschi era il meglio che ogni Nazionale avesse messo a disposizione della Società Rossonera, noi chi eravamo? Diciotto ragazzi che giocavano il calcio alla grande, con l’entusiasmo di chi si affaccia alla ribalta del calcio mondiale, senza freni psicologici d’ingaggio di vittoria a tutti i costi ma con addosso l’orgoglio di una nazione di un popolo che giorno dopo giorno accresceva il suo numero di sostenitori ed ora i suoi vessilli potevano sventolare al vento nel cielo d’Europa. Pregammo tutti insieme seduti in circolo nello spogliatoio silenzioso, una muta preghiera di ringraziamento che ognuno di noi, dentro di se, mandava a chi ci aveva concesso di essere lì per vivere questo momento a chi ci aveva dato il potere di riuscire a competere per il trono contro le più grandi, a chi, per suo volere, mi aveva restituito quello che mi era stato tolto. Anche il parroco Marcilo pregò con noi, nel suo credo, perché nella preghiera siamo tutti uniti verso quell’unico Dio. Perché il messaggio divino è un messaggio unico universale. Anche Mc.Claude aveva la testa china e sembrava che nulla dicesse, ma il suo cuore era un lago d’emozioni, non so se pregasse, ma sicuro anche lui, a qualcuno stava raccomando il suo, "è meglio assicurasi il benvolere degli spiriti che contare solo sulla buona sorte" . Un esplosione di bandiere accolse l'ingresso in campo delle due squadre, un colpo d’occhio entusiasmante quasi commovente, che riversava nelle vene fiumi d’adrenalina, Alto era l’urlo del Campos. Al di sopra di tutte le altre voci al di sopra di tutti gli altri cori l’urlo del Campos era travolgente incessante vibrante d’amore e di voglia di vincere. Nessuna tattica, nessuna alchimia difensiva ma solo una lucida fredda determinazione basata sulla nostra forza collettiva sulla nostra umiltà di squadra sul legame che ci legava l’uno all'altro. Avevamo costruito collettivamente il nostro cammino portando mattone su mattone, pietra su pietra aiutandoci l’uno con l’altro sostenendoci a vicenda nei momenti di difficoltà, costruendo giorno dopo giorno una squadra composta da diciotto giovani ragazzi ad essere un solo unico cuore pulsante, era il momento di mettere in campo il meglio che sapevamo fare e tra tutte, una cosa ci riusciva alla grande, giocare al calcio. Nei primi quindici minuti fummo eccezionali, tutto ci riusciva alla perfezione, scambi a ripetizione di prima, azioni veloci in verticale e finalizzazione del gioco, eravamo dappertutto coprivamo il campo in modo totale, apparivamo come fantasmi nelle loro fila sconvolgendone l’assetto tattico. Non riuscivano a fermarmi ero potente veloce determinato e cinico a volte rabbioso, volavo sulla fascia come mai prima mi era accaduto, saltavo l’uomo e affrontavo il successivo in velocità palla al piede mettendolo seduto una due tre volte. Si chiusero nella loro metà campo incapaci di contenerci di dominarci mentre la palla viaggiava tra le nostre fila ad una velocità assurda, io, De Fuente, Antares Fimenta Lomes Filos eravamo andati al tiro con una facilità disarmante, sfiorando in più di un occasione il vantaggio, le nostre maglie gialle si muovevano veloci imprendibili tra le loro, che accumulavano falli su falli e cartellini su cartellini per poterci contenere, tocca e rientra, tocca e rientra Gridava Mc. Claude, affondo e cross, pressing e ripartenza senza sosta senza riprendere fiato senza pietà, il primo angolo per loro, il cross il colpo di testa sbagliato, la palla, indirizzata sul fondo, colpisce in pieno la nuca di Medenta e s’infila sotto la traversa seguita dallo sguardo sbigottito di un Lorcia impotente. Il calcio questo è, incredibile, mi venne quasi da ridere a vederli esultare come se chissà quale grande giocata l’avesse portati in vantaggio. Ci guardammo, scuotendo la testa e riportammo la palla a centrocampo, dagli spalti salì impetuoso l’urlo della nostra tribù, Campos, Campos, CAMPOS, era un urlo rimbombante costante rabbioso, Mc.Claude gridava a squarciagola!. Riprendemmo a giocare come se nulla fosse accaduto, con una serenità ed un allegria che diventava esaltazione man mano che il tempo passava, tutti tranne uno, Luis Medenta il cui nome tribale era IL MASTINO, inferocito dalla cattiva sorte che lo aveva colpito alla nuca, ringhiava contro gli avversari con la bava alla bocca, mai più nessuno lo superò, mai più nessuno fu minimamente nelle condizioni di fermarlo. Il risultato era cambiato ma nulla era cambiato, la palla era costantemente in nostro possesso, il gioco lo comandavamo noi, indiscutibilmente loro subivano, li stavamo dominando e non gli lasciavamo modo di giocarsela, annaspavano come una barchetta tra la schiuma delle onde di una tempesta, al venticinquesimo la palla mi arrivò leggermente arretrata, oppure ero stato troppo veloce superandola, all’incrocio tra la lunetta e l’area di rigore, tra un nugolo d’avversari bloccai all’istante la mia corsa e la colpii con il tacco facendo un sombrero umiliante ed esaltante all’intero muro difensivo che s'intrapponeva tra me e la porta. Li oltrepassai e prima che la palla toccasse terra sparai di collo sinistro colpendola in pieno, esplose una bordata d’incredibile potenza e precisione che incrociò in un lampo sul palo opposto gonfiando la rete. Il boato scosse l’aria mentre correvo verso la panchina di Mc.Claude con il dito puntato verso di lui, mi prese per le cosce e mi sollevò oltre la sua testa mentre il mio pugno sferzava l’aria. La nostra intensità non si fermò continuammo ad attaccarli incessantemente, come un martello pneumatico frantuma il cemento, la nostra spinta frantumava la loro resistenza, entrammo due volte in area a tu per tu con il loro portiere e per due volte si oppose da campione, ma nulla poté nell’ennesima spinta offensiva che mi portò sul fondo a crossare per la testa di Lomes il colpo secco, la risposta istintiva del portiere e la palla che si stampa sul palo esterno carambola verso di me percorrendo la linea di fondo, sposto il peso del corpo sulla parte opposta e d’esterno sinistro calcio a girare sul palo lungo della porta sguarnita, la palla descrive un giro nell’aria e si spegne nel lato piccolo della porta, un colpo perfetto nel controllo della potenza della traiettoria e precisione, vennero giù gli spalti in un ondata tumultuosa disordinata di urla gridate da gole squassate, di volti stravolti dal grido che esploso dai loro polmoni scuoteva le loro membra esaltate. Questo era il popolo di Campos, questa era la nostra tribù, fatto di gente tranquilla leale che lavorava la terra con amore con il sorriso e con un’unica gemma nel cuore. venticinquemila gole gridarono insieme il nome del Campos, venticinquemila braccia sferzavano l’aria ritmicamente, venticinquemila sciarpe rotearono sopra le loro teste, sembravano una coppa di champagne la cui schiuma trabocca dall’orlo. Andammo negli spogliatoi a riprendere fiato, Mc.Claude ci disse che questa era la nostra partita che sapevamo come giocarla e vincerla: - Non ho altro da dirvi se non giocate, giocate al calcio come avete fatto fino ad ora, date tutto quello che avete e quando non ne avete più, uscite e fate posto a forze fresche. Cercarono di reagire, d’impostare una seppur minima manovra offensiva per interrompere il nostro predominio, ma si trovarono di fronte una determinazione assoluta, li ricacciamo nella loro metà campo prendendoli a ceffoni e continuammo a martellarli senza tregua. Quando ci scappavano l’inseguivamo fin sul fondo per riprenderci la palla, e immediato era il contrattacco. Diciotto minuti giocati, angolo sulla sinistra, Fimenta dalla lunetta, io sul primo palo Lomes dietro di me Filos e Garcia sul secondo palo, Antares e De Fuente al centro area, Medenta e Guilerce appena fuori, Antinas nel centro del cerchio a centrocampo a presidiare la retroguardia, eretto in tutta la sua elegante statura, bello come il Sole. Fimenta batte basso sul primo palo mi sposto con un balzo lasciando che la palla passi tra me ed il palo mi voltai in aria e colpii seguendo la traiettoria, collo sinistro al volo dal basso verso l’alto, stando quasi seduto in sospensione, la palla l’infilo sotto la traversa Tre a Uno l’apoteosi. Corro, corro verso le tribune, con le braccia larghe come le ali di un falco nel cielo che planano nell’aria accarezzandola, m'inginocchio davanti agli spalti dove mi si stringono intorno tutti i miei compagni, Mc.Claude non si muove, è fermo in piedi davanti alla panchina il suo dito è puntato in alto contro il cielo e quell’urlo roco che gli esce dalla gola è l’urlo di chi dopo secoli di sconfitte trionfa. Antinas prende per le orecchie la Coppa ed accompagnato dal sottofondo dei tifosi la solleva al cielo sopra la sua testa ed urla, urla la sua felicità, sfogando in quell’urlo tutto il sacrificio che lo ha portato alla meta. Il giro d’onore passandoci la coppa di mano in mano tempestandola di baci scuotendola come simbolo verso i tifosi. - Siamo sul trono d'Europa e qualsiasi cosa succeda, qualsiasi altra cosa possa accadere nulla potrà cancellarlo dai vostri cuori. Con la voce rotta dall’emozione e gli occhi allagati di lacrime quasi urlai questa frase al microfono di uno sconvolto Pereira. Rivolta a tutti i nostri tifosi a tutti quelli che avevano creduto in noi. A tutti coloro ed erano tanti, che non potevano essere con noi, ma incollati al teleschermo avevano sicuramente sofferto e gioito quanto noi. Il giorno prima del rompete le righe, Hangarfood volle festeggiare con noi la conquista del primato Europeo invitandoci tutti nella sua villa. Fù una festa vivace fatta di brindisi e grida allegre di scherzi e prese in giro, la sorpresa arrivò alla fine della cena, Julian ci raggiunse spinto nella sua sedia a ruote dal padre. Gli occhi verdi scintillavano e la sua bocca era larga in un sorriso incredulo, indossava la nuova maglia del Campos e sul petto vi era scritto il suo nome, ad uno ad uno la firmammo fino a riempirla dei nostri autografi, il colorito della pelle mostrava il miglioramento del suo stato di salute, ora poteva permettersi di lasciare con più frequenza la sua stanza e godere un pò di più della sua vita. Hangarfood mi confidò che quando Antinas alzò la coppa, la mano di Julian si strinse con una certa energia intorno alla sua, il suo ragazzo stava ritrovando le forze, anche se ancora non riusciva a parlare, era certo che un giorno lo avrebbe fatto. Dopo qualche minuto lo riaccompagnammo nella sua stanza e mi fermai a parlare un pò con lui. Hanga fece uscire tutti, lasciandoci da soli, nei suoi occhi avevo letto ciò che il suo cuore aveva intuito. Io ero uno sciamano, un giovane sciamano Sioux della tribù Unkpatila del popolo degli uomini, Colui che Cerca era il mio nome pellerossa gli altri, tutti gli altri, mi chiamavano Loco Vendaval. A Julian piaceva ascoltarmi perché gli raccontavo storie d’indiani, di uomini che non si erano ancora arresi nonostante la sconfitta militare, uomini che avevano lottato prima, ora e sempre per il proprio popolo, per la propria cultura per il proprio stile di vita e che avevano dato tutto per quell’ideale, uomini come Toro Seduto come Geronimo e guerrieri come Cavallo Pazzo, come Cuore di Tuono, uomini che in fondo non volevano altro che vivere in pace secondo il loro costume e non vollero piegarsi alla volontà omicida, alla civiltà al progresso imposto da un oppressore dagli occhi bianchi. Julian mi ascoltava con gli occhi sgranati e quando il sonno lo vinse gli presi la sua mano tra le mie e pregai per lui, mi avvicinai al suo orecchio e le sussurrai un incoraggiamento a continuare la sua lotta. "Un uomo può vincere contro molti nemici e riceverne grande onore ma se vince contro se stesso allora diventa invincibile", continua a lottare Julian.
La lotta che Rose e gli altri stavano portando avanti contro le istituzioni, non era meno determinata di quella che incendiava le nostre partite, ora che avevo raggiunto il trono d’Europa e la mia popolarità accresciuta, potevo parlare e concentrarmi sull’obiettivo. Tante orecchie erano disposte ad ascoltare le mie parole, giovani orecchie, che ancora erano pure dai dettami politici lontane da ideologiche chiusure culturali e dottrinali, disposte ad ascoltare le parole di un campione che era al di fuori dai dettami occidentali, colui che era una spanna sopra gli altri per quello che rappresentava e per come lo rappresentava, un campione che s’esponeva in prima persona facendo parlare di se non per gl’ingaggi, ma perché si recava nelle scuole, negli orfanotrofi, nelle università e faceva ciò che si deve fare per i bambini. Discuteva e parlava in TV di diritti dei popoli, delle nazioni, del rispetto e dell’apertura mentale necessaria ad accogliere senza allarmi le culture estranee, senza averne timore ma percependone il significato di ciò che è il valore che quel popolo e quella nazione porta in se. Senza chiudersi ermeticamente nel proprio punto di vista come se fosse l’unico e solo punto di vista sostenibile quello che tutti dovrebbero avere, non ostacoli ma collaborazione. - Affinché ognuno di noi arricchisca l’altro senza l’obbligo di cambiare se stesso o di cambiare gli altri, ma arricchendo la propria conoscenza in uno scambio culturale che possa abbattere le barriere dialettali che ci limitano come esseri umani. Ascoltare ed essere ascoltati, prendendo ciò che di buono ognuno di noi ha dentro di se, donando questo agli altri senza chiedere per questo nulla agli altri. Dobbiamo aspettarci sempre un premio, una ricompensa per ogni azione buona che facciamo? Dobbiamo sempre pagare per avere ciò che ci è dovuto?, Non c’è nessun premio per ciò che facciamo e nessun premio deve esserci, perché noi non dobbiamo essere pagati per fare il bene, nessuna gratificazione ci meritiamo se non quella che sentiamo crescere nei nostri cuori per noi stessi, come un dono per gli altri.
02:21 Scritto da: roy-40 in romanzi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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