08/12/2011
L'Artiglio del Falco Cap.12
Cap : 12
La luce che si accese negli occhi di Marta nell’istante in cui Campos ci riapparve era quella di chi sente d’essere tornato a casa. Il sollievo e la sicurezza che ti restituisce ciò che conosci e al quale appartieni palpitava ora dai suoi occhi, ed io sentivo quasi freddo. Ero silenzioso mentre con lo sguardo vagavo in quel panorama che vedevo attraverso il vetro della mercedes mentre ci riportava a casa. Molti pensieri vagavano nella mente e tutti intorno alla figura di Lubna, sentivo quasi freddo, un freddo interiore si era impadronito dello spirito che sentivo senza cuore. Il petto mi doleva ancora nelle carni ma dentro era assente, il mio spirito era con Lubna soltanto la materia era con me, insieme alla mia mente. Ero al fianco di Lubna, per sostenerla nella sua lotta, per infondergli il cuore forte e coraggioso di cui aveva bisogno, ero con lei vicino a Piccolo Falco e con la materia ero a Campos e con la mente al Popolo, il cuore era con lei, io mi sentivo soltanto uno che sta costruendo il suo esercito di cani. – Marta, io te e Hanga dobbiamo parlare! Gli dissi. – Anche Carlos vuole essere della partita. – Non voglio coinvolgerlo in un progetto che appartiene soltanto a me! – Questo lo sa, ma vuole comunque esserci, - Potrebbe diventare pericoloso, sarà meglio prima parlare con lui che con voi; tu chiama Hanga e digli che stasera andiamo a trovare Julian. Marta lo guardò freddamente negli occhi, ora dava ordini anche a lei?, uno sguardo gelido vi lesse, era come essere ancora di fronte a quel guerriero, quello che aveva visto lacerarsi le carni per un qualcosa che ancora non era definito, il tono con cui parlava era quello di un uomo freddo spietato e determinato, sentì un brivido freddo nelle ossa, era la prima volta che si rivolgeva a lei con il tono di comando dettato dall’essere consapevole delle sue azioni e dell’appoggio di un intero popolo che ora doveva essere armato istruito e reso efficace, perché gli dei prima organizzano e poi restano a gurdare il resto lo devi fare tu. Una cosa lei cono0sceva di quell’uomo, nulla proferiva che non fosse concretizzabile realizzabile, e questo ora la spevanteva un poco, perché ignorava esattamente quale disegno avesse in mente e cosa fosse disposto a fare per renderlo reale. Strinse la mano a Carlos che li aspettava con la macchina e gli si sedette accanto, lo guardò come per capire attraverso i suoi occhi, il suo progetto, ora tutti erano a conoscenza di chi fossero gli altri e del perché fossero lì in quel momento in quel luogo in questo tempo. Sapeva in cosa potesse essergli amico quell’uomo, voleva capire però se lo avesse capito lui stesso, usava il potere che gli era stato donato, vedere lontano attraverso i velami della materia, e dopo poche parole si trovarono a camminare nello stesso scenario, - Terra fertile la vostra, da curare e far lievitare, da mani esperte, che sanno quello che fanno ed il perché. Gli disse Carlos, Alberto sorrise, quell’uomo aveva ben chiaro nella mente in cosa potesse essergli amico quell’uomo, ognuno è un dono per gli altri. – Ecco; questo manca nella nostra terra, ma da voi è possibile solo imparare per questo vorrei il tuo appoggio nel portare i nostri ragazzi nella vostra scuola. I loro occhi vedranno e capiranno, le loro mani saranno esperte e sapranno quello che fanno, poi torneranno e continueranno quello che qui hanno conosciuto nella loro terra per la loro terra, lasciando il loro posto da voi ad altri che dovranno vedere capire imparare, e quando anche loro lasceranno il posto ad altri, i primi saranno già ad insegnare nella loro terra. – Ci vorrà molto tempo prima che ciò avvenga Alberto, - Mi piacerebbe che Falchetto vivesse una vita felice in una terra libera dove poter vivere in armonia con gli altri e non costretto a regole e spazzi che non vuole vivere, se nessuno comincia a costruire quando mai verrà edificato il tempio?. Non guardarmi strano Carlos è solo una metafora, ma, non è importante il tempio in se, lo è cosa si và a fare nel tempio. – Maestro io gongolo nel udire il suo dire. E si misero a ridere entrambi. Era la prima che rideva da quando il suo sguardo non fù piu in grado di percepire la figura di Lubna che svaniva lontana risucchiandogli il cuore. Come il contadino che sparge il seme nel campo Loco Vendaval s’adoperava in questo, sapeva che molto tempo sarebbe passato prima di vederne il germogliare, la mente era limpida ed il cuore che ora gli mancava l’avrebbe aiutato ad essere spietato nel conseguimento del suo intento, il potere che gli era stato concesso ora lo portava ad essere un uomo senza cuore ed un uomo senza cuore era quello che adesso serviva alla causa, non c’era spazio per i sentimenti ne per l’empatia ne per la pietà ne per l’amore, doveva e voleva infondere la voglia di vivere in una terra libera e difenderla con tutti i mezzi anche con la violenza e l’assassinio, il potere gli aveva messo nelle mani la vita di molti uomini, la morte di molti amici, la sofferenza di un popolo intero, per inseguire un sogno che era stato sepolto molti anni addietro, sepolto dalla tormenta in un canalone a zig zag che s’arrampicava sulla montagna. Poggiarono le valige su di un tavolo e si guardarono intorno, la locanda era deserta e silenziosa, Alfonso taciturno e serioso, le sue orecchie non udivano la voce dei suoi figli, ed il cuore non percepiva il calore della sua casa, dov'è la mia famiglia?, incontrò lo sguardo di Alberto e forse per la prima volta sentì di non amarlo, lui era arrivato e i suoi figli erano andati via, lui era lì, ma loro no, carezzò con la mano il bancone e si diresse alle scale, si chiuse in camera e si distese sul letto, fissò le travi di legno del soffitto cercando in quei disegni geometrici d’incroci tra tavole e travi il calore evaporato della sua famiglia, Raula, Lubna, Raul, Piccolo Falco, Alberto Righeira, ecco; ora sapeva cos’era quella luce strana che s’accendeva di tanto in tanto negli occhi di Raula, quel vuoto che ogni tanto s’impadroniva di lei, quando i suoi occhi fissavano senza vedere lo stesso disegno geometrico che ora catturava i suoi... ora sapeva. Lo sentì parlare al telefono e prendere accordi, lo sentì scendere le scale ed uscire, sentì d’essere contento di restare da solo dentro la locanda, scese e nella penombra delle imposte chiuse camminava lentamente tra i tavoli a gambe all’aria e le sedie impilate, la cucina coperta dai teli, le bottiglie protette dalla polvere, ricordava ogni gesto con cui Lubna s’era adoperata per tenere tutto al coperto e una grande tristezza sentiva salirgli in cuore. Ma Raul aveva seguito il suo amore oltre l’oceano, lo stesso aveva fatto Lubna, rimasta oltre la sponda per il suo amore, Alberto aveva attraversato il mare lasciando oltre il suo cuore, amor che al cor gentil ratto s’apprende... Raula aveva fatto altrettanto, ora toccava a lui essere pari al loro amore. – Ho molti cuccioli di cane da far crescere Hanga, e tu conosci molti che possono farlo. – Quando i cuccioli crescono fuori dal loro ambiente naturale imbastardiscono. – Se si lasciano da soli! E io soli non li lascio. – Bisognerà trovare chi li vuole cosa non semplice, ogni branco appartiene alla propria razza. – Ma normalmente il capo branco uno è e lui comanda, se lui vuole quello è, ed i cuccioli tra loro fanno immediatamente amicizia! – Per farlo però, deve avere un motivo, Quale?. – Istruire e far crescere in base alle capacità del cane usandolo ed affinando il suo dono, si troverà ad avere a disposizione un cane che segue bene una traccia, un altro che sente prima degli altri la preda, un terzo che sia pronto a morire per difenderlo, un altro che non esita a passare attraverso le fiamme, uno che obbedisce al comando, un altro che non uccide se non lo ordina, l’ultimo, che conosce il modo di passare sopra e sotto gli ostacoli. – A che razza appartengono questi cuccioli così dotati? – Sitting Dog li chiamiamo. Cani Seduti, non sprecano una stilla d’energia se non è necessario ed anche se ci sono, non riesci a vederli fino a quando non t’accorgi d’essere circondato, e sono sempre sette. – Io li prendo! disse Marta. Hanga la guardò come chi non è d’accordo. - Non sia precipitosa, negl’impegni e negli affari bisogna ponderare molto bene l’offerta e l’acquirente, valutare i rischi che la scelta farà correre, i profitti che tale rischi porteranno, e non ultimo il perché lo si vuole. – E chi le dice che io non l’abbia già fatto!, Hangarfood ora cambiò espressione, quella donna era riuscita a metterlo nel sacco, era molto in gamba, sapeva ciò che voleva e come ottenerlo, fredda cinica spietata al punto giusto, e con un grande maestro che gl’insegnasse le magie del dominante sarebbe risultata letale per gli avversari. – Sarà Carlos a ricevere i primi sette, intervenne, spiazzando i due, lui gli offre un altro tipo d’addestramento, gl’insegna a nutrire il branco. – E cosa ne ricava? Chiese Hangarfood. – Molta, moltissima terra coltivata, pascoli e bisonti. Per te Marta, un rifugio sicuro, potenza e potere. A te Hanga, una Nazione da edificare, dico materialmente, mattone su mattone. La sua voce era priva di vita, gelida come la lama di un pugnale, penetrava l’udito conficcandosi nella mente, esalava qualcosa di pauroso, i suoi occhi, inespressivi, come quelli di uno squalo sul punto di mordere. Raderemo al suolo l’intera nazione pellerossa, toglieremo ogni briciola del cemento Wasichu, ogni strada verrà cancellata, divideremo la nazione in sette regioni ed ognuna edificherà la propria capitale le proprie città e sarà il popolo a decidere come, in base ai propri principi alle proprie usanze al suo stile di vita. Questo popolo ha bisogno d’essere istruito nella guerra contro i Wasichu, ma solo i cani lo difenderanno con le armi, gli altri lo difenderanno istruendosi divenendo, uomini d’affari, avvocati, industriali, imprenditori, ricercatori, tecnici, sarà insomma un popolo indipendente, che sostiene da solo la nazione, allo stesso modo e con le stesse armi che ogni nazione possiede e resta viva e indipendente. Non le pare un buon motivo?. Hangarfood si alzò lentamente dalla poltrona dietro la scrivania del suo ufficio, raggiunse la grande porta finestra che s’affacciava sul parco nell’imbrunire, la fronte era corrucciata e gli occhi una fessura, le mani si erano congiunte dietro la schiena e il respiro era lento e profondo, quell’uomo gli stava offrendo qualcosa d’insospettato, una nazione, una nazione indipendente da costruire nel cuore degli Stati Uniti D'america, una follia che avrebbe cosparso di sangue quella terra che ne era gia lorda!. Si alzò – Vado da Julian. Hanga si voltò verso di lui e già gli dava la schiena, lo vide tirarsi dietro la porta senza voltarsi, di personaggi duri determinati spietati ne aveva conosciuti a dozzine e sempre se ne era servito, il suo impero era basato su questi uomini tenuti al laccio e usati, si rese conto che ache lui aveva i suoi cani e se ne serviva, ne aveva in ogni angolo del mondo, nulla che potesse procurare potere gli era sconosciuto, e sapeva come usare questo potere che si era conquistato. Quest’uomo era strano, molto più strano di quelli che usava, tutti, indistintamente cercavano potere e ricchezza, cos’altro è importante da doverci rischiare la vita?, Anche il più misero servo desidera in fondo a se stesso d’essere il re dei servi, questo no! – Sarebbe meglio ucciderlo!. Lui e Marta si guardarono, - Probabilmente si! Accondiscese Marta è pericoloso per noi e per i nemici nostri, diventerà una caccia all'uomo, era già a conoscenza dell’attentato dell’E.T.A. ai treni, come poteva non lo so, eppure non ha battuto ciglio collegandomi ai terroristi, anzi, come vedi cerca di renderci suoi amici, ha bisogno d’alleati potenti e inafferrabili e li stà cercando in noi, - Trovandoli?, Marta s’accese una sigaretta e lo raggiunse, lo guardò negli occhi, - Trovandoci! Non è venuto qui a caso, sa cosa cerca e sa come trovarlo, ma non capisco cosa vuole lui!, i due continuarono a guardarsi negli occhi cercando l’uno nell’altra risposte che affioravano confusamente, - Quell’uomo è pericoloso per tutto il sistema, gli disse in un sussurro Hangarfood, ho paura che prima o poi ci costringa a decidere da che parte stare, - Ma noi non vivremo in eterno e le guerre portano sempre buoni frutti alla fine di esse, potremmo usufruire nel frattempo di ciò che lui stesso ci ha messo a disposizione. I suoi cani! – Io e lei Marta dobbiamo assolutamente unire i nostri cervelli, potremmo addirittura essere in grado di salire al governo di questo paese, ecco cosa mi preoccupa in quell’uomo; spalanca prospettive inimmaginabili e saranno molti quelli che lo seguiranno. Faremo meglio a ucciderlo piuttosto che spalleggiarlo. – Potremmo appoggiare la sua causa restando nell’ombra, usando i suoi canali, sviluppando nuove e insospettabili fonti dalle quali scalare poi il potere vero, - Il collegamento con i media che fino ad ora mi mancava… venga Marta sediamoci più comodamente e apriamo la nostra mente a queste prospettive, diventare il premier del governo spagnolo non mi dispiacerebbe affatto, vediamo cosa siamo capaci di partorire insieme. Julian dormiva quando entrai nella sua stanza, lo guardavo attraverso la tenda ossigeno che lo proteggeva dal mondo esterno, avevo volutamente lasciato soli i due, dovevano parlarsi capirsi scoprirsi allearsi per divenire utili, Julian era un pezzo del mio cuore che ora era assente, sapevo che potevo aiutarlo e lo stavo facendo, percepivo le sue paure le sue angosce la sua rassegnazione mortale e quando ero riuscito ad accendere dentro quel ghiaccio la fiamma del volere mi ero sentito felice. I suoi occhi si aprirono quasi avesse percepito la mia presenza nel sonno, mi guardò ed entrai, vidi un fremito sulle sue labbra, - Sono sempre io, anche se in questo momento sono diverso, sono sempre io, non sei tu quello che deve temermi. Ebbe quasi un sorriso quando riuscì comunque a riconoscermi, il suo sguardo in principio confuso ora tornava limpido e felice, mi sedetti accanto a lui e gli presi la mano, - Ti ho raccontato storie felici fino ad ora, ma tu conosci cos’è il dolore e credo che se ti racconto una triste tristissima vicenda tu capirai il mio dolore. Mc.Claude e Luisio studiavano le tabelle di lavoro, ognuno faceva quello per cui era utile e per quei due utile era la situazione che si profilava alla fine di una stagione indimenticabile che li avrebbe portati all’incontro con la storia, i loro nomi potevano essere incisi sulla pietra nera della storia, indelebili. - Questa è praticamente una corsa infinita per noi. Commentò Mc.Claude riguardando il calendario stagionale; Avevamo cannibalizato tutte le competizioni a cui avevamo partecipato ed ora eravamo nel mirino di tutte le concorrenti, che non erano rimaste a guardare impunemente ma si erano organizzate potenziate per poter tornare sul trono, quasi offese dall’usurpazione dei poveri. In più c’erano due appuntamenti fondamentali nella storia di ogni calciatore e di ogni tecnico; il primo, luminosissimo, era la sfida intercontinentale contro la squadra Uruguagia dell’Indipendiente a Tokyo, il trofeo che incorona i Campioni del Mondo di Club poi quando tutto era finito, questa storia qua poteva diventare immortale come una leggenda. I Campionati del Mondo di Calcio per Nazioni e il F.C. Campos 1885, era l’unico club al mondo ad avere, convocati in Nazionale, tutti i suoi effettivi, tutti i loro 18 ragazzi erano in quei ventidue posti a disposizione e tutti noi ci sentivamo sulla rampa di lancio, avevamo nel nostro futuro la possibilità storica d’essere eterni, e per diventarlo c’era bisogno dunque di una preparazione specifica, mirata ad esprimere il meglio nelle occasioni più importanti. Mc.Claude e Luisio avevano la nostra stessa possibilità di far parte di quella eternità storico calcistica che mai nessuno aveva avuto a disposizione, qui si parrà la tua nobilitade disse qualcuno quasi al cominciar dell’erta. Controllavano e modificavano le curve di rendimento dei singoli in base al carico di lavoro assegnatogli, la banca dati cui Luisio accedeva, gli permetteva di conoscere in dettaglio le varie fasi biochimiche che s’intervallavano nel rendimento del singolo durante l’arco della stagione, sapeva esattamente per mezzo dell’analisi dei bioritmi chi, in quel periodo, era al massimo dell’efficienza e chi, al contrario, accusava una fase calante, il suo intento era di far combaciare il massimo della forma collettiva in corrispondenza degli appuntamenti cruciali, per portarci poi, all’appuntamento con la storia, nelle condizioni migliori per affrontarla e scriverla. Sentivamo di vivere un momento cruciale della nostra esistenza atletica, era per noi, un momento unico, irripetibile, perché nello sport ciò che hai a disposizione oggi può non ripresentarsi mai più e noi, i ragazzi del Campos, avevamo tra le mani quello che nessuno prima aveva mai avuto, l’opportunità di scrivere i nostri nomi nel libro della storia del calcio mondiale e per farlo dovevamo esserne capaci. L’intera Terra di Campos era in fibrillazione, non si parlava di altro, tra gli amici nei bar, in famiglia nelle case, da finestra a finestra nei vicoli, lavorando la terra nei campi, La Terra di Campos poteva imprimere il suo nome a tutto il mondo, il peso e l’onore di tutta questa responsabilità ricadeva sulle spalle di diciotto ragazzi e di una piccola società che tre anni prima, nessuno sapeva esistesse. Ora i giornalisti le TV gl’inviati di testate straniere avevano preso in ostaggio la piccola cittadina, sbattendo costantemente il mostro in prima pagina, diciotto ragazzi, che si guardavano intorno increduli, diciotto ragazzi che vedevano crescere il loro valore commerciale al di sopra di ogni sogno, al di sopra di ogni più timida speranza, i giornali le TV, snocciolavano cifre da capogiro offerte a quel tal o tal altro giocatore, dall’Italia dalla Spagna dalla Germania Inghilterra tutti erano a caccia, cercando di smembrare il mostro, di dividere, frantumare quella macchina mangia trofei, dividi et impera. A Lomes: vent'anni, avevano offerto, la villa naturalmente con piscina, la Ferrari e sette milioni di Euro a stagione, tutti gli altri chi piu chi meno erano sullo stesso livello, per Antinas era in atto una vera e propria asta, cifre da capogiro per portarlo a casa, quasi lo stesso accadeva a De Fuente e a Fimenta, per Righeira era lo scandalo, fino a dieci milioni di Euro a stagione. Io la mia battaglia l’ho già vinta. La pressione su di noi era imponente, ne eravamo quasi affossati, sarebbe bastato che il primo accettasse le lusinghe per scatenare una reazione a catena, in questo la situazione era pericolosissima, dei ragazzi appena ventenni messi di fronte a quelle cifre spaventose come possono resistere, un bambino lasciato da solo con il barattolo di cioccolata aperto sul tavolo infilerà il dito dentro?. Non solo Marta e Carlos, percepivano questa pressione, ancor più era il popolo dei nostri tifosi ad esserne affossato, Campos sul tetto del mondo! Quando uno di noi passava davanti ad un gruppo di persone questi restavano a guardare quasi increduli che un ragazzo potesse donargli cosi tanto orgoglio da spingerli ad amarlo e sentire quasi dolore al pensiero che da un momento all’altro potesse svanire come un sogno al risveglio. Carlos Rodes e Marta; il loro compito era di navigare in questo tempestoso mare evitando gli scogli che s’ascondevano appena sotto il pelo dell’acqua. Mc.Claude era una roccia inamovibile, un riferimento irrinunciabile per tutti noi, il centro gravitazionale, il suo telefono era diventato incandescente, non c’era club che non lo chiamasse, procuratore che non lo cercasse, veniva costantemente strattonato a destra e sinistra tutto il mondo calcistico cercava di portarlo sulla propria panchina, la sua vittoria era totale incontrovertibile ma lui la sua battaglia non l’aveva ancora vinta, se avessimo perso lui, tutto si sarebbe frantumato e disperso nelle quattro direzioni del mondo. Lui era lì curvo sopra le schede tecniche, sopra l’alchimie tattiche che la sua mente inventava, esplorava, sperimentava, doveva stravolgere il suo sistema, lo sentiva nelle viscere, era il momento in cui il maestro, il Migliore, doveva vincere K.O. l’incontro. Il suo sistema doveva renderlo duttile atletico fluido, e con Luisio dargli potenza velocità resistenza ed esplosione, ecco il segreto del Campos F.C. 1885, ecco il disegno degli Dei realtà, ecco il mosaico di Marta completato, eccoli lì quei diciotto ragazzi alla base del monte Olimpo. Carlos si prese sottobraccio Enriche e se lo portò in disparte, - Ho preso alla lettera le tue parole riguardo a portare da noi alcuni ragazzi di Righeira, sei ancora della stessa opinione, insegnare loro a trattare la terra? – Certamente, rispose tranquillo, Papà e Mamma sarebbero felici di tirarli su e io da quando stiamo volando non atterro più sopra i nostri campi. – Sette sono e tutti orfani, li facciamo venire da noi e ce ne prendiamo cura, allo stesso modo degli altri sette di Padre Marcilo, - Quanti anni hanno, - Intorno ai sette otto anni e parlano discretamente la lingua, - OK, dirò a Mamma e Papà di preparare il posto per loro. Rose mise nelle mani di Ted i sette nomi che lei aveva scelto, Ted lesse e fece un gran sospiro, guardò intensamente gli occhi della sorella, ma non disse nulla, il primo passo era compiuto, le prossime liste le avrebbe compilate lui, i cani pastori erano di Rose, i Sitting Dog suoi, i lupi erano di Righeira!. Il campo dall’alto appariva quasi arido, soltanto pochi e spogli cespugli erano sparsi a macchia di leopardo sul suo terreno, per quanto scrutasse il terreno dall’alto non li vedeva e la sua vista era acuta, sorrise soddisfatto Ted , perché sapeva che c’erano, ora voleva vedere se erano in grado di batterlo, s’acquattò dietro un cespuglio, era incredibile, nonostante la stazza imponente della sua corporatura divenne quasi invisibile per cui letale. Una bestia di quelle dimensioni che ti salta addosso all’improvviso: Sei Morto!. Non li vedeva ma li sentiva, sapevano che era lì a caccia, uno per uno erano morti, ma sette contro uno avevano possibilità d’essere loro a mangiare. Ted li voleva, erano i sette migliori, scelti ad uno ad uno per caratteristiche e uniti in branco, uno per ogni tribù, li voleva ed era andato a prenderseli, lo studio del territorio era fondamentale, la minima modifica in esso significava la preda, trovare tracce era alchimia da cacciatore, nascondersi e muoversi accerchiare l’avversario, attirarlo in trappola, costringerlo a sentirsi braccato, ucciderlo, era alchimia da Sitting Dog. Doveva prenderli ad uno ad uno affinché fossero suoi, se non riusciva e veniva battuto avrebbe perso una Penna d’aquila. Il sole picchiava ancora e il restare immobile sotto di esso era sfiancante, aveva trovato una traccia utile e la stava seguendo, ma ad un tratto si bloccò, troppo evidente per il suo istinto, lasciata a bella posta, per farmi entrare... sono tutti davanti a me aperti a corna di bue... davanti a me ed io sono nel mezzo, no cari miei, adesso ti ho puntato credo di sapere dove sei e ti taglio fuori, cominciò ad addentrarsi nella tenaglia puntando nord ovest, per poi piegare decisamente ad ovest ed impedire il rientro dell’estremità nel branco lasciando da solo il cane contro il lupo, lo prese ed uscì all’esterno. Era passata mezza giornata ed ancora ne aveva sei da prendere, ora doveva trovare una tana ed appostarsi, prima o poi sarebbe stata occupata. Quel tipo era letale, due volte vicino alla sconfitta e due volte vincente, dovevano studiare un piano d’attacco diverso e forse più rischioso, erano stati loro a caccia fino ad ora, provarono a farsi prede, due esche e quattro in caccia, farlo scivolare tra le due linee e poi l’attacco simultaneo in sei, ma Ted andò incontro alle due esche, non sulle loro tracce, le anticipò e caddero nella sua trappola, ora gli altri quattro erano nei guai, la notte che arrivava, portando con se l’oscurità dava un notevole vantaggio al lupo in caccia e Ted nessuna fretta aveva di chiudere la partita, cercava nell’oscurità di stanarli ad uno ad uno, vide una delle tane che si era riempita, poi una gobba nuova sul sentiero, un penultimo che gli si avventò contro da un nascondiglio non più tale e poi si eresse in piedi, - Tu sei stato l’ultimo, disse a qualcuno alle sue spalle, poi lentamente si girò e vide il cucciolo di cane eretto alle sue spalle che incoccava la freccia nel piccolo arco. Tu Arikara sei stato l’ultimo per cui ti sei guadagnato d’essere il capo branco. Il trillo di vittoria con la lingua e gli altri gli erano intorno, la gerarchia era stata guadagnata con onore sul campo. Piccolo Falco si stava divertendo un mondo, era immerso nel paradiso e se lo godeva a pancia piena, Nonno Orso aveva trovato il nipotino tanto atteso e si godeva questa ricchezza che il grande spirito gli aveva concesso in così tarda età, ora aveva tutto il tempo che voleva per dedicarsi completamente a lui, Uomo libero nel petto della terra. Lubna e Rose salutarono il pulmino dei ragazzi guidato da Raul all’aeroporto, dall’altra parte del mare li aspettavano Padre Marcilo, e Alberto, a Campos una famiglia e fratelli. Erano un pò tristi e malinconici e spaesati naturalmente, quando arrivarono a destinazione, poi lo videro e gli andarono incontro, belli freschi puliti, ometti orgogliosi d’essere stati scelti, li salutò un lingua e in spagnolo presentando loro Padre Marcilo, al quale loro avrebbero risposto in tutto, sapendo bene con chi ne avrebbe parlato. Lubna vedeva la notte incupire il cielo e le vette delle montagne diventare scuri ciclopi, Falchetto era da qualche parte lassù, sulla testa dei ciclopi così come gli disse ridendo, e da lassù vedo lontano, Nonno Orso ha trovato delle bacche dolcissime e mi ha insegnato a fare il fuoco, ma fa così caldo nella tenda che sudiamo in continuazione. Lubna sapeva condivideva, nulla di male poteva accadergli anzi solo il bene poteva arrivare, aveva visto il marito morto appeso ad un palo, aveva visto Falchetto sorridere invece di piangere, sapeva che dopo il dolore la cura è l'amore, lo sapeva perché dentro di lei una nuova vita s’accendeva, Loco Vendaval era il primo e Piccolo Falco il secondo, è la visione ad essere importante non chi l’ha avuta, nessuno dei due infatti era determinante ma solo strumento di un qualcosa che vuole e pote ciò che vole!, ecco che qualcosa cominciava a lievitare in fondo al suo cuore, quel seme che al suo uomo aveva concesso di piantargli nel cuore, la consapevolezza dell’impermanenza e della temporaneità, ecco: le parole con cui gli parlò! Ho poco tempo a disposizione per tutto ciò che devo fare, che voglio fare, io sono l’artiglio del falco io agisco non penso, scelgo soltanto come farlo e il tempo che mi rimane per farlo, poi sarò solo erba sui colli e chissà cos’altro, magari un vento caldo o un tramonto… . I suoi occhi guardarono la valle e poi su verso le vette, era un bel posto per vivere, istintivamente si coprì con ambe le mani il ventre a riscaldare la vita e sorrise. Durante la preghiera della mattina notavo troupe di giornalisti con gli obbiettivi puntati verso di me, mi seguivano anche mentre cercavo di correre lungo la strada della stazione, il dolore ai pettorali era intenso e costante molto tempo sarebbe passato, ma se non c’è dolore non c’è sensibilità ed allora è un bene non un male, ed io insistevo, si mettevano dentro le jeep e mi precedevano costringendomi a volte a correre nella polvere sollevata dalle loro ruote, quelle immagini facevano mio malgrado il giro delle trasmissioni televisive rendendo di pubblico dominio il mio evidente infortunio, - Righeira è fermo al palo! Dieci milioni di euro a stagione ed è costretto ai box? Cosa succede? e ignorandone la causa si costruivano castelli di carta, assediandomi e assediando Luisio e Mc.Claude, tutti volevano sapere e a tutti dovevamo rispondere; indicemmo allora una conferenza stampa decidendo di comune accordo per un serio strappo muscolare ai pettorali era troppo evidente che non potevo muovere le braccia, con sessanta giorni di fermo poi un graduale rientro, praticamente mezza stagione e un grosso punto interrogativo per il proseguo. Roco Valente sussultò sulla poltrona alla notizia e quasi immediato il telefono lo coinvolse in un turbine di domande e d’interlocutori il vespaio era stato scosso, tutti volevano sapere quello che nessuno in se conosceva, solo pochi e fidati sapevano e conoscevano; - Marta venne immediatamente coinvolta nell’uragano, Carlos come al solito era evaporato in altri lidi, aveva negli occhi Pascoli Bisonti Campi coltivati e cittadine che nascevano e portavano benessere e ricchezza come a Campos, era il presidente si! Ma Marta era più in gamba nel fare e nel dire e si trovò immediatamente a suo agio in quella tempesta, tenendo testa a personaggi di grande spessore, con diplomazia e cortesia ma con una fermezza incrollabile. Hangarfood si era trovato l’erede e occupava un posto in piena luce, Quella donna, chiuse le imposte su tutto e tutti, aprendo solo alla moneta dell’esclusiva, il Campos era una miniera, di danaro e ancor piu di risonanza mediatica, nella quale da qualche tempo il nome Hangarfood cominciava a ripetersi. Era una situazione insostenibile, intollerabile, alla quale nessuno dei ragazzi era abituato, l’unico momento privato lo avevamo dentro la saletta delle tattiche, finché qualcuno non sfondò il vetro della finestra per mettere il suo occhio tecnologico all’interno, scatenando la furibonda reazione di Ramon, che quasi venne alle mani con il responsabile; a quel punto pensammo di andare via, trovare un posto lontano dove lavorare seriamente senza essere disturbati, ma in qualunque posto fossimo andati ci avrebbero seguiti e scoperti allora tanto valeva restare, far buon viso a cattivo gioco, decidemmo comunque di far chiudere l’impianto al pubblico e proseguire la preparazione a porte chiuse. Luisio aveva, nel frattempo, ultimato le tabelle di preparazione personalizzate ed, incredibile, la soluzione venne proprio dalla differente impostazione di lavoro dei singoli, frantumando il gruppo, in specifiche tabelle individuali, alcuni si trovarono ad allenarsi in palestra con i pesi, altri in piscina altri ancora lontano dal campo a far fiato, altri sul campo d’atletica gli ultimi sul prato da calcio, ognuno dei gruppetti con il suo preciso, studiato, lavoro quotidiano da svolgere, tutto era mirato a convogliare l’apice della forma del gruppo in un periodo specifico, in corrispondenza delle gare fondamentali della stagione, un lavoro certosino estenuante che aveva impegnato Luisio e Mc.Claude giorno e notte ed ora la loro scommessa con la storia era sul tavolo, noi dovevamo soltanto impostare il lavoro secondo le direttive e crederci fino alla morte ed io sentivo quasi freddo, dovevo guarire e alla svelta anche, Luisio sapeva ciò di cui avevo bisogno, si fidava di quel Roy Anderson che mi ero portato dietro, si fidava di me che mi curavo ed in silenzio, lontano adesso, dagli occhi degli altri facevo il mio. Per incontrarli mi arrampicai di notte fino alla chiesa diroccata, perlustrai molto meticolosamente il territorio come un lupo che controlli il suo e nessuno oltre coloro che dovevano esserci c’erano; si accorsero di me soltanto quando uscii allo scoperto tra i ruderi del muro essendomi infiltrato tra le loro fila come un serpente, qualcuno tra loro rimase sorpreso altri no ed era con loro che avevo chiesto di parlare. Marta si era mossa ed ora toccava a me muovere, presero due cucciolate appena svezzate con una pigna al posto del cuore. Il loro attentato era riuscito e molti innocenti erano morti, molto sangue aveva lasciato sul suolo di Spagna. Sapevano di essere braccati e che avrebbero perduto alcuni, diversi soldati, ora potevano trovare rifornimenti da istruire e usare e a loro volta università in cui crescere e diventare cani. Ted era il reclutatore della sua tribù altri come lui lo erano nella loro, e Rose colei che sceglieva i pastori, portandoli nella sua scuola, imparando loro a leggere scrivere e sognare che un giorno sarebbero diventati il popolo, Lubna era con lei, gli piaceva essere maestra di così tanti pulcini, portati dall’asilo alle elementari per poi essere pronti allo studio finale, sentiva in loro la voglia d’avere una scuola vera, delle aule vere, qualcosa che potesse definirsi veramente materialmente scuola e poterla toccare con mano, una sede nella loro terra dove poter imparare e svolgere con profitto ciò che avevano appreso e il sogno dell’università era quasi diventato realtà. Rose a capo della delegazione indigena aveva da poco presentato la petizione popolare con cui tutte le tribù indigene avevano espresso il loro volere riguardo alla costruzione dell’edificio che avrebbe aperto nuovi orizzonti per i loro figli, il responsabile governativo delle riserve indigene era rimasto di stucco davanti alla quantità di firme che sottoscrivevano il volere del popolo, una quantità abnorme che non poteva più essere ignorata, rischiando una sommossa popolare, nazionale da parte di tutte le tribù, in realtà quell’università rappresenta il volere nazionale, il simbolo dell’unione di tutte le tribù pellerossa, il sole nascente di un popolo, la ruota di medicina del popolo degli uomini, all’interno di cui sarebbe tornato a vivere il loro sogno il vero sogno americano, la libertà e non la sua illusione, forse valeva la pena di assumersene i rischi. Rose Raul Lubna Ted e tutti gli altri aspettavano il responso, l’autorizzazione governativa a costruire, erano decisi a costruire comunque, correndo i rischi che tale scelta avrebbe portato con se, me se rischi c’erano da correre, anche da parte dei Wasichu ce ne erano ed era questo che ora si stava discutendo intorno al tavolo degl’invasori; - Questa volta signori siamo con le spalle al muro, credo che se non accondiscendiamo il loro desiderio, ci ritroveremo a dover fronteggiare sulle strade il loro volere. – Sono solo quattro gatti, straccioni ignoranti e morti di fame, per non parlare degli alcolizzati che sono la maggioranza, cosa dovremmo fronteggiare? – Il diritto! Questo dovremmo fronteggiare, e quando si parla del diritto allo studio, si scatena sempre un grosso vespaio. – Non sono mica gli alcolisti a dover essere fronteggiati, ma mamme nonne fanciulli ragazzi padri tutti coloro che inneggiano giustamente al diritto a dover essere fronteggiati e se la mettiamo così anch’io mi sento di scendere in piazza per difendere il diritto di mio figlio ad avere una scuola, chi può negarmelo e con quali mezzi. – Siamo in America! Siamo in un paese libero e il diritto è alla base della nostra costituzione. – Non è soltanto questione di diritto, ma anche un grosso affare secondo me, il progetto che ci è stato sottoposto è grandioso, encomiabile e richiederà molto tempo e molte forze umane per essere portato a termine, e molti molti molti dollari una montagna, questo significa lavoro per la comunità per la collettività, significa anche per noi portare a casa soldi e vivere tranquilli, - Significa anche togliere dalle strade ubriaconi, per lo meno isolarli e dare una possibilità agli altri di far qualcosa di meglio nella loro vita. – Questo infatti è il punto. Intervenne Bruce Manion, l’appena insediato governatore degli stati pellerossa; Tra vent’anni questi alzeranno la testa, saranno istruiti preparati e soprattutto si sentiranno indipendenti e quando un tizio legge studia impara s’istruisce, comincia sempre a generare idee e questo popolo, vi ricordo!, non è nostro amico! Ricordo anche che da qui al mississippi era tutto loro e noi lo abbiamo preso con la forza, non dico con l’inganno, ma conosco il pensiero di molti di voi in proposito. Non è che ci stiamo per far crescere un nido di serpenti in pancia? Mi chiedo a chi è venuta questa idea? Fino ad ora ci erano arrivate modeste richieste in fatto di scuole aule insegnanti e sovvenzioni, poi come un fulmine a ciel sereno un progetto enorme ci è stato presentato, da parte di chi? Dalla signorina Rose? Non era lei che fino ad ora si era preoccupata più per i gessetti e i banchi della sua aula, che non per un edificio dove tenere insieme quattro classi? Ora da che parte spunta fuori questo progetto e perché chi occupava questa poltrona che ora stò occupando è stato barbaramente ucciso?. Lui aveva già bocciato il progetto, ora ci viene riproposto tale e quale a prima, condito certo e supportato da una quantità di firme imbarazzanti per noi, qualche rischio lo affronteremo, ma io sento puzza di bruciato e credo e certo sono che faremmo molto meglio a parlarne con chi è sopra di noi, voglio sentire la loro opinione su questa patata bollente che ora gli metto tra le mani, Ponzio Pilato insegna e la storia raccontata lo scagiona siamo noi forse in situazione diversa dalla sua?… I carichi di lavoro, come regola Mc.Claude, erano spaventosi quasi crudeli, avremmo dovuto sputar sangue e concentrarci allo spasimo per portare a termine positivamente quel programma, avevamo bisogno di tutto quello che dentro di noi esisteva per arrivare fino alle stelle. Soltanto gli ultimi dieci giorni di lavoro prevedevano la presenza contemporanea degli effettivi nello stesso posto, venivano a trovarmi alla fine del loro quando da ore ero solo in piscina, parlavamo poco in quel periodo, stava maturando in noi una volontà di riuscirci minata dalle sirene dei miliardi e dalla platea che molte illustri società ci spalancavano davanti e questo ci rendeva poco loquaci, sentivo il loro orgoglio d’essermi compagni, di avermi conosciuto, mi erano intorno quando correvo nei boschi sostenendomi donandomi la loro amicizia, e io sentivo quasi freddo ma stavo guarendo, Luisio mi curava, io usavo il mio potere su di me, ci vorrà del tempo ancora. Alla squadra serviva una concentrazione assoluta ed una dedizione spaventosa, maniacale per riuscire, si doveva soprattutto credere in se stessi e mettersi dannatamente alla prova. Spiazzammo i giornalisti che mai i loro occhi avevano visto cose del genere, - Qui si stà riscrivendo il capitolo calcio mormoravano, ed erano impreparati a questo trovandosi costretti a correre a destra e a sinistra, costantemente alla rincorsa del tale o talaltro, a fare servizi su di un singolo invece che sul gruppo sull’insieme e questo alla lunga non pagava, perché in realtà dai loro montaggi nulla si capiva, le testate cominciavano a richiamarli, visto anche che l’interesse prima suscitato cominciava lentamente ma inesorabilmente a scemare perché altri nomi cominciarono ad essere oggetto delle prime pagine, alcuni soldati dell’E.T.A. erano stati catturati dalle forza dell’ordine e l’opinione pubblica che ancora piangeva i suoi morti aveva sete di giustizia, noi avevamo contribuito ad allentare un poco la pressione ma ora non eravamo piu indispensabili alla fine allentarono la morsa intorno a noi lasciando che la tranquillità tornasse nelle nostre menti ed era ora, non eravamo molto loquaci tra di noi, ma di qualcosa dovevamo discutere, nei nostri occhi Mc.Claude leggeva qualcosa di stonato sapeva che stava per affrontare un altro scoglio, forse il più duro il più ostico, esisteva ancora l’umiltà che ci aveva contraddistinto? La stessa che ci aveva portato ai piedi del monte? Righeira; aveva aperto quella porta in loro? La consapevolezza d’essere esattamente quello che si è e battersi per tenerlo vivo. I miliardi che ci venivano sventolati sotto il naso erano una minaccia reale allo spirito di squadra che ci aveva sempre unito, il dio danaro può indurre in tentazione anche un santo, e di santi nella squadra non ce ne erano, ognuno era libero di decidere il suo futuro come meglio credeva e questo era il tempo di decidere, l’occasione era fin troppo ghiotta e la tentazione forte, rinunciare ai miliardi per restare uniti in cambio di pochi spiccioli, chi poteva accettare una situazione del genere, chi avrebbe mai rinunciato alle grandi società, alle grandi metropoli, alle grandi platee, per cosa?, un Sogno?. Era questo il momento del successo e allora, chi poteva rinunciare alla fama alla ricchezza, chi tra loro poteva rinunciare ad avere un esistenza privilegiata? Mc.Claude sapeva chi e non era il solo, era quello appeso ad un palo con le carni lacerate, era il pellerossa era Alberto Righeira Loco Vendaval, già! Loco Vendaval: Strano uomo quel tipo, a lui bastava sdraiarsi su di un prato e fissare le stelle del cielo notturno per essere felice, danzare intorno ad un fuoco nella notte buia ed essere felice, prendere per mano suo figlio e passeggiare nel bosco a braccetto con Lubna e sentirsi felice, passare le ore a pescare ed arrostire il pesce sulla brace di un fuoco sulle rive di un fiume nell’aperta campagna a contatto con la natura e sentirsi realizzato, lui così era, un pellerossa lui questo era, lui questo faceva, non aspettava, viveva la sua felicità, allora era felice anche quando stava per morire?. Lui, in tutta questa bolgia, era immerso nella sua totale concentrazione nel suo immutevole disegno, doveva guarire e continuare a costruire, non esisteva altro, perché altro già era nelle sue mani e quando hai tutto ciò che ti necessita, cos'altro puoi aggiungere, cos’altro vale la pena d’inseguire se non vivere la tua felicità. Si espresse in un giudizio sull’ingaggio che aveva ricevuto dicendo che: - In fondo quando ho mangiato una bistecca e della verdura, la mia pancia è piena ne ho bisogno di miliardi per farlo, perché già lo faccio senza una lira, l’unica cosa che voglio è sentirmi vero e qui lo sono cos’altro potrei aggiungere. Cerco d'imparare dagli altri quello che ignoro, la tua realtà, il tuo stile di vita, il modo che hai di vire il mondo, nel mondo, ecco di questo ho bisogno, non di miliardi ma di sapere chi sei e per cosa vivi per cosa ti batti quali sono i tuoi principi e i tuoi diritti e i doveri, che cosa sei disposto a fare per ottenerli e difenderli, insomma io voglio conoscerti e conoscendoti migliorare insieme, prendendo ciò che c'è di buono in te e in me, ecco casa mi è necessario. La platea aveva ascoltato le parole di quel campione, parole che di falso e d’ipocrisia nulla avevano, ma risuonavano di coraggio dedizione legati a equilibrio e saggezza, sapeva dire ciò che aveva nel cuore e non mentiva, questo arrivava a tutti coloro che sapevano ascoltarlo, il progetto dell’università che lui sponsorizzava era il suo biglietto da visita per tutti gli studenti del mondo, di tutti coloro che vogliono sapere conoscere e poter scegliere, Libertà. Era tempo di tornare a parlare tra noi, Mc.Claude lo capì, alla fine di una giornata di lavoro ci trovammo tutti insieme nello spogliatoio, cosa rara in quel periodo, Rui Lomes fu il primo ad esprimersi in proposito eravamo amici e gli amici tra loro parlano, ed era ora che lo si facesse, che si guardasse dentro il proprio cuore che si sviscerassero i propri pensieri i propri sogni, Mc.Claude capì, lui era al di sopra degli altri, sapeva che soltanto noi avremmo potuto decidere ed era bene che lo facessimo ora, prima di frantumare tutto e coprirci di vergogna invece che di gloria, uscì e chiuse la porta. Dunque Lomes EL MATADOR cominciò: il presidente Rosso Nero stava costruendo ponti d’oro per portarlo a Milano, lui confidò il suo interesse. Tutti, indistintamente, avevano in mano proposte concrete, ed era il momento di dare risposte a chi offriva, la stagione era alle porte e la pressione su ognuno di noi all’apice della sua consistenza. Era tempo di prendere il toro per le corna, sperando nel contempo di non prenderlo per le palle. Situazione difficile delicata, quando venne il mio turno, cercai le parole da dire ai compagni e cominciai sapendo che aspettavano le mie parole, volevano sentire da colui che si era quasi ucciso per un qualcosa che a loro sfuggiva ancora, ma che nei loro cuori aveva trovato alloggio, sapevo come far leva sul loro orgoglio sulla loro dignità sui loro sogni, il grande spirito mi aveva offerto incontri che io ero stato in grado di vedere ed ora di comprendere e capire donandomi ora forza per spiegare agli altri. Quando in Italia ero uno dei più richiesti, mi capitò di vedere in un campo d'atletica, attiguo al nostro una ragazza che si stava allenando al lancio del giavellotto; continuava imperterrita a ripetere gli stessi movimenti gli stessi esercizi e gli stessi lanci. Vi dico che, erano ore che si stava allenando in perfetta solitudine, ed i miei occhi di tanto in tanto seguivano quella ragazza che continuava ad allenarsi da sola la vedevo contare i passi per determinare la rincorsa, mimare il movimento la dinamica del lancio, la vedevo sudare massaggiarsi il braccio stringere i denti e continuare quel lavoro solitario e snervante, c’incontrammo al cancello quando il sole era già tramontato, io stavo salendo sul mio Mercedes cabrio, ragazzi credete, una favola! Lei, con la sua pesante borsa a tracolla; si dirigeva verso la sua piccola e un pò vecchiotta utilitaria, mi riconobbe, la mia faccia era conosciuta a quel tempo e ci fermammo un attimo a parlare. Sapete quanto guadagnava quella ragazza per allenarsi otto ore al giorno? Nulla! Niente, non prendeva un soldo, anzi era per pura cortesia che gli addetti all’impianto gli concedessero lo spazio ed il tempo per allenarsi. Allora perché lo fai, gli chiesi, - Perché ho la possibilità di andare e voglio andare alle olimpiadi e magari vincere anche la medaglia d’oro mi rispose, - Lodevole, e ti pagheranno dopo aver conquistato un oro olimpico, insistetti, - No! Non credo, in questo sport non si guadagna nulla o quasi, ma ci pensi... continuò, vincere un oro alle olimpiadi! Sentire le note dell'inno che salgono in cielo per me, è il mio sogno, il traguardo di una vita la ricompensa a tutti i sacrifici fatti per arrivarci, e poi succeda quello che deve succedere ma guarderò quella medaglia e sentirò che è mia, che ne sono stata capace. Mentre parlava i suoi occhi brillavano di un umile determinazione che le fiamme del volere avevano incendiato, non scorderò mai quello sguardo e spero e prego che il suo sogno si avveri ma se così non fosse io so che ha dato tutto quello che aveva, ma uno solo vince!. Ora noi abbiamo la possibilità di tagliare quel traguardo con la stessa umile determinazione di un atleta olimpico perché in questo momento siamo esattamente come lei, ci alleniamo dall’alba al tramonto e guadagniamo poco e niente in confronto agli altri, ma ora siamo qui a parlare di miliardi di case di automobili di successo di fama, invece dovremmo pensare a portare a casa un traguardo storico, unico, qualcosa che nessuno potrà mai più toglierci, che resterà nel nostro cuore nel nostro orgoglio e che ci farà gonfiare il petto, perché lo avremmo ottenuto con l’umiltà, con lo stesso spirito olimpico del dilettante e questa sarà la nostra medaglia olimpica, quella che guarderemo con gli occhi di chi è stato capace di conquistarla, altro che miliardi. Quelle emozioni non si comprano si vincono e sono condite di sacrificio, di sudore, di ore ed ore d’allenamento di volontà e determinazione e valgono una penna d’aquila sul mio copricapo perché quello non si compra si costruisce penna dopo penna, ma ognuno di voi scelga in cuor suo, i resto qui a sudare a rompermi la schiena a ripetere per ore gli stessi movimenti e se mi capita, voglio vincere la mia medaglia d’oro, voglio vedere se io LOCO VENDAVAL ne sono Capace. Troco Guilerce mi si affiancò dicendomi - È così che si parla Cazzo!, da te volevo sentire proprio questo e tu proprio questo hai detto, poi la sua voce risuonò forte e motivata, - Anch’io voglio diventare campione del mondo e se vado via quella partita non la posso giocare, io invece voglio esserci e ci sarò per Dio. Siamo noi la squadra Campione d’Europa ed abbiamo la possibilità di diventare Campioni del Mondo, gli altri, che aspettino pure, io ho altro da fare. Devo far crescere la mia creatura. Dicendo quest’ultima parola mi guardò dritto negli occhi, forse stava cominciando a capire cos’era quel seme che mi si era piantato nel cuore, quel seme stava germogliando, gli occhi gelidi di Antinas mi fissavano e le sue labbra mormoravano la frase, Campioni del Mondo... CAMPIONI DEL MONDO CAZZO !!!! esclamò subito dopo, quasi con rabbia. Si guardarono tra loro quei diciotto ragazzi e compresero che quella stagione, tutto sarebbe stato possibile, anche riuscire a far parte della storia!. George Florens era da un pò che stava seduto nella sua auto parcheggiata di rimpetto all’entrata del Indian Campos Club, voleva curiosare in giro e vedere che tipo di soggetti frequentassero quel Club per farsi un idea sul come la sua idea avesse fondamenta, e rimase perplesso quando notò che chiunque entrasse portasse con se i figli, poi vide quella donna di colore, la riconobbe all’istante, al suo fianco Rose, e dietro di loro Ted Tocca il Cielo, un pò attardato e quasi rincorrendo il gruppo vide Raul, è tempo di mettere il naso in casa loro si disse, si accese una sigaretta e si diede il tempo. Era il venti agosto e a Campos la presentazione ufficiale della squadra era l’evento; Raul e Lubna non l’avrebbero persa per nulla al mondo, volevano vedere la faccia di Alfonso quando apriva le porte alla squadra, l’onore di farlo era per il primo Campos Club della storia, ed il tavolo su cui venne istituito era quello da dove il Presidente, Carlos Rodes avrebbe parlato. Collegandosi al sito della TV. TLC avrebbero vissuto l’evento; nel frattempo sullo schermo di 40 pollici al plasma scorrevano le immagini dei singoli, scorci d’azioni, emozioni di successi, coreografie inni trofei interviste, e quando apparve il volto di Loco Vendaval quasi un grido di piacere scosse il momento, Florens era dentro da alcuni minuti e si era soffermato a scrutare l’ambiente, Vessilli appesi ai muri insieme ai poster conditi di quelle suppellettili tipicamente pellerossa, esattamente ciò che doveva essere, un Club di una squadra dove gli appassionati si riunivano e cercavano di coinvolgere nella loro passione i propri figli e quanti ce ne erano, era zeppo di gente e di figli rumorosi e allegri che si pappavano i dolciumi messi a loro disposizione e portata, il vociare era allegro e rumoroso con urletti di piacere quando le immagini che passavano sullo schermo davano il brivido al loro cuore, si ritrovò di fronte a Ted il più alto tra gli altri, - Mai pensato di giocare a Football gli chiese cordialmente, - Troppe vite sulla coscienza, rispose ridendo – Considerando la sua mole forse ha ragione, è molto frequentato qui a quanto vedo, - E se pensa che sono appena due anni che è in piedi! Come mai è venuto a farci visita, piace anche a lei il calcio?, - Al Soccer preferisco il Football, ma ho conosciuto Alberto Righeira insieme alla moglie e a sua sorella Rose e mi è venuta la curiosità, ho sentito dire che Righeira è un grande nel suo – Non ce n’è per nessuno! Intervenne un tipo cui l’accenno a Righeira non era sfuggito, è il più grande peccato sia infortunato in questo momento, - Cosa gli è capitato? – Strappo ai pettorali disse secco. – Ted ebbe un sussulto di stizza che non sfuggì a Florens che colse la palla al balzo, - Ultimamente da queste parti i pettorali sono all'apice degl'infortuni. E lasciò li la frase c’è qualche evento particolare oggi? Chiese a Ted cambiando completamente argomento, - A questo le rispondo io Sceriffo, permette? mi chiamo Raul sono il cognato di questo dinosauro, il marito di Rose; oggi da noi c’è la presentazione della squadra. - Da voi? – Io sono anche il cognato di Righeira e la locanda dove stanno per celebrare l’evento è della mia famiglia, io sono nato e cresciuto a Campos e posso dirle che sono il presidente del Indian Campos Club e come tale le do il benvenuto tra noi, le forze dell’ordine e gli uomini che le compongono ci fanno onore se ci vengono a far visita e ancor più onore se ne fanno parte. – Sono lusingato di tale accoglienza ma questa è solo una visita di cortesia, ne ho sentito parlare e sono venuto a vedere. – Esattamente quello che un cittadino s’aspetta che lei faccia. Quasi improvvisamente il vociare s’attenuò e sullo schermo apparvero le immagini di un intervista ad Alberto Righeira che non era nelle vesti del campione, ma si trattava di un intervista rilasciata durante una trasmissione culturale curata da un certo Hasrick, che George Florens nel suo privato, seguiva di tanto in tanto, questo Hasrick trattava argomenti di suo interesse, ed interesse c’era da parte di tutti nella sala, tutti infatti volevano ascoltare le sue parole, anche i ragazzi. Riteneva Hsrick un ottimo conduttore preparato serio, un professionista della cultura e vedere seduto di fronte a lui Alberto Righeira attrasse la sua attenzione. Parlavano di cose diverse dal calcio dallo sport messo in ombra dal rispetto di filosofie di stili di vita di approcci alla vita di culture diverse di religioni diverse, di sogni e fatti, progetti e scambi e d’incalpestabili diritti umani, udì parlare dell’università. l’intervista era vecchia e quando Hasrick gli chiese quale fosse il suo nome tribale scaturito dall’Hambleceya, ricerca della visione, lui rispose Colui che Cerca. Se fondamenta cercava ne aveva trovate. – Tornerò a trovarvi, adesso devo proprio andare gli disse come se fosse la cosa più semplice del mondo, magari piu in là, quando ci saranno partite importanti verrò a vedere se questo vostro campione cattura il mio interesse. Strinse le loro mani con decisione ed uscì, Ted degluttì amaro, tutto voleva tranne che quel tipo s’interessasse di Righeira, e l’accenno ai pettorali non lasciava dubbi su quale interesse avesse. Osservava senza staccare gli occhi da quel mosaico di nomi e fatti che ingombravano le pagine del suo taccuino il nome di Righeira. Il posacenere era colmo la bottiglia a metà ed il caffè terminato, le ore della notte le più cupe, difatti quando la notte arriva la mente carica di domande continua a tormentare e se non si hanno risposte ma dubbi difficile è riposare il corpo. Ora aveva un volto a quel nome, ma nessuna risposta, aveva ricercato con successo in internet l’intervista di Hasrick e ascoltato con attenzione ciò che Righeira diceva e come lo diceva, la data in cui la trasmisero era antecedente all’assassinio per cui era già a conoscenza del progetto università, visto che ne parlava ed anche in modo dettagliato ed in se ammirevole e coinvolgente, ma questo lo mise in un cassetto, doveva solo analizzare le cose e collegarle tra loro in modo che avessero un filo conduttore e la trama del tessuto di questo filo cominciava ad essere più consistente. Fuori ombra di dubbio che esisteva un legame profondo tra lui, gl'indigeni, Campos e l’università, poteva legare tra loro i nomi ma ciò che gli sfuggiva ancora era il motivo o se si preferisce il movente, ciò che scatena l’atto e per questo lo giustifica in parte, alibi, ed era la prima cosa che andò a cercare, era in quella terra quando accade, le date dei voli di entrata e uscita confermavano la sua presenza e per cui la possibilità, il legame con gli esponenti dell’MDI concreti e incontrovertibili, ma nessuna prova di paragone aveva nelle carte dell’assassinio nessun elemento con cui metterlo a confronto, anche se era sicuro che quel dna che possedeva appartenesse a Colui che Cerca ormai, come gli aveva detto Naso Schiacciato, morto e che appartenesse adesso a Loco Vendaval che al contrario era ben vivo, ma per provarlo doveva procurasene un campione autentico e insindacabile, ma quell’uomo era dall’altra parte dell’oceano e per il momento irraggiungibile, sapeva soltanto che sarebbe tornato, nel frattempo doveva e poteva mettere insieme altri tasselli di quel mosaico intrecciato di nomi luoghi e intenti. Ben pochi agenti aveva a disposizione e ancor meno erano gl’indigeni che era riuscito a portare dalla sua parte ma sapeva che poteva contare invece su una certa quantità di persone che si erano dissociate dal mondo tribale sposando il ventesimo secolo e i suoi frutti, ed era di quelle che aveva intenzione di servirsi per addentrarsi in un mondo dove più di una volta si era sentito estraneo per cui indesiderato e ostacolato. Integralisti e separatisti una contrapposizione perenne tra due punti di vista nati dallo stesso ceppo ma nessuno di loro era stato risparmiato dai fucili dei soldati, per i soldati infatti un pellerossa era tale come lo è per altri un ebreo un negro, non ci sono differenze, appartengono alla stessa famiglia vanno sterminati. Coda Chiazzata sventolò la bandiera degli stati uniti davanti alla bocca dei fucili di quell’esercito stesso che aveva donato alla sua tribù la bandiera d’appartenenza allo stato americano e venne trucidato insieme alla sua piccola inerte indifesa semplice tribù indigena, Sand Creek, poi arrivò addirittura il disonore di Wounded Knee, vittorie colme di vergogna che ancora non erano state dimenticate e quell’università poteva rappresentarle come parte indissolubile della storia edificata sull’eccidio gratuito, razziale. Un focolaio di risentimento un inno alla libertà, una pietra miliare al ricordo, per non dimenticare e cominciare a ricostruire quel sogno mai estinto. Doveva muoversi, darsi da fare per capire e anticipare le mosse di un avversario che nell’ombra si stava riorganizzando contro i nemici e nella luce già camminava. Contattò i suoi informatori stimolandoli ad insinuarsi tra le fila avversarie e riferire qualsiasi cosa potesse rivelarsi utile ad unire quei tasselli che nella sua mente avevano preso forma, prima o poi Barton si sarebbe fatto sentire e lui ancora non aveva novità di rilievo da esporgli, il che significava un inasprimento ulteriore tra i loro rapporti che già erano al punto di rottura. La prima svolta arrivò dalla lettura delle notizie estere riguardo all’attentato con cui l’ETA aveva insanguinato il suolo di Spagna, i terroristi o almeno alcuni dei soldati erano stati catturati, provenivano tutti dalle terre basche e questo accese il suo intuito, terre basche, Campos era al centro di quelle terre, Raul, Lubna, erano figli di quelle terre, Righeira aveva addirittura rinnegato la cittadinanza Italiana per sposare quella Basca, Rose, Ted, si erano legati con il sangue a quei personaggi e poi Hangarfood, L’ETA e L’MDI! Rabbrividì a quel pensiero, sapeva di aver fatto centro, ma una cosa è sapere un’altra è dimostrare e Barton era stato chiaro voleva prove non errate supposizioni. Si sentì improvvisamente piccolo, non adatto allo scenario che si andava profilando, lui era un poliziotto, si occupava di risse, violenze, omicidi, rapine furti truffe, il suo indagare era sui fatti, sulle prove e non supposizioni, ora quello che si trovava ad indagare era al di fuori della sua portata. Non aveva mezzi ne tecnologia ne supporto di uomini, era solo con un pugno d’agenti di fronte ad uno scenario di terrorismo e rivolta armata. Certo poteva rappresentare per lui l’occasione di cambiare il suo destino, l’occasione di poter dimostrare il suo valore ed essere reintegrato. Stare lì non gli piaceva, non era il suo posto ed era proprio per questo che Barton lo aveva spedito in quella riserva, gli aveva pestato i calli e questo era il risultato. Per rientrare nelle sue grazie doveva assolutamente portargli l’assassino e se non riusciva chissà dove lo avrebbe sbattuto quel maledetto questa volta. L’inizio delle gare ufficiali, mai fu più ombroso, solo alcuni elementi erano in uno stato di forma appena accettabile, gli altri stentavano enormemente, la squadra soffriva spasmodicamente in quello stato, tutto il nostro gioco era basato su degli equilibri di squadra su posizioni e movimenti senza palla e bastava poco per far crollare tutto il castello di possesso palla che era la nostra arma micidiale, sopravvivevamo grazie esclusivamente ai colpi dei singoli, altalenandoci in risultati utili e sconfitte, in quelle prime dieci partite, tutto sembrava evaporato. Persino Mc.Claude sembrava in bambola, mai in campo la stessa formazione, mai che riuscissimo a ripetere un risultato positivo e la fossa era disorientata. Sapevo con certezza che questo serviva a far giocare tutti, a rodarli temperarli, farli carburare in modo che al momento opportuno tutti saremo stati al massimo del rendimento, ora dovevamo soffrire e Cristo... stavamo soffrendo veramente, navigando intorno alla metà bassa della classifica , mentre avevamo rischiato l’eliminazione dalla coppa del re da parte del Villareal, vincemmo infatti la partita di ritorno per uno, segnò Garcia con un gran tiro da fuori e ci salvammo. Seguivo le partite dapprima in tribuna accanto al presidente, poi cominciai a frequentare la curva est nel mezzo degli Ultrà, dove Olivares, Maurice, Manuel, Filipe, davano il loro contributo a non farci affossare, non ero ancora in grado d’affrontare le gare, mi allenavo con il gruppo, facevo tutto quello che gli altri facevano ma non le partite neppure quelle tra di noi, sentivo dolore al petto quando correvo e non riuscivo a calciare senza sentire i morsi del dolore appena aprivo le braccia, per gli addetti ai lavori ero diventato un caso, lo ero anche per Roco Valente ma mi difese a spada tratta, - Voi siete pazzi! Io Righeira me lo porto anche solo come spettatore... eccome se lo faccio, ci deve essere è un suo dovere esserci, e io c’ero! Anche se non potevo dare il mio contributo come atleta lo facevo come uomo, la mia presenza era divenuta essenziale, il rispetto nei miei confronti era percepibile anche all’esterno del gruppo Campos, sapevano che sarei tornato e sapevano che adesso ero diverso, anche Mc.Claude se ne rendeva conto ed insieme a Luisio stava facendo quello che mai per nessun altro aveva fatto, ore ed ore di sedute atletiche solo per me, io Lui e Luisio, ore giorni settimane, di allenamento mirato capillare estenuante anche se per il momento privo di risultati, ma la macchina era allenata, temprata, concentrata e letale, lo vedeva nei muscoli, lo leggeva negli occhi, lo percepiva nella concentrazione totale, miglioravo, miglioravo, miglioravo e miglioravo ancora, ero quasi pronto e sentivo quasi freddo, un freddo nell’anima, che senza calore umano mi portava ad agire. Padre Marcilo mi procurava platee dove la mia voce poteva essere udita, Hangarfood incontri dove il progetto poteva essere spalleggiato, Marta uomini dove i miei cuccioli potevano trovare casa, poi c'era... Israele, Cambogia, Congo, Rodesia, Iran, Afganistan, Pakistan, Irlanda, Russia, Stati Uniti, Arabia, Cina, Iraq, dove vi era un conflitto, dove vi era un progetto armato, dove vi era resistenza, dove vi erano lupi che potevano far crescere i miei cuccioli, dove vi era un qualsiasi campo d’addestramento io c'ero, questo quel freddo nell’anima mi consentiva di fare, per questo era tempo che quell’uomo fosse senza cuore, perché se il minimo calore avesse scaldato il mio cuore non lo avrei potuto permettere tutto questo, e questa luce Mc.Claude aveva letto nel mio sguardo e nonostante questo... stava facendo per me ciò che per nessun altro aveva mai fatto. Con Ted era un continuo ciattare, tante cose si stavano mettendo in moto, ed era il mio generale, quello che in mia assenza assumeva il ruolo predominante sulla scena, soltanto a lui confidavo che sentivo freddo ed era partecipe con me dello stesso gelo che aveva afferrato anche il suo cuore, Rose era il libro su cui scrivevo soltanto lei poteva intuire a pieno il mio progetto, talmente coinvolta che mi sembrava udire l’eco delle mie parole nella sua bocca, poi c’era Alfonso che era riuscito a gettare il cuore oltre l’ostacolo e collaborava con Carlos affinché tutti i ragazzi che arrivavano trovassero ciò per cui avevano attraversato il mare, Raul era il nostro paracolpi, l’Indian Campos Club di cui era il presidente era lo specchio per le allodole, organizzava riunioni, dibattiti, assemblee, tramite lui e il Club il popolo poteva parlare, misurarsi esprimere il proprio punto di vista, le proprie speranze, i dubbi, le paure i sogni, ed era tramite lui e il club, che io parlavo a loro potevo ascoltarli capire, ognuno dei personaggi coinvolti era parte del progetto senza il quale il popolo avrebbe continuato a morire perché ognuno è un dono per gli altri e in ultimo c’era Lubna colei che custodiva il mio cuore, questo era per me il suo nome pellerossa, lo avevo lasciato a lei, senza di lei quel cuore sarebbe un ghiaccio senza alcun calore, soltanto lei custodiva il segreto che scaldava l’anima mia, nei suoi occhi leggevo l’amore, la voglia di vivere felice, la volontà di ricercare la felicità, la serenità il senso stesso della vita era guardando i suoi occhi scuri e profondi come un mistero che percepivo la vita, scatenava in me la voglia d’essere vivo la voglia ed il desiderio d’amare e d’essere amato la voglia di aver bisogno, il contatto con le sue mani era una sinfonia di percezioni che spalancava orizzonti d’amore, le sue labbra morbide carnose erano il fiore che sbocciava quando il sole sorgeva, il suo corpo agile forte sinuoso era la culla della vita era con lei che ogni sera nella tenda, quando il vapore saturava l’aria, quando le preghiere salivano vere come il fumo della pipa sacra all’orecchio del Grande Spirito, che il mio spirito vi si congiungeva e sentivo e sentiva il battito del mio del suo cuore, e sentivo e sentiva l’odore della mia della sua pelle sulla mia sulla sua pelle, lei era la mia sposa, la mia donna, il mio futuro il presente il passato era tutto ciò che alla fine di tutto quanto avrei avuto per me per lei per noi lei era Lubna la madre. La Coppa dei Campioni, aveva appena passato l’andata del primo girone ed eravamo in corsa, con un pareggio una sconfitta ed una vittoria che soltanto una perla di Antinas ci aveva regalato. La squadra fino a quel momento era un disastro annunciato e preveduto, ma cristo un solo puntpo in due partite era una miseria, Mc.Claude lo sapeva, noi lo sapevamo i tifosi anche, come noi avevano fede in Mc.Claude, eravamo i campioni di Spagna occupavamo il trono d’europa. Ricordo... Antinas che mette il pallone sul vertice dell’area di rigore avversaria, avevamo sputato sangue per tenerli ed eravamo con la lingua di fuori, tutto fuorché la sconfitta, a quel momento avevamo un solo punto, ultimi, lo guardavo mentre prendeva il tempo, pregavo come tutta la fossa che la mettesse dentro, tre passi Ice Man, i suoi occhi erano inespressivi, cinque in barriera, Lomes sgomitava, Filos in agguato Coimbra Garcia Antares a ridosso del portiere De Fuente accanto alla palla, Fimenta al limite dell’area. Tre passi Ice Man esterno destro a girare sul primo palo palla nel sette. La fossa ruggì rabbiosa al gol! Eravamo ancora in corsa. Il volto di Mc.Claude era lo specchio della squadra, teso preoccupato e sollevato dalla prodezza che ci consentiva di restare e continuare, ora il campionato, la coppa del Re e poi il girone di ritorno. Grande sofferenza per tutti e tutti l’affrontavano, in questo stava accadendo che tutti i componenti di quella fantastica squadra maturavano insieme come i frutti di un albero, una crescita individuale personale collettiva e non solo come squadra, ma come atleti che stanno raggiungendo il pieno maturamento psichico e fisico, ognuno è un dono per gli altri e noi eravamo un dono per quel popolo così ed allo stesso modo in cui loro lo erano per noi. Ero pronto, quella sera nella tenda, mentre sudavo, meditavo, insieme a tutti i cuccioli che erano arrivati, sette, uno per ogni tribù, alzai la pipa sopra la testa per ringraziare lo spirito, scoprii che il dolore era cessato, strinsi il pugno nella mano e vi appoggiai la bocca, chiusi forte gli occhi e pensai a loro ai miei cuccioli, ero pronto, questo è il momento Hoka Hei. Mc.Claude s’accorse immediatamente che qualcosa era finalmente cambiato, correvo e le braccia spingevano, guardò Luisio e sorrisero, ora poteva cominciare la seconda parte del programma, il natale si avvicinava e la sosta avrebbe consentito tempo, oro colato per il metodo Mc.Claude, era durante quei dieci giorni che il Crudele ci seppelliva sotto i carichi di lavoro, avremmo avuto le gambe di marmo ed ogni muscolo del corpo indolenzito alla ripresa delle gare, avremmo sofferto e tanto per poi carburare e far sentire le note di quel gioco spumeggiante e irritente che i nostri avevano battezzato tiki taka, quello che ci aveva consentito d’essere primi, quello che Mc.Claude aveva inseguito per una vita intera senza trovarlo ed ora solo quando tutto sembrava finito gli era fiorito in mano in modo inaspettato e inatteso proprio come un dono. A due dalla seconda, quattro punti dalla prima, bastava il secondo posto per passare il turno e avremmo affrontato le dirette rivali nelle ultime due gare era decisivo non perdere contatto nella prima di ritorno, quello era l’appuntamento che non dovevamo fallire, uscire sconfitti significava essere fuori all’ottanta per cento. Arrivò il natale e mentre tutti erano in pausa, Mc.Claude come al solito ci mise sotto torchio, otto giorni d'allenamento durissimi, cominciati all’alba e finiti ben oltre il tramonto, con il freddo che bruciava i polmoni, la neve che ostacolava la nostra corsa ed un vento tagliente gelido che arrivava da nord e ci tagliava la faccia, eravamo tutti li tutti presenti e tutti pronti a sostenere la scommessa che se di uno lo era ormai di tutti. Quando alla fine dell’allenamento entrammo esausti nella sauna e ci guardammo negli occhi, in tutti brillava viva la fiamma della determinazione. Il metodo Mc.Claude ci avrebbe appesantito le gambe ulteriormente per poi sbocciare in un energia sfavillante che ci avrebbe donato quella marcia in più rispetto agli altri, perlomeno questo era il programma, nella realtà questo non accadeva anzi, restammo piantati sulle gambe ben oltre quello che pensavamo, ci qualificammo per i quarti di Coppa del Re grazie a due pareggi, Zero a Zero in casa nostra Uno a Uno in casa del Celta Vigo, i punti di svantaggio dalla vetta della classifica divennero tredici, alla fine del girone di qualificazione al secondo turno in Coppa Campioni ci qualificammo grazie alla sconfitta che lo Standard Liegi rimediò nell’ultima partita finendo ad un punto dietro noi che la pareggiammo. Il miracolo Campos sembrava terminato evaporato almeno questa era la sentenza che i giornalisti davano: Nulla è rimasto della grande squadra che ha incantato l’Europa per tre anni, ed anche la Nazionale Iberica dovrà tenerne conto, trenta giorni mancano all’appuntamento di Tokyo e; viste le condizioni, servirebbe un ulteriore miracolo. Cinque mesi e cominceranno i mondiali, Roco Valente ha poco tempo per rivedere le sue scelte e rifondare la sua Nazionale. - Ci stanno sparando addosso Mc.Claude, lasciali sparare Luisio, la squadra a retto bene questo periodo micidiale, non è crollata e questo è il primo segnale confortante, i ragazzi hanno fiducia in quello che hanno fatto, ed i frutti arriveranno, ormai è solo questione di tempo. Sembrava piu darsi coraggio che guardare la realtà, - Ci sono riscontri nei tuoi tabulati? - Ne avremmo dovuti avere, ma non c’è nessun segno di miglioramento tutto rimane piatto. Mc.Claude si guardò stancamente in giro, l’impianto era sceso nella penombra della sera, ed il prato era un manto bianco di brina, dal rubinetto dell’acqua colavano due grosse stalattiti di ghiaccio e respirando, il freddo faceva ancora male nei polmoni, - L'inverno sembra non finire quest’anno, pensò ad alta voce, Luisio si guardò in giro ed annuì, - Già ! Non ricordo un inverno così lungo e rigido, poi i suoi occhi s’illuminarono, - Ecco cos’è! Il freddo, è il freddo Mc.Claude, ma sicuro, come ho fatto a non pensarci, - Cosa c’entra il freddo Luisio? - Cosa C'entra? Il nostro programma si è basato sul clima delle ultime due stagioni, anche il telegiornale ha sottolineato che la temperatura è ben al di sotto della media stagionale degli ultimi anni, è per questo che siamo in ritardo, il nostro spunto è sempre arrivato puntuale con la primavera e la primavera è in ritardo come noi, - Allora Luisio non ci resta che fare la Danza del Sole, - Bè Mc.Claude posso chiedere a Righeira se si presta, scoppiarono a ridere ma Luisio aveva fatto centro. Due settimane dopo, la primavera cominciava a farsi sentire, la brina era sparita ed il rubinetto dell’acqua non si ghiacciava più ed anche le bestemmie di Ramon in proposito era cessate. Come un fiore che sboccia al primo, caldo raggio di sole, lo spunto, che era assente, tornava e la fioritura era completa come il lievitare di una torta nel forno, la forma saliva contemporaneamente in tutti gli effettivi e nelle ultime tre partite... Tremate, Tremate, Le Streghe Son Tornate, la Fossa urlava lo slogan femminista dopo la convincente vittoria due a zero inflitta ai campioni Greci dell’Olimpyacos. Tremate, Tremate, Le Streghe Son Tornate, L’Hugo Rodes faceva sentire la sua voce, mai ci aveva abbandonato Olivares, Filipe e gli altri sempre ci avevano sostenuto ed incitato ora dalle loro gole tuonava la voce della riscossa, il digiuno di vittorie accumulato scatenò un appetito famelico in loro ed in noi, sospinti adesso da uno stato di forma che cresceva giorno dopo giorno. Mc.Claude e Luisio avevano messo sul piatto tutto ciò che avevano e la loro scommessa non poteva piu essere ritirata, ne rifiutata, era li sul piatto come una carta di piombo. Accumulammo altre due vittorie ed una grande consapevolezza di noi, prima di presentarci all’appuntamento con il mondo! Tokyo, l’Indipendiente, La Coppa Intercontinentale. - Dove stiamo andando Alberto? – Dietro quel monte laggiù, Alfonso. Lui aguzzò lo sguardo e vide il monte in lontananza, - D’accordo, ma facciamo una pausa, sono due ore che camminiamo. Alberto sorrise, era cosi carico d’energia che non si rendeva conto delle distanze percorse e del tempo impiegato, non così Alfonso che aveva trotterellato dietro di lui fin da quando erano usciti dal paese ed ora aveva le gambe legnose e i piedi in fiamme, anche Ti Tocco con il Naso aveva la lingua a penzoloni ma non demordeva, gli piaceva quando quello strano tipo dall’odore così piacevole, partiva per la tangente e s’inoltrava per chilometri tra i monti, zingara con uno zingaro immersi nella natura, era talmente contenta che a volte aveva perfino ululato. Lui si guardò intorno, - Si facciamo una pausa, ma non qui! scelse un posto al riparo dall’aria, accese un minuscolo fuoco coperto da grandi sassi e si sedette, - Non toglierti le scarpe o non te le rimetti più, suggerì ad Alfonso bloccandone gl’intenti, dallo zaino estrasse quello che si erano portati per mangiare e bere, anche se Alberto sapeva dove trovare acqua, parlottavano tra loro ma era come se un vetro li separasse, - Dov’è che stiamo andando?, - Voglio farti vedere una cosa che stà dietro quel monte, - E cosa c’è dietro quel monte che dobbiamo superare, - C’è Macigno! – Tu lo hai trovato?, e perché non hai avvisato Carlos?, avrebbe mandato una squadra a prenderlo!, Loco Vendaval non rispondeva ma guardava Alfonso negli occhi e Alfonso capì! – Sei stato tu! Perché lo hai fatto! – Me lo ha chiesto! – A sì, lui è venuto da te e ti ha detto testuali parole?, - Non proprio come intendi tu, ma un essere è veramente in prigione quando è costretto a stare in un posto contro la sua volontà e lui vuole stare dove stà adesso, ora vieni con me e ti farò conoscere da quel toro e allora forse se sarai sensibile al tuo cuore lo conoscerai a tua volta poi deciderete voi se essere amici o nemici. – Alfonso ricordò quelle parole che si scambiarono sul balcone la sera quando quel ragazzo era arrivato a Campos, ricordava quella specie di promessa, un giorno ti farò conoscere da quel toro, possibile mai che quest’uomo mantenesse veramente tutte le promesse che pronunciava, oppure non diceva mai ciò che non avrebbe potuto essere?, si sdraiò sull’erba e guardò il cielo alto sopra di lui, pensò a Lubna, a Piccolo Falco, a Raul. Quanti Ragazzi erano passati nella vita di Lubna, alcuni rapidi come fulmini nel cielo, altri piu intensi ma poi essiccati come erba al sole, tante volte si era chiesto il perché era sempre stata Lubna a troncare, ora cominciava a capire che quello che stava aspettando era lui, e non poteva essere che un uomo come quello, che ora era sdraiato al suo fianco e con una pagliuzza in bocca guardava il cielo quasi dimenticatosi di ciò che pochi mesi prima aveva compiuto, ecco cosa gli serviva e cosa aspettava Lubna, Alberto Righeira chi Altri! Con questo è difficile annoiarsi, sempre cose nuove ti fa conoscere ed in un certo senso vivere e comprendere, ma lo fa con allegria e voglia di condividere con gli altri, si sta bene accanto a lui. Cominciò a sorridere poi scoppio in una risata, - Stai forse ridendo di me Uomo? Gli disse Alberto sorridendo a sua volta, - In un certo senso si! Ma ora andiamo a conoscere quel toro. Il vetro di ghiaccio si era sciolto come neve al sole. – Riesci a vederlo?, avevano appena superato la cresta del monte quando Alberto s’acquattò a pelo d’erba, e Alfonso lo imitò veloce, - Riesco a vedere cosa? – Macigno!, - Vedo solo steli d’erba! - Gli alberelli laggiù, vicino alla pozza d’acqua, - Alfonso guardò nella direzione e intravide in lontananza un qualcosa che somigliasse alla descrizione, - Si li vedo, allora? – Nascosto dietro di loro! – Alfonso cercò di focalizzare meglio ma non vedendo nulla prese allora il binocolo dallo zaino e vi traguardò, ci mise qualche attimo poi vide un qualcosa di grigio muoversi attraverso i rami, Alberto s’accorse che ora vedeva, - Come gli elefanti in Africa, stessa tattica, stesso risultato, ora osservalo, cerca di capire se lui è felice, - E come faccio non sono mica un veterinario, - Allora sentilo, ascoltalo, osservalo, è mite, si muove lento tranquillo sereno, non ha recinti ne qualcuno lo bracca e lo costringe alla stalla, non è un trofeo da esporre in una vetrina, ma un fratello minore che vuole vivere la sua felicità, ecco: questo è il dono che la grande madre Terra ci ha fatto, tramite il loro sacrificio il popolo sopravvive, per noi il bisonte rappresenta il popolo, la madre, il nutrimento la casa, ossia tutte le cose buone del mondo, non danaro, investimento, lucro e guadagno, significa sacrificare solo quello che è necessario e rendergli onore facendo in modo che il suo dono sia per intero, nulla si scarta, neppure le ossa, tutto serve perché tutto ti è stato donato, devi solo capire l’uso che puoi farne. Ecco: lui ora è libero anche d’accoppiarsi e magari procreare e magari moltiplicare il suo numero e per quale motivo se non essere un dono per sopravvivere, ma un dono da rispettare come se si trattasse di un fratello, non per farci il tiro a bersaglio e prendere soltanto il suo mantello e la sua lingua, queste sono cose che non onorano l’uomo ne tantomeno il dono che il Grande Spirito con il mio fratello minore mi ha fatto, sono cose da Wasichu. – Alfonso staccò gli occhi dagli oculari, non vedeva più nulla tantomeno gli alberelli, Come cavolo ha fatto questo a vederlo addirittura dietro i rami? Si voltò con l’espressione di chi ha una pregunta da fare, Alberto ghignava come chi sa già le domande che l’altro si pone, - è una questione di cosa vuoi osservare Alfonso: mai sentito parlare del terzo occhio? E non quello dove non batte mai il sole!, ma quello dei monaci tibetani, ecco una cosa del genere, uso quello che serve nel momento che serve, come tu hai usato uno strumento per vedere lontano, io lo posso fare senza strumenti e posso vedere solo le forme, solo il calore, solo la luce o tutte e tre le cose insieme, posso sentire l’odore, percepire il battito del cuore, e perfino le scariche elettriche del cervello, io sono uno sciamano Alfonso, io sono un guerriero, io sono... non fingo d’essere. – E Lubna non poteva che trovare te!, I loro occhi si trovarono – In questo Alfonso l’onore è tutto il mio. – Ora cosa facciamo? – Ora andiamo a trovare un amico, un mio fratello. – Speriamo bene, mormorò a se stesso un intimidito Alfonso. Alberto si alzò e lentamente cominciò a scendere il pendio, Alfonso imitava ogni sua mossa cercando per quanto possibile di rimanere nella sua ombra, ti Tocco con il Naso, saltellava felice intorno ai due uomini, correndo un poco in direzione di Macigno per poi fare veloce retromarcia e tornare sui suoi passi, Macigno allora uscì allo scoperto, la testa alta fiero le corna in bella vista e la coda che sferzava l’aria, Alfonso pensò d’essere giunto alla fine dei suoi gloriosi giorni, alzò gli occhi al cielo raccomando l’anima sua al suo prezioso Dio. Alberto proseguiva l’avanzata, lenta morbida flessuosa sinuosa elegante plastica era un susseguirsi di movenze come in una danza, Alfonso vide per la prima volta e ripensò ad una preghiera che gli aveva recitato una volta; con passo sacro cammina, con alito sacro parla, con vista sacra vede, - Fratello sono tornato a trovarti, avvicinati vieni a sentire il dono che ti ho portato, prese dalle tasche le carote, li spaccò in due e li porse braccia tese in avanti a Macigno, gigantesco maestoso, enorme e bellissimo, mi senti, senti il bene che ti voglio, perché sento come vuoi vivere, senti il profumo del dono che ti ho portato fratello mio, mi senti? Cominciò allora a recitare una invocazione ripetendola per quattro volte, le parole non le aveva pronunciate nessuno erano sue e nessuno poteva capirle perché soltanto chi è nato con l’armonia riusciva ad ascoltarle, quell’armonia che è innata e che l’uomo invece non possedendola deve imparare. – Alfonso era titubante, la paura gli serrava il cuore cosi tanto che non respirava più, Ma quella montagna di muscoli e corna era così mansueto mentre si avvicinava al dono che quell’uomo aveva con se, da lasciarlo stupefatto, lo vide mangiare dalle sue mani, farsi carezzare il naso la fronte tra gli occhi, toccare le corna, farsi grattare l’ascella anteriore, vedeva quella cagnolina correre e abbaiare tra le sue possenti zampe, annusare i suoi zoccoli unghiati, senza arecargli alcun fastidio, allora il cuor suo cominciò a capire e comprendere la verità che quel ragazzo gli aveva espresso, il modo che ognuno di noi ha nel rapportarsi con gli altri che sfocia in un conflitto o in una amicizia. Restò a distanza ma non tale da poter sfuggire alla sua carica se ve ne fosse stata, Macigno lo guardava e forse si chiedeva il perché quell’uomo restasse distante pur essendo così vicino, grugnì in modo gutturale e fece un passo nella sua direzione, Alberto lo guardò e gli fece cenno di non muoversi e di non guardarlo negli occhi, lo sentì avvicinarsi, talmente vicino da percepirne l’odore, sentiva il respiro del toro e il suo gutturale esprimersi, poi lo vide tornare indietro e allontanarsi, attraversò il ruscello e come se fosse vento cominciare a correre oltre il pendio del monte. Il tempo sembrava essersi fermato, a Campos neppure le mosche osavano ronzare. Nello spogliatoio, ognuno di noi era chiuso nel silenzio dei propri pensieri, seduti sulle panche a spalla a spalla, eppure distanti, immersi nella propria, personale concentrazione, ognuno di noi innalzava la propria silenziosa preghiera al suo Dio, ripercorrevo tutti gli attimi della vita, tutti gli episodi che mi avevano portato ad essere lì adesso! Le grida degli amici, in quel campo polveroso sopra il monte a due passi da casa, l’esclusione dalla squadra di quartiere, la vendetta che il Grande Spirito mi aveva concesso, il provino superato che mi spalancava le porte della serie A, l’esordio, il primo gol, i successi, la notorietà, la stupidità dell’età, l’infortunio, il voltafaccia, la morte di mia madre, i Sioux, Orso in Piedi, il Campos, Lubna, Piccolo Falco. Il profondo silenzio dello spogliatoio, il respiro degli altri, il battito dei loro cuori, lo scorrere impetuoso del loro sangue nelle vene, bussarono alla porta è tempo!. È tempo pensai, sollevammo il capo e ci guardammo negli occhi, battei le mani, le sfregai tra loro e le passai sulle gambe sugli stinchi sulle cosce, reclinai la testa all’indietro occhi chiusi e mani incrociate sul petto respirai, profondamente e lentamente, l’odore dell’olio canforato riempiva l’ambiente, é tempo. Il cerchio, la preghiera, l’invocazione, è tempo. A spalla a spalla con i nostri avversari, i loro sguardi ostili, minacciosi, le nostre mascelle serrate, i muscoli contratti, la luce del sole in fondo al tunnel ed il fragore degli spalti gremiti. La Coppa Intercontinentale sfavillava di riflessi dorati, esposta al centro del campo, le squadre sfilarono lente l’una di fronte l’altra stringendosi la mano, lo scambio dei gagliardetti la scelta della sorte lo schieramento, è tempo. La lotta si accese all’istante, Mc.Claude ci aveva istruiti, i contrasti furono immediati, duri, secchi, l’Indipendiente impostò la gara sul lato fisico, basandosi sull'aggressività dei singoli sicura di aver ragione d’avversari tanto giovani. Cercò d’intimorirci affondando i teakle in modo ruvido deciso, ma impostavano il loro gioco sul estro dei singoli, lasciando che l’inventiva personale trovasse sbocchi letali nelle nostre fila, cercando di saltarci nell’uno contro uno. Si trovarono di fronte ad un organizzazione di gioco inattesa, con scalature e raddoppi rapidi precisi e puntuali, saltavano l’uomo cercando di verticalizzare la loro azione e si trovavano nella morsa di altri due che li costringevano ad allargare orizzontalmente il gioco facendogli perdere velocità e penetrazione. Come al solito li costringevamo a tornare sui propri passi e ricominciare l’azione daccapo, si trovavano quasi sempre in possesso palla e questo l’indusse a sottovalutarci non pensando, invece, che quello era il nostro gioco, che su quello Mc.Claude aveva costruito la nostra battaglia, farli correre, farli crescere, esaltarli, indurli ad osare ad aggredirci a sottovalutare le nostre frecce letali che l’arco stava incoccando per conficcarle, non appena mostravano il fianco, nascondendo loro il nostro Tiki Taka. Il loro Mister aveva i capelli bianchi soffici come neve ed il volto marcato abbronzato dal sole, si era maturato sui campi di tutto il mondo e fiutò la trappola, cominciò a sbracciarsi a richiamare i suoi ad un più attento movimento tattico, si sgolava cercando di far indietreggiare il baricentro della sua squadra che si era pericolosamente spostato troppo in avanti. Non appena De Fuente ebbe lo spazio per imbastire l'azione ci aprimmo a ventaglio infilandoci con gli esterni lungo le fasce mentre Fimenta e Lomes andavano in profondità, in un attimo sette dei nostri erano nella loro metà campo contro cinque dei loro, Tiki Taka e la palla non la vedevano piu, De Fuente esterno per Garcia ancora al centro per l’avanzato Fimenta e tocco di prima a far correre sul fondo Filos, controllo e cross al centro la testa di Lomes, sfiorò la palla aerea ma non riuscì a colpirla, entrai sul lato opposto in scivolata e riuscii a colpire il pallone indirizzandolo sul primo palo, il portiere rispose con un tuffo e deviò la palla sul fondo. Sentii le urla del loro mister che, inferocito, imbeccava i suoi con bestiali sproloqui, il pericolo corso e l’atteggiamento furioso del loro mister l’indusse ad un atteggiamento tattico meno spavaldo ed inasprirono il contatto fisico. Lomes, come al solito, si batteva come un toro e fu il primo a subire la durezza dei loro interventi restando a terra per alcuni minuti con la caviglia dolorante, ma non era il solo a prendere botte tutti eravamo sottoposti ad un vero randellamento, picchiavano sapientemente, soprattutto sul piede d’appoggio, e scalciavano violentemente quando la contesa della palla finiva in una mischia. Mc.Claude vide una luce strana nei miei occhi, ed un ringhio a denti stretti tra le labbra, ne ebbe quasi timore, ciò che ero aveva preso il sopravvento, stanco d’essere malmenato cominciai a restituire i colpi subiti, uno di loro mi venne sotto ringhiando sulla mia faccia, appoggiammo le nostre fronti una contro l’altra e l’arbitro ci venne a dividere, l’altro m’insultò in spagnolo dandomi del finocchio, io gli risposi nella stessa lingua definendolo sterco di vacca, un altro intervenne alle spalle spintonandomi, mi girai e lo spintonai a mia volta facendolo cadere e andandogli vicino gli ringhiai sulla faccia, si scatenò una mezza rissa dove volarono minacce e spintoni un altro cercò di spintonarmi ma fui più lesto l'evitai, Guilerce, Lomes, Garcia, Medenta e Lorcia mostrarono i loro muscoli e la loro determinazione, gli animi si placarono ma ce le promettemmo lo stesso. Su calcio d’angolo entrai in contatto stretto con i difensori che mi avevano invitato al centro dell’area chiamandomi con la mano, senza il minimo timore mi ci buttai in quella mischia: quando la palla si alzò nel cross, nessuno la cercò, i colpi volarono proibiti e duri, con una gomitata alle costole stesi in terra quello sterco di vacca che mi aveva definito finocchio, rimasi a guardarlo negli occhi mentre la smorfia di dolore segnava il suo volto, fu vendicato da un compagno poco dopo, ero riuscito a sfuggire sulla fascia e fui scalciato da tergo in modo brutale e doloroso, ma non appena il tipo rientrò in possesso palla, Guilerce gli entrò a piedi uniti sugli stinchi facendolo volare in aria. Antares era quello che invece soffriva più degli altri la pesantezza fisica del suo avversario, non riusciva proprio a tenerlo fisicamente, ne veniva sempre sbilanciato in ogni contatto fisico, costringendo me e Guilerce agli straordinari per andare a chiudere, dall’altra parte Filos non riusciva proprio ad andare via al suo diretto, ne veniva superato e chiuso, costretto poi a rincorrerlo lungo la fascia nella nostra zona difensiva, dove Medenta scarpinava senza più ritegno e strano, nessuno andava a ringhiargli sulla faccia. Il passaggio di Fimenta era esattamente a metà strada tra me e quello Sterco di Vacca sudaticcio e puzzolente, ringhiammo mentre ci avventavamo sulla palla che scendeva a metà strada tra di noi, non la guardai non era lei che cercavo, presi il tempo e la mira calciammo contemporaneamente, le nostre caviglie cozzarono rumorosamente tra loro e cademmo entrambi a terra in preda ad un dolore fortissimo, rimasi piegato su me stesso con la faccia nell’erba e la caviglia stretta tra le mani, mi sembrava che il piede si fosse staccato dalla gamba, talmente acuto era il dolore che non mi permetteva di parlare... ma così come rapidamente era arrivato, rapidamente passò... permettendomi di rimettermi in piedi, Sterco di Vacca che fino a quel momento aveva fatto sentire i tacchetti delle sue scarpe a tutti, era a terra esattamente come il suo nome meritava, la sua caviglia si era gonfiata immediatamente assumendo il caratteristico colore pesto della frattura, era uno dei picchiatori più duri della loro squadra, un vero killer un bastardo e vederlo a terra con la caviglia in pezzi, fece calmare gli altri, perché Io Loco Vendaval invece, ero in piedi ed indenne e soprattutto pronto a darne ancora. Dalle tribune si sollevò l’inno del Campos ed il mio nomignolo vene scandito ripetutamente, molti occhi erano incollati alla Tv, milioni di occhi. La fine del primo tempo era prossima e gli animi, dopo quella sostituzione forzata, si erano placati, avevamo dimostrato di poter picchiare al loro stesso modo e cavarcela, in questo non ci erano superiori e non ci avevano spaventato, anzi avevamo risposto colpo su colpo con il coltello tra i denti ed eravamo addirittura andati alla loro caccia, eravamo una squadraccia, potevamo comunque giocarcela, anche sotto il profilo fisico oltre che sotto quello tecnico tattico. Ora, che ce le eravamo date di santa ragione, non restava che giocare al calcio. Mc.Claude non disse una parola su quanto accaduto in campo, conosceva i nostri avversari li aveva studiati, sapeva che avrebbero cercato d’intimorirci e mirato alle nostre caviglie, ma sapeva che erano dure forgiate da lui e avrebbero resistito e restituito i colpi, decise soltanto di sostituire Filos con Enriche sulla fascia destra e Antares con Coimbra sulla sinistra dietro di me, non cambiava nulla nel nostro schieramento tattico, soltanto che, Coimbra era più fisico di Antares ed a contatto con l’avversario molto più ostico da sbilanciare, mentre Enriche era migliore di Filos, nell’uno contro uno, anche se sensibilmente meno rapido, ma riuscendo a saltar l'uomo più spesso avrebbe procurato piu spazio per la manovra di De Fuente. Ora che la rissa era terminata la partita cominciò a decollare, il Tiki Taka che i nostri avevano battezzato, quello che Mc.Claude aveva insistentemente inseguito per una vita fioriva come margherite in un campo, dagli spalti l’urlo del Campos cominciò a scendere come una valanga dalla montagna, travolgendo tutto donandoci quell’esaltazione che divenne inferno per gli avversari, gli scambi cominciarono ad essere rapidi e determinati a costruire gioco per trovare il gol, dopo quindici venti minuti di fasi alterne dove nessuna delle due compagini riusciva a superare l’altra, cominciammo ad averne ragione, il pallino del gioco piano piano si spostò dalla nostra parte, e; cominciò quella serie fittissima di passaggi che i nostri sostenitori, giunti in gran numero, conoscevano bene, quella serie ininterrotta di passaggi di prima precisi ed efficaci era capace di far saltare i nervi a chiunque, esaltandoci Tiki Taka, Tiki Taka gridavano dagli spalti e cominciarono a giocare secondo i nostri dettami, cominciarono ad aggredire il portatore di palla in pressing per riprendersi il pallone che non riuscivano più a vedere, solo che la nostra abilità ci consisteva di cambiare il portatore di palla ad una velocità doppia del loro pressing, così si trovarono presto a correre dietro al pallone in una sorta di torello ininterrotto, mentre noi mulinavamo gioco cercando il varco per offendere, spostando il gioco da destra a sinistra in avanti e indietro con un ritmo sempre blando ma ininterrotto ed una estrema padronanza del gioco, sette minuti consecutivi con il pallone in nostro possesso una lezione di calcio che in quei sette minuti i nostri dagli spalti sottolineavano con degli Olè, denigratori ed irritanti, De Fuente, Fimenta, Antinas, cominciarono a brillare come stelle luminosissime in un cielo notturno, la loro classe cristallina stava diventando spumeggiante attimo dopo attimo, Coimbra dietro di me mi garantiva la copertura ed i miei affondi veloci erano divenuti cattivi cominciavo a demolire il loro fianco sinistro, mentre sull’altro lato le iniziative di Enriche stavano facendo impazzire i loro esterni sinistri che ricorrevano sempre più frequentemente al fallo per averne ragione, al centro Lomes era un ariete indomabile, a quindici minuti dalla fine il nostro si era trasformato in un vero e proprio assedio. Antinas Coimbra Garcia Fimenta Lomes erano andati alla conclusione senza riuscire a metterla dentro, il loro tecnico era stravolto, la sua voce ormai roca dal tanto urlare rispecchiava lo stato d’animo interiore, stava perdendo il campionato del mondo, scattai ancora rapidissimo sulla fascia, per andare a prendere il lancio calibrato di De Fuente, inseguito dal difensore, una volata senza fiato per arrivare primo sulla palla, riuscii a controllarla un attimo prima che uscisse, ma la morsa dei due difensori si chiuse sulle mie gambe facendomi cadere, mi rialzai per battere la punizione, mi resi conto che il mio avversario diretto era con la lingua di fuori, cotto, completamente cotto, era ancora piegato in due e le mani stringevano i fianchi mentre respirava a bocca aperta, anche altri avversari erano nella stessa condizione, mentre vedevo i miei che si muovevano come se avessero appena cominciato a giocare. Le alchimie d'allenamento di Luisio erano sotto lo sguardo del mondo calcistico, era il momento di farli uscire di chiamarli a giocare lontano dalla loro area, dovevamo cambiare tattica, rallentare le nostre azioni ed illuderli di aver vuotato il nostro serbatoio, uno sguardo d’intesa con Mc.Claude e poco dopo ecco l’ordine, lui aveva il dono di leggere le partite dalla panchina come nessun altro poteva soltanto sperare o minimamente pensare di poter fare, con fare concitato altamente scenografico c’invitava ad indietreggiare, indicando di coprire maggiormente la nostra difesa, fù allora che il mio sguardo si posò su di un gruppo, seduto nella tribuna d’onore, riconobbi Marta impossibile non farlo, il biondo dei suoi capelli riluceva con riflessi d’oro nel sole, Rodes gli era accanto con Hangarfood ed un esile figura la suo fianco, JULIAN, era lì! Stava rischiando ma voleva esserci costasse quello che costasse, voleva con tutto se stesso essere presente e c’era, una dimostrazione di forza di volere e di volontà straordinaria in un corpo ancora troppo fragile, ma la strada era imboccata e la sua volontà di guarire forte molto forte. I nostri ritmi calarono lentamente e le nostre folate offensive divennero meno rapide e brillanti, quasi casuali, mantenendo comunque un preciso studiato possesso palla, sviluppando però l’azione in senso orizzontale e frequentemente dando palla indietro, come se stessimo facendo melina per far passare il tempo e raggiungere i supplementari, sia io sul lato sinistro che Enriche sul lato destro giocavamo spalle alla loro porta, restando in posizione anche quando venivamo sollecitati dall’azione, stuzzicando la loro attitudine offensiva a salire con gli esterni. Garcia venne richiamato per far posto a Lois, dalle spiccate doti difensive, esaurendo i cambi a disposizione e dando così l’impressione di volerci chiudere e sperare nei supplementari per poi i rigori, a quel punto il loro Mister giocò le sue carte inserendo due uomini freschi al posto degli esausti centrocampisti laterali, che vennero presi in consegna da Coimbra e Lois, la trappola si era chiusa, la loro freschezza infatti l’indusse a salire sulle fasce dando un notevole contributo all’azione offensiva che noi ostacolavamo con un parvenza d’incerta convinzione, ma facendo questo si portavano al traino i loro corrispettivi laterali difensivi ormai sfiniti, salirono fino a centrocampo, soltanto Lomes era rimasto in zona d’attacco e non appena Fimenta entrò in possesso di palla, gli si propose andandogli incontro, Fimenta l’invitò allo scambio nel cerchio di centrocampo, Lomes gli rimandò palla indietro proponendosi per lo scatto sulla destra fu un attimo, i due centrali abboccarono alla finta seguendolo ed immediato partì il veloce fendente che in profondità sulla sinistra entrava nello spazio vuoto creato magistralmente da Lomes, nella zona morta quella in cui nessuno vuole stare. L’arco ha scoccato la sua freccia letale Mc.Claude si alzò in piedi sentendo dentro di se la scossa della premonizione, l’accelerazione che imprimetti ai piedi stracciò via l’erba da sotto i tacchetti lasciando il loro esterno destro sul posto, con la corsia sinistra completamente libera, volai sopra l’erba, esprimendo tutta la velocità di cui ero capace, 10,70 nei cento piani, andando a prendere il pallone, con il sinistro l’accarezzai e con l’esterno destro lo controllai accentrandomi leggermente, uno dei due centrali cercava disperatamente di recuperare la posizione ma ero in netto vantaggio, con la punta del piede destro controllai ancora la palla entrando nell'area leggermente decentrato, il portiere uscì cercando di chiudermi lo specchio mentre il centrale rientrava alle sue spalle per chiudere lo specchio della porta, in piena corsa uncinai, con il destro, il pallone fermandolo, il portiere andò giù ed anche il difensore andò giù alle sue spalle come figurine che cadono una dopo l’altra e mentre, spinto dalla forza d’inerzia, stavo cadendo in avanti anch’io, con una torsione del piede schiaffeggiai la palla di collo destro, che sfiorò i piedi del portiere a terra e s'infilò nella porta vuota. La mia posizione era proprio sotto la tribuna centrale, si vide distintamente il movimento di Lomes e lo scambio di palla tra lui e Fimenta, la lacerazione del loro fianco sinistro e poi l’apertura contemporanea al mio scatto, impressionante per accelerazione e velocità, allora una specie di rantolo cominciò ad uscire dalla bocca di Julian e più mi avvicinavo alla palla più cresceva nella sua gola, poi il controllo, il doppio cambio di direzione e l’ultimo spunto dentro l’area, Hangarfood lo guardò, senza credere ai suoi occhi, Julian era… in piedi! il suo rantolo per lui era voce del cielo, tornava ad essere, un urlo strozzato ripetuto e strozzato ancora mentre i suoi occhi verdi brillavano luminosi di una felicità mai provata le braccia tese con forza in avanti cercarono l’immediato contatto con il corpo del padre, che non aveva visto nulla, soltanto il proprio figlio dapprima rantolare, alzarsi in piedi ed alla fine abbracciarsi a lui con gli occhi finalmente vivi. La sua vita, la vita di Julian quella che da anni non era stato più capace di vedere, gli occhi gli si allagarono di lacrime mentre le braccia del figlio si stringevano intorno al suo collo. Sentii l’urlo della folla che accompagnava il mio scatto in un crescendo man mano che riducevo la distanza dalla palla, appena ne entrai in possesso caddi come in una bolla di silenzio, sentivo soltanto il cuore che batteva forte ed il respiro che s’interruppe in una specie d’apnea finché non vidi gli avversari, che sorpresi dal mio stop, cadevano a terra sbilanciati, prima uno poi l’altro mi sentii sbilanciare da una forza che non potevo contrastare ma prima che perdessi l’equilibrio un ultimo guizzo mi consentì di colpire la palla ed indirizzarla nella porta, non vidi il momento in cui attraversò la linea bianca, impedito dai corpi distesi a terra del portiere e del difensore, sentii soltanto un urlo dirompente percuotere l’aria, mi rialzai e vidi la palla rimbalzare stancamente nella porta, allora una strana euforia s’impadronì di me le gambe correvano veloci verso il nulla le braccia si alzarono al cielo e dalla gola un urlo di felicità eruppe, sentii che molte mani mi afferravano senza riuscire a fermarmi poi caddi in terra e venni sopraffatto da molti corpi esultanti, sentivo le grida di gioia dei miei compagni ma erano stranamente lontane, avevo le orecchie ovattate e lo sguardo appannato, mi ero stracciato il cuore per andare a prendere quella gloria che era dietro quella porta e l’avevo scardinata, ma ora tutta la forza era esaurita, non riuscivo più a camminare ero come vuoto da ogni energia, mi mancava il fiato poi improvvisamente tutto si riaccese vedevo le bandiere sventolare e sentivo l’urlo della folla, l’arbitro ci venne a richiamare, mancava ancora un pò alla fine e dovevamo lottare ancora, mi accorsi che non riuscivo più a correre, mi mancava il respiro avevo il cuore in gola che batteva così forte come se volesse esplodere, passarono alcuni momenti, forse dei minuti e quello stato di trans non mi abbandonava. La storia era troppo imponente tutta quella gloria era troppo devastante, l’avevo cercata inseguita ed ora mi si era spalancata davanti, con tutto il suo peso ora dovevo meritarmela questa penna d’aquila difenderla!, Dovevo reagire! Sentivo che dovevo reagire, Hoka Hei! Provai a correre dietro alla palla ma questa era troppo veloce per me, ma non mollai e provai ancora ed ancora, sentii nel vento Lubna, finalmente le gambe cominciarono a farsi meno pesanti il respiro tornava ed il cuore scese di nuovo al suo posto, sudavo copiosamente ma sentivo che ero tornato in me ed anche gli avversari che cercavano nell’ultimo respiro il gol dei supplementari, ero tornato e stavo lottando con una nuova penna d’aquila sul copricapo fino ad intercettare un pallone e calciarlo il più lontano possibile, Lomes lo rincorre lo cattura lo difende come solo lui sa fare, El Matador, gli vado incontro per offrirgli l’appoggio necessario a tenr palla e in quel momento l’arbitro fischiò la fine. Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, eravamo Campioni del Mondo. Le mani di Antinas afferrarono la coppa e con un urlo liberatorio l’alzò al cielo, la Coppa Intercontinentale dei Campioni del Mondo brillava sotto i riflessi del sole alta nel cielo tra le mani di Antinas, ce la passammo di mano in mano facendo il giro d’onore sotto gli spalti che si riversavano verso di noi, incontrai gli occhi scintillanti di Mc.Claude, inumiditi da felici gocce di luce l’abbraccio fù immenso forte e prolungato, Campioni del Mondo mi ringhiò in faccia, le bandiere al vento e le sciarpe che roteavano riempiendo lo stadio dei colori giallo blu, con il cuore gonfio d’orgoglio scendemmo negli spogliatoi e lasciammo che la gioia ci travolgesse. Fiumi di Champagne si riversarono sopra le nostre teste inzuppando chiunque si trovasse a tiro, esausto, intriso di liquido appiccicoso ed amarognolo mi abbandonai alla panca, la coppa appoggiata sul tavolo al centro dello spogliatoio era il totem della tribù, continuavo a fissarla come ipnotizzato dai suoi riflessi, sono Campione del Mondo mi dissi; quel ragazzino che dava calci ad un pallone nel campetto polveroso sul monte vicino a casa è diventato Campione del Mondo! Ci sono riuscito e questo nessuno mai me lo toglierà. Una strana malinconia mi salì in cuore, era come aver superato gli esami ed aver preso la laurea, ero felice ma cosciente che la scuola era terminata e si sarebbe perduto il contatto con quella realtà, con i compagni, tutto ora si trasformava mutava, evolveva, la gloria, la notorietà, eravamo in piena luce i riflettori puntavano noi e nessun altro poteva essere così bello, gli Dei erano Felici.. Li guardavo mentre ridevano e scherzavano euforici, mentre si tiravano secchiate d’acqua o si rincorrevano si abbracciavano e saltavano insieme cantando gl’inni dei supporter, chissà quanti di loro sarebbero restati, quanti di loro avrebbero resistito alle lusinghe delle sirene, quanti di loro sarebbero diventati come Pino, Giorgio, Golia. Un corteo festante e rumoroso ci scortò fino all'aeroporto, si tornava a casa, Alfonso mi aveva raccontato quello che era accaduto a Campos, la terza guerra mondiale era esplosa improvvisa al fischio finale, una cosa indescrivibile, era stato costretto a chiudere la locanda a serrare tutte le imposte ed a sottrarsi alla folla che voleva complimentarsi con lui per me, - Ad un certo punto ho avuto quasi paura. L’aeroporto di Madrid era preso in ostaggio da migliaia e migliaia di tifosi, ci mettemmo in fila sulla scaletta dell’aereo ed Antinas sollevò la coppa, un boato assordante si sollevò dalla folla che la polizia non riusciva a contenere spintonata dall’immane massa di tifosi che volevano toccarla, non eravamo il Real e neppure il Barça, assuefatti in qualche modo a tale gloria, eravamo per tutti i Ragazzi del Campos F.C. 1885 eravamo i ragazzi di Spagna, i giovani figli che ogni tifoso custodisce nel cuore, tre cordoni di poliziotti servirono per creare l’esiguo corridoio tra la folla ed il pullman, a Campos, la roccaforte dei nostri tifosi, ci attendeva l’apoteosi; ci fermarono ci tirarono giù ad uno ad uno e a braccia ci portarono fin alla piazza vecchia, Ero sulle spalle di Olivares, chi altri! Alzammo la Coppa Intercontinentale e la folla esplose come in una tempesta, le braccia tese verso il trofeo mi fecero pensare, non so perché, al vitello d’oro di mosé, ma questo era soltanto il simbolo, l’emblema di una grande vittoria, la più prestigiosa di cui un Club potesse fregiarsi, scacciai sdegnato quel pensiero, non si vive di sola fede, è indispensabile si, ma anche Gesù, faceva riposare i suoi discepoli. Fu proprio in mezzo al nostro pubblico, mentre i cori salivano al cielo e riempivano l’aria della valle che si saturava d’allegria che cominciai a rendermi conto dell’impresa storica portata a termine, da sopra il palco vedevo la gente sommersa dalle bandiere, un mare di bandiere, che come le onde carezzano il corpo sdraiato su di una riva sabbiosa cullando i pensieri labili e vaporosi, così, carezzavano i nostri sogni, colorandoli di luci e bagliori, Campioni del Mondo, noi!, noi i ragazzi del Campos, avevamo donato al nostro popolo il massimo di quello che potevamo donargli e ogni singolo che cantava saltellando ubriaco di felicita nella piazza vecchia, si sentiva Campione del Mondo! Quale altra impresa sportiva può coinvolgere in modo così totale un intero popolo, quale medaglia olimpica può dare ad un intero popolo questo fregio, nessuna impresa individuale può riempire il cuore di un emozione così forte, così vera, così palpabilmente reale, solo un gruppo che coinvolge un intero popolo può riuscire in questo e allora si ! Tutti noi, perché insieme lo abbiamo cercato voluto sostenuto, siamo Campioni del Mondo. Lubna era una maschera di pietra, talmente tesa che uno spillo non avrebbe potuto conficcarsi nella sua pelle, Raul era statua di marmo bloccato inespressivamente con lo sguardo alla TV, il Club stracolmo di gente, traboccante di facce dipinte di giallo blu, ogni ragazzo ogni fanciullo portava sul viso le pitture di guerra del Campos, George Florens rimase senza parole davanti a quella folla che ingombrava la strada all’entrata dell’Indian Campos Club. In città da giorni non si parlava d’altro e l’appuntamento con la Coppa del Mondo era l’argomento, il Superball richiamava la stessa folla di sostenitori intorno ai loro Club, ma George era comunque scettico in proposito all’importanza del Football e il Soccer come lo chiamava lui, ma ora doveva ricredersi per quello che vedeva e per come questo avvenimento stava venendo vissuto in quella riserva. Si fece largo e a stento s’inoltrò tra tutta quella gente, un cordone di uomini impediva l’entrata al Club ormai saturo di persone addentranvisi era quasi impossibile, una muraglia umana fitta come un cespuglio di rovi impediva a chicchessia di perforare quel muro, la sera calava lentamente ma ogni angolo della città pupulava di gente, chiunque fosse in grado di trasmettere l’evento si ritrovava con il locale completamente esaurito, mantenere l’ordine pubblico in una situazione come quella era impossibile per quel pugno d’uomini che aveva a disposizione, per questo si era rivolto personalmente ai suoi alleati ed anche a Ted chiedendogli di aiutarlo a mantenere una situazione vivibile in città, l’aiuto degli Akicita si stava dimostrando efficace, era grazie a loro che l’afflusso dei tifosi nel Club era impedito e George rimase sorpreso dal rispetto che tutti portavano a quegli uomini che davanti all’entrata facevano muro, a stento riuscì a guadagnare l’entrata gli Akicita lo riconobbero e l’invitarono ad entrare, all’interno la situazione era incredibile, la gente era stretta come in una scatola di sardine, il volume dell’audio al massimo eppure a stento riusciva ad essere percepibile al suo orecchio, tutti gridavano trasportati da un eccitazione che montava sempre di più man mano che l’inizio della gara s’avvicinava esplodendo di tanto in tanto al grido di Loco Vendaval, e in quei momenti tutto vibrava anche le pareti, le sedie erano state tolte per permettere il massimo della capienza e la sala pur grande divenne sempre piu piccola, soltanto davanti allo schermo due donne stavano sedute, Rose, con la pancia che era ben visibile ed il dono che portava al suo interno quasi maturo, Lubna, che non mostrava ancora chiaramente che in lei il dono cresceva, bloccato nelle sue gambe aveva un piccolo diavolo euforico, vestito da indiano come a carnevale, ma era autentico, con l’argento vivo addosso, lo tratteneva a stento ma il suo volto era di pietra e gli occhi fissi allo schermo, tra le due donne alle loro spalle Raul in piedi aveva la stessa identica espressione della sorella, George s’accorse che non riusciva a staccare gli occhi da Lubna, quella donna era bellissima e la sua bellezza magnetica, soltanto l’arrivo di Ted che s’intromise nella sua vista lo distolse, un sorriso forzato era quello che gli mostrava, la tensione nel suo volto era palpabile, Loco Vendaval poteva essere proiettato all’apice della popolarità portando con lui il suo progetto alla stessa altezza, Ted era tesissimo e George se ne rese conto quando le loro mani si strinsero, la forza che sentiva in quella stretta era nervosa ed eccitata, - Questo è un momento importante per noi e sono felice che lei sia venuto a viverlo insieme a noi. – Che sia importante è evidente vista la gente che è qui dentro e fuori, spero per voi che tutto vada per il verso giusto, le parole cessarono di colpo le telecamere inquadrarono il sottopassaggio dove i contendenti si stavano raggruppando, la figura di Righeira venne inquadrata ed immediato esplose un grido d’incitamento, per trasformarsi immediato in un trillio di lingue prolungato. La gara era dura e gli scontri fisici estremi, George dapprima scettico ora appariva più coinvolto, lo scontro fisico, il superamento muscolare dell’avversario era cosa che a lui piaceva e vedere che se le stavano dando di santa ragione lo catturava, non era certo il Football ma era comunque interessante, gomitate calci addirittura pugni e quando la fronte di Righeira si appoggiò su quella dell’avversario, quando vide il ringhio feroce rabbioso con cui lo stava minacciando, attirò ancor di piu il suo interesse, - Spaccagli la faccia, ringhiò Ted al suo fianco, in piena trans agonistica, la rissa che si stava scatenando in campo fomentava gli animi di quella gente, vide Lubna schizzare in piedi e con il pugno teso allo schermo gridare qualcosa d’indicibile per una donna, Raul era inviperito e sosteneva con la sua voce l’incitamento ai colpi proibiti, - Spaccagli le gambe a quello stronzo, un primo piano del volto di Righeira gli diede l’esatta dimensione di ciò che in quell’uomo s’incendiava, i denti serrati tra loro erano visibili in quel ringhio animalesco, gli occhi erano colmi di un odio assassino, - Adesso lo sbrana gridò Lubna convinta di ciò che diceva, e le immagini non tardarono a dargli ragione, quell’uomo si era gettato nello scontro fisico con tutto il suo ardore con tutta la sua rabbia agonistica e senza remore cercava l’avversario, era a caccia e lo si percepiva, George ne era attirato, era sempre al centro della mischia e menava come un fabbro, quando il pallone uscì e gli uomini si allargarono ve ne erano due in terra e tra loro Loco Vendaval in piedi che li guardava dall’alto in basso, si era gustato tutta la scena quelli che l’invitavano al centro dell’area e lui che vi si gettò, poi una mischia furibonda come nel Football e due avversari rimasero ai suoi piedi, poi ancora quando la palla scendeva a candela tra loro due lo vide cercare l’uomo e non la palla, l’intuì perché lui stesso avrebbe fatto lo stesso, l’impatto tra le caviglie fù devastante, ammutolì l’intera città, poi al grido di Loco Vendaval quello si rialzò indenne e il suo avversario uscì con la caviglia spaccata, - Per Dio mormorò, ma è fatto di cemento armato quello? – Quello è il nostro guerriero, quello è Loco Vendaval il pellerossa, gli gridò una voce alle sue spalle, Carica d’esaltazione che divenne immediatamente amplificata dagli altri, Loco Vendaval, Loco Vendaval, il rombo di quel nome divenne assordante, ora certo sapeva chi era quell'uomo, chi rappresentava e cosa rappresentava, i ragazzi i fanciulli non avevano occhi che per lui e lui era lì, nel mezzo della battaglia e si stava coprendo di gloria era lì al di sopra degli altri, al di sopra di tutto il popolo, era esattamente quello che si ergeva al di sopra degli altri e che racchiudeva in lui i poteri della ruota di medicina, quello che le donne incoraggiavano con trilli di lingua dal monte quello che gli altri guerrieri seguivano fino alla morte, perché era bello morire insieme a lui e quella donna bellissima era la sua, George cominciò ad ammirarlo a sentirne lo spessore, a percepirne l’importanza, e rimase senza fiato quando piazzò lo scatto con cui polverizzava la porta che lo separava della storia, un urlo crescente di desiderio di vittoria saliva in gola a tutti mentre Loco Vendaval si precipitava sulla palla la raggiungeva la controllava entrava in area mandava in terra l’ultimo ostacolo e spingeva la palla oltre la porta, anche George si sentì la scossa nel cuore e la sua pelle farsi d’oca, poi l’esplosione disumana delle gole della folla al Gol, anche lui gridò, anche lui. Lubna lo vedeva attraverso il velame della commozione che offuscava i suoi occhi, si era abbracciata con tutta la forza a Raul nel momento del Gol e Raul quasi gli spezzò la schiena nell’impeto ma nessuno dei due mollò la stretta, si gridavano impazziti ad un centimetro dalle rispettive facce, impazziti e Piccolo Falco faceva salti di gioia intorno a loro, gridava con tutta la voce che aveva e saltava e gridava e rideva e correva... lo vedeva attraverso il velame della commozione, si era spento, sopraffatto dalla fatica dall’emozione dalla gloria si era spento e lei l’invocava di riprendersi di continuare a lottare per portare nel suo cuore qualcosa che non avrebbe dimenticato più, l’invocava con tutto il suo cuore e Alberto Righeira parve ascoltare riappropriarsi delle sue forze e combattere. Poi tutto fu follia intorno a loro ed il frutto che dal corpo e dall’emozione si nutre continuava a crescere.
La luce dell’alba rischiarava il cielo ad est ed il sole sorgeva dietro all’orizzonte incendiando il cielo con i suoi raggi dorati, la strada piatta, dritta come una spada, tagliava in due i verdi campi agricoli della terra di Campos, i miei piedi la percorrevano leggeri, alternandosi con la loro cadenza costante, ritmica, gli occhi fissi verso l’orizzonte, verso il sole, che lentamente, si staccava dalla terra con un ultimo flaccido incandescente legaccio, divenendo una palla di fuoco gialla nel limpido cielo blu, non era più una corsa la mia, ma una leggera danza incontro al sole, mi sorpresi a cantare, danzavo correvo e cantavo con le braccia levate al cielo e lo spirito libero. Danza Sciamano, corri uomo canta e gioisci, perché in te vi è la felicità, l’armonia, la gioia delle cose semplici delle cose autentiche, perché in te c’è l’amore per l’autenticità delle cose che ti circondano, allora uomo canta, corri e gioisci e tu Sciamano innalza la tua preghiera di ringraziamento per la felicità del popolo. Anche Naso, sembrava percepire il mio canto, correva, scodinzolava e abbaiava felice tutt’intorno. Eravamo lì, seduti l’uno al fianco dell’altro, era proprio come pensavo, Laureati che non scorderanno mai i loro compagni di classe. Ora dovevamo fare i conti con quello che eravamo, i conti in tutti i sensi - Ora dobbiamo onorare quello che abbiamo conquistato, perché da oggi tutti vorranno battere i Campioni del Mondo e statene certi ci proveranno in tutte le maniere, per questo, ora, dobbiamo sacrificarci ancora di più, allenarci meticolosamente ed essere determinati nel conseguire l’obiettivo, andiamo ad allenarci ragazzi e metteteci quel cuore consapevole di voi stessi perché tutti vorranno vedere davvero se siete diventati uomini. Mc.Claude sapeva che da ora alla fine della stagione, ogni partita era una conferma di ciò che eravamo, ogni avversario sperava in cuor suo di batterci e qualcuno ci sarebbe anche riuscito, ma a nessuno avremo consentito d’umiliarci, per far questo dovevamo essere pronti a soffrire a non abbassare mai la guardia, il nostro nemico era l’appagamento la mancanza di determinazione, il rilassamento psicologico, il nostro nemico eravamo noi stessi. Bisognava lavorare in quel senso e bisognava lavorare sodo, a tutti può accadere di essere primi, una volta nella vita, ma i veri campioni si ripetono. La scalata al terzo titolo, l’ennesima Coppa del Re, la Champions League, questo era quello che avevamo di fronte, quello per cui dovevamo batterci per l’onore e l’orgoglio nostro e dei tifosi. Tredici vittorie consecutive tra Coppa del re, Champions e Liga, diciotto elementi impegnati costantemente, un Turn Over costante che ci consentiva di tenere alta la concentrazione e la forma fisica di tutto il gruppo, la convocazione in massa nelle due Nazionali ne era la conferma, nessuno in Spagna a livello individuale ci era superiore e probabilmente anche a livello mondiale. Trentenne, ormai ero il vecchio, Antinas mi si avvicina, mi guarda negli occhi con quello sguardo che hanno solo i serial killer giaccio puro, - Questa oggi Mettila Tu! Mi porse la fascia con lo scudo e l’emblema di Campos, Un Albero! E non poteva essere altrimenti. Io la guardai mentre penzolava dalla sua mano – Ti ringrazio Marcos, ma il capitano di questa squadra sei tu non io, sei tu difatti che tendi l’arco, io sono soltanto la tua freccia, gli richiusi il suo pugno a stringersi sulla sua fascia. La preparazione atletica la costanza la determinazione ne faceva il nucleo inscindibile della Nazionale Espanica, se la lista dei ventidue venisse occupata da quei diciotto nomi, forse in pochi avrebbero avuto a che dire, tutti gli altri dovevano lottare per gli ultimi quattro posti a disposizione. Ora tutti erano nel panico, quindici incontri quindici vittorie record eguagliato Barça, Real Madrid, Valencia, tutte nei tre punti, la nostra rincorsa al titolo era terminata, ora se la giocavamo anche noi, quartultima giornata, vincemmo ancora e per l’ennesima volta la Coppa del Re ed il Manchester ci aspettava, per il trono europeo la finale di Champions. Dodici punti cento per cento su quattro gare! I cannibali azzannano il titolo, La Plaza era uno spasso a leggerne gli articoli L’ultimo appuntamento stagionale, dopo ci sarebbe stato spazio esclusivamente per la Nazionale ed i Campionati del Mondo di Calcio per Nazioni. Rose completò il tempo ed il suo frutto piangeva di vita tra le sue braccia e gli occhi inondati di felicità di Raul, nonno Alfonso voleva ad ogni costo chiudere tutto e partire ci volle tutta la volontà di Raul, tutte le parole che Rose poteva dire, tutto l’amore di Lubna per farlo desistere, - Perché tra qualche mese dovresti chiudere di nuovo tutto e ripartire, allora fai un solo viaggio, magari insieme a mio marito, mi manca e vogliamo fargli una sorpresa per questo serve che rimani lì…– Alfonso era salito su di una nuvola e continuava il suo viaggio, offriva a tutti, erano sere che succedeva, - Alfonso, gli dissi; non mi pare comunque il caso di dilapidare tutto ciò che possiedi, vuoi forse far dormire i tuoi nipoti sul marciapiede? Questa sera consenti a me di rovinarmi, offro a tutti io. – A è così, Hai una riserva di soldi che non passa per la cassa? - Certo che no! Ma in questo modo almeno non sarai solo quando i tuoi figli ti malmeneranno. Ormai non potevo più servire ai tavoli, ognuno di quegli uomini me lo impediva, anche se a volte a sorpresa la cena la servivo io. Tanto tempo avevamo passato a parlare e mi mancava come io mancavo a lei, contavo i giorni che restavano e facevamo il conto sui tempi, ci sarei stato, questa volta si sarei stato con lei ed i nostri sogni volavano altri nel cielo come il volo di un aquila ed io avevo fretta d’essere con lei, non avevo tempo, prima vinco prima parto non si scherza più si va dritti alla meta, in quello sguardo riflesso dallo specchio leggevo l’anima mia e vidi un lupo in caccia. Ero al penultimo round e avevo fretta, Madrid ospitava la finale e per noi era quasi come giocare in casa, non che tra noi e i Madrileni corresse buon sangue, visto che in primis, il Real non era riuscito ad arrivare alla finale nel suo stadio noi si, visto anche che non riuscivano a vincere più nulla e questo da quando eravamo arrivati alla ribalta del calcio spagnolo ed europeo, ma era forse per quell’aureola dilettantistica che circondava la nostra società e noi giocatori che in fondo, riuscivamo a catturare la loro simpatia e stima, fanciulli adolescenti ragazzi, era bello per loro vedere che esistevamo, gli scaldava il cuore. Anche la straordinaria striscia positiva nella quale avevamo vinto tutto quello che c’era da vincere, destava invidia da una parte ma anche ammirazione e rispetto per questa squadra che era composta solo da ragazzi Spagnoli di nascita ed uno tra loro, che lo era diventato, da non sottovalutare c’era il discorso Nazionale, che coinvolgeva non solo i Madrileni ma tutta la penisola Iberica, perché il nostro apporto cambiò le cose ed eravamo qualificati al mondiale, quegli uomini ora vestivano la maglia del Campos e si stavano giocando a Madrid il trono d’europa, tutti noi vestivamo anche la maglia della nazionale dunque eravamo la Nazionale mista di quel paese, di quel popolo dal sangue caliente che mai si era fregiato del titolo più prestigioso in campo mondiale, ecco: loro non si sentivano e non potevano negarci il loro supporto, il loro stesso cuore lo pretendeva e quando entrammo in campo, gli spalti esplosero in una festa di fuochi artificiali, di coriandoli e stelle filanti che a migliaia piovevano dalle gradinate come l’eruzione di un vulcano, un colpo d’occhio che ci lasciava senza parole per molti interminabili secondi la nevicata di coriandoli e stelle filanti calò ininterrotta sul terreno di gioco e sulle teste dei tifosi in un gioco spettacolare di mille colori, ci vollero diversi minuti per pulire il terreno e consentire alle squadre di schierarsi. La mia attenzione fu richiamata dal trillo delle lingue provenienti da un settore dello stadio, era il trillo di guerra Sioux, alzai lo sguardo verso il loro striscione: Campos Club, Sioux Indian Reserve. Rimasi di sasso, mai fu così gradita la sorpresa, alzai il pugno verso di loro e il trillo di guerra si alzò nuovamente, avevo la pelle d’oca perché tra loro riconoscevo i volti dei miei amici, Corre Veloce, Volpe Zoppa, Segue la Traccia, Lupo che Salta, ed altri ancora, accidenti a loro quando ci si mettevano Lubna e gli altri sapevano organizzarmi delle vere sorprese, li amavo!. Il Manchester voleva prendersi la sua coppa e la rivincita, per quella lezione che gli avevamo inflitto tra le mura di casa loro ed ancora non digerita. Cominciò la gara con il piede sull’acceleratore, noi volevamo la nostra coppa e rispondemmo immediatamente con la stessa arma, la partita decollò su dei ritmi altissimi, sostenuti dalla classe indiscussa di campioni che affollavano le due compagini, uno scontro a viso aperto dove la tecnica individuale era espressa ai massimi livelli mondiali, noi eravamo la Nazionale di Spagna inutile nascondersi, il Manchester era, senz’altro, la rappresentativa del resto del mondo, ma era Spagna Inghilterra, tra le sue fila si annoveravano i componenti delle Nazionali europee e sud americane, il loro presidente aveva assemblato una vera e propria corazzata, che lo aveva portato a conquistare il titolo, La coppa, La Supercoppa, tutto quello che in Inghilterra poteva essere conquistato, copiando esattamente il nostro curriculum stagionale, ma noi eravamo i Campioni Del MONDO e i detentori della Coppa Dei Campioni, la finale della Champions non poteva essere altro che il confronto tra le due compagini migliori, ed ora se la stavano giocando a viso aperto, esprimendo un grande calcio offensivo fatto di velocità e tocchi di prima. Noi i Campioni d’Europa in carica, i freschi Campioni del Mondo, i Campioni di Spagna, i detentori della Coppa del re, della Supercoppa Iberica della Supercoppa Europea, Noi, volevamo anche quel trofeo, nessuno poteva vantare un simile palmares, nessuno aveva conquistato tanti trofei in una sola stagione, nessuno, neanche il Manchester, ed in campo lo stavamo dimostrando, la nostra azione cominciava ad aver ragione sulla loro, il nostro possesso palla era superiore al loro ed eravamo superiori anche nel movimento senza palla, riuscivamo a mantenere la squadra corta ed agile, rapida nell’agire in attacco ed in ripiegamento come se fossimo un solo corpo, come il pistone di un motore, tutti avanti tutti dietro in un movimento incessante, Tiki Taka gridava lo stadio, ed era lì sotto i loro occhi, un esempio di collaborazione e amalgama sostenuto da una forma atletica straordinariamente brillante, Mc.Claude e Luisio stavano vincendo la loro scommessa, tutto ci riusciva con una semplicità imbarazzante. Riuscimmo a tenergli testa e il Santiago Bernabeu era sommerso dagli Olè, mantenendo il possesso di palla per cinque minuti consecutivi, cercando ostinatamente la soluzione per arrivare al tiro, senza fronzoli, senza leziosità solo con l’intento di far male ed in questo Righeira ci stava mettendo cattiveria, Mc.Claude non lo aveva mai visto così, ma ora Righeira gli aveva donato il potere di vedere e capire e lui lo vide, quell’uomo oggi era cattivo, e quell’atleta straordinario! Soltanto la loro bravura c’impedì il gol, la partita era straordinariamente bella, degna della finale Europea. Il pubblico si spellava le mani in applausi incessanti, giocate elettrizzanti e straordinarie prodezze dei portieri, era in estasi si sgolava in un costante incitamento sonoro, emozioni contrapposte si consumavano sugli spalti, i ventidue si stavano affrontando a viso aperto, cercando di superarsi a vicenda con l'espressione migliore che il calcio possa esprimere, la classe, la velocità, la precisione, la grinta, la determinazione. Per sessanta minuti le due squadre si fronteggiarono senza esclusione di colpi e se da una parte, il loro portiere, parava tutto quello che volava vicino i suoi pali, dall’altra il nostro Araldo, si era esibito in alcuni interventi strepitosi, era grazie a loro che il risultato non riusciva a sbloccarsi. Ora la loro azione cominciava ad essere meno efficace meno brillante, i loro affondi si mostravano meno rapidi e meno sostenuti dagli esterni, che si stavano spremendo per contenere gli affondi che io dal lato sinistro praticavo e dall’altro lato Filos sosteneva, i loro scambi meno precisi e qualche errore di posizione cominciò ad emergere nelle loro giocate. De Fuente e Fimenta orchestravano le folate offensive con tagli e penetrazioni verticali che sconvolgevano il loro assetto difensivo, Antinas usciva a testa alta dall’area e dai suoi piedi aperture straordinarie costringevano gli avversari a correre a perdifiato, cominciammo così a prendere a poco a poco il pallino del gioco in mano, spinti dall’incessante sostegno del pubblico e da quella tenuta atletica straordinaria che Luisio e Mc.Claude avevano inventato sperimentato messa in pratica, somigliavamo ad un dieci cilindri turbocompresso, che stava erogando tutta la sua potenza. Cominciarono a perder campo di fronte alla nostra pressione, il loro centrocampo era in difficoltà nell'arginare i nostri affondi e riuscivamo ad arrivare in zona tiro con più frequenza e pericolosità, il Gol era nell’aria lo si percepiva ed il pubblico lo chiamava a gran voce, la nostra supremazia ora, era evidente, stavamo dominando la partita e proprio il sudore spremuto negli allenamenti cui il Crudele ci sottoponeva ora ci stava ripagando, il fondo atletico che avevamo nei serbatoi ci consentiva di schiacciarli e proprio sotto quel profilo, loro, stavano perdendo la compattezza, cominciarono a sfilacciarsi ad allungarsi, stentavano a recuperare e a ripartire, sembrava non potesse accadere eppure riuscimmo ad alzare ancor di più il nostro ritmo avevo fretta, Voglio telefonà a Lubna, mo li metto KO e la chiamo. Quando la pressione divenne insostenibile ed il loro schianto inevitabile, Loco Vendaval andò a prendersi tanta gloria davanti al mondo, cominciò a demolire il loro fianco sinistro ed allora un settore del pubblico si alzò in piedi e cominciò a gridare ESPANA, ESPANA, il grido era cominciato dal settore dei nostri supporter, Olivares Filipe Maurice Manuel erano al centro del loro mondo, quello che sognavano quando da ragazzi fondarono i supporter, ognuno è un dono per gli altri. Quell’ESPANA gridato con il cuore cominciò a contagiare tutto lo stadio, non eravamo più solo il Campos ed il sangue non mente, in molti s'unirono a quel grido ESPANA; ESPANA, finché non si udiva che un solo unico immenso rimbombante ESPANA, ESPANA, ESPANA, in quel cuore pulsante, frastuono da brividi, da pelle d’oca, Fimenta mi fa correre sulla fascia, e tanta gloria al cuor s’aggiunse, io corro veloce, come il lampo, feroce di una cattiveria che voleva fare male, affianco e supero in velocità i due laterali difensivi mentre Lomes scattava nel centro chiamando a se gli altri due e portandoli verso il secondo palo aprendomi la strada verso il fondo, Mc.Claude in piedi, corsa devastante cross al volo senza guardare, verso la testa di Lomes, sapevo che sarebbe andato esattamente lì, perché quello è EL MATADOR, dove avrei messo la palla ed il Matador staccandosi da terra con un balzo, li brucia sul tempo anticipandoli tutti e andando incontro alla palla con la fronte ne intercetta la traiettoria gonfiando la rete in un Gol da Campioni del Mondo, lo stadio Santiago Bernabeu di Madrid Esplose come l’urlo di Lomes. Mentre Antinas sollevava al cielo l’ennesima Coppa, quello stadio era immerso in un mare di bandiere Spagnole ed il grido ESPANA ESPANA sembrava non terminare più. Portammo a casa la Coppa accendendo un’altra festa l’ennesima, un’altra occasione per stare insieme alla gente, in allegria, mangiando la carne che s’abbrustoliva sulle griglie, sedendoci alle innumerevoli tavolate sparse in tutti i vicoli di Campos, bevendo del buon vino ridendo e scherzando, ascoltando le storie di Campos che tornavano alla luce dalla memoria dei vecchi che ascoltavo con vivida attenzione e stimolavo in ricordi e leggende con domande pertinenti e reminescenti, a Campos qualcosa di sacro era passato, lo sentivo e se sacro non era... importante si, quelle antiche mura cingevano un energia che non era sfuggita loro e ristagnava. Ted, Rose già conoscevano Campos, ma gli altri amici giunti da Rapid City no, conoscevano quello che gli avevano raccontato Ted e Rose quando vennero! Rimasero sorpresi dall’atmosfera che regnava nella cittadina e poi nel Paese Vecchio, si aspettavano una cittadina moderna in stile occidentale soprattutto credevano di trovare una cultura occidentale, si trovarono di fronte una realtà ben diversa, fatta di cordialità di cortesia di rispetto di voglia di vivere insieme di condividere la vita con gli altri, era una vera tribù, solo che abitava in case di pietra e non in circolari tende fatte di pelle di bisonte, ma la mentalità, la cultura, non mente, i loro capanni tra i campi erano circolari e non quadrati, fatti di rami e tronchi in stile di vita s’armonizzavano con il loro, certo Rapid City era una città moderna, per di più americana, ma la cultura che regnava nei nativi, quella tipica pellerossa, si rispecchiava in un certo senso, con i suoi pro ed i suoi contro, in Campos. Videro i Ragazzi che vivevano da noi, che andavano a scuola, studiavano si applicavano e s’interessavano di Agraria, perché vivevano con i contadini ed era una grande università, per questo erano lì, non per altro. Il frutto di quelle terre a fine raccolto era tutto venduto, mai una sola noce restava in fondo al sacco, la gente voleva pure quella. Quei diciotto ragazzi avevano fatto in modo che Campos fosse conosciuto e lo fecero nel modo più bello, mettendoci il cuore presentandolo alla gente per ciò che era, un posto dove si vive bene. A loro volta portarono notizie fresche, tra gl’indigeni era gradito quello che si stava facendo per i bambini, avevano donato i loro figli per un futuro migliore, in una terra libera dove un uomo non è altro che un filamento della vita, non essendo stato lui a tesserne la trama, ed il rango che stavo acquisendo tra gli Akicita era di considerevole attenzione. Avevo Trent’anni ormai ed ero uno dei Sioux, ero però ciò che di Orso in Piedi resterà, ero un uomo di medicina e quindi un uomo sacro un Wichasha Wakan. Stavolta avevamo veramente pochissimo tempo, il raduno della Nazionale già bussava alle porte e noi dovevamo affrontare l’ennesimo impegno, calarci ancora nella mentalità dell’atleta Colui che tutto deve ancora dimostrare. Arrivano le Olimpiadi. Dimenticare, per quanto possibile, i trionfi e ricominciare come se tutto fosse ancora da compiere, difatti la storia ancora deve essere scritta. Hangarfood volle invitarci tutti nella sua villa, sapeva che la partenza per l’Italia era imminente saremmo andati a giocarci il mondiale quasi tutti, tredici di quei diciotto sarebbero stati l’orgoglio delle terre di Campos, che se Campioni del mondo, il mercato sarebbe esploso intorno a tutti i cittadini di Campos, spalancando orizzonti leggendari. Hangarfood e Marta stavano lavorando da mesi al loro progetto, avevano puntato l’obiettivo e potevano raggiungerlo, Marta mi confidò ciò che aveva in mente, - Portare Hangarfood, ad essere il ministro degli affari esteri del governo spagnolo! Mi vennero i brividi, quell’uomo già era ministro degli affari esteri in un cero modo, fosse stato italiano si sarebbe chiamato Totò Riina, - Hangarfood ha trovato una grande mente in te, gli dissi, ed anche io. Sarò utile a te, sarai utile a me, il Grande Spirito ci ha consentito di conoscerci, allora usiamo questo dono che ci ha fatto. Julian non voleva correre il rischio che partissimo senza essere passati prima da lui, ora il legame di Hangarfood con la società si era consolidato, grazie a Julian che stravedeva per noi coinvolgendo felicemente il padre nella sua passione. Avremmo avuto tempo per parlare delle nostre cose ora stavamo godendoci la serata, in allegria, con festa, felici di essere tutti insieme nello stesso posto, echi di risate divertite rimbalzavano tra le mura della casa poi Hangarfood attirò su di se l’attenzione, - Prima di cominciare a mangiare ho da dirvi una cosa, nessuno di voi pensi a ciò che può accadere dopo i mondiali, vada come vada restate con la mente serena, sappiate che nessuno potrà offrirvi di più di quanto non possa io... A chiunque pensasse di offrire piu di lui, sono sicuro, lui farà a quel tipo, un offerta che non può rifiutare. - Per cui non pensate a contratti ed ingaggi, Io offro il DOPPIO per tutti. Spostò lo sguardo serio su ognuno di noi e aggiunse, - E non pensate che stia scherzando! Pensate piuttosto a giocare bene e tenere alto il nome delle terre di Campos perché tramite quello che riuscirete a combinare in Italia il nome di questa terra sarà conosciuto in tutto il mondo ed io ho i mezzi per portare il frutto di qui dappertutto, parlo di soldi, di soldi per tutti, per tuo padre per tua madre i tuoi figli e soprattutto per chi lavora e per chi farà lavorare gli altri, soldi che resteranno qui a noi a Campos: ed il vostro nome portate in alto, perché tanto onore vi arrecherà tanta stima ovunque andiate, ma tutto questo viene dopo, ora dovete pensare alla patria, "Euzkadi ta azkatasuna" Patria Basca e Libertà, disse convinto, e a portarci quel dannato titolo che pare voglia costantemente evitarci. Prima di prendere qualsiasi decisione, parlatene con me, ora state sereni mangiate e bevete, Julian in questo momento stà riposando ma ha preparato una torta in vostro onore e vorrebbe tagliarla insieme a voi. La voce di Julian era roca, si percepiva lo sforzo che faceva per parlare ma riusciva, guardai Hangarfood ed era come se volasse, ad occhi chiusi ascoltava la voce di suo figlio: - Vi vedo giocare sento il cuore battere questo mi fa sentire vivo. Deglutì la voce gli aveva raschiato la gola, ma il suo viso era felice, felice di poterci avere tutt’intorno a lui felice di riuscire a parlarci. Hangarfood l’aiutò a tagliare la torta, il viso di Julian traspariva di un emozione intensa, seduto con il volto rivolto al battimani di tutti quanti, ed io ero con la testa china ed il pugno sul cuore, poi non poté piu restare e lo portò via, con gli occhi m’invitò ad accompagnarli e mentre riportavamo Julian nella sua stanza... - Mi giungono notizie poco serene per quanto riguarda la sua, Ops mi scusi, la vostra università, - Già sembra che le autorità siano un poco restie a concederci i permessi necessari, ma ci stiamo battendo bene per ottenerli. - Mi è giunta anche voce che nonostante siano stati costretti, forza maggiore a sostituire il loro assessore, le cose non siano cambiate molto. - Cambiano le persone ma le cose sembrano non mutare, anche se adesso questo nuovo assessore pare meglio disposto. Sembra che una certa apertura verso i nostri diritti ci sia stata. – Forse a lui gli è indigesto l’acciaio, specialmente quello affilato Righeira. I suoi occhi mi fissarono un istante soltanto, vi lessi un segnale d’intesa. Avevo di fronte un maestro che questi mezzi usava quotidianamente in tutto il mondo per convincere ed aprire porte e chiudere tombe. - Bè un palmo e mezzo di lama affilata credo sia indigesta a molte persone, anche se in realtà dieci centimetri della stessa sono sufficienti anche per il migliore degli uomini. Sorrise, non era certo a lui che potevo andare a cantar storie, non era sicuro al cento per cento ma ciò che Marta aveva raccontato aveva messo in luce ciò che potevo. - Con certi personaggi questo tipo di pasto ha la sua efficacia, continuò a dirmi senza guardarmi, ma la sua voce era diversa, ed anche la luce intorno a lui, con altri bisogna usare altri digestivi nei quali io sono specializzato e visto che lei mai chiede ma propone, ed è cosa che io apprezzo in un uomo, lasci che muova alcune pedine, sa Righeira lei mi ha detto che ognuno deve fare ciò che è capace di fare ed essere fecondo nel suo tempo, per cui lei continui a prendere a calci palloni di cuoio come sa ben fare e continui a far sentire la sua voce, molte orecchie importanti sono tese ad ascoltare e propense a dialogare, ma lasci a me il compito di prendere a calci palloni gonfiati e a far sentire la mia voce dove ha peso, che io so come fare e bene. Marta mi dice che siamo della stessa pasta, tutti e due siamo ministri degli affari esteri e credo che Marta non si sbagli. - In queste cose mai Hangarfood, per questo la curo l’istruisco la faccio crescere e accrescere il dono che è in lei. Ora i suoi occhi mi fissavano seri e letali esattamente come i miei - Accetto il suo intervento, Qualsiasi contributo venga per la causa è bene. Patria Indigena e Libertà! Gli dissi, e lui intese il mio parlare strano. Italia Campionati Del Mondo di Calcio per Nazioni: Genova, stadio Marassi, Argentina, Belgio, Spagna, Svezia, tre partite secche le prime due passano le altre tornano a casa, non ci sono appelli. - Rui: questa città mi piace, arrampicata sopra i monti e tutta in faccia la mare, è proprio bella, - Si! sono d’accordo con te, proprio una bella città però fa un caldo opprimente, - Bè Se hai così caldo andiamo in una spiaggia e facciamoci il bagno che ne dici, - Dico che va bene andiamo. Ci tuffammo nell’acqua fresca del mare fino a che non ci vennero le labbra blu, poi ci stendemmo al sole ad asciugarci e a parlare, con Rui più che con gli altri, riuscivo a trovare sempre un argomento nuovo su cui conversare, parlavamo poco di calcio, ci piaceva parlare di computer di programmi di apparecchiature elettroniche poi cambiavamo argomento come se niente fosse trovandoci a parlare di ristoranti di cucina, del futuro del passato, mi faceva partecipe dei suoi sogni dei suoi progetti dei suoi amori, aveva avuto diverse storie ma nessuna donna era riuscita a coinvolgerlo totalmente, gli piaceva il cinema e leggere romanzi, si fece serio e mi confidò di aver cominciato a scrivere un suo romanzo, lo spronai a descrivermene la trama: è la storia di un uomo che proviene da una famiglia molto ricca e si appassiona nella ricerca di manoscritti antichi, soprattutto copie uniche, questo lo porta a fare scoperte ad avventurarsi in luoghi dimenticati dal mondo a trovarsi a trattare con persone senza scrupoli, finche non gli capita d’imbattersi in strane lettere, lettere antichissime, scritte in una lingua che nessuno è in grado di tradurre correttamente e s’interruppe. - Poi? L’incalzai. - E poi non lo so, non l’ho mica finito di scrivere!. È il giorno dell’esordio, ci tocca l’Argentina. Mi guardai con Lomes, noi saremmo state le due punte del 4.4.2 con cui Roco Valente aveva impostato la gara, Lorcia tra i pali, Antinas, De Fuente, Fimenta, la spina dorsale, sei undicesimi, ma una strana atmosfera regnava nello spogliatoio, mi sentivo tranquillo, teso e concentrato al punto giusto, negli occhi dei compagni notavo un espressione stranamente vaga disorientata, mentre a spalla a spalla con gli avversari percorrevamo il tunnel soltanto Io, Antinas, Lorcia e Lomes rispondevamo allo sguardo degli Argentini, gli altri evitavano d’incrociare il loro sguardo con quello degli avversari. Le note dell’inno di Spagna salirono in cielo e gonfiarono il mio petto, sentii una gelida determinazione impossessarsi di me, mi accadeva sempre quando vestivo quella maglia, ma l’argentina ci mise sotto, impartendoci una bruciante lezione, noi tutti gli demmo una mano, sembrava la prima volta che giocavamo insieme, lenti, impacciati, mollicci, senza nerbo ne idee, rischiammo una vera goleada, Lorcia fermò l’argentina sul due a zero. Rientrammo nel nostro albergo a testa china, nessuno aveva osato fiatare, il più mero silenzio era sceso su di noi, eravamo coscienti della figuraccia ed anche mentre stavamo cenando nessuno riusciva a parlare tutti mangiavano con gli occhi fissi al piatto. Roco Valente fu fustigato e crocefisso in sala stampa dai giornalisti, accusato di aver sbagliato tutto, dalla scelta della tattica alla scelta della formazione, dopo cena ci ritrovammo ad affrontare l’accaduto, tutti stretti in una saletta a confrontarci, si parlava di tattica di formazione d’approccio alla gara di reparti di fiducia negli schemi dell’inserimento dei nuovi che potevano aver squilibrato l’assetto tattico, tutte cose giuste sacrosante di cui dovevamo parlarne discutere e correggere. Tre giorni d’allenamento nei quali provammo ogni tipo di situazione tattica, il gruppo era saldo e la fiducia era tornata in seno alla squadra e con essa la consueta allegria, persa la prima eravamo obbligati a vincere. L’Argentina e la Svezia a tre punti, Belgio e Spagna a zero, due partite e tutto sarebbe finito, ma forse poteva finire già oggi. La Svezia, ancora il 4-4-2, ed ancora una squadra senza ne capo ne coda, uno a zero alla fine del primo tempo. Lo spettro dell’eliminazione che aleggiava nello spogliatoio aveva preso il cuore di tutti, perché non si vedeva come risolvere la situazione. M’alzai, m’avvicinai alla lavagna e cancellai con la mano tutto quello che vi era segnato, gli occhi di Roco Valente mi guardarono interrogativamente. - A questo punto basta, dissi, la voce aveva un tono calmo ma deciso, è inutile insistere non è un problema di chi gioca o di come stiamo in campo, il problema è solo nella nostra testa, queste maglie che abbiamo indosso sono di piombo. Ci troviamo di fronte ad avversari che abbiamo già incontrato nelle squadre di tutta Europa e li abbiamo legnati duramente! Questo è il punto?, Queste maglie pesano? Come mai non abbiamo paura d’affrontare e mettere sotto il Milan, Il Manchester, Il Real Madrid, La Juve Il Barcellona eppure non sono forse delle Nazionali quelle? Sono soltanto mascherate dalle maglie ma sono ancor più forti delle rispettive nazionali, Guardate soltanto cos’è l'attacco del Real, Bè, una Nazionale se lo sogna la notte un attacco come quello, eppure noi lo abbiamo affrontato ripetutamente e battuto, già: ma lì non avevamo la responsabilità di questa maglia. Bè io vi dico che lì non avevamo l’ONORE d’indossare questa maglia e di rappresentare la Spagna, allora togliamoci questa maglia così pesante ed indossiamo quella del Campos e vediamo se questa paura che ci attanaglia il cuore svanisce, perché è questo il punto noi abbiamo PAURA! Abbiamo le ginocchia tremolanti come gelatina e gli occhi bassi come un sottomesso: adesso basta, adesso via tattiche schemi e altre boiate, andiamo in campo e giochiamo al calcio e se avete un cuore nel petto seguitemi, oppure se vi manca il coraggio, restate seduti dove siete, qui non c’è più tempo per far nulla. Io vado a giocare al calcio e chi vuole venga con me, ADESSO ! Presi d’infilata la porta ed uscii, seguito immediatamente da Lorcia Guilerce Lomes Antinas e Medenta. Roco Valente fece le due sostituzioni interpretando a dovere le mie parole e tra la sorpresa generale, ci mettemmo al centro del campo con le braccia incrociate sul petto ed aspettammo che arrivassero gli altri e gli avversari, che ci trovarono in campo schierati e determinati come leonesse a caccia, i nostri capirono che era tempo di gettare la maschera e baciare la storia, se ne erano capaci, dire agli avversari che la partita non era per nulla terminata anzi, per quanto ci riguardava adesso cominciavano i nostri Campionati del Mondo. Lomes aveva la furia negli occhi e come un toro inferocito correva lungo tutto il fronte offensivo, io lo sostenevo nella sua azione con tutto il veleno che avevo accumulato, Guilerce, Medenta e Antinas erano saliti fin alla tre quarti comprimendo la squadra ed il gioco in venti metri, ora serviva che tutto il resto del gruppo ci seguisse, Gui, sradicò la palla dai piedi di un avversario ed immediatamente si propose in avanti, Lomes si preparò allo scatto in profondità, Gui mi diede palla e io lanciai Lomes, da solo contro due avversari, s’ingobbì nella corsa sgomitando e lottando per conquistare la palla, sapevo che l’avrebbe inseguita fin in capo al mondo e lo seguii, veloce e pronto a sostenerlo, era preso in una morsa ma difendeva il pallone con i denti, riuscì a voltarsi e dare la palla indietro, non stetti a pensare su cosa fare, benché pressato caricai il destro e calciai, la palla passò a due dita dal palo. Senza star li a rammaricarsi rientrammo a centrocampo e immediatamente ripartimmo all’assalto del portatore palla avversario, con un impeto ed una determinazione che lo sorprese, gli chiudemmo lo spazio e fu costretto al passaggio indietro, mi lanciai sulla palla a tutta velocità e per poco non riuscii ad artigliarla prima del portiere che con un calcione la mandò in tribuna, con ampi gesti chiamavo gli altri avanti alla lotta al pressing, coadiuvato da Lomes, battei il fallo laterale e Rui mi ridiede palla, non c’era con chi altro scambiare, chinai la testa e affrontai da solo gli avversari, deciso a vender cara la pelle, ero attorniato da un nugolo d’avversari ma non riuscivano a prendermi comunque, danzavo con la palla tra i piedi nascondendola alle loro gambe, mi girai su di essa la spostai con la suola e con il tacco feci un tunnel liberatorio, scartai in mezzo a due di loro e prima che potessero intervenire cercai Lomes, gli appoggiai la palla e lui tirò subito in porta, la mano aperta del portiere intercettò la palla deviandola in calcio d’angolo. Antinas fece cinquanta metri di corsa per andare a batterlo, salirono anche Medenta e Gui che prese per la maglia Fimenta trascinandoselo dietro, il cross la respinta, Tinigno riesce a prender palla fuori area e ridarla ad Antinas che finta il cross al centro ed appoggia palla ancora fuori area sui piedi di Fimenta mentre tutti uscivano dall’area, cercavano il fuorigioco, mi blocco e faccio un rapido dietro front, Fimenta intuisce e finalmente dai suoi piedi esce la palla d’oro, scavalca tutti in diagonale e la fa calare proprio sul mio sinistro, carico tutto ed esplodo la rabbia, l’impatto con la palla ha un rumore sordo letale, il guanto del portiere si squarcia nel contatto con quella palla di cannone ferma davanti la porta, un nugolo di persone s'avventa sul pallone pericolosamente inerte a due passi dalla porta vuota, i tacchetti spianati del terzino in scivolata lacerano il calzettone rosso ma non possono impedire alla scarpa di Lomes di spingere la palla in rete, senza esultare ci buttiamo nella porta per catturare la palla e portarla a centrocampo, si accende un parapiglia di spintoni e schiaffi e gente che cade, ma la palla è nelle mani di Gui che come un regbista corre veloce verso il dischetto e ce la schiaccia. Tutti ci gridammo addosso, avevamo riaperto la qualificazione ora tutto era nelle nostre mani. - Bisognava rischiare d’esser eliminati per sbloccare la squadra Righeira? - Direi proprio di si! Considerando i fatti. Ma ci siamo sbloccati, portando a casa una vittoria che rimette tutto in gioco, ora ci siamo anche noi. - Ed era ora aggiungiamo noi, alla fine del primo tempo stavamo già preparando le valige, - Bè non eravate i soli ad essere sincero, ma non poteva finire in quel modo, il problema lo avevamo nella testa, il gol di Lomes ha cancellato la sudditanza psicologica che ci fermava, - Poi ci ha pensato lei con i suoi due gol a mettere le cose a posto, - Si è vero ma direi anche che è stata tutta la squadra a rimettere le cose a posto, io ho soltanto finalizzato il lavoro di tutti. Con il Belgio tre a zero, ancora Lomes Righeira Righeira passaggio del turno in compagnia di: Brasile, Inghilterra e Rep. Ceka, un girone d’inferno. Affrontammo il Brasile concentrati e tesi al punto giusto ma ne uscimmo sconfitti per due a uno, riuscii a segnare soltanto nel finale, una grande partita, soltanto che loro ci avevano battuto e nessuno poteva criticare la nostra gara contro di loro. Inghilterra e Rep. Ceka pareggiarono, cosa che noi gradimmo, contro gl’inglesi disputammo una gara superba la loro tattica esaltava la nostra e mi trovai nelle migliori condizioni per volare sulla corsia di sinistra, fui devastante, segnai il primo gol, procurai il rigore del raddoppio per Antinas. l’Inghilterra ridusse lo svantaggio, ma nel loro forcing finale lasciarono lo spazio per un contropiede fulminante, arrivai in area con il vento sotto le scarpe dopo un accelerazione di quaranta metri e sull’uscita del portiere diedi la palla a Lomes al mio fianco, tre a uno. I Ceki persero con il Brasile e tutto poteva ancora accadere nell’ultima partita, faticammo sette camice e mezza per aver ragione della compagine Ceka, una squadra tosta chiusa ermeticamente e irta di spine come una fratta di rovi, De Fuente trovò la chiave triangolando rapido con Lomes che lo servì splendidamente con un colpo di tacco spalancandogli la porta, eravamo negli ottavi. Inni di gloria cominciavano a levarsi in patria, contro la Francia, trovammo il gol dopo appena un minuto e trenta, Fimenta fa correre Garcia sulla destra che dalla tre quarti alza un cross verso l’interno dell’area, la palla vola alta e lunga, scende lontano dal portiere, alla sua destra, il terzino sbaglia il tempo e ne viene superato, appostato alle sue spalle, metto giù la palla con il petto e di piatto sinistro buco il portiere. Partita in discesa, ora è la Francia che deve trovare la forza di ribaltare il risultato, non gli concedemmo nulla, assolutamente nulla, soltanto su calci da fermo riuscivano a farsi parare i tiri da Lorcia. La sera del giorno dopo sapevamo di dover affrontare i padroni di casa nel loro stadio per i quarti di finale. Gran brutta gatta da pelare, - Faranno del tutto per portarli in semifinale, State attenti all’arbitro, codice rosso ha in questi casi. Mi disse Mc.Claude al telefono, cercando poi d’istruirmi su dove e come poterli affondare. Nei miei confronti l’atteggiamento era finalmente cambiato, i giornali le tv ed i stessi tifosi parlavano di me, Loco Vendaval, descrivendomi come il miglior attaccante al mondo e quello per cui l’uomo si batteva era ancor più rispettabile, le gesta dell’atleta mettevano in luce l’uomo. La sala stampa era sempre gremita mentre discutevo di calcio con loro e parlavo con loro anche dopo la conferenza trovando e scegliendo orecchie e penne adatte alle parole, che sapevo indirizzare. Ero sotto i riflettori e mi stavo coprendo di gloria, anche George seguiva con attenzione quello che combinavo e da qualche tempo quello che dicevo, come lo dicevo e per chi, nel mosaico che la sua mente assemblava il filo conduttore sembrava chiaro ed aveva un nome, Alberto Righeira. Aveva chiamato Barton pregandolo d’inviargli il mio dossier, se esisteva. Esisteva... anche scarno ma non troppo esisteva e George lo aveva letto riletto, digitalizzato, passato ai raggi X, sapeva quando ero arrivato la prima volta, quando ero ritornato quanto mi ero fermato dove avevo vissuto, sapeva ma non poteva dimostrare che ciò che intuiva ancora intorno a me fosse come diceva lui, certo era che quell’uomo l’attirava, era saldo, sincero, vero, autentico e soprattutto era ciò che a lui piaceva, uno duro. Lo stadio Olimpico di Roma era colmo di tifosi Italiani, Le bandiere tricolori sventolavano in alto riempendo gli spalti, la serata era calda afosa, l’aria ti si appiccicava addosso come una seconda pelle. La temperatura durante la giornata si era mantenuta sempre oltre i trentaquattro gradi il tasso d'umidità era incredibilmente alto, quello che ogni atleta odia, si sudava anche stando fermi, era l’ultima partita che lo stadio Olimpico ospitava prima della finale, nove giorni di tempo per tirarlo a lucido in attesa dell’atto finale. L’atmosfera era surriscaldata quanto l’aria ed esplose al momento dell’entrata in campo delle squadre, un tempestio di bandiere tricolori si sollevò sopra le teste dei tifosi ed un urlo impetuoso si riversava in campo. ITALIA, ITALIA, le bandiere della Spagna erano ben poca cosa in mezzo a quel turbinio tricolore, le loro voci di sostegno ci giungevano appena percettibili sovrastate dal tuono imperioso della folla Italica, salirono in alto le note dell’inno Spagnolo e l’ascoltammo con la mano sul cuore, l'inno Italiano venne cantato da tutto lo stadio e rimbombava nelle nostre orecchie. Il pubblico stava dando la sua mano il suo incitamento con tutto il cuore e la voce di cui era capace. Formammo il cerchio nella nostra metà campo, sottolineato da una pioggia di fischi, incuranti di ciò restammo uniti ed attendemmo che l’arbitro ci chiamasse, sapevamo che sarebbe stata dura, come sempre quando s'incontra la squadra di casa ma questo aiutava a tener alta la concentrazione e la voglia di far bene, cominciammo con un classico 4-4-2 speculare al loro, prudente quanto il loro, ci studiavamo senza scomporci restando abbottonati quanto più possibile, anche un solo passo falso poteva risultare determinante in quell’atmosfera. Cinque dieci minuti di tamburellamento poi la partita cominciò a decollare, i ritmi cominciarono a crescere e le azioni divennero più determinate più mirate a far male, provavano a salire per chiuderci ma qualcosa in loro non funzionava a dovere, mancavano soprattutto di brillantezza pur restando pericolosi specialmente con i due estrosi esterni d’attacco. Li conoscevamo bene li avevamo incontrati proprio in questo stadio e ad uno di loro ricordavo di aver dato la mia maglia e quando vennero da noi, c’era stato un accenno di saluto nel sottopassaggio prima di entrare in campo, ancora conservavo la maglia di quel capitano. Ma il loro centrocampo era lento tenevano un attimo di troppo la palla risultando prevedibili, riuscivamo a chiudere gli spazi e la loro manovra s’inceppava, il nostro possesso palla, al contrario, era veloce e brillante, non era il Tiki Taka di Mc.Claude ma gli somigliava, le gambe erano sciolte veloci rispondevano pronte ad ogni sollecitazione, i nostri movimenti sicuri decisi scattanti con grande movimento senza palla. Mi voltai verso la panchina ed un certo senso di rammarico mi prese non vedendo la sagoma di Claude e Luisio, Cristo, quei due se la meritavano quanto noi. L’immaginai seduti davanti alla TV, con il cuore gonfio d’orgoglio per quello che avevano costruito. Provammo ad affondare un paio di colpi in velocità e ci rendemmo immediatamente conto di correre al doppio della loro velocità, l’afa bollente di quella serata d’estate era il loro nemico gli stava tagliando le gambe stavano andando in apnea. La durissima e specifica preparazione atletica, cui Mc.Claude e Luisio ci avevano sottoposto e che noi avevamo sposato sofferto e portato a termine ora, era diventata la nostra arma, nei nostri muscoli c’era energia e rapidità, nella nostra mente lucidità e velocità di pensiero. Quando vedemmo che in ogni circostanza si avvicinavano alla panchina per dissetarsi, spingemmo sull’acceleratore alzando improvvisamente il ritmo e li attaccammo con tutto l’organico, un attacco aspro inaspettato, potente prolungato ed irresistibile, stentavano ad arginare la nostra azione portata con veemenza a pieno organico in ogni zona del campo, al trentesimo Lomes sfuggì di prepotenza al suo marcatore, scrollandoselo di dosso, immediatamente ci allargammo sulle fasce aprendoli al colpo di De Fuente libero da marcatura e con il solo compito di mettere Lomes in porta, lancio perfetto, scelta di tempo ottima, destro al volo in area e palla nel sacco. L’olimpico ammutolito, il sogno di un popolo in frantumi e quello di un altro che volava alto nel cielo, uno solo vince; tutti dietro a contenere la loro reazione, più disperata che efficace, zero ad uno, si và negli spogliatoi. - Li abbiamo in pugno disse Roco Valente, ora dovranno salire per venire a prenderci, l’unica cosa: attenzione ai falli, perché li cercheranno, sono la squadra di casa, inutile dirvi altro. Vennero avanti, cercando in tutti i modi di passare, usando anche tutti i sotterfugi per far fischiare l’arbitro, e lui fischiava tutto o quasi a loro favore, dovevamo tenerci la palla il più a lungo possibile per impedirlo, ma ora stavano veramente dando tutto quello che avevano. Il Mister rispose ai loro cambi inserendo Prima Antares per Almao, poi Filos per Cortila infine Garcia per Fiutre, la squadra si mosse istintivamente senza pensarci, Lorcia, Medenta Antinas Guilerce, Garcia De Fuente Antares, Filos Fimenta Righeira, Lomes. Eravamo STORIA, storia; fu del tutto automatico trovarci con la nostra formazione in campo e schierarci secondo il nostro modulo classico, 3-3-3-1 il Campos ora vestiva la maglia della Nazionale e tutto il nostro popolo era in piedi. Anche Lubna, Raul, Ted, Rose, George si erano alzati dalle sedie nel Club, qualcosa di unico scorreva dallo schermo a loro, quei ragazzi era ognuno di loro, emanava da quel gruppo un messaggio che solo lo sport può trasmettere. Si trovarono di fronte tre linee difensive che si conoscevano a memoria e che avevano conquistato tutto quello che si poteva, tutto ciò che era conquistabile, i loro nomi erano ripetuti da tutti i telecronisti, in tutto il mondo, in tutte le lingue, ogni ascoltatore sapeva che quei ragazzi erano una sola squadra ed ora un solo popolo. Cominciammo a gestire il possesso palla nel modo a noi più congeniale Tiki Taka, Tiki Taka e a salire sulle fasce, le loro energie non erano sufficienti per contenerci, cominciarono ad arretrare sotto la nostra spinta che diventava sempre più incisiva, cinica, determinata, Garcia ed Antares si sovrapponevano sulle fasce a Filos da un lato e a me dall’altro e fu in uno di questi scambi che mi trovai nelle condizioni di stringere verso il centro dalla trequarti affiancando Lomes in uno spazio sufficiente a raccoglierne la sponda, entrare in area e sull’uscita del portiere scavalcarlo con un colpo di cucchiaio, zero a due, mancavano dieci minuti alla fine, loro erano vuoti avremmo potuto infierire, erano talmente svuotati psicologicamente che non riuscivano più a correre, rallentammo rispettandoli e controllandoli fino alla fine ed il pubblico dell’olimpico fu generosissimo, si alzarono tutti in piedi e cominciarono ad applaudirli ed a gridare il nome Italia Italia per tutti i cinque minuti che restavano, un prolungato segno tangibile di un grandissimo amore che strappò le lacrime a molti di loro. Milano semifinale, Spagna Argentina, Napoli semifinale Brasile Germania. Le vincenti se la vedono tra loro all’Olimpico di Roma. L’argentina non s’arrese all’evidenza di una superiorità fisica collettiva, continuavano a venire avanti, anche sul Due a Zero, Lomes, Filos. Lacerammo i veli della ragione spingendo il popolo iberico alla pazzia, giorni e notti magiche allagarono tutta la Spagna inondando il lago del cuore fino a farlo tracimare, i cuori erano sospinti da un alito di follia ed i pensieri volavano pazzi nel cielo, milioni di cuori battevano emozionati, milioni di gole gridavano i nostri nomi mentre miliardi d’occhi piangevano di gioia. Se non ci si riusciva ora, quand’altro mai potrebbe accadere ed eravamo noi, i ragazzi del Football Club Campos 1885, il piu antico Club di Spagna ad incendiare quel sogno, proprio noi. Il Brasile ebbe ragione della Germania. Se volevamo vincere il titolo, quello che mai era stato alzato nel cielo iberico, che mai mani spagnole avevano accarezzato, dovevamo farlo battendo la squadra più titolata del mondo il BRASILE! Ce lo aspettavamo ma il nostro cuore rimbalzò comunque in terra, quelli ci avevano già battuto, non avevano solo vinto, ci avevano battuto. La Spagna intera, stava vivendo il momento, con il cuore in gola, i più alti esponenti del governo Spagnolo ed il Re erano presenti in tribuna d’onore ed attendevano trepidanti, con i cuori squassati da mille emozioni ed una sola vivida speranza comune. l’ingresso in campo delle squadre. Nei giorni che precedevano la finale, una processione infinita di esponenti politici, d’autorità governative, si era presentata nel nostro raduno, eravamo consci dell’impresa che potevamo compiere, il peso di questa responsabilità era opprimente.- Arrivare in finale è di per se un traguardo che ci riempie d’onore, Vincerla e laurearsi Campioni del Mondo, sarebbe un regalo che il popolo Spagnolo non dimenticherebbe mai. Il Re fece una pausa mentre i suoi occhi scrutavano il volto di ognuno di noi: - Il popolo vi chiede di mettercela tutta, un giudizio unanime definisce la Nazionale che abbiamo di fronte come la più forte del mondo, meglio così aggiungo io! Molto meglio così, almeno nessuno avrà nulla da ridire in caso di vittoria. Il popolo di Spagna vi chiede la stessa cosa che alcuni ragazzi vi scrissero su di uno striscione, Pone en mis Entranas un Battir Alegros, tutti aspettano questo, fate quello che sapete fare, in bocca al lupo. Rivedemmo centinaia di volte la nostra partita contro di loro, persa per due a uno, in quell’occasione avevamo giocato al meglio delle nostre possibilità ed avevamo perso, stavamo cercando, nel rivederla ed analizzarla il perché di quella sconfitta, nessun motivo apparente veniva a galla, solo che loro avevano vinto. Le note degl’inni nazionali salivano in cielo mentre il nostro cuore palpitava, l’intera nazione di Spagna era piombata in apprensivo silenzio, neppure il latrato di un cane osava infrangere questa muta tensione. Pronti?, Via! L’adrenalina si riverso a fiumi nei cuori, spargendo apprensione nell’anima, molte ore avevo passato al telefono con Mc.Claude, parlando di loro discutendo sul come sul perché ci avevano battuto, cercando nelle sue alchimie di trovare la possibilità, la chiave, il momento. Anche lui aveva rivisto ripetutamente la gara, sapeva che avremmo potuto farcela, intuiva che non avevano battuto la sua squadra ma quella di Valente, avrebbe fatto scelte diverse lui, proposto diversa tattica lui, soprattutto uomini diversi lui, ma lui non c’era e questo era stato l’errore. Apprensione nel momento di subire, esaltazione nell’attacco. Nella tribuna d’onore dove il re, il primo ministro e tutti gli esponenti politici della nostra nazione, sedevano come su di un fachirico sedile, poco piu in là Carlos Rodes, Marta, Luisio, Ramon e Mc.Claude sedevano sulle pagine del libro della storia ancora chiuso. Al loro schema illogico di fantasia intuito giocate e classe, rispondevamo con un classico 4-4-2 d’indubbio valore tecnico ed atletico, la loro fantasia e l'immenso tasso tecnico li portava ripetutamente in zona tiro, Lorcia si era espresso al meglio del suo potenziale già in due occasioni dando fiducia al resto della squadra, il nostro calcio più manovrato non dava i stessi risultati, ci consentiva d’avvicinarci alla loro area, ma non ci rendeva pericolosi, loro ci aggredivano sulle fasce con due velocisti che salivano dalla difesa in sovrapposizione dei centrocampisti laterali e soffrivamo le loro incursioni, al contrario non riuscivamo a ripartire in velocità, li davanti ci mancavano gli uomini che sempre avevamo portato al rimorchio e Mc.Claude rimaneva inespressivo, non così, mormorava ma nessuno percepiva le sue parole. Stavamo trovandoci spesso in inferiorità numerica a centrocampo, questo era il nocciolo, il loro saper creare ad arte la supremazia nella zona nevralgica del campo, lui guardava la panchina ma non vedeva quella luce di saper leggere il momento e gli uomini che restavano in panca invece che in campo. Perso il centrocampo era difficile costruire una manovra d’attacco, Fimenta e De Fuente erano costantemente presi in mezzo attorniati dai centrocampisti, nessuno li copriva, nessuno s’alternava, le due linee si contorcevano si sfaldavano venendo superate da giocate magistrali e quei due rimanevano senza la palla e non riuscivano a trovare uomini liberi per ripartire. Soltanto Lomes al centro e Righeira a sinistra, poi solo Lomes, Righeira si dannava l’anima nel rincorrere nella sua metà campo gli esterni che vi s’inoltravano, cominciarono a chiuderci in una morsa, consentendoci soltanto una attenta difesa, ma stavamo perdendo la partita, da quei piedi poteva partire il qualsiasi momento il pallone d’oro, quello con le ali, irresistibile incontrollabile, quello che non ti aspetti, quello del gol al trentatreesimo. Azione in velocità sul fondo cross al centro sponda di testa all’indietro colpo di tacco al volo e tiro di prima intenzione, prima che la palla toccasse terra. Tre tocchi d’alta classe di maestria e magia 1 a 0. Rientrammo negli spogliatoi senza parlare, consapevoli di riuscire ad opporci, ma di non riuscire ad attaccarli e di subire il loro fantasioso gioco. Roco Valente ne era cosciente quanto noi, cercava di spronarci, di sollecitare il nostro orgoglio, ma stavamo dando tutto quello che avevamo e loro ci erano superiori, Roco Valente lo lesse nei nostri occhi, lesse che in questo modo avremmo perso, - L’orgoglio ed il cuore non basta Mister o ci organizziamo al meglio oppure ci massacrano non appena mettiamo il naso fuori dall’area. Le mie parole erano calme e realistiche e lo sapeva, hanno troppo spazio a disposizione, perché dietro di me trovano uno soltanto, perché dietro a Filos trovano uno soltanto. Perché De Fuente e Fimenta giocano spalla a spalla e non uno dietro l’altro, perché tra le due file s’inseriscono indisturbati e questo non è cosa buona. - Cosa facciamo allora Righeira, - Loro trovano troppo spazio giocabile tra le nostre due linee stiamo facendo esattamente quello che loro sognavano e vanno in costante supremazia a centrocampo, dando respiro al loro genio e questo non è cosa buona per noi ma per loro. Dobbiamo mettere qualcuno lì in mezzo, dobbiamo costringerli a frammentare il loro gioco, a renderlo meno fluido meno armonioso arioso, insomma mettere un bastone tra le loro ruote, oppure saremo solo la polvere che loro alzano. - Stai pensando al gioco di Mc.Claude? - Si! Sto pensando proprio al gioco di Mc.Claude e guardando bene le cose mi pare che non abbiamo altro da fare, sono un poco stanchi e sicuri di averci fermato, ma se gli concediamo ancora un gol a noi resterà solo tanta forza che non abbiamo usato per cui era inutile averla, siamo in grado di sorprenderli e fargli male. Prese atto delle mie parole, guardò la lavagna e provò a disegnare uno schema simile a quello suggerito, poi: - Proviamo ancora a tenere questo assetto, probabilmente loro caleranno e potremmo aggredirli ed in questo caso il 4-4-2 è migliore, ma se le cose vanno male ce la giocheremo con il modulo di Claude. Lui rimase inconturbabile quando vide che nessun cambio in nessun caso era stato fatto, parlottò con Luisio che scosse la testa. La loro pressione aumentò spingendoci ancor più intorno al nostro portiere in una difesa ad oltranza ormai disperata, lo stop per consentire l’ingresso dei medici mi consentì d’avvicinarmi alla panchina, pochi istanti poche parole, - Giocare in questo modo non serve a nulla, oltre a perdere la partita stiamo perdendo anche l’onore di averla giocata: "è meglio morire nudi da guerrieri che vivere ben vestiti e con un cuore d’acqua nel petto". Li guardi si muovono poco corrono poco, ma è la palla che corre, si stanno fermando sono stanchi, proviamoci adesso. Nella voce non c’era arroganza ma desiderio di battermi, anche Roco Valente era stanco di subire, anche lui voleva giocarsela con onore e ci trovammo a condividere lo stesso desiderio, i suoi occhi cercarono e trovarono quelli di Lui quegli occhi che avevano letto esattamente lo stesso disegno dei miei, - OK d’accordo giochiamoci tutto quello che abbiamo, l'ordine fu immediato, - Garcia, Antares, Filos andatevi a scaldare, Il suo pugno si strinse sul suo maestoso petto, Hoka Hei si disse. cinque minuti ancora e Cortila, Tinigno, Fiutre uscirono, cambiammo pelle come un camaleonte LA CHIAVE, il disegno degli Dei, il 3-3-3-1 le linee di Mc.Claude, il Campo degli Dei. Ci posizionammo automaticamente, chiudendo ogni varco, saturando ogni centimetro di campo disorientando gli avversari, andandogli a mordere le caviglie a togliergli il respiro a soffocarli inseguirli braccarli e riprenderci il pallone, non riuscivano più a trovare gli spazi concessi fino ad un istante prima, la loro fluidità ne risentì immediatamente, ora erano costretti a manovrare ma con lentezza e in spazzi angusti, ora dovevano correre, la palla non correva si stoppava e con lei ferma la profondità del loro gioco evaporò e non capirono cosa stava accadendo. Il loro centrocampo superava la prima linea di tre trovandosi di fronte inaspettatamente altri tre centrocampisti con alle spalle altri tre difensori e tanta gente che rientrava infiltrandosi tra le loro fila chiudendo la porta ai loro passaggi raddoppiando costantemente la marcatura, da dove spunta fuori tutta questa gente in quanti stanno giocando sono sicuramente più di undici forse tredici se non addirittura quindici. Il pressing di Antares ebbe successo, c’impadronimmo della palla e la nostra ragnatela di passaggi sbocciò come un fiore al sole, Tiki Taka, cosa succede, non era samba, chi è che ha cambiato disco? Che combinano questi ridateci la palla. Si trovarono in una situazione nuova e ne furono sorpresi la palla era nostra e non riuscivano a prenderla, ora sapevamo cosa fare, farli correre, correre fino a scoppiare, ora sapevamo ora lo stavamo facendo. Mc.Claude era in piedi, non si era reso conto, ma era in piedi davanti al mondo, le telecamere lo braccarono e l’immortalarono. De Fuente imbecca Antares fa salire Guilerce ed Antinas si scambiano la palla e la fanno girare con Fimenta e De Fuente al centro, vengono attaccati in massa proprio come volevano, la palla viaggia all’indietro Antinas aspetta, palla al piede, la testa alta, aspetta, aspetta di vederli salire, si gira verso Lorcia li richiama su di lui, si sposta a destra portando palla, li fa salire fino a centrocampo e quelli salgono fiduciosi di prendergli palla salgono ignari della freccia mortale che il capitano ha incoccato, passi felpati ed occhi d’assassino, lancia in profondità, senza attendere ulteriormente, sulla sinistra, la corsia ha una breccia e li il pallona passa ed è bello spingere sull’acceleratore al massimo della velocità senza nessuno che ti ostacoli, tutta la mia accelerazione, la corsa la palla immediato il passaggio, preciso, velenoso, Lomes sapeva dove e quando ed era lì per il pareggio. Tutto esplose intorno a noi, tutto esplose, come scintille dalla bocca di un vulcano nel cielo notturno, tutta la Spagna esplose in un urlo, milioni di braccia si alzarono al cielo come quelle di Lomes che correva impazzito, milioni di persone riunite nelle piazze s’abbracciarono, tutto ricominciava, la speranza la paura l’angoscia l’esultanza, i freni erano mollati ed ora ci giocavamo la finale, Il titolo mondiale fino in fondo, fino all’ultima stilla d’energia che ci scorreva dentro, la squadra opponeva al Brasile tutta la sua intensità, tutto il suo vigore, Luisio era su di una stella tronfio del suo lavoro, con tutta la nostra umiltà e tutta la fame di vincere, la palla girava veloce tra le nostra fila Tiki Taka, Carlos era a bocca aperta sperava pregava invocava a gran voce come mai gli era accaduto, Marta lo guardava amava quell’uomo che finalmente eruttava dal cuore tutta la sua passione, mentre gli avversari apparivano disorientati da quella nuova organizzazione, le cose erano cambiate, i nostri scambi erano veloci precisi, gli uomini si muovevano automaticamente, le posizioni mandate a memoria per anni, ora esprimevano il loro massimo rendimento la loro massima potenza, Mc.Claude era in piedi davanti al mondo sapeva cosa stava accadendo ed anche lui gridava tutta la sua voglia di vincere. ESPANA, ESPANA, ESPANA il timido incitamento cominciò a salire forte nel cielo, Olivares Maurice Filipe Manuel, usavano tutti i decibel che possedevano pompandoci il sangue nelle vene, il Brasile quel fantastico Brasile era in difficoltà, non riusciva più ad impostare, veniva rincorso accerchiato pressato chiuso ed attaccato senza tregua, sostenuti da una forma atletica che ora diventava effervescente perché stavamo vuotando il serbatoio, tutta quella forza che avevamo dovevamo usarla, altrimenti perché possederla. Riuscivamo a muoverci più velocemente di loro, rientrare e proporci con l’intero organico, come un orchestra che trova l’ispirazione e segue, intera esaltandolo il filo conduttore. ESPANA ESPANA ESPANA, ora l’incitamento saliva più convinto e potente dagli spalti, nelle piazze nelle cantine locande case dell’intera nazione. I loro attaccanti non trovavano più lo spazio per affondare, ne per controllare palla senza essere immediatamente accerchiati, soltanto la loro immensa classe gli permetteva di rispondere alla nostra grande intensità, volavo con la palla tra i piedi saltando l’uomo, affondando sulla fascia costringendo la loro difesa ad un lavoro estenuante per corrermi dietro, non mollavamo più una palla, trasformando ogni azione in un assalto aspro cinico collettivo alla loro porta, costringendoli a correre, correre e correre fino a scoppiare, ESPANA ESPANA ESPANA l’incitamento ora divenne costante saliva dalle tribune come il rombo del tuono caricandoci di un energia esplosiva, il loro cedimento fisico arrivò a dieci minuti dalla fine, prima ci furono dieci minuti esaltanti, dove riuscimmo a chiuderli, erano alle corde, il Brasile le stava prendendo, eravamo dappertutto, quando tentavano una sortita erano inseguiti braccati dall’intero organico che ripiegava su se stesso come una molla e ripartiva velenoso come un cobra, la loro dignità gl’impedì di subire, raccolsero le loro ultime energie ed il loro orgoglio, uscirono per giocare, con un ultima grande fiammata. Salirono verso la nostra porta cercando il gol, trovarono il muro di Medenta prima e l’intuito di Antinas che aveva visto tutto prima che accadesse, anticipo sull'esterno e palla immediata a De Fuente, apertura sulla destra e Filos salta l’uomo, s’invola sulla destra resiste al tentativo di fallo e crossa alto in orizzontale lungo la linea dell’area, la palla viaggia alta troppo alta per tutti, un groviglio d’uomini che si strattona che spinge che la cerca e tutti cercano Lomes smemorandosi di me, arrivo come il vento perché la sento, la sento nell'aria come un falco la preda, gli sono addosso e salto, pianto il sinistro in terra e vado sù!, sono mille mani a sollevarmi da terra, Espana ESPANA ESPANA è un popolo intero a spingermi più in alto di tutti fino ad arrivare dove gli dei desideravano, fino a scalare il cielo, la torsione del busto una frustata con il collo e la fronte impatta la palla, il guanto aperto del portiere la può soltanto sfiorare, la rete si gonfia. L’urlo esce roco dalla gola, feroce e libero, il dito puntato al cielo mentre corro, corro impazzito fino a trovare le braccia di Roco Valente, ed i corpi vibranti di tutti gli altri in una piramide umana che urla grida piange ed esulta. Tutto il vulcano che dentro ogni singolo individuo covava, esplode in un simultaneo boato di milioni di bocche. Nelle piazze è l’inferno e il paradiso, milioni di braccia vibrano al cielo si stringono ai corpi di persone mai conosciute prima, bocche che si baciano occhi che piangono, ma non è finita. La disperazione è dipinta sul volto avversario, che cerca di porre rimedio in un modo qualsiasi, non importa quale, non ci sono più schemi ne tattiche ne tempo, si gioca per il gol e tutto quello che uno ha, lo tira fuori! Si gioca con angoscia con paura si punta la rete e si tira sperando di non morire. In scivolata Antinas artiglia la palla, ancora lui è un Dio, con un movimento del bacino sbilancia l’avversario ed esce a testa alta dall’area, gli occhi sgranati freddi pungenti dell’assassino, vede e trova De Fuente, ancora lui, è una gemma splendente, si allarga a destra facendo scudo al pallone ed è immediato il suo colpo di tacco smarcante per Fimenta, ancora lui, L’eccellenza, lascia che la palla gli scorri tra le gambe sbilanciando l’avversario con due finti passi e lo salta, open de door, pronto Lomes parte ingobbendosi sul centrodestra giochiamo a memoria e Mc.Claude è nuovamente in piedi lui sa, lui conosce, lui lo ha inventato, così aprite la porta a Righeira, solo in questo mo l'aprite allora visto che lo sapete fatelo. Lomes si porta dietro i centrali aprendo al cacciatore il fianco sinistro del bisonte, che io vedo ed è il sacro bianco bisonte della storia. Fimenta incocca la freccia mortale, Collo interno destro e la palla vola profonda perfetta nel corridoio, corro, corro una corsa cieca folle, sparando tutto quello che c'é in me, aggredendo e divorando la distanza. Il centrale è in ritardo con il petto controllo la palla portandola in area di rigore, sono solo, alzo la testa e vedo l’angoscia nel bianco degli occhi del bisonte che mi corre incontro disperato, colpisco sotto la palla, che si alza e lo scavalca, rimbalza oltre la linea e si spenge nella rete. Cado in ginocchio perché non ho più energie per combattere l’emozione che mi scoppia dentro, Lomes mi raggiunge, mi abbraccia mi scuote grida impazzito, mentre tutto esplode intorno a me. Impossibile è, fermare la marea di una tempesta di cuori colmi d’amore, milioni di braccia s’alzarono, milioni di gole gridarono, a vederlo è un mare variopinto tempestato di occhi che brillano come diademi lucenti con voce tonante. Il portellone dell’aereo si apre, Antinas solleva nel cielo di Spagna la Coppa dei Campioni del Mondo e tutto esplode intorno a noi. Quando terminò e finalmente rientrammo a Campos, li trovammo tutti lì, non so quanta gente ci fosse, Tutto il nostro Popolo era lì per dirci Ti Amo. La fossa era colma straripante traboccante d’amore, un amore così forte così vero che lacerò il mio povero cuore, le due gigantesche braccia iniziavano dalla tribuna d’onore percorrevano tutto il cerchio dello stadio e s’incontravano nella tribuna opposta.
" UN ABBRACCIO GRANDE COSI, PER UN AMORE IMMENSO ! "
Nella sala degli spogliatoi attendevamo che la nostra cerimonia iniziasse, Tirati a lucido nei nuovi vestiti grigio perla, che Marta aveva fatto confezionare per l’occasione, eravamo belli come il sole, Carlos Rodes ci aveva appena parlato tutto ciò che poteva dire lo disse, anche Marta aveva usato tutte le sue parole, ora nel silenzio dell'attesa, Mc.Claude, Il Crudele, guardava gli occhi di ognuno di noi scrutandoci ad uno ad uno; - Mai un giorno avrei potuto sognare d'incontrarvi ed avere addirittura l'onore d'allenarvi. Non ho parole per descrivere ciò che sento dentro perché mai tanto orgoglio ha riempito il mio cuore, mai tanta stima ho sentito verso altre persone, voi avete portato il mio cuore nell’universo e i vostri diciotto nomi scalderanno il cuore della mia vecchiaia Ragazzi miei, ci strinse la mano ad uno ad uno. A vederli, In mezzo al campo in un tripudio di bandiere, ad ascoltare la fossa che innalzava al cielo i loro nomi, erano Bellissimi, quei diciotto ragazzi avevano donato al loro popolo tutto quello che potevano, andando oltre ciò che si poteva soltanto immaginare. Nella piazza vecchia, se ci passi adesso, trovi due grandi lapidi scolpite a rilievo, in una ci sono raffigurati diciotto giovani ragazzi con la maglia del Campos F.C. 1885, campione del mondo per sei volte; nell’altra gli stessi diciotto ragazzi che indossano la maglia della nazionale Spagnola Campione Del Mondo per due volte. Non sono realistiche le figure dei ragazzi perché nessuno di loro supera in altezza gli altri, ma i loro nomi sono incisi nel marmo ed una scritta unisce i diciotto nomi tra le due lapidi.
LA STORIA E’ PASSATA DA QUI.
Lasciando nei nostri cuori un allegro battito d’ali.
00:28 Scritto da: roy-40 in romanzi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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